1.

La mattina del funerale di Akhil, gli Eapen rimasti si trovavano in auto di fronte alla porta di vetro del Love’s Truck Stop. Un camion a diciotto ruote sfrecciò accanto a loro come un transatlantico e l’auto oscillò lievemente come se stesse galleggiando.

«Okay» disse Thomas, in tono rassicurante, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Okay, va bene».

Amina vide suo padre aprire lo sportello e scendere. Scrollò le gambe per far cadere bene i pantaloni e quando tirò fuori il portafoglio lei distolse lo sguardo. Non si aspettava che il mondo si fermasse per quel funerale, ma certe cose, come la musica country che erompeva dall’auto accanto alla loro o il fatto che per arrivare in chiesa dovevano fare benzina, o pagare qualcuno per qualcosa, le sembravano crudeli.

Accanto al guidatore, Kamala si sistemò le pieghe della sari bianca, lisciandole con la mano. Poi appoggiò la testa al sedile e Amina la osservò attraverso lo specchietto retrovisore. Il livido era enorme. Un grosso papavero viola sbocciava sulla guancia e sull’orbita di Kamala, con al centro l’occhio orlato di rosso. Stranamente, quel livido accentuava ciò che di attraente aveva il suo viso, rendeva il suo naso più aristocratico, le labbra più piene e l’occhio sano più bello di prima, in modo che la somma delle parti le dava l’aria di una giovane stella del cinema tormentata, dotata di un fascino venato di tragedia.

«Erano i più grossi che avevano» disse Thomas aprendo lo sportello e rimettendosi al volante. Con lui entrò una nuvola di diesel e polvere e prima di chiudere lo sportello tese gli occhiali da sole a Kamala. Amina la guardò aprirli e fermarsi. La montatura era viola e luccicante e le lenti grosse come piattini da tè. Kamala se li infilò con cautela.

«Fammi vedere» disse Thomas, e lei si girò. Lui le mise il pollice sul mento e le fece ruotare la testa prima a destra e poi a sinistra.

«Benissimo» disse, e mise in moto.

Non voleva piangere. Al funerale, Amina tenne gli occhi chiusi per paura di vedere un’immagine che le si sarebbe impressa nel profondo, trasformando quella giornata in qualcosa di reale. Passò le dita sul bordo del cartoncino che teneva in mano infilandosi l’angolo sotto l’unghia del pollice. Aveva già letto, e anche troppo, il programma bianco con la foto di Akhil scattata l’ultimo anno e, sotto, i numeri 1965-1983. Le aveva già mozzato il fiato, sostituendolo con uno stordimento ronzante. Sapeva che la sala era piena di indiani, medici, infermieri, pazienti, genitori, insegnanti, e dei ragazzi della scuola, adulti in maniera irriconoscibile in abito nero, giacca e cravatta. Non appena li aveva visti Amina aveva pensato: prom. Era come se stessero facendo le prove per il ballo. In realtà, nel loro atteggiamento c’era qualcosa che glielo ricordava, un terribile miscuglio di paura, freddezza e sete di ignoto che illuminava i loro visi come un raggio di sole.

«Secondo libro di Samuele, capitolo dodici, versetti ventidue e ventitré» disse il sacerdote. Il fruscio di pagine della Bibbia che si aprivano parve uno stormo di uccelli che si levassero in chiesa. Kamala, il viso nascosto dagli occhiali da sole, non si mosse.

«Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: “Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo”. Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!» Il pastore Kelley sospirò e alzò gli occhi. «Per voi questa è una mattina difficile. È una mattina piena di domande e disperazione, in cui i giovani hanno visto uno di loro preso per mano dal Signore. E siete venuti qui per ricevere conforto e l’unica cosa che posso dirvi…»

Amina teneva gli occhi chiusi mentre il pastore Kelley pronunciava un sermone su coloro che Dio amava, evidentemente convinto che Akhil fosse uno di loro. Non vide la professoressa Macklin avvicinarsi al podio su richiesta di Kamala per ricordare in francese il coraggio di Akhil. Non notò gli sguardi che Mindy Lujan, stupefatta e terrorizzata dal proprio dolore, lanciava alla bara, né i suoi singhiozzi soffocati; non vide un gruppo di giovani appartenenti al club di matematica che si fissavano le scarpe eleganti appena lucidate, chiedendosi che effetto facesse volare in un burrone e quale fosse la velocità esatta di Akhil al momento dell’impatto; non vide che tutti si guardavano intorno sperando che arrivasse Paige, come se rappresentasse la stella polare del loro lutto, qualcuno da tenere d’occhio e usare come guida.

Invece, spinta dall’oscurità delle proprie palpebre, Amina vide il viso di Kamala con tanta chiarezza che per un attimo ebbe la sensazione che il tempo fosse così galantuomo da scorrere al contrario. Vide la lama arancione della luce della cucina sugli zigomi di sua madre, il vapore che saliva dagli iddly e dallo stufato, la bocca che si ammorbidiva guardando Akhil mangiare, come se in quel momento tutto ciò che era estraneo fosse stato cancellato. Due bocche, una che mangiava, una che nascondeva un sorriso. Aprì gli occhi e vide suo fratello seduto sulla panca del coro.

Sbatté le palpebre. Lui fece altrettanto. Lei inspirò cercando di muovere la bocca, di muovere una qualsiasi parte del corpo. Lui la salutò con la mano. Lei non riusciva a respirare. Cercò di urlare o di gridare o di strillare o di dire qualcosa, ma Akhil le strizzò l’occhio e si portò un dito alle labbra, su cui si allargò un sorriso beffardo. Lei scosse la testa. Sul podio, la professoressa Macklin si protese e sussurrò: «L’esprit est éternel pour les enfants» e Akhil le mostrò il dito medio, baciandoselo prima di levarlo in alto.

«Basta» disse Amina e la professoressa Macklin smise di parlare con aria afflitta.

«È qui» disse Amina, ma a un tratto le parve di avere il braccio così pesante da non riuscire a sollevarlo, e comunque nessuno la stava guardando. Sul polso sentì la mano fresca di Dimple.

«È qui» disse agli occhiali da sole di sua madre e guardò le labbra di Kamala stringersi fino a scomparire completamente. Gli occhi di suo padre erano come pietre.

«Bagno» le sussurrò Dimple all’orecchio e Amina si alzò, si lasciò condurre lungo la navata centrale, oltre gli indiani, oltre Jamie Anderson che, intrappolato in mezzo alla sua fila mentre passavano, muoveva la bocca a formare parole che lei non riuscì a sentire. Quando le venne in mente di voltarsi, vide che anche Akhil era in piedi, accanto al podio, e si stiracchiava. Le rivolse un saluto pigro e poi si diresse lentamente verso la finestra aperta. Nessuno lo fermò quando la scavalcò.

«Ami?» Le punte delle scarpe nere di Dimple sbucavano dalla porta del bagno.

Le aveva già chiesto di entrare, e glielo chiese di nuovo. Al di là della porta, Amina scorgeva lo specchio e il riflesso della testa di Dimple premuta contro il battente di metallo, in ascolto. Fuori, i convenuti cantavano un inno piatto e fiacco che li faceva sembrare bambini e insetti al tempo stesso.

«Ti prego» disse Dimple spostando il peso da un piede all’altro. Amina girò la chiave. La cugina entrò, chiudendosi la porta alle spalle, e Amina si sedette sul serbatoio del water. Dimple si arrampicò scrutando nervosamente il livello dell’acqua. Quando appoggiò la schiena alla parete fu Amina a sospirare. Con Dimple lì con lei, stava meglio. Si sedettero vicine, le spalle a contatto che creavano una tasca di calore. Posarono i piedi sul bordo del water.

«Non sono pazza» disse Amina dopo qualche minuto.

«Io questo non l’ho mai detto». Dimple si tolse un pelucco dalla gonna.

Amina si portò le dita davanti agli occhi, contandole in silenzio.

«Cos’hai visto?»

Amina si strinse nelle spalle. Il bagno aveva un odore disgustoso di sapone rosa e talco che le pizzicava la gola. Dieci. C’erano tutte. Dimple allargò le dita e le mise sopra quelle di Amina, stringendole fino a formare due pugni. Amina chinò la testa sul petto per non piangere.

«Va tutto bene» disse Dimple. «Qui non ti può vedere nessuno».

Amina scosse la testa. Come spiegare che era sicura che se avesse pianto, se avesse iniziato, forse non avrebbe mai smesso? Che le sembrava un pozzo senza fondo, come saltare in una di quelle cave piene d’acqua, grosse come uno stagno ma profonde centinaia di metri? No, non avrebbe potuto spiegarlo a nessuno, e nemmeno a Dimple, che la tenne goffamente abbracciata mentre la messa si concludeva e i partecipanti si alzavano, pronti ad andarsene.

In cucina formarono un gruppetto imbarazzato. La messa era finita da un pezzo e il resto degli ospiti se n’era andato; i Ramakrishna e i Kurian si radunarono intorno al bancone della cucina e guardarono Kamala. Erano passate ore dalla sepoltura, ore dal loro arrivo in quella casa, quando Thomas si era ritirato nella sua stanza e sua moglie si era piazzata ai fornelli. Una nuvola sibilante di ghee si gonfiava all’altezza del soffitto e, là sotto, Kamala cuoceva e ripiegava l’ennesima crespella dorata, dai bordi sottili perfettamente bruniti.

«Chi ne vuole ancora?» domandò.

Bala e Sanji scossero la testa mentre Raj e Chacko si scambiarono uno sguardo esitante. Avevano mangiato fino a scoppiare, sicuramente più di quanto avrebbero voluto. Perfino Dimple, che per una volta era stata disposta ad accettare ciò che Kamala le offriva, si era rimpinzata al di là di ogni ragionevolezza.

«Amina?» trillò Kamala.

«No, mamma».

«La prendo io, zia» disse Dimple, avvicinandosi.

Kamala annuì brevemente e fece scivolare la crespella su un piatto prima di tornare alla ciotola della pastella. Sollevò il mestolo con mano rapida.

«No! No, Kamala» disse Bala, alzandosi. «Davvero, non ce n’è bisogno. Siamo pienissimi. Falla soltanto per te».

Kamala la fissò con occhi di vetro. «Non ho fame».

«Ma certo che no. Va bene così. Non mangiare, allora. Perché non vieni a sederti qui?»

Kamala taceva e rifletteva. Poi distolse lo sguardo. «Avete visto l’affresco?» domandò.

Bala guardò Sanji con aria disperata.

«Kamala, vieni a sederti un momento» disse Sanji.

«Venite, vi faccio vedere» disse Kamala, uscendo rapidamente dalla cucina.

Gli altri si scambiarono un’occhiata, troppo preoccupati per muoversi.

«Pensate che dovremmo darle un sedativo?» domandò Sanji a Chacko e a Raj, ma gli occhi di quest’ultimo lampeggiarono nervosi in direzione di Amina. Tutti si girarono verso di lei.

«È di sopra» disse Amina. «L’affresco».

Nella tromba delle scale, si avvertivano il fruscio della seta e il denso odore di spezie e del sudore della giornata. Amina seguì i suoi parenti al piano di sopra. Era già abbastanza strano vedere i Kurian e i Ramakrishna sulle scale, ma quando entrarono nella stanza di Akhil, tutti e otto ammucchiati intorno al letto, Amina si sentì decisamente male. Fissò il pavimento mentre Kamala accendeva la lampada della scrivania per illuminare il soffitto e gli altri allungavano il collo. Calò un silenzio tagliente.

«Sono i Grandi!» esclamò la voce di sua madre. Con la coda dell’occhio Amina colse un movimento rapido mentre Kamala allungava un braccio. «Vedete?»

«Sì» disse infine zia Sanji, e gli uomini annuirono in silenzio.

«Gandhi è quello con gli occhiali» continuò Kamala. «Gandhiji, Che Guevara, Martin Luther King, Nelson Mandela, Rob Halford!»

«Rob Halford?» domandò Chacko.

«È un prete cantante» disse Kamala, e gli altri annuirono in fretta. «Akhil lo ammirava moltissimo».

«Voglio tornare a casa».

Una voce fioca e trepidante li interruppe. Amina alzò la testa e vide Dimple che, in piedi nell’angolo, si stringeva i gomiti.

«Voglio tornare a casa» ripeté sua cugina, con le labbra che le tremavano. Fece una smorfia e si strinse le braccia intorno al corpo ancora più forte mentre le lacrime le sgorgavano dagli occhi. Zia Bala la raggiunse subito, le mise un braccio intorno alla vita e allungò l’altro in avanti, come se volesse fermare chiunque cercasse di impedire loro di uscire dalla porta.

«Dovremmo portarla a casa» disse a Kamala, che annuì muta, la luce del viso a un tratto spenta.

«Noi restiamo» disse Sanji, ma Kamala scosse la testa.

«No, andate» disse. «Noi stiamo benissimo».

«Chiamateci se avete bisogno di qualcosa, nah? Per favore, chiamateci». Zia Sanji, sul vialetto, si torceva le mani guardando Amina e sua madre come se volesse assorbirne il dolore con gli occhi. Kamala annuì, già sul punto di rientrare in casa. La porta era un riquadro di luce vuoto.

«Amina, tesoro, mi hai sentito?» domandò zia Sanji, afferrandole il mento. «Chiamami, quando senti la sua mancanza, okay? Chiamami, quando ti manca troppo».

Amina annuì e sentì le dita di Sanji scivolarle via dal viso, sostituite da due baci umidi su ciascuna guancia. Si girò e varcò la soglia, chiudendosi la porta alle spalle.