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Paige e Akhil non ne avevano mai abbastanza l’una dell’altro.

Sì, era un luogo comune che Amina aveva sentito ripetere spesso per descrivere quel genere d’amore in cui le coppie si siedono in grembo l’una all’altro anche se c’è un divano intero a disposizione, ma nel caso di Akhil e Paige era vero in senso letterale. Sin dall’inizio, era come se si fossero tuffati in un mondo sottomarino in cui l’unico modo per respirare era farlo attraverso l’altro.

Naturalmente il lunedì successivo era stato uno shock vedere Akhil – che soltanto di recente era stato definito scopabile da Mindy – avvicinare Paige in cortile con un quaderno sul quale aveva tracciato il suo nome con un grosso pennarello nero. Nessuno si aspettava che Paige arrossisse, come non si aspettavano che Akhil allungasse una mano e le infilasse i capelli dietro l’orecchio prima di allontanarsi rapidamente. Ma poi ci furono bigliettini scambiati negli armadietti. Una scatolina contenente una chiave fu lasciata ben impacchettata sotto il vano motore della station-wagon a impedire future dimenticanze. Meno di una settimana dopo, quando furono cacciati fuori dalla biblioteca per aver parlato a voce troppo alta della siccità in Etiopia, sembrò strano che ci fossero voluti due mesi perché si mettessero insieme.

Lei era perfetta per lui. Sì, un altro luogo comune, ma certe volte Amina aveva la sensazione che Paige Anderson fosse uscita da un sogno ben preciso che soltanto uno come Akhil avrebbe potuto sognare. Non solo era stata cresciuta in uno dei campus universitari più esclusivi d’America, ricavandone una collezione sceltissima di magliette con slogan di protesta, non solo chiamava i suoi genitori “Bill e Catherine” e dirigeva un collettivo di studenti contrari al deposito di scorie nucleari alla periferia di Socorro, non solo le sue cosce, i suoi seni e la sua bocca dai contorni indistinti erano sempre al centro di prolungate attenzioni, ma tutto in lei, dalla sua coscienza alle sue idee politiche al suo corpo di donna adulta, era soffuso di ottimismo al punto che per stare con lei Akhil aveva dovuto smettere di fare il coglione incazzato.

«E allora?» gli aveva detto Paige una mattina durante uno dei suoi monologhi del tipo “io-povero-indiano” mentre attraversavano il campus. «Siamo un paese di immigrati e tu sei arrivato con la prima ondata. Almeno hai avuto l’opportunità di costruire il tuo stesso stereotipo».

Paige credeva che cambiare il mondo in meglio fosse un obiettivo ragionevole, che il razzismo potesse essere sradicato dall’istruzione, che il disarmo nucleare sarebbe stato raggiunto prima della sua morte e che l’uguaglianza tra i sessi si sarebbe sicuramente verificata non appena le donne avessero iniziato a far carriera nel campo della matematica e delle scienze. Credeva anche che ogni atto di sesso consensuale liberasse nell’atmosfera energia positiva.

Ma soprattutto, credeva in Akhil. O almeno, quasi sempre gli concedeva il beneficio del dubbio. Per lei i suoi sproloqui politici erano prova di una grande passione. Le sue nevrosi nascondevano un grande cuore. La sua tendenza ad attaccar briga indicava un desiderio di comunicare onestamente. La sua abitudine di fumare erba era un segno di introspezione.

E stranamente, sotto gli occhi di Paige, Akhil cominciò a trasformarsi. Stupefatta, Amina vide i monologhi di suo fratello farsi meno didattici, le sue preoccupazioni sviluppare calde sfumature umanitarie, il suo continuo stuzzicare gli altri tramutarsi in inviti alla “discussione”.

«Non la smettono mai di parlare?» domandò Dimple qualche settimana dopo, mentre le loro teste scure attraversavano il campus, sottraendosi al mondo circostante.

«No» disse Amina. Ma aveva ascoltato un numero sufficiente di loro conversazioni telefoniche per sapere che la cosa notevole non era tanto l’argomento (i Van Halen, l’apartheid, le somme di Riemann) quanto le pause, le riflessioni e i ripensamenti. Anzi, fu proprio quando Akhil smise di accompagnare a casa Amina in macchina e iniziò a tornare dalle “attività extrascolastiche” con le labbra gonfie, che Amina cominciò a preoccuparsi che quell’unione fosse un po’ troppo intensa.

«Saliamo solo in cima alle montagne e poi torniamo giù» disse lui, quando lei gli accennò il problema. «Con l’altitudine riusciamo a pensare meglio».

E dov’era Jamie durante tutto questo? Non era scomparso, ma in qualche modo era come se non ci fosse. Continuava a frequentare le lezioni di inglese e sembrava sempre interessato quando Amina parlava, ma a parte incrociare gli sguardi un paio di volte, nessuno dei due sapeva cosa dire all’altro. Non si trattava di una mancanza, ma del completo annullamento dell’interesse, un reciproco imbarazzo al pensiero che il loro bizzarro rapporto potesse essere in qualche modo eclissato dalla potenza del legame tra i rispettivi fratelli.

«Sono follemente innamorato di lei» confessò Akhil ad Amina un mese dopo il ballo, in uno dei pochi dialoghi franchi che ebbero sull’argomento. Erano appena partiti per la scuola. Era primavera e tutto era stato ripulito dalla pioggia e sembrava nuovo, i campi avevano cominciato a ricoprirsi di minuscoli germogli verdi. Quando lo guardò con la coda dell’occhio, Amina si rese conto che la primavera aveva toccato anche Akhil e che ciò che lui provava dentro si manifestava all’esterno, facendolo rinascere. Aveva finalmente trovato un’America che poteva amare; un’America che avrebbe ricambiato il suo amore.