2.
La mattina dopo, i colpi non la smettevano.
«Ci sei? Ami? Ci sei?» Ingrassato dalla lente dello spioncino, il naso di Sanji era diventato una specie di isola, frastagliata e maculata come quelle formatesi nel Pacifico meridionale negli ultimi millenni. I suoi occhi, al confronto, erano stelle dure e lontane. Girò la testa, batté rapidamente le palpebre nello spioncino e suonò di nuovo il campanello.
«Chi è?» domandò Amina per prendere tempo.
«Non starai fingendo che non sei lì a guardarmi da almeno mezzo minuto, eh?»
Amina aprì la porta. «Ciao, zia Sanji».
Due braccia fresche e flaccide la strinsero forte intorno alla vita: sembrava più una manovra di Heimlich che un saluto. Sanji guardò bene Amina nell’ingresso vuoto. «Allora? Dove sono i tuoi?»
«Usciti a fare qualche commissione».
«Davvero? Dove?»
«Esattamente non lo so. Non me l’hanno detto».
Sanji le tirò forte un orecchio. «Bugiarda!»
«Ahi!»
«Sono all’ospedale! Bala mi ha chiamato mezz’ora fa per dirmi che Chacko l’aveva chiamata e che i tuoi sono andati là per delle ecografie! Avete intenzione di dirci qualcosa oppure no? Perché se non avete intenzione vorremmo saperlo subito, così almeno la facciamo finita!» Respirando affannosamente, Sanji si tamponò il labbro superiore con la chuni.
«La facciamo finita?» ripeté scettica Amina, ma sua zia non smise di lanciarle occhiatacce. Allora cambiò tattica. «Come faceva zio Chacko a sapere che era un’ecografia?»
«Prego?»
Amina sollevò un sopracciglio.
«Be’, ovviamente s’è informato!» esclamò Sanji incredula. «Credi che sia un problema per lui? È passato un mese dall’ultima volta che vi abbiamo sentito e adesso te ne vieni fuori con tutte queste sciocchezze sulla riservatezza tra paziente e medico? Davvero?»
Amina non ne aveva la minima intenzione. Avrebbe voluto soltanto chiudere la porta e tornare di sopra, per cercare di capire di che cosa avrebbe avuto bisogno per il matrimonio dei Lucero, per quel fine settimana, oppure per non pensare a niente.
«Non restare lì con quell’aria patetica» le ordinò Sanji. «Preparami un tè».
Tornarono in cucina. Amina le indicò uno sgabello e Sanji lo prese, sollevandosi e poi accomodandosi come un piccione in una bocca di ventilazione.
«Va bene. Tè normale?» domandò Amina.
«Il deteinato va bene solo per i bambini e gli americani».
L’armadietto era pieno da scoppiare, scatole su scatole di Typhoo, Red Label, darjeeling e assam. Amina riuscì a estrarne una. «Un po’ di dolce?»
«No grazie».
«Mamma ha preparato il crème caramel».
A quella notizia Sanji inspirò sospettosa. «Solo un poco, grazie».
Amina trovò il contenitore giusto, mise parecchie cucchiaiate di dolce in un piatto e lo porse alla zia, che la guardò con una smorfia.
«Ami, sei troppo magra».
«Davvero?» Amina si guardò sorpresa. «Che strano».
«Che strano?» sbuffò Sanji. «Oddio, che cosa mangerei io con quella tua pancia piatta! Pasticcini! Paesi interi!»
Amina si voltò verso il fornello, sistemò il bollitore e guardò Sanji mangiare la crème caramel riflessa sulla superficie del forno a microonde. Era bello averla in casa, la sua rabbia solida e rumorosa era un sollievo dopo tutte quelle follie tortuose. Latte, zucchero, una ciotola di frutta secca mista, due cucchiai, due tazze di tè. Un minuto dopo, Amina posò tutto sul bancone che le separava e si sedette, sentendosi subito molto agitata, come se nel sedere avesse avuto un pulsante da premere in caso di emergenza. Guardò il latte intorbidire il tè e mescolò il più lentamente possibile.
«Ami?»
Alzò lo sguardo, sorpresa nel constatare che il viso di sua zia mostrava altrettanto nervosismo.
«Stai bene, tesoro?»
«È solo che non so da dove cominciare».
«Forse dall’inizio?»
Nel muro dietro la testa di Sanji c’era una crepa. Amina la guardò e disse: «Papà ha un tumore al cervello. Da qualche settimana sta facendo la radioterapia e adesso è andato a farsi un’ecografia per vedere se ha funzionato. Non può lavorare perché vede delle cose che non esistono».
Il viso di Sanji non si mosse. E nemmeno il resto.
«Un tumore al cervello?» ripeté.
Amina annuì.
Sanji si piazzò una mano sulla bocca ma non riuscì a trattenere un’esclamazione, che solcò l’aria come una pugnalata, facendo passare ad Amina la voglia di respirare, per paura che la reazione della zia la contagiasse.
«È un glioma» continuò dopo un istante, un po’ per fare chiarezza e un po’ per interrompere il silenzio sconvolto della zia. Non poteva limitarsi a dirle qualcosa? Offrirle un minimo di rassicurazione? Trascorsero parecchi secondi, ciascuno più spaventoso del precedente.
«Ce ne stiamo occupando» aggiunse disperata e finalmente la zia reagì.
«Oh, tesoro! Oh, no!» Sanji si allungò sul bancone verso di lei e fu ostacolata per due volte dai propri seni prima di saltare giù dallo sgabello e fare il giro. La strinse in un abbraccio rapido e brutale, avvolgendola in una nuvola di profumo con una venatura di sudore. Accarezzò la schiena di Amina quasi con violenza. «Povera bambina! Oddio, e io che sono venuta qui a sgridarti!» Si staccò da lei e le accarezzò il viso con la grossa mano. «Stai bene? Ma certo che no, tutta sola ad affrontare questa cosa! Oh, ma perché non ti ho dato retta? Era ovvio che non poteva essere una cosa semplice! Anche Chacko mi ha detto che doveva essere grave ma Raj ha detto che no, sicuramente Thomas ce l’avrebbe detto, e poi Bala ha detto che una delle sue sorelle le ha raccontato soltanto il mese scorso che cinque anni fa le hanno trovato un nodulo al seno… te l’immagini? Ma in fondo, uno che cosa spera di cavare da una sorella che vive lontano, in una situazione del genere? Non è come avere la famiglia nella stessa città, no? Allora sì che potremmo prenderci cura gli uni degli altri». E guardò Amina con aria implorante.
«Non volevamo far preoccupare nessuno».
La zia annuì prima che lei finisse la frase. «Ma sì, certo, naturalmente. E mamma? Come sta?»
«È difficile dirlo».
«Ah» disse Sanji stringendo il gomito di Amina. «Dev’essere uno shock terribile».
«Non lo so. Cioè, una parte di me pensa che dev’essere così, ma dopo il primo giorno mamma non ne ha più parlato. Penso che creda che guarirà».
Gli occhi di Sanji si riempirono di preoccupazione. «È così grave?»
«È quello che dice il dottor George».
«Anyan George? Quel giovanotto?»
«Sì» disse Amina, senza capire se si trattasse di un’accusa. «E il radiologo».
«Santo cielo» sussurrò ancora una volta Sanji, scuotendo la testa. «E tu, tesoro? Come stai?» Amina si strinse nelle spalle e Sanji le strizzò le braccia come se fossero fatte di pasta. «Diamine! Ma cosa sto dicendo? Ma certo che non stai bene! Questa storia orribile e nessuno che ti aiuti a sopportarne il peso! E adesso tua madre è impazzita e cucina francese!»
«Non ti preoccupare» disse Amina in tono avvilito, e Sanji la strinse più forte.
«Ma non capisco perché non ci hai chiamato. Non volevi disturbare? Dev’essere stato terribile, tutti quegli esami e quelle attese senza nessuno che ti aiutasse! Noi ti avremmo dato una mano!»
«Papà non ne aveva voglia e io…» Amina scosse la testa, a un tratto claustrofobica. Si allontanò da Sanji e fece un respiro profondo. «Comunque, non potete fare molto».
Sanji si prese il naso tra le dita e assunse un’aria perplessa. «E dici che vede delle cose?»
«Sì».
«Quali cose?»
«Be’, insomma» disse Amina, a disagio. «Allucinazioni».
«Conigli?»
«Come? No, persone. La sua famiglia in India».
Sanji spalancò la bocca. «Quelli che sono morti nell’incendio?»
«Sì. Ma non solo loro. Pare che in ospedale sia successo un episodio che in parte è il motivo per cui ora non sta lavorando». Amina tacque, avrebbe voluto raccontare a Sanji dei suoi ritrovamenti della sera prima ma al tempo stesso voleva proteggere il ruolo di suo padre all’interno della famiglia. E se Raj e Chacko avessero perso il rispetto per lui? E se Bala non fosse riuscita a tenere la bocca chiusa?
Sanji guardò l’orologio. «Quindi staranno là tutta la mattina?»
«Sì».
«Bene». Si guardò intorno e, come se stesse cancellando una voce da un elenco di cose da fare, inghiottì una bella cucchiaiata di crème caramel. «Allora vado là a fargli compagnia».
«Aspetta, adesso?»
«Ma certo!»
«Ma… be’… cioè, loro non sanno che tu lo sai. Non sono sicura che vogliano che qualcuno…»
«Pazienza! Io ci vado. E quando lo sapranno, verranno anche gli altri. Adesso basta. Se vi nascondete per un altro mese finirete per impazzire, no? E allora che cosa succederà?»
«Ma, zia Sanji…»
«Niente ma! Pensi davvero che ci rimarrebbero male? Ridicolo!»
«Penso solo che…»
«Non pensare! Amina Eapen, adesso stammi a sentire, okay? Qui siamo tutto quello che abbiamo. Mi capisci? Non abbiamo altro. E possiamo parlare dei vecchi tempi, della Campa-Cola, e di come sarebbe bello se potessimo tornare, ma nessuno di noi ha voglia di farlo. Tornare dove? Da chi? Le nostre famiglie non riescono a sopportarci per più di qualche giorno! No, siamo già a casa, che ci piaccia o no, ed è così che…» Sanji, furiosa, cercò di reprimere un singhiozzo. «I tuoi genitori» ricominciò, con la voce che le tremava «ci hanno accolto, no? Me e Raj, milioni di anni fa. Non gliene importava un cavolo di chi eravamo o da dove venivamo, ci hanno invitato per un tè e samosa e voilà! Siamo diventati subito parte della famiglia. Legame immediato! E continueremo così, no?» Si girò di scatto e puntò verso la porta, mentre Amina la seguiva. «Ci vado e dopo ti chiamo. Parlerò con Raj, Chacko e Bala, non preoccuparti, le dirò di tenere la bocca chiusa per il bene di tutte le persone coinvolte. L’hai detto a Dimple?»
«Non ancora, ma lo farò».
«Fallo oggi, okay? Deve saperlo. Non è bello tagliare fuori tutti in questo modo».
Erano arrivate alla porta e Sanji la spalancò socchiudendo gli occhi per la piatta luce di mezzogiorno. Si girò verso Amina e la strinse in un ultimo abbraccio prima di scendere le scale e salire nell’auto che aveva abbandonato in mezzo al vialetto.
Tornata nella sua camera, Amina guardò fuori dalla finestra l’orto sottostante, dolorosamente consapevole del silenzio che era calato sulla casa. Negli ultimi tempi, con Thomas che non lavorava e Kamala che si esercitava nella produzione di pasta sfoglia, c’era sempre qualcuno che gironzolava al piano di sotto dandole la sensazione che, anche se non erano perfettamente sincronizzati, erano comunque una squadra, una piccola unità coesa. Ora, con Sanji diretta all’ospedale, Amina restò sola con il disagio di avere coinvolto altre persone. Non che dubitasse del loro amore o delle loro intenzioni, ma il peso di quell’amore non sarebbe stato leggero da sopportare. Come avrebbero gestito le preoccupazioni degli altri, insieme alle proprie? Thomas non sopportava bene la sollecitudine altrui. Il suo gesto non l’avrebbe reso felice.
Le mancava non poter rendere felice suo padre. Quella consapevolezza la colpì nella sua interezza, come un uovo lasciato cadere in una mano aperta, e la rigirò, sorpresa e imbarazzata dalla familiarità che provava. Per anni, aveva dato per scontato di essere la persona più vicina a suo padre, ma ora, con i suoi all’ospedale e lei che si nascondeva in casa, dovette ammettere che non era più vero. Erano passate settimane da quando Thomas l’aveva invitata a uscire sotto il portico, e molto di più da quando l’aveva visto rilassato in sua compagnia. Sapeva che lui non era abbastanza meschino da darle la colpa della sua diagnosi, ma sapeva anche che in qualche modo costringerlo ad andare dal medico aveva guastato la sua immagine, l’aveva esclusa dalla sua fiducia. Rifletté sul giorno precedente, sulla sua aria imbronciata sotto il portico, sul modo in cui lei continuava a martellarlo di domande, come se la cosa potesse funzionare. E poi era stata Kamala, nientemeno, a fare la cosa giusta.
Il telefono squillò, facendola trasalire. Prima di rispondere lo fissò un istante.
«Dobbiamo parlare». Era Dimple, con voce non affannata ma ansimante, come se fosse appena andata a fare jogging per la prima volta in trent’anni.
«Ehi. Bene. Sì».
«Bene?»
«No, non bene. Cioè, bene che tu abbia chiamato. Ti avrei chiamato io. Dobbiamo parlare».
«Lo so». Dimple esitò. «Aspetta. Lo sai?»
Si sentì un bip. «Merda, puoi rimanere in attesa, Dimple? Probabilmente sono i miei».
«No, aspetta…»
«Un secondo». Amina prese la linea. «Pronto?»
«STRONZA BUGIARDA!»
Il cuore di Amina smise di battere. «Jane?»
«Cazzo, mi stai prendendo per il culo?»
La mente di Amina iniziò a correre, il sangue le pulsò veloce nelle vene, dandole la nausea. «Non ti piacciono le fotografie della quinceañera?»
«Non fare la finta tonta con me, tesoro. Non fai giustizia a nessuna delle due».
«Jane, aspetta, attendi in linea, okay?» Amina inghiottì parole intere cercando di non dare a vedere che era terrorizzata. «Non sono sicura di cosa… ma… posso… devo prendere una chiamata».
«Cazzo, non OSARE…»
Ci fu un clic e il silenzio diventò una gradita trincea.
«Ami?» domandò Dimple. «Sei tu?»
«Cristo santo».
«Cosa?»
«È Jane. È incazzata nera. Ti devo richiamare».
«NO! Devo parlarti prima io».
«Come?»
«Dobbiamo parlare».
«Più tardi, Dimple, quella è…» Jane riattaccò e il rumore della linea libera fu come un lampo nella nebbia della confusione di Amina. «Aspetta. Perché Jane ce l’aveva con me?»
«Be’, prima di tutto Jane si deve calmare e capire che…»
«PERCHÉ JANE CE L’AVEVA CON ME?»
«Perché pensa che la mostra sarà un danno per il vostro lavoro. Okay. Allora». Dimple fece una pausa. «Ho preso l’iniziativa e ho fatto stampare e incorniciare dieci tue foto. Voglio esporle insieme a quelle di Charles White».
«Che cosa?»
«Occasionale accidentale, la tragedia quotidiana».
Il panico che travolse Amina fu rapido e inatteso, come mettere un piede in una pozzanghera e finire travolti dalla marea. Le tremavano le gambe. Si guardò le ginocchia e poi la mano, che stava stringendo spasmodicamente una delle colonne del letto.
«Occasionale barra accidentale due punti, documentare la tragedia quotidiana» spiegò Dimple.
Amina strinse la colonna ancora più forte. «Tu…?»
«Un momento. Per favore, non farti prendere dal panico. Sarà una cosa straordinaria».
«Non puoi».
«Certo che posso».
«No, non puoi. Mi ammazzerà. Lo so».
«No, non lo farà. Non per contratto».
«Cosa?»
«Ho controllato».
Controllato? Gli occhi di Amina vagarono per la stanza. «Dimple, non le ho nemmeno detto che le avevo scattate. Questo distruggerà la sua azienda».
«Ma dai. È questo che ti ha detto?»
«Ha ragione! La gente non vuole vedere incorniciate le proprie cazzate, soprattutto se sono state fotografate da qualcuno che lo fa di lavoro! Ma cosa ti è venuto in mente? Oddio, mi farà causa».
«Non può. Cioè, può, ma non può vincere. Non sono sue le foto».
«Invece sì».
«E invece no. Jane non possiede i diritti se i clienti hanno comprato i negativi. Se i clienti firmano la liberatoria, tu non hai fatto niente di male».
Amina sbatté le palpebre, stupefatta. «Non è possibile che tu ci creda».
«E perché mai?»
«Mi ha assunto, Dimple. Mi ha insegnato tutto».
«Oh, Cristo. Non vorrai recitarmi tutta la sceneggiatura del Colore dei soldi, vero? Perché la storia del discepolo che fotte il maestro è ormai fuori moda. Non ti ha insegnato un cazzo su come scattare quel genere di fotografie. Sono cose tue. L’hai sempre fatto. Jane non vuole che qualcuno veda le tue opere migliori? Benissimo. Sono affari suoi. Ma la cosa non ti riguarda».
«Sono clienti suoi. Non la chiameranno più, se le vedono».
«Non è quello che dice Lesley Beale».
Amina ebbe la sensazione di non pensare da anni a quell’esponente dell’alta società di Seattle. «Ma che diavolo c’entra adesso Lesley?»
«Sono andata nel tuo ufficio per vedere se c’erano altre foto e ho trovato quella busta marrone sulla scrivania. La damigella d’onore nuda sui cappotti insieme a Brock Beale. Cristo santo. Straordinaria. La smorfia sulla faccia di lui. Probabilmente è la mia preferita».
«Oddio!» esclamò Amina sedendosi sul letto. «Cos’hai fatto?»
«Smettila di comportarti come se fosse una brutta cosa, okay? Ho avuto il permesso di esporre le tue opere dai clienti a cui appartengono i negativi».
«Hai mostrato quella foto a Lesley?» La gola le bruciava e aveva voglia di vomitare.
«Sì, certo. Ho dovuto. A proposito, le è piaciuta da pazzi. Insomma, stai scherzando? Potrei parlare per ore della sua laurea in storia dell’arte e di “autenticità della visione” e “integrità dell’istante” – e infatti così abbiamo fatto, e potrei anche essere d’accordo, se essere d’accordo con quella donna non mi facesse venire voglia di piantarmi un paletto nel cuore – ma una cosa è certa: quella foto è quanto di meglio poteva succederle per rivendicare il patrimonio dei Beale e lei lo sa benissimo. Vuole che sia esposta. Vuole che organizziamo la mostra in modo che non si capisca che è una vendetta. Perché credi che ci stia aiutando?»
«Ha chiesto il divorzio?»
«Ah, già, questa ti mancava. Sì, ne parlano tutti. Pare proprio che quello stronzo si stesse scopando mezza…»
«Sta aiutando te?»
«Noi, Amina, sta aiutando noi. Sta chiamando personalmente tutti i clienti, invocando il valore dell’arte, l’importanza dell’onestà, l’esclusività di essere inclusi, bla-bla-bla. Onestamente, chi cazzo se ne frega di quello che dice? Funziona. Finora ho ricevuto sei liberatorie su dieci. Dobbiamo soltanto…»
«No. Basta. Non ho intenzione di fare niente».
«Per via di Jane?»
«Sì, per via di Jane!»
«Allora lasciala fuori. Che cosa mai potrà farti?»
«Non ho intenzione di farmi licenziare!»
«Amina» disse Dimple, con un sospiro. «Ti ha già licenziato».
«Non è vero». Mentre lo diceva capì che probabilmente era proprio così. Dimple era prepotente, ma non era una bugiarda, e soprattutto, le pareva inevitabile. Non aveva sempre saputo che prima o poi Jane l’avrebbe scoperto e l’avrebbe licenziata? Non era esattamente quello che aveva temuto ogni volta che si faceva stampare una foto?
«L’ha detto agli altri dipendenti» disse Dimple. «Pare proprio che stamattina laggiù sia scoppiato un bel casino. Sta cercando di capire chi altri sapeva».
Amina si ingobbì, cercando di sopportare l’urto dell’ondata di senso di colpa che l’aveva travolta. Jane aveva capito che c’entrava Jose, aveva trovato le prove che lui le stampava le foto? «Ha licenziato qualcun altro?»
«Non ne ho idea».
Le faceva male la mano. Lasciò andare la colonna e aprì lentamente le dita. «Mi odierà».
«Forse. O forse no, una volta che si sarà calmata. Ecco perché ti dico di lasciarla fuori. A, perché sei già stata licenziata, e B, perché non sai se questo danneggerà realmente la sua azienda. E non lo sa nemmeno lei. È solo un’ipotesi. Cioè, diciamo che inauguriamo questa mostra e a lei non succede assolutamente niente di male. Ti sentiresti ancora una merda?»
«Il punto non è questo».
«Benissimo. Allora perché le hai tenute?»
«Che cosa?»
«Le stampe. Perché prenderti il disturbo?»
«Io… non lo so».
«Davvero? Non lo sai? Non sai che le ammucchiavi dentro l’armadio – il tuo armadio, poi, l’incarnazione delle peggiori metafore – perché segretamente ti auguravi che qualcuno le vedesse? Io questo lo so. Anzi, mi sembra piuttosto ovvio. E perché non avresti dovuto? Sono favolose, cazzo. Sono le tue opere migliori. Insomma, stammi a sentire, puoi anche dire che non è vero, e che le tenevi soltanto per poterle guardare e che vuoi che le cose tornino com’erano prima, a quando fingevi che la tua vita non fosse uno schifo perché avevi venduto la tua ambizione in cambio della tardiva crisi morale americana, e la sai una cosa? Se vuoi le restituisco. Davvero. Le restituisco e in futuro dovrai perdonarmi, perché per quanto possa essere completamente fuori di testa non ho la minima intenzione di farmi odiare da te per questo. Okay? Ma tu devi dirmi che è veramente quello che vuoi, e non una pantomima triste che ti piace recitare perché da bambina non ti hanno voluto bene o stronzate del genere».
Amina taceva, distesa sul letto, il telefono accanto alla testa. La voce di sua cugina non riempiva più il suo orecchio, solo lo spazio circostante. In questo modo era molto meno personale; la differenza tra farsi fare una trasfusione ed essere punti da una zanzara. Le permetteva anche di creare la distanza necessaria per ammettere che ogni volta che Dimple diceva “opere migliori” succedeva qualcosa. Era come mangiare o scopare, oppure mettere la cosa giusta al posto giusto. Procurava un piacere primordiale.
«Da chi altri ha avuto il permesso, Lesley?» domandò.
Ci fu una pausa e un fruscio di carte. «Okay, ovviamente i Lorber. La nonna svenuta mi ricorda Biancaneve nella bara. Dara Lynn Rose ha accettato di lasciarci usare quella in cui sembra che voglia ammazzare il marito con la spazzola. E Caitlin McCready ha consentito a darci quella con le sue sorelle che si contendono il bouquet. Voleva anche una copia firmata, tecnica che userò con quelli più incerti. Mmh, vediamo… Oh! Lorraine Spurlock che guarda suo padre con occhi sognanti. È imbarazzante come penso che sia?»
«È il suo patrigno».
«Disgustoso. Ma per noi va benissimo. Lila Ward ha accettato di esporre il bambino che si bagna i pantaloni, gli Abouselman quella del nonno in carrozzella sulla pista da ballo, i Freeden probabilmente decideranno di firmare per quella in cui il padre consegna l’assegno ai tizi del catering, e i Murphy non hanno ancora deciso riguardo a quella del testimone che piscia in un angolo del tendone».
«Fa otto».
«Sì». Dimple sospirò. «La damigella che vomita è di proprietà di Jane. Avevo creduto che ce l’avrebbe concessa. In fondo, la sua azienda ci avrebbe fatto una figura migliore, se ci fosse stata anche lei».
«Immagino come sia andata a finire».
«Già».
«E l’altra?»
«Bobby McCloud».
«No».
«Sì. È il punto di riferimento. Il catalizzatore. Dà un senso a tutto ciò che viene dopo».
«Ma non è una foto di matrimoni».
«No, è una foto scattata a bordo di una barca durante una festa della Microsoft. Funziona, fidati. Io la farò funzionare». Dimple chiuse quello che sembrava il cassetto di uno schedario. «Senti, dovremo riraccontare quella storia, okay? Hai capito? Così avrai la possibilità di dire com’è andata davvero».
Aveva nuovamente cambiato tono, impartendo alla sua voce la sfumatura autoritaria che le serviva moltissimo nella comunità dei galleristi, coloro a cui viene affidato l’arbitrio del significato quando l’artista dietro l’opera ha perso il filo della narrazione. Amina sentì qualcosa pulsarle tra gli occhi. Cercò di calmarlo con il pollice.
«Ami? Ci sei?»
«Più o meno».
«Mi dispiace di non averti chiamato questa settimana» disse Dimple dopo un istante. «Ho ricevuto i tuoi messaggi, ma stavano succedendo tutte queste cose e volevo tirare un po’ le somme prima di parlare con te. Dimmi come va. Quand’è che torni a casa?»
Ora le sembrava impossibile fare conversazione su qualsiasi altro argomento. Amina prese un respiro profondo cercando di riacquistare l’equilibrio. Voltò lentamente la testa, con la coda dell’occhio intravide la coppa vinta da suo padre e attese che la notizia trovasse il modo di uscire da sola.