4.

Il George Washington Memorial Bridge, più conosciuto come l’Aurora Bridge, aveva costituito un’anomalia a Seattle sin dalla sua costruzione, avvenuta nel 1932. In una città in cui erano stati evitati i viali a otto corsie a favore di strade a doppia carreggiata che si interrompono in corrispondenza di ponti mobili che collegano quartieri dai nomi graziosi – Freemont, Queen Anne, Ballard – era sempre stato un violento pugno nell’occhio, e da sotto pareva proprio un’orribile amaca appesa al cielo. Pubblicizzato come l’ultimo collegamento alla Pacific Highway, era diventato la destinazione preferita dei suicidi di Seattle ancora prima del suo completamento. La prima persona a saltare giù da quel ponte l’aveva fatto nel 1932, un mese prima dell’inaugurazione in occasione del compleanno di George Washington. La centosettantaseiesima persona l’aveva fatto il 26 agosto 1992.

Agosto a Seattle: un crepuscolo eterno che strizza l’occhio alla mitologia greca, un tramonto così lento sul Puget Sound che tutti sembrano versioni immortali di se stessi. Il 26 agosto 1992 a chiunque veniva voglia di farsi scattare una foto.

«Solo una, okay?» Il coreano di fronte ad Amina era troppo piccolo per quei pantaloni militari.

Lei guardò la macchina fotografica con aria di scuse. «Sto lavorando per il Post-Intelligencer».

«Ottimo». Il coreano sorrise e circondò con le braccia le due donne che aveva al fianco. «Cheese!»

Amina fece un rapido calcolo a mente (il tempo che ci sarebbe voluto a spiegare di che lavoro si trattava in rapporto al tempo che ci sarebbe voluto a scattare la fotografia) e poi premette il pulsante. Perfetto. Fatto. Evitò di incrociare lo sguardo di chiunque altro mentre percorreva il ponte del Crystal Blue, cercando di reprimere la claustrofobia che le strisciava nei polmoni quando saliva su una barca.

Quello yacht, in particolare, brulicava di giovani programmatori e sviluppatori della Microsoft. Se era imbarazzante vedere dei ragazzi appena usciti dall’università celebrare i propri successi con una serata divertente sul Puget Sound, era decisamente irritante non riuscire a comprenderli. Ma cosa cavolo era un Linux? La sola prospettiva dell’esistenza di qualcosa che si chiamava C++ le faceva venire voglia di bere, ma non era lì per quello, era lì per immortalare la nuova élite di Seattle, le loro felpe con il cappuccio e i loro sorrisi vispi.

«Dacci la sensazione di toccare l’evento» le aveva detto il nuovo assistente del photo editor del P-I, come se Amina dovesse prendersi cura di un maglione di cachemire. Si era aggirata là intorno stupefatta. Non aveva ancora trovato lo scatto perfetto e ora, strisciando attraverso le chiuse e i canali di ritorno al lago Washington, sentiva l’urgenza di scendere da quella barca come quando si ha la vescica piena.

«Fantastico, no?» disse un tizio con i bermuda arancioni al suo amico, indicando l’Aurora Bridge proprio di fronte a loro. «Non riesco a capacitarmi di quanto sia fantastico. È così Lego, non trovi?»

«Assolutamente» concordò l’amico. «Totalmente Lego».

Amina era scivolata alle loro spalle, cercando di trovare l’angolazione giusta sulle birre alzate in un brindisi in onore delle travi d’acciaio, quando lo vide. Era in mezzo al ponte, vestito di giallo, con qualcosa di bianco sulla faccia. Un pagliaccio. Quello era stato il suo primo pensiero. Aveva zoomato su di lui e aveva visto un cappello piumato. Poi aveva scattato una foto.

Il tizio con i bermuda arancioni si voltò. «Ehi, non ti avevo visto. Dovremmo girarci, no?» E fece balenare un sorriso.

«No… io…» disse Amina indicando il ponte. «Stavo facendo una foto a quel tizio».

Bermuda seguì il dito. «Il tizio che pulisce il ponte?»

«Non credo che lo stia pulendo».

«Porta l’uniforme».

«Ha delle piume in testa» disse Amina.

«Cosa?»

Il Crystal Blue solcava l’acqua con andatura regolare, avvicinandosi al ponte, e Amina riuscì a vederlo meglio attraverso il mirino, il copricapo tremolava nella brezza.

«Ehi, non starà facendo bungee jumping?» esclamò Bermuda. Altre teste si girarono e quelle parole vibrarono sulle labbra degli astanti.

«Bungee jumping!» urlò qualcuno. Grida di entusiasmo si levarono dallo yacht.

Questo parve far trasalire l’uomo con il copricapo, che barcollò incerto, costringendo la folla a trattenere il respiro. Amina si avvicinò alla prua, reggendosi al corrimano.

Il grido acuto delle sirene giunse fino a loro e diventò sempre più intenso. Alcune auto della polizia stavano percorrendo l’Aurora Bridge in fila indiana, seguite da un’ambulanza con le luci lampeggianti. L’intera barca parve gonfiarsi nel riconoscerli: Guardate! La polizia! Vuole buttarsi! Ora la gente le premeva ai fianchi e Amina cercò di respingere le gomitate, ignorando uno sbuffo di impazienza nelle orecchie. Incrementò lo zoom per vedere meglio le auto ed era questo che stava facendo quando Bobby McCloud decise di fare un passo avanti. Lei non ne conosceva il nome e all’epoca non sapeva nient’altro di lui; i dettagli sarebbero arrivati dopo, da tutti gli articoli che riuscì a mettere insieme.

Per settimane e mesi si sarebbe chiesta che cosa l’avesse spinta a sistemare l’apertura del diaframma così in fretta, che cosa avesse guidato il suo dito a rilasciare il pulsante in modo che quando Bobby McCloud passò davanti al suo obiettivo lei scattò la foto. Eppure l’aveva fatto. Aveva ottenuto lo scatto impossibile. Nella fotografia che comparve accanto all’articolo, il suo primo e unico lavoro comparso in prima pagina, Bobby McCloud sarebbe rimasto per sempre sospeso tra l’arcata dell’Aurora Bridge e lo schermo piatto dell’acqua, il copricapo che si ripiegava per la spinta dell’aria come due ali giunte in preghiera, le braccia spalancate.

«Spettacolare» aveva detto il photo editor prima di mandare di corsa la foto in stampa.

Aveva tirato fuori dal suo rullino un paio di altre immagini («Dove sono quelle del dopo?» aveva domandato, ed era sembrato piuttosto deluso quando Amina aveva scosso la testa) e ora era tutto concentrato sugli schermi televisivi nell’angolo estremo della stanza. Le tre reti locali stavano trasmettendo dei servizi sull’episodio con tutti i dettagli disponibili, date le poche ore trascorse, raccogliendo le testimonianze degli astanti e continuando a inquadrare panoramiche della ringhiera del ponte.

Amina guardava, dispiacendosi di non provare nausea, o irritazione, o un altro sentimento a parte un freddo sollievo. Perfino i tipi della Microsoft avevano avuto la decenza di innervosirsi; continuavano a raccontare gli ultimi venti minuti di crociera con voci tremanti, come se tra quando avevano notato l’uomo e quando l’avevano visto cadere fosse esistito un momento in grado di capovolgere l’azione. Una donna continuò a urlare finché due colleghe non l’accompagnarono al bagno del ponte inferiore.

Amina lasciò l’ufficio, prese la macchina e andò subito al Linda’s Tavern. Quaranta minuti dopo, ammorbidita dal torpore torbato di tre birre, ne ordinò una quarta. Quando la porta si aprì lasciando entrare un ragazzo che indossava un giubbotto simile a quello che portava Akhil quand’era morto, cominciarono a tremarle le mani.

Erano stati i soldi a ucciderlo. Questo dicevano i giornali, all’inizio il P-I e il Seattle Times, poi il San Francisco Chronicle, il Washington Post e il New York Times quando la storia arrivò sulle prime pagine nazionali. L’indennizzo di centosessantadue milioni di dollari per la tribù Puyallup degli indiani Tacoma – nella storia, il secondo più consistente concesso ai nativi americani dal governo statunitense – era arrivato a Bobby McCloud ma anche a due dei suoi figli e a suo zio prima di lui.

In biblioteca, china sul lettore di microfilm in una felpa che puzzava di sudore, Amina passò in rassegna le notizie d’archivio. La decisione della tribù di rinunciare alle proprie pretese sui terreni circostanti il bacino del Tacoma era stata molto discussa sin dall’inizio. La terra – più di settemila ettari assegnati con il trattato di Medicine Creek del 1854 e poi lentamente strappati con una serie di “negoziati” che nel 1934 li avevano ridotti a tredici – era loro per diritto di nascita. Venderla in cambio di denaro significava refutare direttamente quel diritto e tutto quello per cui i loro antenati avevano lottato. Avrebbe portato soltanto guai, anche se ogni membro della tribù aveva ricevuto ventimila dollari sull’unghia.

Denaro insanguinato: Amina aveva sentito Akhil pronunciare quella frase così chiaramente che per un attimo le era sembrato che gli ultimi nove anni non ci fossero mai stati. Alzò la testa dal ronzio del lettore, ma l’unica persona in quell’angolo umido della biblioteca era un vecchio mezzo addormentato. Proseguì la lettura.

All’interno della tribù le opinioni sul possesso dei terreni erano molto diverse, come l’uso a cui immaginavano avrebbero destinato i ventimila dollari. La gente diceva che avrebbe comprato cibo, abiti invernali, ma altri esprimevano dei dubbi.

«Cercherò solo di stare attenta a non sprecarli» dichiarò Raydene Feaks, una ex consumatrice di crack di trentaquattro anni ospite del centro di recupero della tribù (“La tribù Puyallup si prepara per la manna dal cielo”, Seattle Post-Intelligencer, 23 febbraio 1990).

«Qui il punto non sono i ventimila» sostenne Bobby McCloud. «I centotrentotto milioni di dollari in iniziative sociali e fondi per mettere in piedi delle imprese, e terreni: questa sarà la fine della nostra povertà».

Bobby McCloud non beveva. Non fumava e non permetteva il fumo nel suo ufficio al centro tribale, dove alle pareti erano appese sue fotografie con Jesse Jackson e Bill Clinton e il suo diploma dell’università di Washington. All’età di trentasei anni, era uno dei pochissimi della tribù che era riuscito a non rientrare in nessuna statistica: non guadagnava mediamente ottomila dollari l’anno, non aveva frequentato le scuole solo fino alle medie e non rientrava nel cinquanta per cento che aveva sfiorato la dipendenza dall’alcol o dalle droghe prima dei sedici anni.

«Tutti dicono che abbiamo diritto a quelle terre per nascita, ma il nostro diritto di nascita è vivere! Ottenere dei successi, crescere e guardar crescere i nostri figli» aveva detto Bobby McCloud.

Un vero uomo, cazzo, quel pellerossa.

Forse le era venuto il disturbo post-traumatico da stress. O forse era soltanto una normale sbronza. Oppure la semplice, ovvia reazione nell’imbattersi proprio nello stesso tipo di storia che avrebbe fatto infuriare suo fratello. La seconda volta che Amina sentì Akhil era a letto, circondata da mucchi di fotocopie di articoli su Bobby McCloud. Sbattendo le palpebre, lanciò un’occhiata al corridoio buio che tagliava a metà il suo appartamento. Era vuoto. Si alzò e chiuse la porta della camera.

Quando il telefono squillò, svegliandola di soprassalto dal sonnellino pomeridiano, Amina rovesciò il bicchiere d’acqua che teneva sul comodino. «Merda».

«Chiamano perché i diritti ce li hai tu» disse Dimple. «Devi fare qualcosa».

L’acqua colò giù dal bordo e iniziò a sgocciolare sull’ultima camicia che aveva indossato fuori casa tre giorni prima. Per assorbirla, Amina aggiunse qualche calzino spaiato. Una bottiglia di whisky quasi piena montava la guardia sul tavolino.

«Amina, mi ascolti?»

«Sì».

Era stato un errore raccontare a Dimple di quelle telefonate. Naturalmente avrebbe voluto “approfittare” delle offerte delle agenzie che volevano la fotografia. Naturalmente l’avrebbe vista come un’opportunità per loro di “farsi le ossa” (frase che ad Amina faceva sempre venire in mente l’immagine di un cimitero) nel mondo delle agenzie.

«Ora si è aperta una porta» stava dicendo Dimple. «Proprio adesso. Non per sempre, e forse domani si chiuderà. Dobbiamo soltanto fare qualche telefonata. Forse sono io che non capisco che cazzo di problema hai».

Fermate le rotative. Dimple non ha capito una cosa.

«Chiudi il becco» disse Amina.

«Cosa?»

Amina si premette le palpebre fino a quando in quell’oscurità densa non apparvero dei cerchi. «È solo che… credo che i diritti appartengano al P-I».

«No. Non appartengono a loro» si premurò di annunciarle Dimple. «Ti ricordi quando abbiamo fatto avanti e indietro prima che tu firmassi il contratto? Si trattava di stabilire a chi appartengono i diritti delle tue foto. Il P-I può utilizzarle perché tecnicamente eri in missione per loro, ma dopo i diritti passano a te. Chiunque voglia quella foto deve trattare con te».

«E se io non voglio trattare?»

«È per questo che ti sto dicendo che posso farlo io per te».

Sicuramente bastava soltanto un sì, grazie, e riattaccare. Sarebbe potuta tornare sotto le coperte e ai suoi sogni pieni di Akhil. Ma eccolo di nuovo, il brivido freddo che era arrivato con il giornale del giorno prima, con il nome Bobby McCloud, con il dolore stupefatto della gente che lo amava ad attanagliarle tutto il corpo come un pugno enorme. Cos’avevano sentito quando avevano visto quella foto? Che cosa li aveva costretti a vedere? Amina rabbrividì.

«Ami, ci sei?»

«Non riusciranno mai a fingere di non averla vista».

«Cosa?»

«Aveva dei figli. Lo sapevi che aveva dei figli?»

All’altro capo della linea calò un lungo silenzio.

«Vengo lì» disse Dimple.

Pessima idea.

«No!» Amina lanciò una rapida occhiata ai mucchi di caos disseminati nella stanza, alle bottiglie, le cicche, i giornali. «Avrai delle rogne al lavoro».

«Passo solo a portarti il pranzo, okay? Non dobbiamo nemmeno parlarne, se non ne hai voglia».

«Dimple, sto benissimo».

«Sì, come no. Ci vediamo tra dieci minuti».

«No! Fermati! Cristo, dammi solo un minuto. Stavo dormendo quando hai chiamato. Devo soltanto riprendermi e… va tutto benissimo, okay? Fallo. Fallo e basta. Tratta con le agenzie o quello che vuoi. Vai tranquilla».

«Oddio, in questo momento non me ne frega un cazzo. Non mi stava nemmeno passando per la testa, okay? So che c’entra Akhil. Lascia che venga lì».

«Non è…» Amina sentì la propria voce incrinarsi e deglutì. «Hai ragione. Ti prego, occupati tu delle agenzie. Mi faresti davvero un favore».

Trattenne il fiato in attesa che la coscienza di Dimple prendesse il sopravvento.

«Davvero?» domandò sua cugina dopo qualche secondo.

Amina sospirò. «Sì».

«Okay, ma vengo subito dopo il lavoro».

«Ho delle cose da fare, potrei non avere tempo» mentì Amina. «Ti chiamo io».

Dopo, quando il telefono tornò al suo posto e Dimple fu risospinta a distanza di sicurezza, Amina si sedette sul letto, pensando che aveva bisogno di mettere qualcosa tra se stessa e la luce del pomeriggio che scivolava sotto le persiane. E sebbene non fosse proprio il suo stile, sebbene puzzasse di soap opera per un pubblico femminile e di provocazione da parte di un maledetto dio, sebbene fosse eccessivo e melodrammatico e piuttosto disgustoso, prese la bottiglia dal comodino e bevve un sorso, mettendosi a tossire quando le arrivò nello stomaco.

Salute, bella.

Aveva sottovalutato il potere del denaro. Non dei centotrentotto milioni – sulla cifra Bobby McCloud aveva avuto ragione – che, saggiamente investiti nell’Emerald Queen Casino e nelle scuole Chief Leschi, avrebbero effettivamente strappato la tribù alla povertà. Ma gli effetti degli assegni di risarcimento da ventimila dollari sui singoli membri della tribù… era questo che aveva completamente sottovalutato.

«Bobby ha usato la sua intelligenza e il suo ruolo nella tribù per venderci al miglior offerente» dichiarò suo fratello Joseph “Jo-Jo” McCloud ai giornalisti sui gradini del Tacoma Sheraton immediatamente dopo la cerimonia della firma (“Tribù baratta terreni con un futuro”, Seattle Post-Intelligencer, 24 marzo 1990). «Se i nostri genitori fossero vivi si sarebbero messi a piangere».

Dal maggio del 1990 all’inizio del 1991, gli indiani Puyallup avevano vissuto quelli che un anonimo membro della tribù aveva definito «otto mesi di sogno americano». Dopo aver incassato un solo assegno che valeva più di tutto il denaro guadagnato in due anni, avevano comprato auto (Firebird, Camaro Z28, BMW di quarta mano, una flotta di pick-up), vacanze (Disneyland, SeaWorld, Las Vegas), articoli di prima necessità (pannolini, benzina, cibo, stufe, pneumatici, vestiti) e non (appartamenti, televisori, ritratti di famiglia, cene al ristorante, droghe).

Nel giugno del 1991, un anno e mezzo dopo che gli assegni erano stati incassati, si calcolò che il settantacinque per cento di coloro che li avevano ricevuti avevano già speso tutti i soldi.

Be’, cazzo, davvero incredibile.

«È comprensibile» disse Amina, piegando a metà il foglio.

Nessuno ha detto che non è comprensibile.

«Non bisogna credere a tutte quelle storie romantiche su chi non ha soldi. Non ci si rende conto di cosa vuol dire. Quando si ha fame e si hanno le tasche vuote, si sta davvero male» disse il membro della tribù Gladys Johns (“Un anno dopo: la tribù Puyallup guarda al passato”, The Seattle Times, 23 marzo 1991). «Ma quando hai dei soldi e ti spariscono è peggio».

Le vacanze erano diventate una serie di fotografie. Le case inghiottivano mutui e sputavano fuori inquilini. Le auto venivano pignorate così regolarmente che uscire da un bar e scoprire che ti avevano “rubato il cavallo” era più scomodo che imbarazzante.

«Bobby si sentiva morire» disse l’amica d’infanzia e membro della tribù Sherilee Bean al magazine del New York Times (“Comprare la coscienza americana”, 12 ottobre 1992). «Tutti ci sentivamo morire, ma soprattutto Bobby. È stata durissima quando i soldi sono finiti. Anche quelli che li avevano spesi saggiamente, o li avevano investiti, hanno dovuto assistere al crollo dei nostri fratelli e delle nostre sorelle».

Nel gennaio del 1992, suo zio Ronnie McCloud fu trovato in una camera d’albergo di Las Vegas, morto, dopo dieci giorni di eccessi alcolici. In marzo il cugino Michael John restò paralizzato dal collo in giù in seguito a un incidente con il pick-up. Un paio di mesi più tardi suo fratello Jo-Jo McCloud buttò giù due flaconi di aspirine e il 15 maggio 1992, dopo tre giorni di coma, morì.

«Aminaminamina!» gracchiò Thomas nella segreteria telefonica. «Svegliati, testa matta! Inizia la giornata! Sorgi e splendi! Raccontaci tutto! La testa di tua madre si sta già gonfiando come un pallone e non siamo ancora riusciti a…»

«Ma perché non ci racconti mai niente, koche?» Kamala aveva un tono amaramente compiaciuto. «Bala dice che Dimple le ha detto che su tutte le prime pagine c’è una tua fotografia e che la vogliono tutti, e adesso quella Regina di Saba mi chiama e racconta tutto a Sanji e Raj e a Dio-solo-sa-chi come se fosse stata sua figlia a…»

«E ci ha anche detto che è sul magazine del New York Times!» intervenne Thomas. «Devi mandarcene una copia!»

Ci fu una breve pausa in cui i genitori di Amina, sfiancati, riempirono l’etere di ansiti entusiastici. Poi riattaccarono, prima Thomas, poi Kamala, e soltanto dopo aver ricordato ad Amina di spedire la foto e per favore di mettersi l’olio di cocco nei capelli almeno una volta la settimana per renderli più neri.

Nel tardo pomeriggio del 26 agosto 1992, Bobby McCloud entrò con l’auto nel parcheggio sul retro dello Still Life Café e risalì a piedi Fremont Avenue fino al Sally’s Party Supply. Lì comprò un costume con l’etichetta “Indiano cherokee” per bambini dai quattordici anni in su. Sette minuti più tardi, dopo essersi infilato la maglietta e i pantaloni a frange di plastica gialla nel bagno dei dipendenti, uscì dal negozio.

Il primo dei molti assegni che sarebbero arrivati nel corso dell’anno ammontava a una cifra superiore a quello che Amina guadagnava in tre mesi. Era sicuramente di più di quello che avrebbe preso in settembre e ottobre, visto che aveva praticamente smesso di lavorare. Appoggiò l’assegno sul bancone della cucina e osservò una lama di luce posarvisi sopra, quasi aspettandosi che si trasformasse in cenere, e accendendosi una sigaretta quando non accadde.

Denaro insanguinato per denaro insanguinato, eh?

«Vaffanculo».

Ora cercava sempre di tenere una sigaretta accesa. Il pensiero che se si fosse addormentata avrebbe potuto dare fuoco all’appartamento la manteneva in uno stato di panico strisciante e le permetteva di stare sveglia. Il sonno andava evitato, se possibile. Aveva iniziato a fare sogni ovvi, e la loro ovvietà la mandava su tutte le furie. Bobby McCloud che si tracciava sul corpo pitture di guerra con secchi di tempera. Bobby McCloud che le leggeva forte la voce “Guerra ispanoamericana” dall’edizione del 1979 dell’Enciclopedia Britannica. Bobby McCloud in piedi sui rami più alti di un pioppo nero, che le mostrava l’apertura alare di un uomo adulto.

I manifestanti furono i primi a utilizzare la foto al di fuori della stampa. Marciarono sull’Aurora Bridge, indossando ciascuno una penna sola, armati di cartelli che proclamavano: IL NOSTRO DIRITTO DI NASCITA È VIVERE.

Poi arrivarono le contromanifestazioni (“I peccati dei nostri padri, di nuovo”, The Wall Street Journal, 19 settembre 1992).

E arrivarono le autoflagellazioni dei liberal (“Patriottismo problematico”, The New York Times, 10 ottobre 1992).

Che fare? Che fare, in una città che era stata strappata alla tribù Duwamish, in cui il liberalismo veniva portato in palmo di mano ma in cui la gran parte della popolazione nera viveva al margine della sussistenza, in cui si diceva che l’università fosse stata costruita su un cimitero tribale? Mentre il dibattito sul significato della morte di Bobby McCloud acquistava intensità, la sua immagine balzò fuori dalla fotografia e finì sullo schermo, comparendo come una macchia di Rorschach su tutto, dalle magliette alle tazze alle spillette. PER NON DIMENTICARE, dicevano quegli oggetti, TU PUOI SCEGLIERE e POVERI SÌ MA NON ALCOLIZZATI (questa era stata ideata dagli Studenti per la Disinformazione Deliberata, un gruppo i cui «messaggi volutamente confusi» avevano la missione di «smascherare l’inaffidabilità dei media»).

Per un attimo Amina si era interrogata sull’ironia di ricevere quel messaggio con in mano la birra del mattino prima di staccare il televisore e piazzarlo davanti a casa, in modo che qualcuno se lo portasse via. Ne aveva avuto abbastanza. Adesso basta.

E sarebbe anche finita lì, se non fosse stato per l’articolo scritto dalla zia di Bobby McCloud, Susan, docente di letteratura comparata all’università di Berkeley in California. Fu pubblicato tre settimane dopo in bella vista sul Seattle Times: «Il fatto che abbiamo perfino quest’immagine la dice lunga sulla nostra capacità di dissociarci dal dolore delle persone che ci circondano. Ci vuole una certa mancanza di sentimenti, una freddezza interiore, per scattare una foto del genere. Il fatto che sia stata scattata da un fotografo che doveva realizzare un servizio su un convegno della Microsoft è una metafora perfetta, anche se spaventosamente triste, sulla rapidità con cui barattiamo la nostra umanità con il tornaconto economico».

«Mi dispiace, ma questa dovrebbe essere un’argomentazione intellettuale?» sbottò furiosa Dimple, alzando le tapparelle con gran fracasso. «Dare la colpa al fotografo, cazzo? Non riesco nemmeno a…»

Amina osservò la cugina attraversare in un lampo la stanza per aprire l’altra finestra, i capelli raccolti in uno chignon tirato, avvolta in un vestito nero drappeggiato e aderente che la faceva sembrare un pipistrello vampiro.

«Insomma, è un discorso del cazzo, e questo lo sai anche tu, no? Una stampa libera dipende dalla capacità dei fotoreporter di offrire una cronaca imparziale di quello che sta succedendo là fuori».

E ovviamente si mette subito a parlare di censura.

«E poi cosa ci suggerirà la professoressa Genio?» Afferrò il posacenere sulla mensola della finestra e lo svuotò nel bidone dell’immondizia, sollevando una nuvoletta grigia. «Di mettere in prima pagina foto di cuccioli e gattini in modo da non urtare i sentimenti di nessuno?»

Cristo. Non è cambiata nemmeno un po’, eh?

«Non proprio». La voce di Amina era un sussurro roco.

Dimple arricciò il naso davanti al mucchio di vestiti accanto al letto. «Cioè, okay, è una foto scioccante, va bene? Sì. Questo lo capisco. Ma non è stata scattata per questo. E non è stata una cosa organizzata, cazzo! La sola idea che tu sia senza cuore o che gongoli per quello che è successo è così…» Prese il bicchiere mezzo vuoto sul comodino e lo annusò. Poi fece una smorfia. «Aspetta un momento».

Amina si strinse nelle spalle. «I nostri padri bevono sempre whisky».

«Esattamente». Dimple scoppiò in una risata imbarazzata. «E allora, hai intenzione di prendere la tipica abitudine suriani di alcolizzarti fino a diventare una strega di mezza età?»

Odia sempre la sua razza, eh?

«Più o meno».

«Cosa?»

«Niente».

«No, cos’hai detto?»

«Non stavo parlando con te».

Gli occhi della cugina si illuminarono di un lampo di rabbia e preoccupazione, e per un minuto Amina provò una bruciante vergogna al pensiero di essere la causa di quei sentimenti. Chiuse gli occhi. Non aveva bisogno di guardarsi intorno per vedere la stanza come la vedeva Dimple, coperta da un unico graffito formato da vestiti, bottiglie, posacenere, piatti di cibo non mangiato disseminati sul cassettone.

«Ami, ma che cazzo dici? Cosa ti prende?»

Secondo te?

Amina scosse la testa, la fitta del senso di colpa tra le costole si era trasformata con sorprendente rapidità in disprezzo. In fondo, essere Dimple era semplice. Discutere di cos’era e non era appropriato, venderlo comunque, vivere di quello che guadagnavi senza pensarci due volte. Restare a galla sulla corrente dell’arroganza in modo da non doverti mai trovare davanti la melma del fondale.

«La foto l’ho scattata io» disse Amina.

«E allora?»

Non dirlo.

«Sapevo quello che stavo facendo».

«Perché sei una fotografa. Perché è il tuo lavoro».

«Perché lo volevo. Ecco perché ho regolato le impostazioni prima ancora che succedesse tutto».

«Amina, non hai spinto Bobby McCloud a uccidersi».

«Sapevo sarebbe stata una bella foto» spiegò lei. «Ho pensato che quell’uomo che cadeva mi avrebbe permesso di scattare una buona foto, che sarebbe stata bellissima, come se fosse quella la cosa più importante». Scoppiò a ridere per coprire il tremito alla bocca. «Te l’immagini? Come un uccello per il National Geographic, un animale del cazzo, un…»

«Ami, smettila».

«Perché avevo bisogno di vedere. Dopo tutti questi anni, avevo bisogno di vedere cosa vuol dire cadere da quell’altezza!»

«No».

«E ti ho detto che dopo non ho guardato? Non ho nemmeno guardato! Ho sentito il rumore dell’impatto e me ne sono andata perché avevo già quello che mi serviva».

«Smettila!» Dimple la afferrò per un braccio. «Basta! Smettila con queste stronzate e ascoltami! Non sei stata tu. Era una fotografia stupenda. È stato un momento orribile. Entrambe le cose insieme».

Amina scoppiò a piangere.

«Entrambe le cose, Ami». Dimple le piantò le unghie nel polso. «E con questo devi conviverci. Okay?»

Amina la respinse. «Lasciami in pace».

«Lei è la fotografa?»

«Chi parla?» Così non andava bene. La donna al telefono si era già presentata due volte e aveva già detto il nome della testata per cui lavorava. Il Times? Il Chronicle? Perché aveva il telefono in mano? Amina fissò la cornetta. I forellini neri sembravano semini di papavero. Tubavano.

«Come?» domandò ai semini.

Attenta, bella.

«Stai attento tu».

«Prego?»

«Salve».

«Parlo con Amina Eapen?»

Amina riavvicinò l’apparecchio alla testa. «Esatto».

«Cos’ha da dire a chi l’accusa di avere scattato una foto che manca di umanità?»

Oh, per l’amor del cielo… tutto manca di umanità! L’UMANITÀ manca di umanità, cazzo!

Amina ci rifletté un poco. Sull’umanità, ma anche sull’hubris, quella strana parola che le faceva venire in mente un compost fatto di anime umane.

«Però gli assegni continuano ad arrivare» disse.

«Gli assegni?» domandò la donna al telefono.

«E io continuo a incassarli!» esclamò Amina, in tono sorpreso. «Immagino che voglia dire qualcosa».

«Sta parlando dei diritti di ristampa dell’immagine che ha scattato a Bobby McCloud?» In sottofondo Amina udì il ticchettio di una tastiera. Robot. I computer stavano trasformando gli uomini in robot. La lingua era collegata alle dita e le dita alla tastiera. «Si sente compromessa per via del denaro che guadagna con la foto?»

SÌ.

Amina si guardò intorno. Trovò un bicchiere d’acqua e ne buttò giù metà. «Sapevo quello che stavo facendo».

«Signorina Eapen?»

«Sapevo che sarebbe saltato».

«Cosa intende dire?»

Cosa intendeva dire? Vide il parcheggio della scuola, gli ultimi raggi del sole pomeridiano, Akhil che si dirigeva verso la station-wagon, le spalle ingobbite sotto il giubbotto di pelle. Le parole si formarono a casaccio nella sua testa e poi le rotolarono fuori dalla bocca come sassolini. «Il portachiavi».

«Prego?»

«Ero l’unica che sapeva. Che sapeva davvero. Sono l’unica che avrebbe potuto fermarlo. Immagino di… di essermi addormentata al volante, sa?» Pessima scelta di parole. Quel rumore spaventoso, quella risata, arrivava da un punto tra la sua gola e il suo cuore, un punto che se fosse stato premuto le avrebbe causato una paralisi immediata e irreparabile.

Riattacca, Ami.

«Aveva avuto a che fare con Bobby McCloud prima del suo suicidio, mercoledì?» le domandò la donna al telefono. «Lo conosceva già?»

«Ma devi per forza credere a tutto quello che dice? Ben Kingsley, per l’amor di Dio».

«Prego?»

Riattacca SUBITO.

«Ben Kingsley, cazzo» borbottò, con le spalle che le tremavano.

«Signorina Eapen, aveva mai incontrato Bobby McCloud prima della sua morte, avvenuta il 26 agosto?»

Amina scoppiò in una risata lunghissima. Doveva riattaccare, e lo fece, ma non prima di avere sussurrato: «Lo conoscevo da sempre».