4.

Il pomeriggio seguente Amina si trovava nello spazio tra la porta della sua camera e quella di Akhil, stringendo le mani a pugno e poi rilassando le dita. Non ce la faceva più. Era un rumore orribile e il fatto che non si fosse mai interrotto nei dieci minuti in cui lei aveva atteso fuori le diede il coraggio di entrare.

Akhil piangeva sul suo letto. Piangeva davvero. Piangeva in un modo in cui lei non l’aveva mai visto piangere da quand’erano bambini e lui aveva lasciato cadere per sbaglio la sua spada laser di Guerre stellari fuori dal finestrino dell’auto e tutto il suo futuro eroismo si era schiantato sull’autostrada trasformandosi in rottami di plastica.

«Fuori» disse lui, ma lo disse in un tono così lagnoso e debole che Amina non riuscì a prenderlo sul serio. Sedette in fondo al letto, non sapeva cosa dire. I Grandi li guardavano con un sorriso folle.

«Paige mi lascerà».

«Che cosa? Te l’ha detto lei?»

«Mi lascerà quando lo scoprirà».

«Come sarebbe a dire? Non gliel’hai ancora detto?»

Suo fratello fece un respiro affannoso e cercò di deglutire, poi disse: «Non proprio. Non esiste una cura. Oggi mi sono documentato, gli esami che ti fanno sono solo un mucchio di cazzate e quasi tutti inutili».

Poteva essere vero? Amina pensò al loro armadietto dei medicinali, a tutte le pillole e agli sciroppi dai colori pastello. «Be’, forse papà è al corrente di qualcosa che potrebbe…»

«Papà non può farci un cazzo! È una malattia!»

«Ma…» Amina si leccò nervosamente le labbra. «Cioè, non sai nemmeno di sicuro se ce l’hai».

«Sei stata tu a dirlo! Continuo ad addormentarmi senza nessun motivo apparente, no?»

Amina trovò una pellicina e iniziò a mordersela, rimpiangendo di avere mai aperto bocca mentre Akhil ricominciava a piangere. «Be’…»

«Be’ niente! Non capisci, stupida idiota?» balbettò lui. «Per noi le cose non cambieranno mai! Non importa che cresciamo, cambiamo, cerchiamo di diventare come tutti gli altri: alla fine restiamo sempre dei deformi del cazzo e loro lo capiranno. Siamo troppo sbagliati per amare».

Amina pensò a suo padre in piedi davanti al lavello, all’arrosto intatto di Kamala, al viso tremante di Akhil durante il Grande Sonno, alla casa di Salem che nei suoi sogni, un piano dopo l’altro, tutti sbilenchi, diventava sempre più alta. Pensò al momento in cui avrebbe potuto afferrare la mano di Jamie ma non l’aveva fatto.

«Andrà tutto bene» continuò a voce alta, principalmente per smettere di pensare.

Akhil tacque.

«Ti amerà ancora» gli disse, calcando sulla voce in mancanza di un’autentica convinzione, e quando lui continuò a tacere si rese conto che probabilmente si era riaddormentato. Fantastico. Un fallimento dopo l’altro. Alzò lo sguardo verso i Grandi. Bastardi, pensò. Fate qualcosa per lui.

«Lo pensi davvero?» domandò piano Akhil, facendola trasalire. «Credi che mi vorrà ancora?»

«Ma certo» disse Amina, sollevata. «Diglielo e basta».

Meno male che c’erano i sabati mattina. Una tregua dal mondo familiare, una giornata impermeabile alla routine. Tutto era possibile. La settimana poteva ancora essere recuperata. Amina scese in cucina, sorpresa ma non dispiaciuta di vedere suo padre fissare gli armadietti.

«Che cosa cerchi?»

«Il caffè».

«Vicino alle spezie. Quello con il coperchio rosso».

Thomas prese il barattolo di Nescafé e lo aprì, lo annusò esitante e poi annuì. «Ne vuoi un po’?»

«Mi fa schifo».

«Già». Estrasse il misurino di plastica e ne versò il contenuto in una tazza. «E tu cosa stai cercando?»

Lei stava sfogliando il giornale alla ricerca dell’oroscopo, sperando che le svelasse se Dimple sentiva la sua mancanza, oppure se qualcuno stava per innamorarsi di lei. Thomas osservò il bollitore con profonda concentrazione.

«Lo sai di cosa abbiamo bisogno?» le chiese qualche istante dopo e lei alzò gli occhi, temporaneamente disorientata dalla frase: «I tuoi istinti si intensificano con l’avanzare della notte».

«Eh?»

«Una caffettiera con una sveglia incorporata. Capito? Così quando scatta la sveglia il caffè inizia a scendere. E nel tempo che ti ci vuole ad arrivare in cucina trovi ad aspettarti una caffettiera piena e pronta! Bello, eh?»

«Certo». Abbassò di nuovo lo sguardo sul giornale per leggere l’oroscopo di lui. «Okay, papà, del Leone oggi dice…»

Il telefono squillò interrompendola; rispose Thomas.

«Cindy!» esclamò, come se si trattasse di un’amica che non sentiva da tempo. Parlava sempre così con le infermiere che chiamavano. «Che succede?»

«Cosa?» disse poi. «No, è a casa, perché?»

La voce all’altro capo disse qualcosa e Thomas coprì il microfono e si girò verso Amina.

«Controlla fuori se c’è la station-wagon» ordinò con voce calma. Poi parlò di nuovo al telefono. «A che ora dici che sono arrivati?»

Quando Amina si avvicinò Queen Victoria era seduta di fronte alla porta e non accennò a spostarsi mentre lei girava la maniglia.

«Andiamo, Maestà» disse, e la cagna si alzò con qualche mugolio e si spostò mentre Amina apriva la porta. Restò lì a sbattere le palpebre nella luce del mattino, mentre il calore dell’estate incipiente riscaldava le cime degli alberi e staccava batuffoli di peluria dai rami sospingendoli nel vialetto.

L’auto di Akhil era scomparsa.

«Sono gravi le ustioni?» chiese Thomas mentre guidava, il telefono incastrato tra la spalla e l’orecchio, e Amina per tutta risposta sentì solo una scarica di elettricità statica. Guidava veloce, le braccia che tremavano, e si lasciarono alle spalle il traffico in cui si muovevano come una muta di cani finché davanti non ebbero soltanto la strada sgombra e il cielo.

«Okay» stava dicendo suo padre. «Okay. Quando è arrivato reagiva?»

Accanto a lui, Kamala leggeva ogni movimento del suo viso.

Amina guardava, fuori dal finestrino, lo steccato di paletti verdi che divideva l’autostrada, finché non si mescolarono a rivelare le auto sulla corsia che correva nella direzione opposta. Sfrecciavano loro accanto a velocità stupefacente e lei si mise a contarle con rapidità frenetica finché suo padre non riattaccò e sua madre disse: «Allora? Cos’è successo?»

«Aspettiamo di arrivare» rispose Thomas.

Zia Sanji piombò dentro dalle porte scorrevoli di vetro come un ippopotamo impazzito, il salwar infagottato intorno ai fianchi, i capelli umidi appiccicati alla fronte. Quando vide Amina attraversò di corsa la stanza, urlando: «Stai bene?» e soffocandola in un abbraccio prima che avesse il tempo di rispondere.

«Stai bene?» ripeté poi, allontanandola bruscamente da sé e guardandola fisso.

«Sto benissimo. È Akhil».

«Tuo padre al telefono mi ha parlato di un incidente stradale».

Amina annuì. «È arrivato con l’ambulanza. Al pronto soccorso l’hanno riconosciuto e hanno chiamato papà».

«Allora sono dentro? Tu stavi aspettando qui fuori da sola?»

Amina annuì, e a un tratto provò una gran voglia di piangere. Sanji sedette sulla sedia accanto alla sua e se la prese in grembo, cosa che avrebbe dovuto essere ridicola ma non lo era affatto. Serrò gli occhi e premette il viso contro il collo della zia.

«Poverina, devi esserti spaventata tanto, vero?»

Amina annuì e si concesse di piangere un poco mentre zia Sanji le accarezzava la schiena descrivendo dei cerchi, e parlando a raffica.

«… Non ho quasi sentito suonare il telefono perché stavo uscendo dalla doccia, ma poi ho pensato di controllare e tuo padre mi ha detto tutto e allora mi sono precipitata. Sta arrivando anche lo zio e Bala e Chacko sono a casa con Dimple, che è tanto preoccupata per te. Ho detto che avrei chiamato non appena avessi saputo qualcosa. Poverina. Ma tu non ti preoccupare, sai? Akhil sta bene, mamma e papà sono solo tanto spaventati. Vedrai che starà bene».

«Okay» sussurrò Amina.

Zia Sanji non disse niente ma continuò ad accarezzarle la schiena, il che un po’ aiutava. Fuori dalla finestra, Amina vide altre luci lampeggianti e l’arrivo di un’altra ambulanza. Stavolta, quando i paramedici saltarono fuori per aprire il portello posteriore, fece bene attenzione a non guardare. Zia Sanji sospirò e si sistemò meglio il peso di Amina in grembo. Poi iniziò a dire qualcosa ma si interruppe.

«Come?» domandò Amina.

Lei sospirò. «Stavo pensando che questo è un brutto posto, no? Se ti portassi dai Kurian? Non potresti aspettare da loro?»

«E mamma e papà?»

«Dirò a una delle infermiere di avvertirli. Possono venire a prenderti dopo. Questo non è posto per te».

Amina raddrizzò la schiena e guardò fuori dalle porte d’acciaio, sentendosi un po’ in colpa.

«Non ti preoccupare, Ami, sono sicura che mamma e papà la pensano come me. Vuoi che chiami Bala?» Sanji si guardò intorno nella sala d’aspetto. «Vieni, c’è un telefono a gettone».

Raggiunsero l’angolo opposto della stanza, dove due dei tre telefoni erano occupati. Sanji prese il terzo e, dopo avere ascoltato il segnale di libero, infilò dentro una moneta. Amina vide un uomo sprofondare nella sedia che lei aveva abbandonato, controllando l’orologio.

«È con me» stava dicendo zia Sanji al telefono. «Vuoi che la porti a trovare Dimple? Non voglio che aspetti qui con tutte le cose orribili che capitano in questo posto».

La voce di zia Bala arrivò come uno squittio e Amina credette di sentire qualcuno pronunciare il suo nome. Si girò.

«Ami». Era suo padre. Amina colse nei suoi occhi un lampo opaco e lui guardò altrove, gli occhi terribilmente arrossati. Alle sue spalle, sua madre, in piedi, stringeva tra le braccia qualcosa. Un gatto. Un bambino. Amina aguzzò la vista e vide il giubbotto di pelle di Akhil.

«Kamala, cos’hai fatto all’occhio?» disse zia Sanji e Kamala la guardò come se fosse il vetro di una finestra. Poi qualcosa si fermò. Forse fu il suo respiro o le sirene o tutti i monitor dell’ospedale che smisero di fare bip, ma in quei secondi Amina vide che gli occhi di sua madre erano diventati lisci e vuoti, privi di qualsiasi percezione. Nessuno parlò e zia Sanji riattaccò.

«C’è stato un incidente» esordì Thomas e poi tacque.

Sanji si coprì la bocca con una mano e mise l’altra sulla spalla di Amina, come se volesse sorreggerla. Da qualche parte, qualcuno stava dicendo: «No, no, no, no».

«Come?» si sentì dire Amina, anche mentre suo padre la guardava, anche quando ebbe capito. «Come?»

Kamala teneva davanti a sé le chiavi dell’auto come se fossero una torcia in grado di guidarla attraverso il parcheggio fino allo sportello. La seguivano Thomas, e poi Amina e Sanji.

«Kamala, Thomas, vi accompagno io» disse ancora una volta zia Sanji, ma Kamala scosse la testa.

«Stiamo bene».

«Tu non stai bene, come puoi star bene? Per me non è un problema, io e Raj verremo a prendere la tua auto stasera…»

«No» rispose Kamala con fermezza, aprendo lo sportello. «No, grazie».

Sanji si allontanò dall’auto e li guardò salire. Tirò su l’estremità del salwar e lo usò per asciugarsi il naso gonfio e rosso. Si chinò, mise il palmo della mano contro il finestrino posteriore e fissò Amina mentre l’auto si metteva in moto.

«Chiamami» sillabò, e Amina annuì. Quando l’auto partì, Sanji si scostò.

Senza di lei, tutto peggiorò all’istante. Non erano nemmeno usciti dal parcheggio che Amina avvertì il silenzio abbattersi su di loro, liscio e implacabile come cemento. Kamala cambiò marcia e Amina guardò suo padre attraverso lo specchietto retrovisore. Stranamente, ora le sembrava normale, calmo e stanco, come sempre quando tornava a casa dal lavoro, ma a posto. Non riusciva a vedere il viso di sua madre.

«Dobbiamo chiamare Chacko e Bala» disse Thomas quando entrarono in autostrada.

«Lo farà Sanji».

«Dovremmo chiamarli noi».

«Chiamali tu».

Fuori, le auto sfrecciavano in una scia confusa, sballottandoli per lo spostamento d’aria prima di scomparire all’orizzonte. Kamala si spostò nella corsia di sinistra.

«Dove vai?» domandò Thomas.

Amina guardò fuori dal finestrino e vide che avevano imboccato la I-40.

«La macchina» disse sua madre.

«Più tardi, Kamala. La vediamo dopo. Non l’hanno ancora portata giù dalla montagna».

«Oggi».

Amina sentì lo sguardo di suo padre attraverso lo specchietto retrovisore. Si chinò su sua madre e le sussurrò qualcosa in malayalam, ma lei lo spinse via.

«E allora? Resterà in macchina. Non c’è problema».

«Devi restare in macchina» stava dicendo suo padre. Aveva aperto lo sportello posteriore e si era inginocchiato accanto a lei, guardandola negli occhi. «Devi restare qui, okay? Puoi farlo, Ami? Puoi fare questo per me?»

L’auto era parcheggiata sul ciglio della strada. Fuori, l’aria di montagna odorava di piume e rocce e benzina e cenere e Amina annuì. Lo guardò girarsi e correre a raggiungere sua madre, che si stava già allontanando su per la curva verso il guardrail, la treccia nera che le rimbalzava sulla schiena.

Guardando i suoi genitori dal finestrino, Amina era sicura che fossero nel posto sbagliato. La strada sembrava in ordine, la solita vena d’asfalto contorta che percorrevano sempre per arrivare sulla vetta, gli stessi guardrail bassi che tenevano a bada le cime dei sempreverdi. Due furgoni bianchi e alcuni uomini in arancione salutarono i suoi genitori e indicarono verso il basso con le mani guantate. I suoi si girarono e guardarono.

Che cosa videro quel giorno? Cos’era accaduto all’auto di Akhil, da costringere suo padre a restare inchiodato dov’era mentre sua madre si girava, si dirigeva prima verso la strada e poi vi si inginocchiava cautamente, gli occhi che si chiudevano? Si erano completamente separati in quel momento, compiendo l’allontanamento già iniziato durante l’ultimo viaggio a Salem, o il loro rapporto si era sfrangiato più lentamente, mentre il peso quotidiano di ciò che era accaduto li schiacciava? Amina non l’avrebbe mai saputo, ma per giorni non riuscì a chiudere gli occhi senza vedere i suoi genitori com’erano stati prima di guardare giù, le punte dei sempreverdi che si allargavano davanti a loro come onde, il cielo del New Mexico piatto e bianco come l’eternità.