2.
«Grazie di avermi ricevuto» disse Amina entrando nell’ufficio di Jane il giorno successivo. Jane ruotò sulla sedia, impeccabile nel suo completo nero, il caschetto rosso oscillante. Indicò il telefono che teneva accostato all’orecchio e poi la sedia davanti a sé. Amina si sedette.
«Sì, ma era un bar mitzvah. Come avete fatto a non fotografare la hora?» domandò in tono irritato. Amina si concentrò sulla vista mozzafiato del Puget Sound per impedirsi di diventare nervosa. Nell’ufficio di Jane le accadeva spesso, le proporzioni (pareti bianche infinite, finestre panoramiche) la facevano sempre sentire un moscerino sospeso in un barattolo di vetro.
La persona all’altro capo del telefono stava ancora parlando quando Jane riattaccò rumorosamente. Si accigliò e si sistemò bene sulla poltrona. «Non sapevo che dovevamo vederci».
«Ho un’emergenza in famiglia e devo tornare a casa».
«Emergenza?»
«Mio padre non sta bene».
«Mi dispiace molto».
Amina si agitò: qualcosa, nell’inarrestabile efficienza di Jane e nel suo sguardo penetrante, la faceva sentire una bugiarda. «Dovrebbero bastarmi pochi giorni».
Jane si voltò verso il computer, muovendo le labbra mentre leggeva gli impegni della giornata. Poi guardò Amina. «Stai scherzando».
«No, aspetta…»
«Questo è inaccettabile».
«Non è quello che pensi».
«Certo, è tuo padre. Che cos’ha? Un calcolo al rene? Diabete? Cancro ai polmoni?»
«No, ma…»
«Mi hai detto che avresti risolto la faccenda». Iniziò a picchiettare con l’indice sulla scrivania. «Se volevo qualcuno per mandare tutto a puttane, avrei potuto incaricare Peter».
«Partirei lunedì».
«Per non parlare del fatto che ho già ricevuto due messaggi di Lesley Beale in cui esprime la sua preoccupazione sulla tua capacità di gestire il suo evento».
«Lunedì dopo il matrimonio dei Beale».
Jane la guardò, rifacendo freddamente i calcoli.
«Da lunedì a venerdì» aggiunse Amina, asciugandosi i palmi sui pantaloni senza farsi vedere. «Dovrei essere piuttosto libera, ho solo la cena per il cinquantesimo anniversario dei Johnson giovedì sera».
Jane si girò verso il computer e visualizzò la settimana successiva.
Amina tossicchiò. «Due messaggi?»
«Ridicoli entrambi. Me ne sono occupata io. Ma devo sapere che è tutto sotto controllo».
«Infatti» disse Amina con un filo di irritazione nella voce, e Jane parve divertita.
«Per giovedì mi sa che il tuo candidato migliore è Earl. Peter è in vacanza e Wanda ha una festa per un esame di terza media».
«Terza media? Sul serio?»
«Te l’ho detto che è affamata».
La fame, come la lealtà e la disponibilità a lavorare negli orari più strani, era una qualità che Jane apprezzava nei suoi dipendenti. Quando aveva aperto l’azienda, dieci anni prima, lavorava da sola, e si occupava di matrimoni senza farsi pagare il tempo che impiegava, soltanto le fotografie. Era una strategia che le aveva permesso di costruirsi una base di clienti affezionati nel giro di un solo anno. Ora che gli Wiley Studios erano un’azienda con dodici dipendenti, cercava sempre nuove opportunità di crescita. («Se Dio vuole» aveva mormorato una volta ad Amina in un raro momento di debolezza, «scatteremo le foto di ogni evento a cui partecipano più di tre persone da questo lato della città».)
Non che Amina avesse bisogno di mettersi alla prova come aveva fatto Jane nei suoi primi anni. Se non altro, il fatto che le avessero affidato i Beale era chiaramente un segno di fiducia, anche se dover avere a che fare con Lesley Beale poteva sembrare una retrocessione.
«Allora, che location hanno scelto?» domandò Jane, scrivendo un numero telefonico su un post-it.
«Le Highlands».
«Ovviamente. Quante volte ci sei stata?»
«La settimana scorsa, tre».
Jane sollevò un sopracciglio. «Nervosa?»
«No, è solo che…»
«Ma certo che lo sei. Lesley Beale è una stronza dispotica. Ma se la assecondi e diventi per tutti quanti quella giusta a cui rivolgersi, farai un piacere a me». Jane calò le mani sulla scrivania per segnalare la fine della conversazione e Amina si alzò. «Fammi sapere se non riesci a contattare Peter».
Lavorare per Jane Wiley non era stata un’idea di Amina. Era stata Dimple, che l’aveva conosciuta tramite amici comuni, a procurarle il colloquio ai Wiley Studios quando la sua carriera al Seattle Post-Intelligencer era deragliata; era stata Dimple a tirarla giù dal letto e a spingerla nella doccia, cinque anni prima, sostenendo di averle detto di quel colloquio la settimana precedente.
«Chi se ne frega se sono foto di eventi? Devi soltanto ricominciare. Questo completo nero è l’unico che hai?» aveva detto mentre Amina se ne stava piena di odio sotto l’acqua scrosciante, afflitta da un sonoro doposbronza.
Avrebbe ricominciato dai Wiley Studios di Belltown, dov’era arrivata quella mattina con un gran mal di testa e in mano portfolio e curriculum. Dopo un’attesa di dieci minuti, era stata sospinta nel lungo corridoio fino allo spazioso ufficio di Jane, dove al centro di una scrivania d’acciaio aveva visto un quaderno nero a spirale con una lista di cose da fare che superava le cinquanta voci. Il suo nome era il numero quattordici.
Jane le aveva teso una mano pallida. «Vediamo che cos’hai».
Amina le aveva consegnato il portfolio e aveva distolto lo sguardo mentre Jane lo apriva, consapevole, come al solito, che era un po’ come guardare un ago di siringa perforarle il braccio. La testa di Jane oscillava sopra le fotografie.
«E questo che cos’è?»
Amina aveva guardato. Il viso sorridente di un ragazzino così vicino all’obiettivo che i suoi lineamenti erano quasi sfocati. Sullo sfondo, il fratello maggiore fumava una sigaretta seduto su una scala di cemento, con una maglietta dei Knicks.
«L’ho scattata a Brooklyn. Per un articolo sugli adolescenti senzatetto di New York».
«È lì che hai conosciuto Dimple? Alla NYU?»
«Sì. Cioè, no. O meglio, ci siamo conosciute in New Mexico ma abbiamo anche frequentato insieme la NYU».
«E poi tu l’hai seguita qui?»
«È stata lei a seguirmi» aveva precisato Amina, irrigidendosi un poco, e Jane l’aveva guardata per un attimo prima di continuare. La foto successiva raffigurava un’anziana signora con una palla di capelli bianchi, affondata in una sdraio.
«Temperature africane nel Queens» aveva spiegato Amina.
Nella foto dopo, un giovanotto asiatico con una camicia macchiata si stringeva lo stomaco con gli occhi rivolti al cielo.
«Il campione mangiatore di hot dog di Bellingham spodestato».
«Per caso l’ho vista sul P-I?»
«Sì».
La foto successiva era quella di un poliziotto, di una madre e di suo figlio. Il poliziotto e la giovane donna si guardavano, mentre il bambino si stringeva alla madre, le mani sulle ginocchia di lei. Tra gli adulti c’era una certa cupa tensione, ma il bambino sorrideva, felice e inconsapevole, le mani della madre premute sulle orecchie. Portava una maglietta con macchie di gelato al cioccolato.
«E questa?» aveva domandato Jane in tono secco.
«La famiglia del pompiere che è morto l’anno scorso».
«Uno dei quattro di quell’incidente nel magazzino?»
«Sì».
«Be’, adesso ci manca soltanto la foto di uno che si ammazza, e allora sì che ci divertiamo».
Amina era rimasta immobile, il viso le pizzicava per il calore.
«Perché quella non è inclusa?»
«Pensavo che non fosse… adatta. A questo lavoro. Appropriata».
«Hai ragione». Jane aveva posato il portfolio sulla scrivania, chiudendolo. «Ma in fondo nessuna di queste immagini è davvero appropriata. Per questo lavoro, intendo».
«Non le ha viste tutte».
«Non ce n’è bisogno. Non sono quello che sto cercando».
«Ma potrebbe esserci qualcosa…»
Jane aveva alzato la mano. «Hai portato qualche matrimonio?»
Amina aveva scosso la testa.
«Compleanni? Anniversari? Battesimi? Bar mitzvah?»
«No».
«Ma certo che no. Perché non è quello che vuoi fare, vero?» Più che una risposta, sembrava voler sentire quella domanda pronunciata a voce alta; poi aveva rivolto un sorriso freddo ad Amina, che si era agitata sulla sedia. «Tu scatti immagini che la gente guarda ma non vorrebbe vedere. Invece io ho bisogno di qualcuno che sappia scattare buoni ritratti, qualcuno che sappia trovare il momento felice e catturarlo, qualcuno che possa sostituirmi agli eventi». Amina era trasalita quando Jane aveva calato la mano sulla scrivania a mo’ di congedo. «Grazie per essere venuta. E per favore salutami tanto Dimple».
Amina non si era mossa. Sapeva che avrebbe dovuto alzarsi, ringraziare e dirigersi con molta compostezza al bar più vicino, ma non ci era riuscita. Se si fosse messa in moto sarebbe tornata a casa, al letto da cui ormai non si allontanava più di tanto. Avrebbe significato che quella settimana non avrebbe avuto più nulla da fare. E l’ufficio di Jane era meglio. Meglio di qualsiasi altro luogo da molto tempo a quella parte. Aveva guardato gli schedari e il promemoria e il calendario che separava i giorni in unità temporali immacolate, rendendosi conto che più se ne stava seduta più Jane s’irritava.
«Comprendo la sua esitazione» aveva detto finalmente Amina, con voce più morbida del voluto. Poi si era schiarita la gola. «La verità è che io quelle cose le so fare».
Jane si era accigliata. «Non sono certa che tu abbia capito…»
«No, le so fare bene». Le guance le si erano infiammate. «Sono capace. Il New York Post mi ha dato delle ottime referenze e il photo editor del P-I può garantire per me».
«Sta’ a sentire» aveva detto Jane abbassando la voce di un’ottava. «Tua cugina mi ha detto che stavi passando un periodo difficile dopo tutti quei casini e io ho accettato di riceverti, ma non posso assumere la gente soltanto perché è in un periodo…»
«Non mi aspetto che lei mi paghi» era sbottata Amina.
Jane aveva sbattuto le palpebre. «Cosa?»
«Io…» Amina si era leccata le labbra e aveva sentito le parole uscire rapidamente, colpire la lingua e il cervello al tempo stesso. «Almeno finché non capirà che ne sono capace. Finché non glielo avrò dimostrato. Posso scattare delle foto a un matrimonio. O a più matrimoni. Un mese di matrimoni».
Jane aveva increspato le labbra.
«Se mi lascia scattare insieme a uno dei suoi fotografi, vedrà» aveva continuato Amina senza fiato, terrorizzata. «Non gli darò alcun fastidio e le farò vedere il prodotto finito. Se le piacerà qualcuno dei miei scatti, li potrà utilizzare per i suoi clienti. E se non sono quello che sta cercando, non avrà perso niente». Poi si era appoggiata allo schienale della sedia.
«È ridicolo» aveva commentato Jane.
«È gratis».
Jane l’aveva guardata con circospezione.
«Benissimo» aveva detto infine. «Sabato mattina nella chiesa di St Joe su Capitol Hill. Un matrimonio cattolico irlandese bello grosso».
Amina si era alzata lentamente e aveva messo via subito il portfolio prima che Jane potesse cambiare idea.
«Grazie» aveva sussurrato dirigendosi verso la porta.
«Alle dieci in punto» aveva replicato Jane.
Quel fine settimana, quand’era arrivata al matrimonio Murphy-Patrick, Amina aveva visto qualcuno che aveva stentato a riconoscere. I modi bruschi e il completo scuro di Jane erano scomparsi, sostituiti da una donna piena di brio che affibbiava a tutti dei soprannomi strizzando l’occhio come se avesse un tic nervoso.
«Okay, tesorini!» aveva urlato mentre Amina, alle sue spalle, cercava di mettere in fila le damigelle d’onore prima che si disperdessero. «Adesso ne voglio una con Biancaneve, Elvis e i coristi! Forza, in fila, brave, così».
Il giovedì seguente Amina si era ritrovata nell’ufficio di Jane, con i provini distribuiti sul tavolo luminoso nell’angolo. Aveva ascoltato i rumori infinitesimali prodotti da Jane mentre li esaminava: era una donna silenziosa in maniera snervante, se non decideva di comportarsi altrimenti.
«Oh» aveva esclamato alla fine, con una certa sorpresa. «Questa è buona».
«Quale?»
«Quella in cui sistemano i capelli alla sposa prima della cerimonia». Aveva alzato gli occhi. «Buona angolazione».
Poi era passata ai provini successivi. «Niente male. Quasi tutte quelle con le damigelle sono discrete. Però devi tenere d’occhio le ombre, devi sempre fare il possibile perché la sposa sia la più bella di tutte».
«Okay».
Jane si era soffermata un’altra volta sulle foto scattate durante la cerimonia.
«La mamma della sposa che piange funziona sempre» aveva detto. «Penserà di apparire nobile».
Amina aveva intrecciato le mani dietro la schiena in una specie di preghiera al contrario, stupita al pensiero di quanto le importasse. Jane era passata rapidamente ai provini successivi e a quelli dopo ancora. Poi era arrivata ai ritratti fuori dalla chiesa.
«Oh». Pareva delusa. «I ritratti sono strani».
Lo stomaco di Amina si era lievemente contratto. «Che cosa?»
«Sembrano tutti a disagio». Jane aveva spinto verso di lei la lente d’ingrandimento. «Guarda. Vedi che hanno l’aria di volersi tanto trovare altrove? Secondo me sei arrivata troppo tardi, hai scattato quando il sorriso diventa un po’ teso e la luce negli occhi svanisce. Tra uno scatto e l’altro devi parlare per farli restare con te». Amina l’aveva sentita rovistare lì vicino. «Guarda le mie».
I provini che Jane aveva posato sul tavolo luminoso ritraevano i testimoni con gli occhi lucenti, le guance colorite e grandi sorrisi: la versione cattolica irlandese di un coro gospel.
«I coristi» aveva detto Amina.
«Esattamente». Jane aveva ripreso la lente di ingrandimento e l’aveva fatta passare sulle foto. «Gli scatti del ballo sono buoni ma durante il brindisi devi stare più vicina».
«Non volevo intralciare».
«Non preoccuparti. Devi solo essere rapida».
Poi aveva proseguito, con un cenno di approvazione su parecchie fotografie, e cerchiandone altre con una matita rossa. All’ultimo foglio, la sua testa si era fermata di scatto.
«Questa cos’è?» aveva domandato.
Era la foto migliore che Amina avesse fatto quella sera.
«Una damigella».
«Mi sembra ovvio. Si capisce dal bouquet e dalle scarpe».
L’aveva scattata di fianco a uno dei box della toilette. Il bouquet era posato ai piedi del water come un’offerta davanti a un altare. Dietro, due ginocchia coperte di taffetà premute a terra, seguite da polpacci e piedi racchiusi in décolleté di raso consumato. Nonostante sapesse benissimo che la sposa non avrebbe mai voluto vedere quella foto, qualcosa – vanità? – aveva spinto Amina a pensare che Jane avrebbe apprezzato la composizione, comprendendo a un tratto il talento che si nascondeva tra i suoi dipendenti.
«Cosa fa?» aveva domandato Jane.
«Vomita».
Jane aveva raddrizzato la schiena e l’aveva guardata, la pelle delle guance coperta di macchie. «Hai fotografato una vomitata».
«È successo tutto molto in fretta» aveva detto Amina. «Non mi ha visto».
«A un matrimonio. Hai immortalato una tizia che vomita a un matrimonio».
«Sono stati solo pochi scatti».
«E per di più, una damigella d’onore. Non un tizio qualsiasi di cui non importa niente a nessuno».
«Be’, ma…»
«Chiudi quella bocca!» Jane aveva battuto forte le mani davanti al viso di Amina, costringendola a tacere. «Hai un’idea dei problemi che questa foto potrebbe causarci?»
«Non avevo intenzione di mostrarle a nessuno».
«Mi sembra il minimo… Mostrarle? Ce n’è più d’una?»
Ce n’erano altre due. Una della ragazza che si lavava il viso, scattata dal box in cui Amina si era chiusa, e un’altra di lei con il getto dell’asciugatore per le mani puntato in faccia.
«Non ti ha visto?»
«No».
«Come lo sai?»
«Perché non mi ha visto. A volte la gente non fa caso a me».
Jane aveva socchiuso gli occhi. «Questo l’ho notato».
Amina era arrossita.
«Ti rendi conto che queste foto potrebbero sconvolgere la cliente?» aveva domandato Jane.
«Sì. Cioè, adesso lo so».
«In quel momento non te ne sei resa conto?»
«No, non ci ho pensato… mi è sembrato che facesse parte del matrimonio, finché oggi non ho visto i provini, e…»
«È poco professionale e idiota».
Amina aveva atteso una sgridata e qualche consiglio, ma quando il silenzio si era protratto tutto ciò che era riuscita a sentire era stato il battito del suo cuore che le pompava in petto, e aveva capito che doveva andarsene subito. Aveva messo via le sue cose con dita tremanti, facendo scivolare i negativi dal tavolo nel suo portfolio, piena di vergogna alla vista delle poche fotografie che si era azzardata a stampare. Jane non aveva aggiunto altro e si era seduta pesantemente dietro la scrivania.
«Grazie» aveva detto Amina alla fine, perché non sapeva cos’altro dire. Poi si era diretta alla porta.
«Non potrai più scattare foto del genere» aveva detto Jane.
Amina si era fermata e si era girata.
«E non voglio assolutamente ricevere una telefonata da qualcuno che mi dice che gli ho mandato una maledetta voyeur. I matrimoni rappresentano fantasie, capisci? Il tuo lavoro consiste nel fotografare la fantasia e non la realtà. La realtà, mai. Se vedo un’altra fotografia del genere, sei licenziata».
Poi aveva aperto l’agenda.
«Significa che sono assunta?» aveva domandato piano Amina.
«No. Non finché non riuscirai a scattare dei buoni ritratti». Jane aveva sfiorato la pagina con il dito esaminando i suoi appuntamenti. «Dopodomani ho un altro matrimonio alla chiesa unitaria luterana a Queen Anne».
Era stato un corso accelerato: un mese di matrimoni, due per fine settimana. Jane e Amina si infilavano tra parenti in lacrime e coppie nervose, e durante la settimana esaminavano per mezz’ora il lavoro di Amina. Jane sapeva passare in rassegna centinaia di scatti rapidamente, ne criticava alcuni, ne scartava altri, alla ricerca di qualunque cosa fuori dalla norma. All’ultimo matrimonio di giugno a cui avevano lavorato insieme, Jane aveva portato di nascosto due flûte di champagne dietro la tenda del giardino e aveva annunciato ad Amina che era assunta.
«Ti ho fissato sei matrimoni a luglio e dopo avrai bisogno di costruirti un giro di clienti in fretta, se vuoi sopravvivere» le aveva detto.
Amina avrebbe voluto ringraziarla, ma aveva paura di fare qualcosa di stupido, come scoppiare a piangere o abbracciarla troppo forte. Comunque, Jane non l’aveva nemmeno guardata.
«Cinque messaggi?» Fuori dall’ufficio di Jane, con il post-it in mano, Amina fissò i foglietti rosa che l’addetta alla reception le porgeva. «Sono stata dentro solo dieci minuti».
«Quattro sono della stessa donna. E poi è passato a cercarti anche Jose. Ha detto qualcosa, tipo che le stampe dei Lorber sono pronte, ma non le avevo spedite la settimana scorsa?»
Amina ignorò la domanda e lo sguardo che l’accompagnava e imboccò il corridoio, accigliandosi nel leggere quella calligrafia fitta. Lesley Beale, Lesley Beale, Lesley Beale. «È in camera oscura?»
«Sì».
«Grazie».
Amina continuò a camminare fino alla camera oscura, entrò nella doppia porta e si trovò davanti le regole di Jose. Erano appiccicate alla parete e specificavano che era vietato bussare, entrare senza farsi annunciare o chiamare al telefono tra le dieci e le sei. Mentre alcuni impiegati mettevano in discussione la definizione di “essere al lavoro” di Jose, tutti i fotografi erano troppo innamorati delle sue stampe per avere il coraggio di dirglielo.
Amina bussò piano. Il metallo rimbombò intorno a lei e udì qualcosa cadere sull’altro lato, insieme a una lunga sfilza di parolacce in spagnolo.
«Jose, sono Amina, scusami» sussurrò.
«Be’, cazzo, non sussurrare, altrimenti mi fai scazzare!» urlò Jose attraverso la porta. «Che cosa dicono le regole? Far scazzare Jose o lasciarlo in pace?»
«Lo so, lo so, è solo che tra mezz’ora me ne vado, quindi se hai qualcosa per me è meglio che la prenda subito».
«Puta! Nel tuo ufficio tra dieci minuti».
Amina sgattaiolò fuori dalla porta e in punta di piedi raggiunse il suo ufficio in fondo al corridoio, chiudendosi attentamente la porta alle spalle.
A differenza dell’ufficio di Jane, dove le diverse pile e i post-it colorati davano l’idea di una specie di organizzazione, nell’ufficio di Amina i mucchi non comunicavano affatto questa impressione. Non era mai riuscita a utilizzare in maniera corretta lo schedario e preferiva lasciarci sopra le scartoffie, mentre i cassetti della scrivania erano pieni di tovaglioli di carta e bustine di ketchup. Sulla scrivania c’era una sola lampada e la accese.
Lesley Beale. Il mucchietto di messaggi andò ad aggiungersi a parecchi altri che si ammucchiavano nell’angolo della scrivania, e quando il telefono squillò di nuovo, prima di rispondere Amina fece un respiro profondo.
«Amina!» urlò Kamala. «Non indovinerai mai che cosa è successo!»
«Mamma?»
All’altro capo della linea si sentì un tramestio e Amina udì sua madre urlare: «Dammi il telefono, Thomas! Lascia che dica a tua figlia che cos’ha fatto stamattina il genio della chirurgia!»
Poi ci furono altri rumori soffocati e il suono dei passi di Thomas che rimbombavano su quelle che potevano soltanto essere le scale. Ansimava forte nel ricevitore. Infine si udì una porta sbattere.
«Amina-Amina-Amina, ho rubato il telefono!» urlò, e la sua voce era satura di echi come se si trovasse in una caverna piena di pipistrelli. «Sono in bagno! Eccola che arriva!»
«Thomas!» Kamala si mise a sferrare pugni alla porta. «Le devo parlare!»
«No!»
«Vigliacco! Diglielo!»
«No!»
«Dirmi cosa?» domandò Amina.
«Niente». La voce di Thomas tintinnava di falsa innocenza. «Niente di niente. Come stai in questa bella mattina d’estate?»
«Ha perso la macchina!» urlò Kamala. Altri pugni. «La sua macchina!»
«La tua cosa?»
«Io non ho fatto niente!» urlò Thomas. «Non riempire la testa di tua figlia con queste bugie!»
Tacque un istante aspettando il ritorno di Kamala, che però non si fece sentire.
«Sta sicuramente escogitando un attacco a sorpresa» sussurrò Thomas nel telefono.
«Hai perso la macchina?» sussurrò a sua volta Amina.
«Oh, oggi è peggio di un nido di vespe, te lo dico io».
«Cos’è successo?»
«Niente di che. Tua madre ama inventarsi delle storie, niente di nuovo».
«AL CENTRO COMMERCIALE!» urlò Kamala nel telefono, evidentemente ne aveva trovato un altro, e Amina quasi lasciò cadere il suo.
«Brutta cattiva, vattene!» urlò Thomas.
«E prova a dire chi ha dovuto salvarlo?»
«Oddio, rieccola. È una santa! È una santa!»
«L’avevi proprio persa? Cioè non ti ricordavi più dove l’avevi messa?» domandò Amina.
«Non era nemmeno da Sears come sosteneva lui, era da Dillard’s!» sbuffò Kamala. «E adesso arriva il bello! Dille che cosa ci facevi là».
«Facevo spese» disse Thomas.
«Stronzate! Era dal ferramenta che si faceva fare delle chiavi perché le ha perse! Prima le chiavi, poi la macchina!»
«Edi, penay» la interruppe Thomas, passando a parlare in malayalam, di cui Amina capiva soltanto poche parole. Disse qualcosa a proposito di una capra. E qualcos’altro a proposito di idioti. Amina allontanò il ricevitore dall’orecchio. Dopo un silenzio, dal telefono arrivò un querulo: «Amina!»
«Sì».
«Dicevi che vieni?» Era Kamala.
«Arrivo lunedì pomeriggio».
«Ehi!» esclamò Thomas, felice. «Vieni?»
«Ha qualche giorno di ferie, quindi ha deciso di venire a trovarci» disse Kamala rapidamente. «Mica come le figlie di qualcun altro».
«Quanto ti fermi?» domandò Thomas.
«Solo cinque giorni. Arrivo lunedì».
«Fantastico».
«Speriamo». Amina si mordicchiò la pellicina di un’unghia. Immaginò suo padre in mezzo a un gruppo di auto sconosciute, i parabrezza vuoti come occhi di squalo. Era forse l’Alzheimer? Era così che iniziava? A quel punto il cercapersone di Thomas cominciò a squillare e lei lo udì cercarlo a tentoni.
«Ehi, koche, devo…»
«Lo so, lo so, ho sentito. Ne riparliamo più tardi». Amina restò in attesa qualche secondo dopo che lui ebbe riattaccato. «Ha messo giù?»
«Eh, già». Sua madre sembrava distratta. «Non mi funziona la penna. Aspetta un attimo. A che ora arrivi?»
«Ha perso la macchina?»
Kamala scoppiò a ridere. «Lo so! Da non credere».
«E tu sei sicura che sia in grado di lavorare?»
«Cosa intendi dire?»
«Vede Ammachy e poi perde la macchina?»
«Che cosa? No! Non è successo contemporaneamente, scema. Ha perso la macchina stamattina» disse Kamala, come se questo spiegasse tutto. «L’altra cosa succede di notte».
«E tu non pensi che le due cose siano collegate?»
«Certo che no. Uffa, questa ragazza! Si agita sempre per le cose più stupide!»
«Non sono agitata! Sto solo dicendo che…»
«Negli ultimi venticinque anni tuo padre ha perso tutto almeno due volte al mese. È una cosa buffa, è per questo che te l’abbiamo raccontata. Al centro commerciale tutti perdono la macchina!»
Amina tirò il cavo del telefono. Qualcuno bussò alla porta: girò la testa di scatto e intravide gli occhi da rettile di Jose, le palpebre abbassate.
«Devo andare» disse a sua madre.
«Non mi hai dato le informazioni sul tuo volo» disse Kamala mentre Jose s’infilava dentro con in mano una busta gialla con la scritta PER AMINA.
«Ti chiamo dopo».
Kamala riattaccò di botto. Amina fissò la cornetta. Jose si schiarì la voce.
«Bene» disse lei guardandolo. «Scusami».
«Tutto a posto?» domandò lui.
«Sì».
«Non mi sembra».
«Sto benissimo». Poi guardò la busta. «Che cos’è?»
«Una cosa bellissima. Anche se non te la meriti». Jose fece scivolare la foto sulla sua scrivania. Insieme fissarono una donna con i capelli bianchi distesa su una superficie scura, le braccia perpendicolari ai fianchi. Era stata fotografata dai piedi, e le suole consumate delle scarpe lasciavano spazio al corpo, che sembrava una radice contorta. Ai due lati, due file di sedie vuote parevano ospitare un pubblico invisibile; la donna aveva la bocca spalancata. Intorno a lei l’aura era quasi impercettibile, una luce che faceva levitare il corpo dal tavolo. Accanto era accovacciato un uomo, le labbra increspate.
«Gesù» disse Amina.
«È esattamente quello che ho pensato io!» disse Jose, la cui voce tradiva l’eccitazione. «Ho soltanto aggiunto un pochino di luce intorno alla testa e al corpo. Ho accentuato il dettaglio delle scarpe, così. E se vuoi posso appesantire il viso dell’uomo nell’angolo. Però mi piaceva di più con lei al centro».
«No, lui fuori fuoco va bene». Amina guardò le mani della donna, dalle dita incurvate. «Anche le mani sono belle. È una delle tue migliori».
«Delle tue migliori. Ehi, non so che cosa farei qui se tu non continuassi a fornirmi regolarmente un po’ di cattiveria. Non è morta, vero?»
«No, soltanto svenuta per l’eccitazione. Quando me ne sono andata stava benissimo». Amina prese attentamente la fotografia e la fece scivolare di nuovo nella busta, poi se la mise in borsa. «Okay, che ripieno vuoi?»
«Vegetariano. E poi voglio ancora un po’ di quella roba verde».
«Chutney».
«Vabbè, quella roba lì».
Amina si scrisse l’ordinazione nel taccuino. «Domenica io e mia cugina dobbiamo vedere un tizio nel tuo quartiere, se ti va bene posso passare da te e consegnartele».
Due anni prima, quando Jose aveva eccezionalmente stampato uno degli scatti di Amina formato diciotto per venti, aveva quasi rischiato di farla licenziare. Con un po’ di luci e ombre aveva accentuato l’immagine della neosposa Janine Trepolo, a cui il marito un po’ troppo rigido stava ficcando in bocca un pezzo di torta: Amina era convinta che quella busta color tabacco con la scritta PER AMINA che si era ritrovata sulla scrivania fosse una lettera di licenziamento. Stava per dirigersi all’ufficio di Jane quando Jose le aveva chiesto se le piaceva. Soltanto dopo aver ricevuto la conferma che nessun altro aveva visto l’immagine, Amina aveva potuto confessargli che le piaceva moltissimo e poi, non avendo nient’altro da offrirgli, gli aveva ceduto metà del suo pranzo. Quando la stampa successiva era stata pronta, Jose aveva chiesto altre samosa. «Uno scambio equo» aveva detto, concetto che evidentemente gli piaceva al punto che Amina non trovò alcun motivo per disilluderlo, nonostante comprasse il cibo in un ristorante ben nascosto di Magnolia.
«Tu e Dimple andate in giro per il mio quartiere? E non mi avete invitato?»
«Esatto».
«Ma quand’è che ci presenti? Sono cinque anni che sei qui e non l’ho ancora conosciuta».
«Sei sposato» gli ricordò Amina.
«Abbiamo un accordo».
«Questo lo dici tu».
«Non mi credi?»
«Credo che diresti un sacco di cose per arrivare a Dimple».
«Dimple» disse Jose leccandosi il labbro inferiore «è una samosa umana».
«Smettila».
Lui fece un gran sorriso e i suoi denti corti e piatti lo fecero sembrare un gremlin. «Forza, fammi la solita predica su sessismo-razzismo-ismo, so che non vedi l’ora».
Il telefono squillò e Amina lo spinse verso la porta con un gesto della mano. «La predica fattela da solo. Io devo lavorare».