3.

Il problema di parlare con Paige era che Amina non l’aveva mai fatto prima. Al massimo si erano scambiate un paio di frasi mentre Akhil restava nelle vicinanze per accertarsi che la conversazione fosse breve e amichevole. Ma il giorno seguente, a scuola, Amina puntò dritto verso il tavolo da picnic dietro l’edificio di quelli dell’ultimo anno, dove Paige stava leggendo un libro, da sola.

«Oh, ciao» disse Paige alzando gli occhi. «Cosa c’è?»

«Niente».

«Ah, sì?»

«Sì, ehm». Che cos’avrebbe dovuto dire? Amina fece un sorriso nervoso. «Oggi Akhil non c’è».

«L’ho notato».

«Sì. E, ehm, ti ha chiamato? Ti ha detto perché non c’è?»

«No». Paige chiuse il libro. «C’è qualcosa che non va?»

«No. Niente».

Paige la guardò con la stessa espressione che aveva qualche volta anche Jamie a lezione d’inglese, come se pensasse che cercavi di imbrogliarlo mentre invece stavi soltanto riflettendo su cosa dirgli. Amina fissò i jeans di Paige, che erano azzurri, leggermente più larghi in fondo e aderenti sulle cosce.

«L’hai mai visto addormentarsi?» le domandò.

«Come?» Paige s’irrigidì.

«Cioè, insomma… si è mai addormentato vicino a te, all’improvviso? Non so, magari quando è agitato o eccitato o qualcosa del genere?»

Paige arrossì lievemente e si infilò una ciocca di capelli neri dietro l’orecchio. «Non lo so».

«Non importa, è una sciocchezza. Sai, stavo solo cercando di capire una cosa. Non è fondamentale, ma me l’ha chiesto mio padre e io pensavo…»

«Aspetta, tuo padre è preoccupato?»

«Come? No, no. Insomma, un po’. È solo che… mi ha fatto delle domande e io ormai non vedo più tanto Akhil, cioè, non che in questo ci sia niente di male, ma adesso tu sei la persona che lui vede di più, più o meno, così ho pensato che forse… ma non è importante. Grazie».

Non aveva la minima idea del perché avesse ringraziato Paige o del perché le avesse rivolto la parola. Si girò di scatto e si diresse verso l’edificio di quelli del secondo anno, e mentre camminava rapida i narcisi ai margini del suo campo visivo le apparvero come una macchia indistinta.

«Ehi, Amina!» le gridò Paige, ma lei si limitò ad agitare la mano, fingendo che avessero concluso una conversazione che in realtà non era mai iniziata.

«Cosa c’è per cena?» domandò Amina nel pomeriggio, entrando in cucina.

Kamala era seduta su uno sgabello a mondare le lenticchie rosse. «Curry meen, riso, cavolo. Preparo anche il dahl, ma per domani».

Amina posò lo zaino e andò nella dispensa.

«Akhil è tornato?»

«Sì».

«Ottimo». Prese una merendina alla frutta.

«Non disturbarlo, va bene? Quel poverino è stato sveglio tutta la notte».

«Okay». Amina salì le scale e scalciò via le scarpe prima di avvicinarsi alla camera del fratello. La porta era socchiusa e i suoi piedi penzolavano dal bordo del letto. Dalla soglia, Amina vide la sua schiena sollevarsi e abbassarsi.

«Fuori».

«Non stavi nemmeno dormendo».

«Fuori lo stesso».

Amina girò intorno al letto e si avvicinò alla scrivania, allontanò la sedia e buttò sul pavimento un mucchio di magliette puzzolenti. «Cosa ti hanno fatto?»

«Degli esami».

«Sì, ma com’è stato?»

«Tu che ne pensi?»

«Ti hanno fatto un encefalogramma?» domandò lei.

«Mi hanno monitorato il sonno. Mi hanno messo dei sensori. Mi hanno svegliato un paio di volte».

«Papà era con te?»

«Quasi sempre».

«Ti hanno fatto male?»

Akhil tacque.

«Be’, comunque adesso è finita, giusto? Cioè, hanno trovato qualcosa?»

Suo fratello taceva e si limitava ad agitare il piede fuori dal bordo del letto.

«Ehi» disse Amina. «Ti ricordi la puntata di That’s Incredible! su quel tipo che aveva un gemello ficcato nella testa? Te lo ricordi, quel tizio con l’emicrania?»

«FUORI!» urlò Akhil sollevando la testa dal cuscino, e Amina schizzò su dalla sedia col cuore che le batteva forte.

«Cristo, ma sei matto? Era solo una domanda!»

Ma lui si era alzato e si stava avvicinando, se possibile era ancora più alto del giorno prima. Amina cercò di evitarlo ma Akhil l’afferrò per un braccio, glielo torse dietro la schiena e le bloccò il polso tra le scapole.

«Ahi! Cazzo, Akhil, smettila!»

Lui le mise il gomito intorno al collo e la trascinò sul pavimento. Quando arrivò alla porta la buttò fuori e poi gliela sbatté alle spalle.

«Coglione!» urlò Amina, con le guance che le bruciavano. Ma che diavolo era successo? Erano passati anni dall’ultima volta che le aveva fatto una mossa del genere, e la mandava fuori di testa rendersi conto che non era riuscita a liberarsi, proprio come non ci riusciva a undici anni. Prese a calci la porta, con violenza.

«Vaffanculo!» urlò Akhil.

«Sei uno stronzo!» urlò lei.

«Amina!» gridò Kamala dal piano di sotto. «Ma cosa caspita state facendo? Lascialo in pace! Per oggi ne ha avuto abbastanza».

Naturalmente Paige gli avrebbe offerto la consolazione di cui aveva bisogno. Il giorno dopo a scuola Amina li osservò, durante la pausa pranzo, nel parcheggio, troppo immersi nella conversazione per disturbarsi a uscire dal campus. Akhil era seduto sul cofano della station-wagon e Paige gli stava di fronte, e mentre lui parlava gli teneva entrambe le mani. Quando lui le si accostò, Amina distolse lo sguardo.

La sera dopo, Kamala preparò una cena favolosa. Era il risultato di due giorni di lavoro ed era il frutto dell’amore per la sua famiglia, ma nelle ultime ore di preparazione si era aggiunta un po’ d’ansia, perché Thomas era tornato a casa e, in cucina, si era messo a parlarle a bassa voce.

Ne venne fuori un pasto a base di piatti preferiti, ma riusciti male. Gli iddly, in genere così leggeri, affogavano in un sambar un po’ troppo affumicato. Uno strano aroma pervadeva il chutney al cocco. Il dolce, il lassi al mango, era troppo denso, ma tutti fecero del loro meglio per mangiarlo fino all’ultimo cucchiaio, come se i loro organi li avessero avvertiti che era meglio evitare la conversazione. Alla fine, Thomas giunse le mani.

«Per un po’ non potrai guidare» disse.

«Che cosa?» Akhil si accigliò. «Per quanto?»

«Dipende».

«Da cosa? Che cosa ho fatto?»

«Non hai fatto niente».

«Allora perché mi punisci?» Akhil appoggiò la schiena alla sedia e lanciò un’occhiataccia a suo padre.

Amina vide i genitori scambiarsi uno sguardo e poi guardare altrove. Silenzio.

Akhil si protese verso il padre. «Papà, non puoi dire “dipende” e poi non spiegarmi niente. Devi dirmelo, in modo che sappia quali sono le regole. Lo trovo giusto».

«Dobbiamo fare degli altri esami».

Le labbra di Akhil si socchiusero. Sbatté le palpebre. «Che cosa?»

«Dobbiamo fare alcuni esami in ospedale, a partire dalla settimana prossima». Thomas fece un respiro profondo e allargò i palmi. «L’analisi del tuo sonno rivela i sintomi della narcolessia tipica dell’adolescenza».

Akhil lo fissò, impallidendo.

«C’è la possibilità che tu debba fare delle cure» aggiunse Thomas.

«Narcolessia? Cioè mi addormento all’improvviso?»

Thomas annuì.

«Ma non mi succede più». Akhil guardò sua madre. «Mamma, diglielo».

«Non penso che sia niente di grave» disse Kamala.

«Come?»

«Non vedo perché questo sonno sia così diverso dall’altro» disse lei a Thomas. «Dorme, e allora? L’ultima volta, te l’avevo detto, non era niente, non c’è da preoccuparsi, sta crescendo, è tutto nella tua testa, eh? Adesso sta meglio e tu pensi che sia una tragedia».

Akhil si girò verso Amina. «Di’ a papà che non dormo più come prima. Evidentemente non è stato abbastanza a casa da accorgersene».

Amina guardò suo padre. Akhil le sferrò un calcio sotto il tavolo.

«Ahi! Cristo!»

«Diglielo!»

«Be’…» Amina si schiarì la gola, impaurita. «Invece sì».

Akhil spalancò la bocca. «Che cosa?»

«Ora è diverso, non è più quella cosa strana per cui dormivi all’infinito. Adesso ti addormenti per pochissimo. Ovunque».

«Che cosa?»

«C’è qualcosa che non va! Non lo so!» Amina guardò il padre con aria implorante. «Io non sono un medico».

Akhil si girò di nuovo verso Thomas. «Ecco perché mi hai portato a fare quegli esami. Mi avevi detto che volevi scoprire se soffrivo di apnea notturna!»

Thomas annuì. «Seguivamo varie piste. L’apnea era una possibilità. Anche la narcolessia».

«Ma tu non me l’hai detto».

«Volevo essere sicuro».

«Oh, e adesso sei sicuro?»

«No, non del tutto. Ma dobbiamo andarci a fondo se vogliamo curarti…»

«Curarmi? Cioè diventerei un tuo paziente?» La voce di Akhil salì di tono.

«No. Di Subramanian».

«Permetterai a quel tizio di frugarmi nel cervello?»

«Akhil, al tuo cervello non accadrà niente…»

«Cazzate! Volete lobotomizzarmi, cazzo! Volete… ma cosa credi? Di potermi cambiare?»

«Di cosa sta parlando?» chiese Thomas a sua moglie, ma Kamala si strinse nelle spalle, le braccia incrociate sul petto.

«Dio solo sa quali cose vi direte tu e tuo figlio. E allora? Adesso si è arrabbiato. Ottimo lavoro, Thomas».

«Te l’avevo detto, non possiamo ignorare…»

«Ma certo. Quando sono io a dirtelo è una sciocchezza, eh? Una donna stupida che ha perso la testa. Ma quando lo decidi tu, allora sì che diventa un problema».

«Questo non c’entra. Quante volte ti devo ripetere…»

«Io non ci vado» annunciò Akhil. I genitori lo guardarono. «A fare altri esami. Non ho intenzione di andarci».

«Devi» disse Thomas.

«Non voglio che mi tocchi il cervello».

«Certo che no, non sono esami invasivi…»

«Ti dico che non ci vado».

«Figliolo, non peggiorare la situazione, okay? Ti sto solo dicendo che dobbiamo capire bene di cosa si tratta. Tutto qui».

«E poi? Scopriamo che ho la narcolessia, e poi? Qual è la cura?»

«Ma perché corri tanto? Dobbiamo fare le cose con calma. Prima dobbiamo capire con che cosa abbiamo a che fare».

«Noi? Noi? Cos’è, vuoi occupartene tu come se t’importasse qualcosa?»

«Ma certo che m’importa, non essere sciocco!»

«Cazzate. Non sei nemmeno mai a casa, cazzo. Non…» Akhil guardò sua madre, Amina, le labbra di suo padre, già pronte a replicare. «Non ti piacciamo nemmeno».

La bocca di Thomas si chiuse di colpo. Gli occhi di Akhil si colorarono di un rosa acceso e per un orribile istante Amina pensò che stesse per scoppiare a piangere, ma lui non aggiunse altro.

«Tu pensi di non piacermi?» domandò Thomas, quasi pronto a esplodere in una risata, ma poi si interruppe, come un cervo nella foresta che tende le orecchie verso uno sgradevole silenzio. Guardò Akhil, Kamala, Amina.

«Pensate di non piacermi?» domandò.

Nessuno rispose. Quella domanda aleggiò in cucina, sopra gli occhi doloranti e le braccia incrociate di Akhil, scostò una ciocca di capelli dalla fronte accigliata di Kamala e alla fine andò a premere contro la base della gola di Amina impedendole di articolare parole che comunque non trovava.

Thomas chinò la testa. Portò il suo piatto nel lavello e restò là in piedi, il suo profilo si stagliava sotto la luce fluorescente.

«Qualcuno deve pur lavorare» disse, piano.

Amina guardò la tavola, coperta di briciole e macchie, l’unta impronta ad arco di un vasetto di pickle di mango. Con la coda dell’occhio, vide suo padre appoggiarsi pesantemente al bancone della cucina.

«Devi fare gli esami» disse Kamala.

«Cosa?» fece Akhil.

«Devi».

«Mamma, hai appena detto…»

«E adesso ho cambiato idea».

«Ma perché?» esclamò Akhil, lanciando schizzi di saliva sul tavolo. «Per via di papà? Del suo… patriarcato del cazzo? Hai intenzione di startene lì seduta a subire come una cretina? SIAMO NEGLI ANNI OTTANTA, MAMMA. TI È CONCESSO DI AVERE LE TUE OPINIONI».

Kamala chiuse gli occhi e sospirò piano, come a cancellare ogni traccia di quella frase. «Finché non li fai, non potrai guidare».

«Cosa?»

«Non è sicuro».

«E da quando?»

«Da adesso». Kamala si alzò da tavola, gli occhi che scrutavano il soggiorno e poi puntavano verso il divano, dove si trovava lo zaino di Akhil.

«Aspetta!» scattò in piedi lui. «Aspetta, cosa vuoi fare?»

«Voglio le chiavi».

«No! Cioè, non devi prenderle. Non guiderò. Te lo prometto. Te lo giuro».

«Allora non ha importanza se non hai le chiavi».

«Ma quando potrò riaverle?»

Kamala si chinò sullo zaino e guardò suo marito.

«Quando avremo saputo quanto è grave il tuo caso» rispose Thomas.

«E se è grave?» domandò Akhil.

Amina vide i suoi genitori scambiarsi un’altra occhiata. Kamala si leccò le labbra. «Allora non potrai guidare, ma non è mica la fine…»

«Non potrò guidare mai più

«Non finché non saremo sicuri che non potrai farti del male o danneggiare qualcun altro» disse Thomas.

Kamala fece per prendere lo zaino ma Akhil la intercettò, lo afferrò con una mano e la scansò con l’altra. Aveva gli occhi sgranati e il viso imperlato di sudore.

«Nemmeno nei fine settimana? Nemmeno al ballo?» domandò.

«Dammele» ordinò Kamala.

«No».

«Dammele».

«No!»

Il tiro alla fune che ne seguì fu breve, idiota e catastrofico. Kamala si aggrappò allo zaino e lo tirò con forza nella propria direzione mentre Akhil tirava nell’altra. Amina, dal tavolo, vide sua madre fare leva su tutto il proprio peso come una specie di guerriera in sari. Akhil si piegò all’indietro. Si udirono grugniti, gemiti, imprecazioni e proprio mentre Akhil stava tentando di acquisire una presa migliore sua madre raddoppiò gli sforzi, tirando ancora più forte, tutta concentrata sulla vittoria, al punto da non accorgersi della decisione che aleggiava sulle labbra di suo figlio piegate in un sorriso crudele. A un tratto Akhil mollò la presa e lo zaino sbatté sul viso di Kamala, proiettandola con violenza all’indietro. Atterrò sulla schiena. Per un istante, il resto della famiglia Eapen ammutolì fissando quelle braccia e gambe spalancate, la sari al vento, lo zaino al posto della faccia di Kamala.

Amina era in piedi, anche se non si ricordava di essersi alzata. Suo padre, rapido, spostò Akhil e sollevò lo zaino. Sotto il nylon e le cerniere, Kamala sbatteva le palpebre, un occhio ancora chiuso per la costernazione.

«Non ti muovere» disse Thomas. «Resta lì seduta un momento».

Kamala si portò una mano alla guancia e premette, con cautela. Fissò il sangue che le aveva macchiato le dita.

«È un taglio piccolo» la rassicurò Thomas. «Non toccare. Amina, prendi l’acqua ossigenata».

Amina si girò e corse in dispensa con le gambe che le tremavano, bollenti. Nella dispensa faceva fresco e l’aria era densa del profumo della zuppa e dei pickles; lei avrebbe voluto restarci un istante, nascosta, fino a quando non si fosse concluso quel che doveva succedere. Sua madre si lamentò. Per prendere il cotone idrofilo, i cerotti e l’acqua ossigenata Amina dovette salire su un sacco di riso basmati.

«Oddio, mamma» sentì dire suo fratello.

Tornando di là, Amina gli passò accanto e provò quasi pena per lui, inginocchiato sul tappeto, come se volesse sciogliersi e lasciarsi assorbire.

«Metti del ghiaccio in un sacchetto» ordinò suo padre mentre Amina gli porgeva l’occorrente, poi si precipitò in cucina e aprì il congelatore. Tirò fuori due vassoi di cubetti e si guardò intorno, in preda al panico.

«Dove sono i sacchetti di plastica?» urlò.

«Oddio, mamma».

«Sotto il lavello» disse sua madre con voce fioca, e Amina ne acchiappò uno. Ci svuotò dentro i due vassoi e corse di là. Akhil non si era mosso di un millimetro, ma Kamala si stava passando le mani sul viso, si palpava i lineamenti come se fossero scritti in braille.

«Cos’altro?» domandò Amina, senza fiato, sentendosi a un tratto importante.

«Abbiamo una bistecca?» domandò suo padre.

«Solo agnello» disse Kamala.

«Portami l’agnello».

«Ci penso io» si offrì Akhil.

Quando le tolsero il batuffolo di cotone Kamala fece una smorfia: lo zigomo si stava gonfiando rapidamente formando un arco bitorzoluto. L’occhio roteava nell’orbita, rosso e venato di sangue. Amina trasalì.

«Va tutto bene» disse suo padre. «C’è qualche capillare rotto, perciò sembra così grave. Vedi le mie dita?» Ne alzò due e con l’altra mano a coppa coprì l’occhio sano della moglie.

Kamala annuì.

«Quante?»

«Due».

«Bene».

Akhil tornò con l’agnello. Quando l’occhio insanguinato di sua madre lo guardò, scoppiò a piangere.

«Riesci a metterti seduta?» domandò Thomas con gentilezza. «Dobbiamo darti un’occhiata alla testa».

Lei si mise a sedere. Si prese la testa tra le mani come se fosse una scodella piena di qualcosa che rischiava di traboccare, mentre Thomas le tastava il collo e la nuca.

«Qui hai un bernoccolo» disse, premendo, e lei si lasciò sfuggire un gemito. «Adesso segui le mie dita con gli occhi».

Il controllo diede risultato negativo. Kamala ci vedeva benissimo. Non sembrava disorientata, e nemmeno sconvolta; a dire la verità, era soltanto molto, molto silenziosa. Sedette sul divano, la testa schiacciata tra il ghiaccio e la carne, gli occhi chiusi. Akhil le sedette accanto. Non riusciva ancora a guardarla senza che gli tremassero le labbra, quindi distolse lo sguardo. Da parte loro, Amina e suo padre continuarono a darsi da fare per ripulire la cucina, cercare dei contenitori della misura giusta per gli avanzi e grattar via le macchie di curcuma dal fornello e dai ripiani. Impilarono i piatti accanto al lavello e mentre Thomas spazzava il pavimento Amina riempiva il lavello d’acqua calda e detersivo al limone.

«Ci penso io» disse suo padre, mettendo da parte la scopa.

«Tutto a posto, papà, io…»

«Siediti».

Dal suo tono era difficile indovinare se fosse un gesto tenero o una punizione, ma Amina si rese conto che era meglio non mettersi a discutere. Guardò il divano e capì che non voleva infilarsi nel flusso di dolore che scorreva tra sua madre e suo fratello. Così si avvicinò allo zaino, ancora sul bancone della cucina dove l’aveva messo poco prima, e tirò fuori la macchina fotografica.

Probabilmente Thomas sarebbe scomparso, con tutta quella luce riflessa dalle piastrelle della cucina. Così cercò di regolare le impostazioni, sperando di catturare l’ombra a forma di esse che gli si incurvava sulla schiena mentre lavava i piatti, la schiuma che si levava nell’aria come scaglie di forfora. Si girò e passò in sala da pranzo per scattare una foto della tovaglia macchiata e sporca. Da quella distanza, ne fece qualcuna anche a sua madre e suo fratello sul divano, i visi illuminati da lampi azzurrini ogni volta che l’immagine sullo schermo del televisore cambiava. Mise meglio a fuoco e vide che la bocca di Akhil si muoveva. Poi fu il turno di quella di Kamala. Poi di nuovo Akhil. Chissà che cosa stava dicendo, esattamente, o che cosa gli rispondeva lei, o perché, dieci secondi dopo, si scambiarono uno sguardo e scoppiarono in una risatina prima di ripiombare nel silenzio. Amina sapeva soltanto che quando suo padre ebbe finito con i piatti era iniziato Hill Street giorno e notte e si erano messi a guardarlo seduti vicini, la mano di sua madre bene stretta attorno all’ottone luccicante delle chiavi. Thomas si fermò davanti a loro asciugandosi le mani con uno strofinaccio.

«Vedo che ti senti meglio» disse ad Akhil, che non rispose, lo sguardo indurito. Amina scattò una foto.

«Capisco che sono momenti molto difficili» continuò Thomas un po’ troppo ad alta voce, come se volesse lasciare un monito ai posteri. «A nessuno piacciono queste cose che la vita sceglie di darci. Ma capire come affrontarle invece di continuare a scappare fa parte del diventare uomini. È ora che tu capisca come fare».

Perché i padri spesso ottengono proprio i risultati che cercano di evitare? Il loro bisogno di dominare è davvero tanto più forte del loro istinto di protezione? Guardandolo, Amina si chiese se Thomas sapeva di avere appena compiuto lo stesso gesto di un leone che affonda i denti nel suo cucciolo.

Lo sguardo di Akhil si staccò dal padre e in un attimo si posò sul vialetto. Le sue labbra si strinsero, come se stessero succhiando un segreto, e in un lampo di chiarezza Amina capì. Un’intuizione limpidissima, come una lama così affilata da non sentire nemmeno il taglio. Si alzò, la macchina premuta contro il viso. Akhil la guardò attraverso il mirino, la rabbia che gli vorticava intorno come un vento invisibile, sfidandola ad avere il coraggio di aprire bocca. Amina chiuse gli occhi e scattò.