1.

«Lunedì devo tornare a casa per vedere i miei» disse Amina infilandosi nel séparé di legno di fronte a sua cugina. Anche se era presto, era molto affollato per essere giovedì. Si tuffò sulla birra fredda che Dimple aveva ordinato nel frattempo.

«Sono qui da venti minuti».

«Scusami. Ero al telefono con mia madre».

Dimple la fissò freddamente. «Sei andata a trovarla il mese scorso».

«Tre mesi fa. A proposito, zia Bala vuole che la chiami».

«Cristo santo, Amina» disse sua cugina scuotendo la testa, i riccioli lustri che dondolavano alla luce della candela. Tirò fuori due sigarette dal pacchetto sul tavolo e le accese, poi gliene porse una. «Cos’è? Devi pulire i tappeti con la vaporella? Rimescolare il compost?»

L’ultima volta che Amina era tornata a casa, Kamala l’aveva spedita sul tetto a togliere le foglie dalle grondaie e per due giorni interi si era rifiutata di passarla al telefono a Dimple, limitandosi a dire: «È sul tetto e non può scendere».

«No, non è questo. C’è qualcosa che non va».

«C’è sempre qualcosa che non va con tua madre. E tu? Quella vacanza che dicevi che avresti fatto?»

Amina si guardò intorno evitando la propria immagine nello specchio alle spalle della cugina. Detestava vedere il suo viso accanto a quello di Dimple, naso aquilino, mento allungato e sopracciglia folte, mentre il volto di Dimple era a forma di cuore, ben definito ed elegante.

«Ma perché è così pieno qui dentro?»

«Perché quei maledetti stronzi di Internet l’hanno scoperto e hanno fatto alzare i prezzi. Non parlavi di Bali?»

«Mio padre ha qualcosa che non va». Amina tirò una boccata dalla sigaretta mentre il viso di Dimple si velava per la preoccupazione. Tra tutti i suoi parenti, Thomas – che aveva difeso le sue peggiori bravate al liceo e aveva strenuamente protestato contro il suo esilio in riformatorio, quando aveva sedici anni – era quello che Dimple amava di più.

«Cosa intendi dire? Sta male? Perché i miei non mi hanno chiamato?»

«Non lo sa ancora nessuno».

«È un segreto?» Dimple spalancò gli occhi.

«Certo che no».

«Ma in che senso sta male?»

«È solo che… non lo so. Dice cose senza senso o qualcosa del genere. Mia madre sostiene che parla tutta la notte».

«Parla?»

«Racconta delle storie».

La cugina di Amina alzò gli occhi al cielo con una smorfia. «Certo, lo fa da una vita. Dove sarebbe l’emergenza?»

«Secondo mia madre c’è qualcosa che non va». Amina asciugò un po’ di condensa sul bicchiere. «Insomma, voglio andare a dare un’occhiata».

«E tuo padre cosa dice?»

«Mamma non vuole passarmelo al telefono».

«Quindi lui non ti ha detto che c’è qualcosa che non va».

«Sì, ma non è questo…»

«E quand’è stata l’ultima volta che gli hai parlato?»

«La settimana scorsa».

«E ti è sembrato normale?»

Amina si strinse nelle spalle. «Cioè… è mio padre».

Dimple sospirò socchiudendo gli occhi. «È una trappola».

«Ma figurati».

«Kamala sta cercando di farti tornare a casa. Vuole farti sposare». Puntò la sigaretta contro Amina. «Prima che ti si secchi l’utero».

«Oh, Dimple, smettila. Non mi propone qualcuno da più di un anno».

«Ecco la prova!» esclamò Dimple.

«No, non è questo».

«Perché no? Perché l’idea che tua madre stia facendo qualche stupido progetto senza la tua autorizzazione è impensabile?»

Amina bevve un sorso di birra in modo da non dover rispondere. Kamala aveva cercato di fidanzarla con parecchi siriani di religione cristiana (o come li chiamava lei, “potenziali”), ben dodici. Undici senza l’autorizzazione di Amina.

«Credi che non continuerebbe a fare le stesse stronzate finché non otterrà ciò che vuole?»

Amina si schiarì la gola. «Non è questo, te lo giuro. E comunque, ormai di bravi ragazzi suriani non ne sono rimasti più, ricordi? Si è arresa».

«Bravi ragazzi suriani non ce ne sono mai stati. Siamo una cultura fallita».

Era una delle teorie favorite di Dimple: migliaia di anni di ossessione per un Dio cristiano in un subcontinente di religioni più dinamiche avevano fossilizzato la comunità siriaco-cristiana, trasformandola in quella che lei definiva “la più stantia della terra” o “i WASP indiani”. Amina si preparò a una bella filippica, ma Dimple si limitò a soffiare una nuvola appuntita di fumo dall’angolo della bocca.

«So che cosa vuoi dire» ammise Amina. «Ma questo è troppo perfino per mia madre. Non fingerebbe mai che papà stia male».

Dimple allungò una mano, gliela mise sotto il mento e si avvicinò al punto che Amina riuscì ad avvertirne il profumo familiare, vagamente floreale, che prevaleva sul fumo del bar. «Stupida» le sussurrò teneramente.

Amina si appoggiò allo schienale. La guerra per la sua anima e il suo futuro infuriava tra Kamala e Dimple da troppi anni per prenderla sul personale. Il bar si stava riempiendo, era affollato di pantaloni con il cavallo basso, giacchette di pile, borse da postino e scarpe da ginnastica. Dimple si guardò intorno insoddisfatta.

«Credi davvero che durerà?» chiese. Era la domanda che ultimamente si presentava sempre ogni volta che le cugine uscivano e il loro tono passava dal sarcastico allo sconsolato. Nessuno aveva patito più delusioni di Dimple dall’esplosione di Internet: si lamentava che per colpa sua il quartiere si era imborghesito e che la galleria aveva risentito di quella che definiva, in toni fondamentalisti, «la corruzione dell’immagine di qualità nell’era digitale».

Meno assatanata, e forse meno pessimista, Amina era comunque preoccupata da Internet, se non altro perché la spingeva ai margini di qualcosa che, temeva, avrebbe alterato il confronto tra le generazioni, come il movimento dei diritti civili o Woodstock. Mentre “ragazzi” con qualche anno meno di lei invadevano la città, razziando mobili vintage e muovendosi da un quartiere all’altro con lo scooter, lei restava abbarbicata alla sua fedele Leica, sentendosi come chi non vuole rinunciare al carro alla vigilia della rivoluzione industriale.

«Li odio» disse Dimple prima che Amina potesse rispondere. «Odio quello che fanno, odio il fatto che guadagnano più soldi di quanti io ne avrò mai. Ti ho detto che qualcuno mi ha suggerito di rendere “webcast” una parte della galleria? Ma cosa diavolo significa?»

Le cugine guardarono un tizio sorridente con un berretto da baseball agitare una banconota da venti in direzione del barista.

«Allora, come va con Damon?» domandò Amina.

«È finita».

«Credevo che andasse bene».

«È tornato con la sua ex».

«Dici davvero?»

«Non ha importanza» fece Dimple stringendosi nelle spalle. «Onestamente, mi ha risparmiato tutti i fastidi di una storia seria».

Di cinque mesi più grande di Amina e quindi “ben oltre la trentina”, Dimple aveva lentamente passato in rassegna tutti i maschi disponibili di Seattle con una voracità che ogni tanto spaventava Amina. Non era il numero di uomini che sua cugina frequentava a innervosirla (a dire la verità, Amina era forse andata a letto con molti più uomini, e più spesso), ma piuttosto l’impazienza con cui Dimple passava dall’uno all’altro, li presentava ad Amina in qualche bar e se ne stancava nel giro di pochi minuti dall’inizio della conversazione, accigliandosi come se avesse ordinato il piatto sbagliato dal menu.

Mentre alcuni avrebbero potuto interpretarla come indifferenza, Amina sapeva che era vero il contrario. Non era importante quante relazioni Dimple iniziasse o troncasse con un’alzata di spalle, l’unica cosa che Amina voleva veramente – e l’aveva sempre voluta, perfino al liceo, quando aveva trasformato la sua capacità di spaventare gli uomini in una specie di talento artistico – era qualcuno a cui valesse la pena legarsi. E a questo punto, per Amina l’unica cosa più umiliante dell’ennesima relazione fallita sarebbe stato riconoscerlo pubblicamente.

«E tu?» domandò sua cugina. «Sei riuscita a fare conversazione con uno con cui vai a letto?»

«Perché dovrei iniziare ora?»

Nel bar misero a tutto volume una vecchia canzone dei Van Halen e metà dei maschi vicini al bancone alzarono la mano con le dita piegate nel gesto delle corna. Le cugine sospirarono.

«Andiamocene» disse Amina.

Quando uscirono pioveva leggermente, quella pioggia morbida, ritmica e incessante che costituisce la ninnananna di Seattle. Si fermarono nella strada bagnata mentre Dimple tirava fuori dal pacchetto tre sigarette e le infilava nella mano di Amina.

«Grazie».

«Oddio!» esclamò Dimple picchiandosi il palmo sul petto. «Quasi dimenticavo! Ho detto a Sajeev che sabato saremmo uscite con lui».

Amina si lasciò sfuggire un gemito.

«Ho dovuto, Ami. Mi ha chiamato due volte da quando si è trasferito qui, e continuiamo a rimandare. I miei mi stanno tirando scema con tutti i messaggi che mi lasciano». Iniziò a parlare nel tono roco e sussurrato di sua madre, dal tipico accento indobritannico, e fece una smorfia che la rese perfettamente somigliante a zia Bala. «Dimple tesoro, per favore, esci con quel delizioso giovanotto. Mary Roy mi chiama in continuazione. Tutti vogliono sapere come sta».

Il fatto che la loro antipatia per Sajeev Roy fosse ingiusta non impediva alle cugine di averne terrore. All’asilo, lui si distingueva per la sua vulnerabilità, l’inclinazione a farsi picchiare continuamente dai bambini americani, lo spasmodico desiderio di far parte della loro cerchia ristretta. Le ragazze avevano tirato un sospiro di sollievo quando la sua famiglia si era trasferita in Wyoming, anche se l’ammirazione fin troppo espressa dalle loro madri per i suoi successivi traguardi (laurea al MIT, specializzazione in ingegneria) lo rendevano comunque del tutto privo di attrattive.

«Non puoi andarci tu per tutte e due? Io sarò distrutta».

Dimple le lanciò un’occhiataccia.

«Va bene» ribatté Amina imbronciata. «Ma io lavoro almeno fino alle dieci, quindi dovremo fare dopo».

«Vabbè, come ti pare. Sei sicura che non vuoi un passaggio a casa?»

«No». Erano arrivate al vecchio Chevy Van azzurro di Dimple, che se ne stava a marcire nel parcheggio come un elefante bagnato. Dimple aprì lo sportello anteriore e salì. Là dentro sembrava ridicolmente piccola, come una bambina che finge di essere adulta. Anche con il sedile spostato il più avanti possibile, le sue gambe arrivavano appena al freno e alla frizione.

«Chiama tua madre» disse Amina quando Dimple abbassò il finestrino, e la cugina annuì, anche se entrambe sapevano che non l’avrebbe fatto.