2.
Il mattino seguente il sole sorse piatto e violento.
Caldo. Sentiva già caldo. Come poteva essere inverno? Amina cercò di immaginare il New Mexico che aveva appena lasciato, le stelle disseminate nel cielo nero e l’aria di dicembre che trasformava il suo fiato in sbuffi bianchi, e si rese conto che non ci riusciva. L’India era troppo per immaginare qualcos’altro.
Nello specchio incrinato del bagno, vide i suoi capelli neri tutti irti e il naso costellato di minuscole punture di zanzara. Questo non faceva che sottolineare i suoi lineamenti (un viso lungo, magro, troppo aquilino per essere considerato bello), rendendola brutta come aveva predetto la nonna. Fece un passo indietro, sperando contro ogni probabilità che qualcosa le avesse fatto crescere il seno durante la notte. Niente da fare. Entrò nella vasca ricoperta di piastrelle alle sue spalle, prese il secchio di plastica rosa e si rovesciò in testa dell’acqua tiepida.
Dieci minuti dopo, quando scese le scale, trovò Ammachy, Divya e i suoi genitori chini su una colazione a base di spezie piccanti. Cercò invano Mary-la-cuoca, che forse le avrebbe procurato un pezzetto di pane tostato alla cannella, ma al suo posto trovò le serve e nessuna delle due fu particolarmente sollecita.
«Ciao, scimmietta!» Thomas sorrise e le indicò una sedia accanto alla sua. Siediti. «Dormito bene?»
Amina annuì. «Dov’è Akhil?»
«Fuori che gioca a cricket con Itty».
«Non mangiano?»
«Hanno già mangiato».
«Oh». L’odore denso del sambar le rivoltò un po’ lo stomaco. «Posso andare anch’io? Non ho molta fame».
«No». Ammachy le mise sul piatto tre iddly rotondi. «Mangia».
«Non posso mangiare tutta questa roba».
«Forza».
Amina ne prese uno, imbronciata. L’India faceva schifo.
«Nel pomeriggio Preetham porterà noi e i bambini allo zoo» disse Kamala. «Per il ritorno prendiamo un risciò? Thomas, che ne pensi? Oppure tu e Sunil potete accompagnarci e poi andare in banca insieme…»
«Certo». Thomas bevve un sorso di caffè. «Quello che volete».
«Veramente, io e Thomas alle undici dobbiamo andare nell’ufficio del dottor Abraham» annunciò Ammachy. «Quindi Preetham serve a noi».
«Che cosa?» Thomas sollevò le sopracciglia per la sorpresa.
«Ci ha organizzato un piccolo tour della struttura. Poi andiamo a pranzo a casa sua».
«Ma non possiamo». Thomas faticava a mantenere la calma. «Ho detto a Sunil che sarei andato in banca con lui a prendere le carte».
«Ma dov’è zio Sunil?» domandò Amina.
«Chutney o sambar?» Kamala le indicò il piatto.
«Zucchero».
Ammachy rovesciò sul piatto di Amina una quantità di sambar sufficiente ad annegare un esercito di iddly e disse a Thomas: «Sunil non scenderà dal letto fino a mezzogiorno, se siamo fortunati. Potete andarci dopo».
«A mezzogiorno?» domandò Amina.
«Parla di meno e mangia di più» la incitò Kamala.
Thomas lanciò un’occhiataccia ad Ammachy. «Ti ho già detto…»
«È tutto stabilito, Thomas. Me ne sono occupata personalmente. Non fare tante storie».
Evidentemente lo zio Sunil aveva di nuovo fatto il sonnambulo! Amina ne era certa. Altrimenti perché sarebbe rimasto a letto fino a mezzogiorno? Immaginò lo zio che vagava nel cortile nel bel mezzo della notte, le braccia tese di fronte a sé, i piedi che calpestavano pigri radici ed erbe.
«Come avete dormito?» domandò, lanciando uno sguardo speranzoso agli adulti intorno al tavolo. Nessuno la degnò di uno sguardo, nemmeno Kamala.
Ammachy ripulì con l’indice una macchia di sambar sul tavolo. «È soltanto un tour, Thomas, niente di più. Poi deciderai per conto tuo se ti interessa».
Thomas dilatò le narici e con molta calma rispose: «Non se ne parla neanche. Ho detto che non volevo incontrarlo e non voglio incontrarlo. Tutto qui».
Ammachy alzò lo sguardo dalla tovaglia, le palpebre a mezz’asta in un modo che poteva essere scambiato per noia se non fosse stato per lo sguardo penetrante che filtrava da sotto. Si strinse nelle spalle. «Benissimo. Chiamerò per annullare».
«Amma, non puoi…»
«Ho detto che chiamerò per annullare».
Thomas, il corpo proteso per la tensione di quello scontro, tremò sulla sedia. Aprì la bocca per dire qualcosa poi la chiuse.
«Grazie» disse.
«Non ringraziarmi» disse Ammachy in tono gelido. «Non ti sto facendo nessun favore».
«Okay, Ami!» disse Kamala in tono un po’ troppo allegro. «Sei pronta per una gita allo zoo?»
Amina annuì, spingendo il suo piatto quasi pieno verso la madre e aspettando che uno degli adulti la rimproverasse perché aveva mangiato poco. Ma nessuno fiatò.
«Raggiungono anche i venti metri! E ammazzano gli elefanti con un morso solo! E ringhiano come cani!» raccontò Amina a suo padre durante il tè di quel pomeriggio mentre la madre e il fratello dormivano al piano di sopra. «E quando si arrabbiano, quando si arrabbiano davvero, gonfiano il cappuccio che diventa grosso come un ombrello. È così grosso che potresti mettertici sotto durante un temporale e non bagnarti nemmeno».
«Caspita, davvero?» Thomas sembrava proprio impressionato.
Ammachy posò sonoramente un piattino di frutta secca mista sul tavolo.
«E…» Amina frugò nella memoria alla ricerca dei dettagli che avrebbe raccontato Akhil. «Era una femmina! Un cobra femmina! Ma si chiama comunque cobra reale. Credo. E si è costruita un nido anche se non ha né un compagno né uova!»
«Smettila di sbraitare» disse Ammachy con una smorfia, sedendosi. «Ma ti sei pettinata stamattina? Perché sei sempre così in disordine?»
«E» continuò Amina ignorando la nonna «si è quasi liberato e ci ha attaccato».
«Santo cielo! E voi cos’avete fatto?»
«Non incoraggiarla, Thomas». Ammachy si accigliò. «Non ho mai visto una bambina così viziata».
«Io e Akhil siamo rimasti calmi, ma Itty si è strappato quasi tutti i capelli». Amina guardò verso la porta in direzione della stanza del cugino. «Ma dov’è?»
«È andato in banca con Sunil». Ammachy accarezzò la tovaglia: non era più la tela cerata del mattino, ma una tovaglia di pizzo. «Torneranno dopo aver lasciato i documenti».
«Quali documenti?»
«I documenti per la casa» disse Thomas. «L’ho ceduta a Sunil».
«Oh». Amina annuì, confusa.
«Mio padre ha lasciato una parte della casa a ciascuno di noi» spiegò Thomas. «Ho dato la mia parte a Sunil».
Amina guardò verso l’alto soffitto della sala da pranzo, l’intonaco che si staccava intorno alla base del lampadario. «Questa casa era tua?»
«È ancora di tutti e due» borbottò Ammachy.
«È di Sunil» disse Thomas con decisione. «È lui che vive qui e la mantiene. Quei documenti erano solo una formalità».
«Non ha importanza. Puoi firmare tutto quello che vuoi, ma questa sarà sempre casa tua».
Thomas la zittì e Amina si sentì stranamente delusa. Non sapeva che una parte di quella casa appartenesse a suo padre. Si domandò di quale parte si trattasse. Le stanze al piano di sopra? Il tetto? Prima che potesse domandarlo suonò il campanello.
«Ah-ah!» Ammachy si rizzò sulle gambe tremanti.
«Vado io, Amma».
«No, no». Ammachy fece cenno a Thomas di stare seduto. «Stai comodo».
Ma Thomas stava già uscendo dalla sala da pranzo. Ammachy lo seguì ansimando.
«Thomas… ti ho detto…»
Amina si rese conto che stava per succedere qualcosa di più eccitante del tè e li seguì. Si fermò al centro dell’ingresso mentre Thomas spalancava la porta, lasciando che la luce piatta e nebulosa del sole pomeridiano fosse tagliata da una sagoma alta.
«Salve» disse una voce.
«Salve».
«Oddio, Thomas, sei tu?»
La figura entrò nell’ingresso; all’improvviso i contorni si definirono ma restava pur sempre imponente. L’uomo sulla soglia aveva la pelle color caffellatte e corti capelli bianchi a spazzola, e non sembrava emerso dalla stessa Salem che Amina aveva attraversato poche ore prima, perché indossava pantaloni di lino bianco e una camicia rosa freschi come fette di mela.
«Dottor Abraham» disse Thomas arretrando rapidamente. «Che piacere vederla! Non l’aspettavamo».
«Chandy» disse Ammachy con un gran sorriso. «Come è stato carino a venirci a trovare! Spero che non le abbia dato troppo disturbo».
«Nessun disturbo!» esclamò il dottor Abraham, entrando nell’ingresso. Poi rivolse alle pareti un cenno cordiale. «Mi ha fatto piacere».
Amina tirò la mano del padre. «Chi è?»
«Prende un tè con noi, dottore?» domandò Thomas, senza badarle. «Stavamo per cominciare».
«Sarebbe davvero carino, grazie». Poi si rivolse ad Ammachy. «Miriamma, la trovo bene. Sa, sentiamo la sua mancanza, all’ospedale».
«Oh, via…» Ammachy sembrava davvero compiaciuta.
«E come sta Sunil?»
«Bene, benissimo». Ammachy fece strada verso la sala da pranzo dove Amina si accorse che qualcuno – Mary-la-cuoca? – era entrato e aveva piazzato sul tavolo una serie di cibi dolci e salati insieme a una teiera appena riempita e a piattini puliti. «Ci sarà sempre bisogno di dentisti, lei lo sa bene».
«Anche se adesso un po’ meno, visto che gli inglesi se ne sono andati». Il dottor Abraham attese la risata e Ammachy gliela offrì insieme a una tazza di tè.
«Zucchero?»
«Sì, grazie. Di dolce non ne ho mai abbastanza». Il dottor Abraham aggiunse quattro cucchiaini, mescolò e bevve un sorso. «Allora, Thomas, come mai sei tornato?»
Thomas annuì nervosamente, come se fosse la prima domanda di un esame. «Soltanto una visita di famiglia. Mia moglie non vede le sorelle da molto tempo e naturalmente volevamo che i bambini conoscessero la famiglia».
«Ah, sì! I bambini». Il dottor Abraham guardò Amina, che lo fissò muta. «E questa chi è?»
«La mia unica nipote, Amina». Ammachy si versò del tè. «Ha undici anni e a casa sua è la prima della classe. Campionessa di spelling».
«Davvero?» Il dottor Abraham bevve un sorso di tè. «E poi? Diventerà un chirurgo come papà?»
«Voglio diventare veterinario per cuccioli e gattini» disse Amina.
«Capisco». Il dottor Abraham sembrava imperturbabile. «Ti piace l’India?»
«Sì. Fa caldo. Oggi abbiamo visto un cobra e…»
«Ha conosciuto il figlio di Thomas, Akhil?» Ammachy passò al dottore una ciotola di fettine di banana tostate.
«Sì, sì, credo di averlo conosciuto la prima volta che Thomas è tornato. Quanti anni aveva? Sei!»
«Quattro. Adesso ne ha quattordici» disse Thomas.
«Ed è negli Stati Uniti?»
«No, è al piano di sopra con sua madre, che riposa. Mi dispiace che non sia qui a salutarla ma non pensavo…»
«Non importa! Non c’è nessun problema. È un grosso cambiamento per i bambini, no? Ma poi si scopre che si riprendono in fretta. Penso che sappiano che è casa loro, no? Fisiologicamente parlando, naturalmente. Qual è l’espressione giusta?» Fece una pausa e Amina si chiese se stesse davvero aspettando una risposta o se fosse soltanto una domanda che aveva rivolto a se stesso. «Ah, sì, lo sentono nelle ossa! Non credi, Amina?»
La guardò con aria speranzosa e Amina annuì perché le sembrava meglio che non reagire.
«E lei come sta?» Thomas gli passò un piatto di dolci dai colori accesi. «Divide ancora il suo tempo tra qui e l’insegnamento a Vellore?»
«Al momento non insegno. Tutto è passato in secondo piano finché non riuscirò a rimettere in sesto questo centro di riabilitazione». Con grande attenzione il dottor Abraham si mise sul piatto due grosse palline di ladoo come se fossero due pulcini. «Mi rattristerebbe molto se non pensassi che il lavoro è di vitale importanza, naturalmente, ma è un’opportunità… Tua madre ti ha un po’ spiegato cosa stiamo facendo?»
«Sì, un po’».
Il dottor Abraham gli fece un cenno d’incoraggiamento.
«Mi sembra molto interessante» azzardò Thomas.
«Mi fa piacere che la pensi così!» Il dottor Abraham sorrise. «Naturalmente non è un reparto di neurochirurgia, e sono certo che ne sei consapevole, però vogliamo costruire una struttura di primo livello per i traumi e le riabilitazioni».
«Sì». Thomas sembrava vagamente in preda al panico. «Un bellissimo progetto per tutti voi».
«Ti ricordi M.K. Subramaniam, della tua classe? Sta facendo dei colloqui a psicoterapisti e fisioterapisti, mentre io devo reclutare medici da tutto il paese. E che colpo di fortuna che tu sia arrivato al momento giusto! Quando tua madre mi ha chiamato non potevo crederci. Ti piacerebbe incontrarlo domani?»
Thomas sorrise, chiaramente in imbarazzo. «Be’, vede…»
«Perfetto! Domani va benissimo». Ammachy mise un pakora sul piatto del dottore. «Avevamo comunque intenzione di andare all’ospedale nel tardo pomeriggio, possiamo fermarci per incontrarci con voi».
«Fantastico. Mi piacerebbe molto farti vedere la struttura e farti conoscere alcuni membri dello staff». Il dottor Abraham si infilò il tovagliolo nel colletto della camicia. «Che aspetto delizioso!»
Si concentrò mentre rovesciava sui pakora una generosa quantità di chutney e non notò che Thomas si era preso la testa tra le mani e si strofinava le tempie con le nocche, come se volesse spianare dei nodi.
«Sono di Sanjay?» Il dottore si portò alle labbra un ladoo. «Sa, adoro i loro dolci».
«Me lo ricordavo» sorrise Ammachy. «Li ho comprati apposta».
«Non avrebbe dovuto prendersi il disturbo…»
«Nessun disturbo, nessun disturbo davvero».
Un gemito sfuggì alle profondità della gola di Thomas, e poi si trasformò in un lamento sonoro che costrinse gli altri a fermarsi. Il dottore sollevò le sopracciglia e la schiena di Ammachy s’irrigidì mentre Thomas allontanava la sedia dal tavolo.
«Dottor Abraham, le dispiacerebbe fare una passeggiata con me in cortile?»
«Adesso?»
«Prima si mangia poi si parla!» Ammachy spinse in direzione del dottore una scatolina di frutta secca mista.
«Me ne scuso moltissimo». Thomas aveva un’aria vagamente malata. «Se non le dispiace».
«Oh, no». Il dottor Abraham guardò il suo piatto con aria mesta. «Certo che no».
Thomas si alzò, rivelando una U di umidità dove il sudore era filtrato dalla schiena della camicia e uscì dalla stanza. Il dottor Abraham si tolse il tovagliolo dal colletto e lo ripiegò con cura, con un cenno ad Ammachy. La bocca di lei formò una linea dura mentre il dottore seguiva Thomas in giardino.
Cosa si dicevano i due uomini, all’ombra delle foglie? Amina li guardò attraverso le grosse stecche della finestra, le teste chine sotto l’impeto del sole bianco, le braccia incrociate sul petto. Fissavano le piante davanti a sé con tale concentrazione che forse discutevano di fertilizzanti o di orari d’irrigazione. Il dottor Abraham annuì una volta, per un istante, e poi di nuovo, un po’ più pesantemente. Le braccia si sciolsero, le mani si strinsero e gli uomini si diressero verso la parte anteriore della casa a passi lenti, e presto il cigolio del cancello cedette il posto al silenzio. Amina aspettò che suo padre tornasse a finire il tè. Passarono alcuni minuti.
«Dov’è andato papà?» chiese alla fine.
Ammachy, che pareva intenta a studiare con attenzione la tovaglia, non rispose. Amina stava per ripetere la domanda quando una lacrima colò sulla guancia di sua nonna, rapida e inattesa come una lucertola. Amina fu colta dal panico. Doveva dire qualcosa? Abbracciarla? Entrambe le soluzioni sembravano impossibili. Ma quando un’altra lacrima seguì la prima, Amina strinse la mano della nonna. Era sottile, pallida e fredda come il marmo, la pelle così morbida da sembrare quasi umida. Ammachy gliela sottrasse appena Kamala entrò nella stanza.
«Buon pomeriggio». Sbadigliò, si lasciò cadere pesantemente su una sedia e si versò una tazza di tè. Rimescolò lo zucchero pigramente, poi alla fine guardò i piatti pieni e le sedie vuote. «Ma dove sono finiti tutti?»
Ammachy strinse le labbra, come se volesse sputare.
«Lo zio e Itty sono andati in banca» spiegò Amina.
Kamala soffiò sul suo tè. «E tuo padre?»
«Papà è uscito con il dottor Abraham».
«Davvero?» Lo sguardo di Kamala si spostò su Ammachy. «Quando?»
Senza guardarla direttamente, Amina sentì la nonna prendere subito fuoco, una fiamma palpabile pronta a danneggiare qualsiasi cosa. Rimase in silenzio così tanto che Amina pensò che non avesse udito la domanda di Kamala. Poi si protese in avanti.
«Grasso come un cherubino» sibilò. Kamala tacque. Ammachy continuò: «Thomas è nato forte e grasso, sapevo che sarebbe diventato qualcuno. Ingegnere, capo dell’esercito nazionale indiano, il miglior neurochirurgo d’America. Avrebbe potuto sposare chiunque! Abbiamo ricevuto offerte di dote favolose!»
Kamala la guardò con un viso di pietra. «Perché non le avete accettate?»
«Non è stata una mia decisione». Ammachy si alzò e prese i piatti degli uomini con un tale impeto che rischiò di romperli. Voltò la schiena al tavolo e marciò verso la cucina con le spalle irrigidite. «Non è stata affatto una mia decisione».
Ma dov’era finito suo padre? Ormai Thomas mancava da più di sei ore e la sua assenza aveva causato il tumulto in casa. Ammachy vagava di stanza in stanza, mettendosi a litigare con chiunque incontrasse. Sunil, che l’aveva incrociata già due volte, trovò una bottiglia di toddy e si mise a scolarla nel salotto raramente utilizzato. Divya si era infilata in un angolo della veranda e Itty correva in tondo sul tetto. Kamala, Akhil e Amina sedevano sul letto al piano di sopra, impegnati nella quarta partita di dama cinese.
«Tocca a te, mamma» disse Akhil.
«Sì». Kamala lanciò un’occhiata all’orologio e spostò una biglia azzurra verso un triangolo giallo.
«Che ore sono?» domandò Amina.
«Le nove e mezzo».
Akhil fece una serie elaborata di mosse, infilando nella composizione un’altra biglia.
Amina sospirò. «Non voglio più giocare».
«È solo perché sto vincendo io» ribatté Akhil.
«Vinci sempre tu!»
«Allora non giocare». Kamala si strofinò la fronte, cercando di spianare le rughe che la solcavano.
«Ma non c’è nient’altro da fare!»
«Be’, lamentarsi non serve. Perché non vai a vedere cosa sta facendo Itty?»
Ma Amina non voleva più vedere Itty, proprio come non voleva più vedere la scacchiera, o l’interno della camera soffocante dei suoi genitori, o Akhil che trionfava per la milionesima volta. Scese dal letto, diretta verso la scala afosa e priva di ventilatore, e si stese sull’ultimo gradino, lasciando che il suo corpo assorbisse la momentanea frescura del marmo. Un intero mondo rumoreggiava soffocato sotto il suo orecchio, i cigolii e i gemiti della casa, il fruscio delle pantofole di qualcuno, lenti gemiti simili a versi di balena che lei immaginava provenire dalle profondità di un oceano enorme e fresco. Puntò il bacino contro il pavimento e udì qualcos’altro. Un canto. Qualcuno stava cantando? Amina sollevò la testa dal pavimento.
«Fingers in my hair, that sly come-hither stare…» Musica! Veniva da sotto. Amina sbirciò nella tromba delle scale. Strisciò giù di qualche gradino, e poi di un paio ancora, finché non fu in grado di vedere in salotto.
«Witchcraft…» cantava il disco e Sunil lo accompagnava a occhi chiusi, il viso che brillava. Un disco girava regolare sul piatto e lì accanto lo zio lo imitava, le braccia che afferravano l’aria di fronte a sé, le ginocchia che sobbalzavano. «And I’ve got no defense for it, the heat is too intense for it…»
Amina fissò muta Sunil che saltava da un piede all’altro, i fianchi che tagliavano l’aria in una serie di abili mosse. Era come guardare un topo muschiato scivolare nel Rio Grande, e vedere tutta la sua goffaggine trasformarsi in grazia istintiva. La sua grassa metà superiore si curvò, raggiunse quasi il pavimento e poi si risollevò.
«Although I know it’s strictly taboo…»
Il suo viso era illuminato da una luce che Amina non aveva mai visto. Si rese conto per la prima volta che era un bell’uomo. Non come una stella del cinema, come Buck Rogers, e nemmeno alto e con la mascella affilata come Thomas, ma era comunque affascinante. Fece un rapido passo indietro e si girò a destra, la mano che guidava una compagna invisibile.
«Sunil!»
Sunil e Amina sobbalzarono quando Ammachy comparve sulla soglia, le braccia incrociate strette sul petto, annusando la stanza. Amina si voltò e corse su per la scala, quindi non poté vedere cosa accadde dopo, se fosse stata sua nonna a far strisciare la puntina sul disco, o se l’avesse fatto Sunil, ma il silenzio che seguì lasciava presagire un potenziale disastro.
«Ci risiamo» disse Ammachy.
Un fruscio. Il rumore di un liquido versato. Un bicchiere posato con violenza sul tavolo.
«Ne hai avuto abbastanza, Sunil. Vai a dormire».
Silenzio. Amina si protese. Passavano rapidamente dall’inglese al malayalam, che per lei era tutto un argada-argada-argada, fino a quando sua nonna domandò: «E tuo fratello dov’è esattamente?»
«Te l’ho già detto, non lo so».
«E quindi? Non ti disturbi nemmeno a cercarlo?»
Un sospiro, uno sbuffo. «Per favore, Amma».
«È tuo fratello!» sbottò Ammachy.
«Argada-argada-argada».
«E questo cosa vorrebbe dire?»
Sunil si lasciò sfuggire un altro sospiro, ma stavolta era un sospiro di finta noia, che nascondeva rabbia. «Vuol dire che Thomas è Thomas e che va dove vuole andare quando vuole farlo. Tu dovresti saperlo meglio di chiunque».
«Oh, piantala. A nessuno interessa sentirti blaterare».
«Che sorpresa!»
«Idiota! Sei ubriaco. Argada-argada-argada».
«Non potrei essere più d’accordo».
Amina lasciò scivolare un piede sul bordo di un gradino, poi del successivo. Guardò oltre la parete e vide lo zio stravaccato in una poltrona del soggiorno, ogni traccia di musica e movimento risucchiata dal corpo. Ammachy era china sulla poltrona, la seta verde vivo della sari riluceva.
«Come osi?» sibilò.
«Cosa c’è adesso?» Sunil chiuse gli occhi, posando la testa contro lo schienale.
«La tua solita autocommiserazione. E proprio oggi!»
«Non capisco cosa…»
«La casa! Finalmente l’hai convinto a dartela».
Ci volle un attimo perché Sunil riuscisse a comprendere. Si mise a sedere. «Credi… credi che sia stata una mia idea?»
«Non fa che regalarti delle cose, gli fai pena! Il povero Sunil non ha avuto le stesse opportunità, il povero Sunil non ha abbastanza! E adesso ti sei preso anche la casa!»
«Me l’ha data lui».
«Perché si prende cura di te».
«Perché ha voluto che gliela togliessi dal groppone». Sunil si alzò. «Credi che voglia vivere qui?»
«Non sa ancora che cosa vuole!»
«Non sa… ma tu ci credi davvero, mamma? Che Thomas abbia vissuto all’estero per dieci anni perché non sa che cosa vuole?» Sunil scoppiò a ridere ma la sua voce aveva un sottofondo di tensione. «Credi che voglia starsene seduto a marcire in questo posto invece di scappare in America e spedire assegni?»
«I soldi li manda per te!»
«Li manda per sé, Amma! Li manda così non gli tocca venire. Oddio, a questo punto dovresti saperlo».
Se lo sapeva, Ammachy non lo diede a intendere e invece scelse di avvolgersi l’estremità della sari intorno alle spalle. «Vai a dormire!»
«Credi proprio che Thomas mi avrebbe dato qualcosa che desidera lui?» urlò Sunil mentre lei usciva nell’ingresso e Amina si coprì le orecchie, comprendendo a un tratto di avere sentito troppo. Cercò a tentoni con il piede il gradino alle sue spalle, e poi il successivo, sperando illogicamente che se avesse camminato all’indietro fino alla camera dei suoi avrebbe dimenticato la conversazione. La maniglia era fredda contro il palmo mentre la girava ed entrava nella stanza.
«Che cosa c’è?» Si girò e vide Kamala che la guardava accigliata.
«Niente». Amina si sedette sul letto.
«Ti senti male?»
«No».
«Sei andata in bagno oggi?»
«Sì!»
Akhil alzò gli occhi al cielo. «La solita cagona».
«Akhil» sbottò Kamala. «Basta. Tocca a te».
«Pronto, mamma, c’è qualcuno in casa? Ho già vinto».
«Bene, allora fai qualcosa».
«E cioè? Far cagare Amina?»
Amina gli si scagliò contro e gli ficcò le unghie nella pancia facendolo urlare. Akhil rovesciò la scacchiera e le biglie rotolarono sul letto, rivelandosi uno strumento di tortura quando spinse Amina sulla schiena. Girò la testa per sputarle addosso e Amina gli afferrò un orecchio e tirò più forte che poteva.
«AMINAKHIL! SMETTETELA SUBITO!» Kamala s’infilò tra loro e le sue mani dure li afferrarono per il collo. Li costrinse a separarsi.
«Faccia di merda!»
«Pannolone!»
Amina gli sferrò un altro calcio e sua madre le strinse la gola. «Ahi!»
«Oddio!» esclamò Thomas dalla soglia. «Ma cosa sta succedendo?»
La famiglia si voltò verso di lui, ansimando, e Thomas entrò nella stanza avvolto in una nuvola del profumo dolce e puzzolente del toddy. Fece il suo solito sorriso storto e nessuno seppe cosa dire.
«Hai perso la cena» disse infine Kamala.
«Lo so, lo so. Mi dispiace».
«Dove sei stato?»
«Fuori».
«Fuori dove? A fare che?»
«Be’…» Thomas li guardò come se volesse riflettere. «In realtà facevo progetti».
«Che progetti?»
«Be’…» Guardò prima Akhil, poi Amina e Kamala, e infine di nuovo Akhil. «Okay, statemi a sentire. Ho una grande notizia».
«Davvero?» Kamala abbassò le mani e la sua voce si ammorbidì per l’entusiasmo.
«Facciamo un viaggio!»
«Che cosa?»
«Alla spiaggia! La moglie di Sundar Mukherjee è agente di viaggio e ci ha prenotato delle stanze al Royal Crown Suites di Kovalam!»
«Cos’è Kovalam?» domandò Akhil.
«Delle stanze?» Kamala si incupì. «E perché?»
«Kovalam è la spiaggia della penisola» disse Thomas ad Akhil. «Molto carina».
«Ma non abbiamo tempo, Thomas! Le mie sorelle saranno…» iniziò Kamala.
«Arriveremo da Lila in tempo. Basta solo che partiamo da qui un po’ prima».
«Un po’ prima?» domandò Kamala. «E quanto prima?»
«Domani a mezzogiorno».
«Che cosa?»
«Abbiamo bisogno di riposo, koche. Di una vera vacanza».
«Vacanza?» La voce di Kamala si abbassò di un’ottava, come se avesse appena detto overdose di droga o shopping a oltranza. «Thomas, di cosa stai parlando?»
«Di una pausa! Di un po’ di pace e tranquillità! Insomma, di un po’ di relax».
«Ma io sono rilassata!» protestò Kamala, che non lo sembrava affatto.
«No che non lo sei. E come potresti, con mia madre che ti tormenta tutto il tempo?» Thomas alzò le mani in aria. «Impossibile! Ci ha reso la vita impossibile. Non è giusto per te né per i bambini. Non c’è da stupirsi che continuiamo a litigare!»
«Una spiaggia come le Hawaii?» domandò Akhil. «In albergo c’è la tv?»
«Sì, credo di sì».
«E la piscina?» domandò Amina.
«C’è una piscina bellissima» la informò Thomas. «Credo che al centro ci sia perfino un bar, ci puoi arrivare a nuoto e ordinare una bibita frizzante».
Amina trattenne il fiato, stordita al solo pensiero.
«Thomas!» esclamò Kamala in tono secco. «Non possiamo partire».
«E perché no?»
«Lo sai perché no!» Guardò la porta sollevando le sopracciglia, come se si trattasse di Ammachy in persona. «Gliel’hai detto?»
«Non ti preoccupare! Glielo spiegherò domani. Sono sicuro che capirà».
«Domani? Capire? Hai perso la testa? E poi che cosa penseranno i vicini? Ne parleranno tutti!»
«Chi se ne importa di quello che pensano i vicini!» sbottò Thomas.
«A tutti importa di quello che pensano i vicini!»
«Kamala» sospirò Thomas massaggiandosi il collo, «non è poi così grave. Partiremo qualche giorno prima per andare sulla costa, tutto qui. Non farne una tragedia, okay?»
Kamala scese dal letto e aprì la porta della camera. Poi guardò i bambini. «Fuori».
«Che cosa? No, mamma, questa è una discussione di famiglia, vero? Abbiamo tutto il diritto di…» esordì Akhil.
«FUORI».
Akhil e Amina scesero dal letto con tutta la rapidità loro concessa dalle biglie e dalle lenzuola, imboccarono il corridoio e si diressero verso la propria stanza. Dopo che Kamala ebbe chiuso la porta aspettarono esattamente cinque secondi e sgattaiolarono nella veranda, da cui riuscivano a vedere i genitori pur restando nascosti nel buio.
«… non posso. Non è possibile» stava dicendo Kamala.
Thomas aprì la bocca per protestare ma lei lo zittì con il dorso della mano.
«È già abbastanza grave che il figlio vada a vivere in America, poi torna a casa e si ferma soltanto tre giorni?»
Thomas sbuffò. «Non ricominciamo».
«Io non ricomincio niente! Sei stato tu a cominciare!»
«Basta, Kam. Ti avverto».
«Non osare avvertirmi, sono io che avverto te!»
«Mi ha mentito!»
«E allora, è per questo che vuoi scappare? Soltanto perché è venuto il dottor Abraham?»
«Gli ha detto che voglio un posto!»
«E tu le hai detto che saresti tornato dopo aver finito gli studi! Quindi siete due bugiardi! Dov’è il problema?» Kamala si girò di scatto verso la finestra e Amina si chinò, ma sua madre non stava guardando lei. Stava raccogliendo le biglie sparse per rimetterle nella scatola.
«Io non ho mentito, Kamala. Non l’avevo pianificato».
«No, certo che no, Sua Santità di tutti i Beati e gli Angeli! Tu non avresti mai fatto una cosa del genere». Kamala rimise il coperchio alla scatola. «Hai studiato l’unica specializzazione in tutta la medicina che sarebbe stato difficile praticare qui e sei rimasto sconvolto nell’apprendere che qui non avresti potuto lavorare!»
Thomas spalancò la bocca e sbatté le palpebre parecchie volte prima di rispondere. «Tu lo sai bene, Kamala. Ho fatto domanda a Vellore. Ho provato a Madras. Ho perfino cercato a Delhi, per l’amor del cielo!»
«Sì, è questo che mi hai raccontato».
«Perché? Pensi che ti stia mentendo?»
«No» disse Kamala, mentre l’incertezza filtrava sul suo viso.
«Qui la tecnologia non è ancora arrivata! Che cosa vuoi? Vuoi che faccia un lavoro miserabile solo per restare qui?»
«Stavo solo dicendo…»
«Rispondimi! È questo quello che vuoi? E se diventassi dentista? Potremmo vivere proprio qui, al piano di sopra».
«Non è quello che intendevo… e comunque, sarebbe poi così brutto? Non faresti il chirurgo, e allora? Saresti sempre un dottore! Potremmo sempre fare una bella vita».
Fino a quel momento Amina non aveva mai visto suo padre così esangue, il suo viso aveva perso ogni colore fino a somigliare a un guscio infiammato. «Che cosa c’è che non va nella tua vita, Kamala?»
«Non stiamo parlando di me!»
«Cos’è che desideri? Quali opportunità non hai colto?»
Kamala fissò il pavimento, furiosa. «Non si parlava di questo».
«È la casa? Non è abbastanza grande? Non ti piace la tua macchina?»
«Non dire sciocchezze».
«Vuoi tornare qui, vero? Dopo tutti questi anni, dopo tutto quello che ci siamo costruiti laggiù, dopo tutto quello che ho cercato di darti, vuoi sradicare i bambini dalle loro vite e tornare qui?»
Le labbra di Kamala si strinsero.
«Cosa puoi avere qui che non puoi avere a casa?» Thomas fece un passo avanti. «Su, dimmelo! Te ne stai lì seduta come una sirena triste che ha nostalgia del mare, ma cos’è che non hai, negli Stati Uniti? Le tue sorelle, che qui comunque vivono tutte in città diverse? La tua indipendenza? Più aiuto in casa? Qualcuno che…»
«Me stessa» disse Kamala.
Thomas barcollò un istante, come se avesse ricevuto uno schiaffo.
«Me stessa» ripeté Kamala; gli occhi le si riempirono di lacrime e le asciugò con un gesto furioso. Le braccia di Thomas ricaddero lungo i fianchi. Non si guardarono, ma fissarono il pavimento. Un istante dopo, Thomas si girò e uscì, le sue scarpe risuonarono pesanti sui gradini.
Amina si sporse dal bordo della veranda e lo vide attraversare il cortile diretto al cancello. Akhil le tirò un braccio.
Vieni, sillabò muto.
Il catenaccio si aprì con un cigolio, lasciando uscire Thomas, e Kamala si sedette sul letto. Qualcosa di duro e rotondo si spostò dalla gola allo stomaco di Amina rendendole difficile il respiro. Akhil la guardò accigliato.
«Andiamo, stupida!» sibilò; lei si girò e lo seguì dentro, felice di avere un posto dove andare.
Cos’era stato a svegliarla? Più tardi, quella notte, Amina si ritrovò a sbattere le palpebre nel buio. Passi strascicati. Movimenti di assestamento. Fissò per parecchi secondi il ventilatore che tagliava l’aria sul soffitto prima di alzarsi dal letto. La veranda era vuota e il catrame sul tetto era ancora caldo per il sole diurno quando Amina prese la strada che portava di sopra. I canti tamil acuti e sonori in lode del ritrovato amore si levavano dal cinema in fondo alla strada, insieme al fumo dei falò dei mendicanti e della bidi fumata da Thomas, la schiena curva in una poltrona gialla, una birra tra i piedi. Si voltò mentre lei si avvicinava.
«Ciao, papà».
«Amina». Non sembrava né sorpreso né dispiaciuto di vederla, e sebbene la notte fosse troppo calda e lei fosse un po’ troppo grande, gli si arrampicò in grembo, premendogli la fronte contro la mascella.
«Dovresti dormire» le disse, il fiato che le bruciava gli occhi.
«Dovresti dormire» disse lei, e lui borbottò.
«Ti stai divertendo?»
«Certo» mentì lei. «E tu?»
Lui annuì una volta, pesantemente. Sospirò e lei sospirò con lui, sentendo la pancia del padre gonfiarsi e sgonfiarsi contro la schiena, il cuore che batteva sotto il suo.
«Non è mai soddisfatta» disse lui.
Kamala? Ammachy? Amina aveva paura di chiedere.
«Dove sei stato?» gli domandò invece.
Lui si strinse nelle spalle.
«Andiamo sempre alla spiaggia?»
Lui annuì e la barba incolta le grattò la fronte.
Amina chiuse gli occhi. La piscina. Il giorno dopo avrebbe nuotato in quell’acqua limpida e turchese mentre la luce punteggiava le pareti intorno a lei. Fino a farsi male alle orecchie. Fino a farsi raggrinzire le dita. Forse c’era perfino lo scivolo, uno di quelli lunghi che si curvano come la lingua di un gigante e ti sputano nell’acqua fredda.
«Come sta tuo fratello?»
Perché le faceva quella domanda? Amina aprì gli occhi nel buio denso. «È cattivo».
Thomas scoppiò a ridere.
«No, è vero, papà! Qui è peggio che a casa».
«È perché qui è dura per lui».
«È dura anche per me!»
«Non allo stesso modo, koche. Lui è nato qui. Si ricorda di più».
Sembrava una di quelle cose che suo padre intendeva nella maniera sbagliata, come quella volta che aveva detto che essere famoso dev’essere terribile. Perché doveva essere più difficile per qualcuno che si ricordava di più? Parliamo invece di quando non ti ricordi niente, di quando ti sembra di vedere ogni cosa per la prima volta e tutti si scambiano delle occhiatacce come se tu fossi cieca o stupida o non capissi il loro disprezzo.
«Quel ragazzo diventerà qualcuno» disse Thomas a un tratto, in tono nostalgico, come se avesse visto la fine di un film che lei non conosceva. «Adesso è un tipo difficile ma un giorno diventerà se stesso e allora vedrai. Brillerà più forte di tutti noi messi insieme».
Il cuore di Amina si strinse per la gelosia. Avrebbe voluto ricordare a suo padre che a volte Akhil parlava così veloce che non si riusciva quasi a capirlo, e anche quando lo si capiva, quello che diceva sembrava non avere senso, ma proprio in quel momento qualcosa si schiantò sotto di loro in cortile.
«Cos’è stato?» Amina balzò in piedi, corse a guardare dall’orlo del tetto, e scorse un bagliore bianco. Poi udirono un tonfo sordo, seguito da una sfilza di bestemmie e da un ruggito.
«Merda!» esclamò Thomas al suo fianco, accigliato.
Più sotto, come uno spettro in una foresta, Sunil vagava in cortile nel suo mundu bianco. Fece qualche passo avanti, poi si girò e si chinò su qualcosa. Infine lo trascinò verso il Muro.
«Merda!» esclamò Thomas.
Amina batté le palpebre al buio, cercando di mettere a fuoco. Che cosa stava trascinando? Evidentemente era pesante. E scuro. Un brivido la percorse. Un cadavere? Ammachy? Sunil arrivò al cancello e cercò di farci passare sopra l’oggetto, che ricadde ai suoi piedi.
«AAAARGH!»
«Sunil, ti prego!» Ecco zia Divya, precipitatasi in cortile in camicia da notte. «Piantala con queste sciocchezze e rimetti ogni cosa al suo posto! Sveglierai tutta la casa».
Ma che diavolo stava facendo? Amina guardò suo zio chinarsi e strattonare qualcosa.
«Sunil…»
«STAMMI LONTANO!» ruggì Sunil, barcollando all’indietro in modo che Amina riuscì finalmente a vedere cosa stava trascinando.
«La nostra valigia?» Guardò suo padre.
«Merda» disse Thomas.
«MALEDETTO RACCONTAPALLE!» Sunil colpì la serratura della valigia che si aprì di botto.
«Papà, che cosa sta facendo?»
«Merda».
Il primo oggetto a volare oltre il cancello fu uno scarpone da montagna, presto seguito dall’altro, che colpì il terreno proprio davanti al gruppo dei piccoli mendicanti. Uno di loro si affannò a raccoglierlo e un altro lanciò un urlo quando in mezzo a loro atterrò una cassetta. Si tuffarono e Amina vide una piccola ombra avvicinarsi di corsa al cancello puntando il dito. Fu seguita dagli altri bambini, che alzarono lo sguardo meravigliati. In quel momento, Sunil scelse di liberarsi dei calzini. Una per una le palle bianche sfrecciarono nella notte, e sull’altro lato del cancello i bambini saltarono e ondeggiarono, afferrandole prima che atterrassero.
«Sunil, fermati!» gridò Divya, tirandolo per un braccio. Lui l’allontanò con uno schiaffo.
Lanciò altre tre cassette, che causarono qualche zuffa fino a quando non furono seguite dalle due paia di Levi’s, che scatenarono una vera e propria guerra. Qualcuno mollò un pugno a qualcun altro. Qualcun altro urlò. Uno dei vasetti di crema Avon si schiantò a terra ma il successivo fu acchiappato, con grande esultanza. Il bastone pieno di balsami per le labbra veleggiò sulle mani in attesa. Ci fu una piccola pausa e poi Sunil alzò sopra la testa le scarpe da tennis di Itty.
«No, no, Sunil!» urlò Divya, correndogli incontro. «Nonononono!»
Ma era troppo tardi, le scarpe volarono nell’aria sopra il cancello, due satelliti gemelli che rotearono in orbita e furono intercettati da mani rapide. Divya cercò affannosamente di aprire il catenaccio e spinse con tutto il corpo fino a quando il cancello si aprì. Lo attraversò di slancio e si fermò. I bambini la guardavano. Ansimava. Fece un passo avanti, le mani tese, e loro arretrarono. Amina guardò sua zia dire qualcosa, allungare le braccia verso i bambini che si dispersero, correndo in tutte le direzioni sulla strada, e scomparvero con le scarpe, le creme e le cassette bene al sicuro sotto le ascelle.
Amina tremava. Se ne rese conto soltanto quando suo padre le mise le mani sulle spalle, l’attirò a sé e la tenne stretta. Lei premette il viso contro le costole di lui e si mise a balbettare.
«P-p-p…»
«Va tutto bene» disse suo padre, e lei capì che si sforzava di restare calmo.
«Dobbiamo recuperare le scarpe di Itty! Oppure comprarne un altro paio! Impazzirà senza le sue scarpe!»
«Okay» cercò di calmarla lui. «Andrà tutto bene».
Perché la prendeva in braccio? Erano anni che Amina non si faceva portare da suo padre, ma stavolta lui la tirò su e la strinse forte, costringendola a premere il capo contro la sua spalla come se fosse una bambina molto, molto piccola. Amina si divincolò, avrebbe voluto urlare o graffiargli il viso e invece si ritrovò a piangere più forte.
«Va tutto bene» sussurrò suo padre, accarezzandole la schiena come se lei non avesse capito niente.
Avevano fatto le valigie. Come fosse accaduto era un mistero per Amina che, insieme ad Akhil, era stata svegliata, messa davanti a una colazione di tè e pane tostato e poi accompagnata fuori sul vialetto da una Kamala molto brusca. Il sole sorgeva in fretta, spargendo su di loro un’aria densa come un tappeto. Mary-la-cuoca e le serve spazzavano attentamente il cortile, lanciando qualche occhiata di nascosto nella loro direzione ma senza dire niente, mentre Itty ululava e piantava i piedi nudi nel prato.
«Itty, koche, pavum» cercò di consolarlo Divya. I capelli le sfuggivano dallo chignon formando una corona arruffata e aveva gli occhi orlati di rosso.
Come Amina aveva predetto, Itty era stato inconsolabile da quando le sue prime urla erano echeggiate nel mattino rosa. Nelle ultime due ore era passato da singhiozzi squassanti a lamenti più dolci, e poi ricominciava regolare come un treno per pendolari.
Akhil gli si avvicinò e cercò di accarezzargli la spalla. «Vuoi giocare un po’ a cricket? Non partiamo subito».
Itty scosse la testa infelice e sulla camicia gli atterrò un grumo di muco. Divya sospirò ma si costrinse a sorridere quando Amina la guardò, e fu soprattutto questo che provocò allo stomaco di Amina una sensazione di untuosa vergogna.
Brutto. Stavano facendo qualcosa di brutto. Cosa esattamente non lo sapeva, perché nessun singolo elemento – le valigie già pronte, la colazione al piano di sopra, la sudata in cortile – sembrava una cosa orribile di per sé; eppure qualcosa li aveva messi contro la casa di Salem, sospingendoli sul vialetto come saccheggiatori in fuga con i tesori di un’intera nazione. Fuori dal Muro, il traffico mattutino aumentava in un flusso costante, i clacson e le urla si moltiplicavano.
«Ammachy sa che ce ne andiamo?» domandò Akhil.
«Sì, certo» disse Kamala.
«Allora dov’è?»
«Stamattina non si sente bene».
Akhil guardò sua madre con aria scettica. «Non la salutiamo neanche?»
«Ma certo!» replicò lei piccata. «E chi non saluta?»
«Okay!» gridò Thomas, scendendo i gradini con due valigie. «Qui abbiamo quasi fatto».
«Thomas, per favore». Divya si strinse intorno la sari rosa. «È tutto l’anno che aspetta te e i tuoi figli. Che cosa penseranno i vicini di tutta questa confusione e della vostra improvvisa partenza?»
«Oh, be’». Thomas si strinse nelle spalle, ficcando nel bagagliaio lo zaino di Akhil. «Non ti preoccupare, non è…»
«E la festa?»
«Quale festa?»
«Venerdì voleva dare una festa per te e per i bambini».
Thomas parve momentaneamente spiazzato. «Non me ne ha parlato».
«Era una sorpresa».
Amina vide suo padre accusare il colpo. «Allora le dirò che mi dispiace».
Divya scosse la testa, tornò in casa e Itty cominciò a urlare e a lanciare i suoi lamenti acuti. Akhil gli accarezzò la testa con cautela e Amina attraversò il prato e gli si accovacciò accanto.
«Ehi» disse con la stessa voce vellutata che usavano tutti i parenti, e le sembrò la cosa giusta da fare fino a quando Itty non la guardò e lei non seppe cos’altro dire.
«Vel-clo» sussurrò lui, tremante e in preda al panico.
«Lo so» disse lei, e lui rabbrividì chinando la testa.
Da dentro casa arrivò un suono di passi concitati, seguiti da Divya e da un Sunil dall’aria distrutta.
«Ehi, Thomas, cos’è questa storia?» Camminando, cercava di annodarsi un lungi intorno alla vita grassoccia. «Divya dice che state partendo».
Thomas annuì seccamente, senza guardarlo in faccia.
«Credevo che vi sareste fermati fino a sabato».
«Ce ne andiamo adesso» disse Thomas con uno sguardo freddo rivolto al Muro. «Abbiamo bisogno di un posto più comodo».
«Comodo… Hai… l’hai detto a mamma?» riuscì finalmente a dire Sunil, il viso che passava dall’indignato all’allarmato.
«Sì».
Sunil fece qualche passo verso l’auto e poi si girò. «Non riuscite nemmeno a fermarvi qualche giorno in più?»
«Qualche notte, vorrai dire».
Il sangue che salì al viso di Sunil lo scurì come un’ombra e Amina si avvicinò a Itty e a suo fratello, per paura di un’altra esplosione. Ma lo zio deglutì e rispose piano: «Thomas, bah. Non c’è alcun motivo di andarsene».
«Oh, ce ne sono abbastanza…»
«No, quello che intendevo dire è…» Sunil si schiarì la gola. «Non vuoi vedermi? Benissimo. Me ne vado. Ma tu rimani».
«Non posso».
«Non puoi?» Sunil sbuffò, incredulo. «Come, non puoi? Chi lo dice che non puoi?»
Ci fu un lungo silenzio mentre Thomas cercava una risposta.
«Lo dico io» intervenne Kamala, facendo trasalire Amina e Akhil. «I bambini stanno male per il caldo e io ho detto a Thomas di prenotare una stanza sulla spiaggia».
Era una bugia e tutti lo sapevano, ma invocare i bambini aveva ottenuto il risultato di rendere il resto della conversazione impossibile: Sunil distolse lo sguardo, sconfitto.
«Ai vicini di’ solo che i bambini non sono abituati a questo clima» continuò Kamala. «Capiranno. La costituzione debole degli americani e compagnia bella».
Amina non riusciva a guardare nessuno, né Sunil, né Divya e soprattutto Itty. Sentì sulle spalle le mani di sua madre, che la sospingevano in avanti, in cortile e su per i gradini della veranda, in corridoio, oltre il soggiorno e la sala da pranzo e le camere da letto, fino a quella che odorava di canfora, rose e di qualcosa di dolce e marcio, come se sotto il letto fosse rimasto un dolcetto al caramello. L’ombra di un ventilatore si stagliava contro il muro azzurro e Ammachy era ingobbita sotto le lenzuola, i capelli lunghi e liberi dalla consueta treccia, gli occhi fissi sul cuscino accanto a sé.
«I ragazzi vorrebbero salutarti» disse Thomas, e se lei lo sentì non cambiò posizione. Akhil fu il primo ad avvicinarsi, si chinò rapidamente per baciarle la guancia e poi arretrò. Amina fece lo stesso e quando ebbe finito corse alla porta della camera.
«Mamma». Thomas si inginocchiò accanto a sua madre.
Kamala si unì a lui e si era appena avvicinata che la mano di Ammachy schizzò fuori dalle coperte e le mollò un violento schiaffo sulla guancia. Per qualche secondo ci fu un silenzio terribile, lo shock spinse Kamala a portarsi le mani al viso. Poi le abbassò scoprendo un segno rosso e tutti cominciarono a urlare.
«Mamma!» gridò Amina.
«Brutta stronza!» esplose Akhil, protendendosi verso Ammachy. «Brutta stronza del cazzo!»
«Akhil!» Thomas lo afferrò all’istante.
«Che cosa? È vero! Mamma è sempre gentile con lei e perché? Così può sentirsi ripetere che è troppo scura per contare qualcosa? Così può farsi picchiare?»
«Calmati».
«E tu! Ammachy riesce soltanto a farti sentire una merda! Non ti merita!» La voce di Akhil si incrinò. «Non merita nessuno di noi!»
Thomas tese gli avambracci sul petto di Akhil e poi cominciò a sussurrargli qualcosa in tono tenero e regolare. Va tutto bene, più che sentirlo Amina lo vide, tu stai bene, stiamo tutti bene, finché il bianco degli occhi di Akhil smise di schizzare furioso per la stanza, finché lui smise di dibattersi e restò lì in piedi, ad ansimare pesantemente, con l’aria di uno che sta per scoppiare a piangere.
«Adesso accompagna tua madre all’auto, puoi fare questo per me?» gli domandò Thomas piano e Akhil si chinò per mettere un braccio intorno a Kamala, che si stava già alzando sulle gambe tremanti. Uscirono insieme. Thomas attese finché i loro passi non si attutirono e poi si rivolse ad Ammachy.
«Tu» disse, la voce spaventosamente bassa, e Amina si accovacciò contro il muro mentre lui cominciava a camminare avanti e indietro. «Ma cosa ti prende? L’hai picchiata! Dio! In questa casa è rimasto un briciolo di buon senso?»
Ammachy gli lanciò un’occhiata cupa.
«Credi che i bambini vorranno tornare dopo questa scena, mamma? Credi che chiunque di noi vorrà…»
«Fuori!» urlò Ammachy. «Vattene, se vuoi andartene!»
«Non ti fa nemmeno piacere quando siamo qui! Te ne sei resa conto? Sei così impegnata a pensare a come dovrebbe essere che non riesci nemmeno ad apprezzare…»
«Vigliacchi!» ruggiva Ammachy. «Traditori! Buoni a nulla!»
La voce di Thomas si alzò in una serie di rapidi e infuriati vortici in malayalam, sospingendo Amina fuori dalla porta e in corridoio. Le ultime parole che suo padre disse alla propria madre erano in una lingua che lei non capiva, non voleva capire. Stava ancora urlando quando lei sfrecciò fuori dalla porta d’ingresso.
«Cos’è successo?» gridò Divya e Kamala, già infilatasi nell’auto insieme ad Akhil, non disse niente. Le serve li fissavano a bocca spalancata, Preetham camminava avanti e indietro e Babu fingeva di lucidare il volante. Mary-la-cuoca sputò qualcosa per terra, le mani sui fianchi, ma anche lei fece qualche passo indietro quando Thomas uscì barcollando dalla casa qualche secondo dopo, gli occhi scuri e impazziti.
«Addio» disse con un brusco cenno a suo fratello.
«Thomas, per favore!» esclamò Sunil, ma Thomas era già dietro Amina e la sospingeva verso lo sportello dell’auto. Lei salì in fretta sul sedile posteriore insieme a sua madre e a suo fratello mentre Babu apriva il pesante cancello d’acciaio che dava sulla strada principale e segnalava l’uscita.
«Stai bene?» Thomas allungò la mano verso il viso di Kamala, che si allontanò da lui il più possibile, gli occhi puntati sulla strada.
«Vigliacco! Sei peggio di lei!» urlò Sunil a Thomas attraverso il finestrino. Inseguì l’auto, colpendo con il palmo il bagagliaio. «Aspetta e vedrai, i tuoi figli ti lasceranno e non torneranno più!»
Poi furono fuori, dall’altra parte del Muro, lungo la strada polverosa. Sorpassarono i piccoli mendicanti e arrivarono alla stazione ferroviaria dove l’espresso di Kanyakumari li avrebbe condotti alla spiaggia di Kovalam. Per tre giorni interi, avrebbero alloggiato in un albergo costruito per ricchi europei. Akhil e Amina avrebbero mangiato pizza e patatine fritte e avrebbero ricominciato a litigare senza che la paura della nonna li facesse sentire vicini. Kamala e Thomas si sarebbero scambiati convenevoli e dettagli pratici, e tra loro avrebbe iniziato a mettere radici una palpabile freddezza. Ma furono le ultime parole di Sunil a fare più danni, e più di una volta Amina si girò e sorprese suo padre a fissare lei e suo fratello come se fossero già due estranei. Quattro anni dopo, quando morì Akhil, lei capì che le parole dello zio gli echeggiavano nella testa più forte di qualsiasi consolazione offerta dal sacerdote.