4.
Alla Mesa Preparatory, a metà semestre nessuno era preparato all’arrivo di Paige e Jamie Anderson. Alla fine di febbraio, tutta la gioia recata da nuove vite o nuove possibilità era stata soffocata dalla routine degli orari e dei gruppetti. Gli studenti si radunavano in cortile la mattina, annoiati a morte l’uno dall’altro, e fissavano imbronciati il parcheggio, come se volessero sfidarlo a tirare fuori qualcosa che valesse la pena guardare. Perciò quando due sagome incresparono l’orizzonte d’asfalto ammutolirono e si scambiarono una serie di occhiate. I corpi si torsero leggermente sulle panchine. Le voci svanirono nell’aria del mattino. Erano veri?
Paige e Jamie indossavano piumoni, scarponi da montagna e facce vuote; arrivarono come orfani, seguiti dall’ombra della tragedia, del coraggio e di eventi innominabili.
«Che roba è, Biancaneve e il disconano del cazzo?» disse Mindy, guardandoli attraversare il prato quella prima mattina.
«Chiudi il becco, Mindy» la zittì Akhil: nonostante l’osservazione di Mindy fosse stata eccessiva, il suo tentativo di ostracizzare gli Anderson in realtà era stata una mossa istintiva, la risposta tattica di una specie la cui esistenza è stata ormai eclissata da un’altra. Questa consapevolezza era palpabile, insieme a parecchie caratteristiche degli Anderson che avrebbero spazzato via dalla storia della Mesa Preparatory personaggi come Mindy Lujan. Tra queste c’erano:
1. le cosce di Paige (tornite),
2. i seni di Paige (nascosti dal giaccone bianco, ma chiaramente visibili, come palle da croquet coperte di neve),
3. il collo di Paige (lungo),
4. le guance di Paige (rosate),
5. la bocca di Paige (grande e dai contorni lievemente sfocati, come se le labbra non sapessero esattamente dove fermarsi),
6. i capelli di Paige (lustri, neri, a caschetto),
7. la capigliatura afro di Jamie (enorme).
A essere sinceri, la pettinatura afro di Jamie (sì, era bianco, ma non sarebbe stato possibile definirla altrimenti) non era bella di per sé, ma la sua totale sregolatezza e il suo diametro, sfumato di biondo, grande due volte la sua testa, costituivano un perfetto contrappunto alla corvina e ordinata chioma della sorella, un po’ come il velo da sposa nei mazzi di rose. Se possibile, la rendeva ancora più perfetta. Mentre passavano, nessuno fiatò, e loro scomparvero all’interno dell’ufficio del preside.
«Che intenzioni avranno?» domandò Akhil mentre tutti erano rimasti accecati dal bagliore della porta che si chiudeva.
«C’è solo un modo per scoprirlo». Dimple fece scivolare i libri giù dalla panchina e li seguì.
Ovviamente, quattro ore dopo, durante la lezione di biologia, fu lei a mettere a segno il primo autentico scoop sugli Anderson. Entrò, superò la lavagna dove si intrecciavano in giallo e verde le parole interfase, profase, metafase, anafase, telofase, e strizzò l’occhio ad Amina. Cinque minuti dopo, quando la professoressa Pankeridge uscì a cercare altri scovolini per i modellini della mitosi, Dimple annunciò: «Sono rifugiati per motivi di opinione».
«Cosa?» domandò Hank Franken, che stava conficcando il mignolo in una palla di polistirolo.
«Gli Anderson. Li hanno sbattuti fuori dalla St Francis».
«Cazzate. Chi te l’ha detto?»
«Loro».
«Sbattuti fuori?» domandò Gina Rodgers, le labbra strette intorno a due scovolini.
«Ecco perché sono qui. Pare che il nonno abbia dovuto pagare una stecca alla scuola in modo che Paige possa diplomarsi in tempo».
«Sbattuti fuori? E perché?» domandò Amina, e Dimple sorrise come se avesse la risposta alla domanda da venticinquemila dollari.
«Ateismo».
Un mormorio si diffuse nell’aula, seguito da alcuni sguardi nervosi. Lì tutti la sapevano troppo lunga per credere in Dio, ma il fatto di negarne recisamente l’esistenza sembrava una mossa pericolosa e forse anche maldestra.
«Si può davvero essere sbattuti fuori per ateismo?» domandò Amina.
«Ti sbattono fuori per qualunque cosa» disse Hank, le dita ormai affondate in cinque diverse palle di polistirolo: quando alzò la mano, pareva mezzo sistema solare. «Quelle suore sono implacabili».
«Cosa ti hanno raccontato esattamente?» chiese Amina.
«Be’…» Dimple si guardò intorno. «Quando gli ho domandato perché erano venuti qui a metà del secondo semestre, lui mi ha risposto che legalmente negli Stati Uniti c’è l’obbligo scolastico fino ai sedici anni, e che per lui la St Francis era diventata insopportabile. Così io ho detto, be’, grazie a Dio c’era posto anche ad anno scolastico iniziato, e lui mi ha risposto che Dio non c’entra niente, e che è stato merito del libretto degli assegni di suo nonno».
«E questo fa di lui un ateo?» domandò Amina.
«Direi» rispose Dimple.
Dopo cena, Akhil era in piedi, strafatto, sulla scala di alluminio, testa, mano, collo e polso tesi verso il soffitto. Al piano di sotto si sentiva Kamala che lavava i piatti, intonando ogni tanto le prime strofe di un brano da Tutti insieme appassionatamente.
«Dimple dice che sono stati sbattuti fuori perché sono atei o qualcosa del genere» fece Amina, distesa sul letto di suo fratello.
«È un mucchio di stronzate».
«E tu come lo sai?»
«Perché Paige è nel club di matematica».
«Quindi ci hai parlato?»
Lui guardò prima il pezzo di carta che teneva in mano e poi il soffitto, studiandolo per parecchi secondi prima di tracciare un’unica linea sottile. «Ti sembra che il Che somigli a una donna?»
«È quello pelato?»
«Vaffanculo. Quello pelato è Gandhi. Si capisce dagli occhiali» disse Akhil tornando su. «E comunque, certo che non ci ho parlato».
«Perché no?»
«Perché, insomma…» Akhil rimestò nella latta di colore con il pennello. «Perché è carina».
«E Mindy potrebbe ingelosirsi?»
«No. E poi ieri ci siamo mollati. Cioè, insomma, ci vediamo ancora, ma abbiamo deciso che non dev’essere una cosa esclusiva. Comunque, Paige ha detto al professor Jones che secondo suo padre la St Francis non era sufficientemente rigorosa, sul piano accademico. Davvero trovi che non assomiglia a Gandhi?»
«Sembra un neonato».
«Ma gli occhi vanno bene, no?»
«Più o meno, però sembrano al posto sbagliato».
«Oh, tutto qui? Grandioso, cazzo».
«Falli più in basso». Amina si avvicinò alla scrivania e aprì il quaderno di storia di suo fratello. Disegnò un uovo e poi una linea leggera che lo divideva più o meno a metà. «Guarda. Tutti pensano che gli occhi vadano fatti in alto, ma in genere sono pressappoco nel mezzo della faccia».
Akhil taceva, i suoi occhi venati di rosso scrutavano la pagina. «Ehi, Ami, forse potresti…»
«No».
«Ti pago».
«No. Quanto?»
«Due dollari a sera».
«Tre».
«Ti prego. Questo fine settimana ti porto al centro commerciale di Coronado».
«Due e settantacinque».
Akhil gemette. «Davvero. Ti prego».
Amina ci rifletté. Quei soldi, insieme a quelli che stava guadagnando per i “sonni lampo” di Akhil, come ormai aveva cominciato a chiamarli, le avrebbero probabilmente permesso di comprarsi almeno un rullino in più la settimana. «Va bene, due. Però solo il disegno. Non ho intenzione di dipingere niente».
«Affare fatto». Lui riguardò il foglio. «Dove vanno le bocche?»
«Boh». Amina gli tolse di mano la matita e iniziò la scalata. «Con le bocche sono pessima».