1.

Albuquerque accolse Amina con un’ululante tempesta di sabbia. Sotto l’aereo, spirali di polvere marrone si snodavano sulle mesa e contro le montagne, disperdendosi a causa dell’alternarsi dei venti. Sibilavano contro i finestrini durante l’atterraggio e Amina socchiuse le palpebre e trattenne involontariamente il fiato mentre il cielo passava dall’azzurro al beige. L’aereo guizzò sotto di lei e la donna seduta accanto si lasciò sfuggire un gemito che odorava di vino bianco. Si accese il microfono.

«Signore e signori, per favore assicuratevi di avere le cinture allacciate e di avere riposto bene le borse sotto il sedile davanti al vostro» disse una voce calma e allegra. «Qui ad Albuquerque è una giornata ventosa e durante l’atterraggio incontreremo qualche turbolenza».

Trent’anni prima, Kamala e Thomas erano arrivati proprio durante una tempesta di sabbia. Kamala ne parlava ancora con Amina ogni volta che si sentiva frustrata a causa del deserto, quando la siccità le faceva seccare i pomodori o le mesa si incendiavano. Una volta, durante un’estate arida che aveva sospinto gli orsi giù dalle montagne e sulle autostrade, l’aveva chiamata alle sei del mattino: Quel giorno che siamo arrivati, ho guardato giù ed era tutto marrone, marrone, soltanto marrone! Ho dovuto fare tutta la strada fino all’aeroporto con gli occhi chiusi!

Amina guardò il terreno vorticoso fuori dal finestrino e immaginò i suoi genitori che atterravano su Albuquerque, a occhi spalancati, la stagione dei monsoni indiani alle loro spalle come un’ombra. Amina non era ancora nata e Akhil era rimasto a Salem per gli otto mesi che c’erano voluti a trovare una casa; era la prima volta che restavano soli da anni. Immaginò che fossero arrivati al tramonto, le mani intrecciate come lei non li aveva mai visti fare, le guance ardenti di luce arancione. Non erano freddi o timidi o imbarazzati, nella sua fantasia, non avevano ancora alle spalle anni di un matrimonio che Ammachy non aveva mai approvato. Invece erano giovani innamorati e calavano a tutta velocità su un paese nuovo, al tramonto. Mentre l’aereo scendeva, avevano delle cose da sussurrarsi all’orecchio.

«Koche! Qui!»

Amina si guardò alle spalle e vide Kamala che faticava a uscire dall’ascensore con la sua sari di cotone rosa e le scarpe da ginnastica, l’enorme borsa nera appesa a un braccio, i capelli raccolti nella treccia nera che portava da tutta la vita pendente sulla schiena. Bassa, snella, oscillante come un metronomo infuriato, Kamala si faceva strada nell’atrio, completamente inconsapevole del pubblico che aveva intorno. Anche ora, superata la cinquantina, con alcuni capelli grigi a incorniciare l’ovale liscio degli zigomi, sembrava graziosa come una ragazzina.

«Ti aspetto di sopra da dieci minuti!» urlò, afferrandole il braccio come se Amina avesse intenzione di scapparle via.

«Quella è la zona delle partenze, mamma».

«E allora?» Squadrò Amina ben bene. «Sei troppo magra. Non mangi?»

«Ci ho rinunciato».

«Cosa?»

Amina le strinse la spalla, guidandola dolcemente verso l’ascensore. «Ma certo che mangio. Ieri sera ho cenato con Sajeev e Dimple». In silenzio, si maledisse mentre l’informazione illuminava il viso di sua madre.

«Ma bene! E come sta il signor Sajeev?»

«Benissimo». Amina entrò nell’ascensore e Kamala la seguì, muovendosi con cautela, come un gatto su una pila di fogli di carta.

«Adesso fa un lavoro importante, no? Quale, esattamente?»

«Non ricordo».

«Credo che programmi computer». Kamala sorrise.

Fuori, la vecchia Ford arancione era bersagliata da tutti i lati da fitti scrosci di sabbia. La guardarono per un istante, trattenendo il fiato.

«Okay! Corri a tutta velocità!» gridò Kamala, e così fecero, lanciando la borsa sul sedile posteriore e saltando davanti.

«Oh! Che roba!» gridò quando riuscirono a entrare, e scoppiò a ridere mentre Amina sbatteva forte la portiera. Si allontanò dalla zona partenze, tagliando la strada a un’auto che si avvicinava e rivolgendo un gesto benigno al conducente che le superava sterzando e mostrando il dito medio. «Allora domani i Ramakrishna ti vogliono vedere. Raj prepara i jalebi».

Amina fece una smorfia. «Perché non possiamo dirgli che non mi piacciono?»

«Quand’eri piccola li adoravi!»

Era Akhil che li adorava, ma se l’avesse detto avrebbe ferito sua madre, perché nominare Akhil feriva sempre Kamala; il dolore di udire quel nome la faceva ammutolire per minuti interi, e a volte per ore. «Be’, adesso non mi piacciono più».

«Raj adora prepararteli e tuo padre adora mangiarli, quindi non è un grosso problema, giusto?»

Giusto. «E papà dov’è?»

«Una questione importante. Hai una bella pelle. Stai usando la Pond’s che ti ho mandato?»

«Aspetta, sta operando?»

«Cos’altro dovrebbe fare?»

«Non lo so. Riposare?»

«Non sta male».

«Be’, sta abbastanza male, visto che mi hai implorato di venire».

«Ti ho detto che parla, non che sta male. Sei stata tu a decidere che c’era bisogno di venire».

Amina scosse la testa ma non disse niente. Perché agitarsi tanto? Una volta riscritta, per Kamala la storia era più indiscutibile di documenti governativi segreti. Quando svoltarono verso nord il vento si fece più gagliardo. A qualche chilometro di distanza, gli ospedali – che facevano parte dell’unico gruppo di edifici con più di dieci piani di tutta la città – svettavano nell’aria sporca. Amina li guardò socchiudendo gli occhi.

«Com’è andata ieri? Avevi un matrimonio?»

Amina cercò di cancellare il ricordo della faccia di Lesley Beale, dei cappotti, di gambe e braccia. «Tutto bene».

«La sposa era una ragazza carina?»

«Insomma».

«Come si chiama?»

«Jessica».

«Je-sii-ca» ripeté sua madre, annuendo tra sé. «Quanti anni ha?»

«Ventitré».

«Capisco» disse piano Kamala, cambiando corsia. «Fortunata, no? Sua madre dev’essere molto sollevata».

«Sicuramente. Povera te, eh?»

«Non ho detto questo!» La madre si guardò al di sopra della spalla. «Allora Sajeev si vede con qualcuno?»

«Non che io sappia».

Kamala fece oscillare la testa, per elaborare e rivalutare l’informazione. Fletté le dita contro il volante per un paio di volte prima di dire: «E allora ci potresti uscire insieme».

«No, non posso».

«Perché no?»

«Perché non è il mio tipo».

«Ah, vabbè» sbuffò sua madre.

«Cosa vorresti dire? È una cosa importante, mamma! Non è una pretesa assurda».

«Non c’è bisogno che urli» disse Kamala accigliandosi. «Facevo per dire».

«E comunque ho trent’anni» borbottò Amina. «Non si dice a una donna di trent’anni con chi deve uscire».

«Ventinove! I tuoi amici non te lo dicono? Dimple non te lo dice?»

«È diverso».

«Sì, certo. Questo è un paese fantastico, qui i bambini danno retta ad altri bambini che gli dicono con chi devono passare la vita».

Amina s’appoggiò al finestrino. Più avanti, sulla strada, alcuni grovigli di erbe secche si spostarono verso di loro, ammassi spinosi che galleggiavano nel vento.

«Portami all’ospedale».

«Che cosa?»

«Voglio vedere papà un secondo».

«Aspetta che sia a casa. E poi potrebbe essere in sala operatoria».

«Allora me lo diranno loro quando l’avranno chiamato al cercapersone».

«Ma perché? Quell’ospedale è un posto orribile».

«Mamma».

«Va bene, va bene» sospirò Kamala, scrutando nello specchietto retrovisore e cambiando corsia. «Ma io non entro».

Nel giro di pochi minuti erano davanti al pronto soccorso, dove alcune infermiere coraggiose fumavano proteggendosi gli occhi con le mani.

«Sei sicura che starai bene qui fuori?» domandò Amina, infilando una ciocca di capelli dietro l’orecchio di sua madre.

«Sì. Faccio un sonnellino. Fa’ in fretta».

Amina aprì la portiera e si mise a correre.