2.
Come aveva potuto dimenticare che la luce piatta del pomeriggio nel deserto è capace di togliere tridimensionalità a tutto? Le prime foto del matrimonio dei Bukowsky erano completamente da buttare. Spazzatura. Gli sposi sembravano dei pupazzetti con due linee al posto della bocca e al posto degli occhi due orbite vuote. Amina le sfogliò rapidamente, lasciando le peggiori in un mucchietto sulla scrivania di Akhil. Se non altro, quand’era arrivata la luce della sera aveva trovato il ritmo. Si soffermò sulla foto di Jamie Anderson, felice di poterlo contemplare senza essere costretta a fare conversazione. I suoi lineamenti, un tempo morbidi e strani, si erano induriti a formare crepe e solchi profondi. Si era girato proprio mentre lei stava scattando, gli occhi bassi, la bocca che iniziava a contrarsi in un modo che la faceva sentire un po’ disperata e assetata di sesso. Certo, con Jamie la conversazione non era andata molto bene, ma con gli uomini le succedeva quasi sempre così.
Il telefono stava squillando.
«Ami, rispondi tu!» gridò sua madre da sotto.
Allungò la mano verso la scrivania ma la base era vuota.
Si alzò e si guardò intorno. Il telefono squillò di nuovo.
«Ami!»
«Aspetta!» Si girò verso il letto, alzò un cuscino e la giacca di Thomas finché le sue mani si resero conto di ciò che il cervello non aveva afferrato, e spalancarono l’armadio. Dentro, il telefono squillava impazzito, come se fosse felice di essere stato trovato. Amina lo prese e ripulì il microfono da un velo di polvere.
«Pronto?»
«Mi sa che soffoco». Dimple non aveva la voce di una che stava soffocando. Sembrava che si stesse accendendo una sigaretta. L’attività mattutina di Pioneer Square brulicava intorno a lei, gli ubriachi, i pony express in bici e i traghetti che galleggiavano attraverso la linea telefonica. «Non credo che riuscirò a mettere in piedi questa mostra».
«Ma certo che ci riuscirai».
«No, impossibile» replicò lei, un po’ irritata. «E in questo momento non ho proprio bisogno di qualcuno che tifi per me, cazzo. Amina, mi serve un po’ di realismo».
Amina tornò alla scrivania, sempre impugnando il telefono. «Cos’è successo?»
«Non ho ancora trovato qualcuno da abbinare a Charles White. Te lo giuro, ho cercato ovunque, niente da fare, cazzo».
Amina sfogliò altre foto del matrimonio. Le enchiladas al peperoncino rosso non venivano bene in fotografia. Gli ospiti, ingobbiti sui piatti bianchi di carta, sembravano intenti a divorare mucchi di carne sanguinolenta. «Non è un po’ tardi?»
«Non mi stai aiutando».
«Mi hai chiesto di essere realista».
«Sì, ma non di fare la stronza».
«Cristo, Dimple».
«Mi dispiace. Non è colpa tua. O meglio, lo è, ma non del tutto».
«Cos’ho fatto?»
«Vorrei esporre le tue cose».
Amina deglutì. «Oh».
Dimple sbuffò. «Oh, e basta?»
«Cosa vuoi che dica? Non ho niente».
Cadde un silenzio breve e inquietante, di quelli che precedono le liti in famiglia come l’aumento di elettricità nell’aria precede il lampo.
Dimple si schiarì la gola. «Okay, ascolta, ho trovato le foto nel tuo armadio».
«Che cosa?»
«Ho trovato…»
«Hai messo le mani nel mio armadio?»
«Sì. Senti, sono stata a casa tua per le piante e avevo bisogno di una giacca, così…»
«Cazzate».
Dimple tacque un istante. «Okay, va bene, stavo frugando nella tua roba. In realtà non so bene perché. So che può suonare strano. Però le ho trovate e mi piacciono, cazzo. Senti, lo so che non è il momento ideale per chiedertelo e spero che tu capisca che non lo farei se non fossi davvero disperata. Be’, no, disperata e convinta. Perché il tuo lavoro è davvero convincente». Prese fiato e cambiò tono, quello che Amina le aveva sentito usare fin troppo spesso con gli altri per sentirsene lusingata. Un tono mielato, capace di gonfiare all’istante l’ego altrui. «Sai, devo proprio dirti che non riesco a smettere di pensare che sarebbe davvero favoloso. Sareste una coppia perfetta, il tuo lavoro sarebbe un contrappunto ideale alle opere di Charles. Penso che potremmo anche ridurre il tutto, concentrare la cosa. Otto o dieci…»
«No».
«Aspetta, stammi a sentire un secondo, okay? Sai che stavamo pensando all’idea degli incidenti domestici, ed è perfetto. Se puntiamo sulla nonnetta che sviene, sul valletto che fa pipì e sulle due damigelle che si picchiano per il bouquet…»
«Mi hai sentito? No».
«… iniziando con la fotografia di Bobby McCloud che salta…»
«No!»
«La damigella che vomita. Ovviamente dobbiamo esporre anche quella».
«Dimple, non se ne parla neanche! Punto e basta. E se Jane viene a sapere di quelle foto mi licenzia su due piedi. C’è un motivo, se le ho nascoste».
«Un momento, Jane non ne sa niente?»
«E nemmeno i clienti. E non voglio certo che vengano a saperlo così».
«Non capisco bene perché t’importi tanto dell’opinione di Jane» disse Dimple.
Non era una strada che Amina aveva intenzione di imboccare. «Senti, sei stata tu a chiedermelo. Io ti rispondo no. Chiaro?»
Respiro. Silenzio.
«Dimple, hai capito?»
«Sì, sì, ho capito. Ho sentito cos’hai detto. E so che ne abbiamo già parlato, ma non sono ancora convinta che tu non voglia che continui a pungolarti. Giusto? Un po’ tu desideri che lo faccia, vero?» Dimple inspirò forte. «Insomma, non avrai perso le tue ambizioni soltanto perché per un po’ hai preso un’altra strada».
«Un’altra strada? Sono una fotografa di matrimoni!»
«E allora? E se esporre le tue cose fosse proprio quello che ti ci vuole per passare oltre? Insomma, come da Oprah, cazzo. Casalinga cacasotto riaccende il proprio fuoco interiore, lancia un’azienda da milioni di dollari e per hobby fa beneficenza agli orfani. Il cerchio si chiude!»
«Devo andare».
«Aspetta! No! Okay, scusami, mi dispiace. Non volevo. È solo che detesto doverti pregare per fare qualcosa di cui dovresti essere entusiasta. Insomma, si tratta di affari. È un’opportunità. Scatti queste foto, che tra l’altro sono tra le migliori che ti abbia mai visto fare, cazzo, e poi? Pensi che se le esponi in qualche modo starai peggio?»
«Ma perché, adesso sarebbe colpa mia? Ti va male al lavoro e la stronza sono io?»
Ci fu una breve pausa, punteggiata dalla sirena ansiosa di un traghetto.
«Okay, va bene, basta» disse Dimple. «Sì, sono bloccata. Non ho un altro artista e anche se ce l’avessi non potrei ottenere subito una bella serie di stampe già pronte da montare! Ma tu le hai. Tu sei qui, quindi potremmo fare tutto in un lampo. E penso davvero che tu sia perfetta per la mostra. Ti prego».
Pareva una tossica. Una drogata di fotografia. La cosa più triste e pretenziosa del mondo.
«Io non ci sono» disse Amina.
«Ma torni domani».
«No. Devo restare qui per un po’».
«Stai scherzando, cazzo».
«Mio padre ha un problema serio».
«Cosa?»
Non avrebbe dovuto riuscirle così facile o darle tanto piacere raccontare tutto a Dimple, vista la conversazione precedente, ma andò proprio in quel modo. Ebbe la sensazione di togliersi un casco strettissimo.
«Oddio». Dimple camminava avanti e indietro, si sentiva il ticchettio delle scarpe. «La famiglia lo sa? Insomma, è ovvio che mia madre non ne è al corrente, altrimenti lo saprebbero tutti, ma gli altri?»
«Non credo. Dipende da quanto è girata la notizia in ospedale. Ma tu per ora non raccontare niente, okay? Devo ancora capire delle cose».
«Ma certo. Va bene. Non dirò niente a Sajeev».
Amina si accigliò. «E perché dovresti?»
«Cosa? Oh, il fatto è che quando parliamo mi chiede sempre di tutti, a casa».
«Quando parlate?»
«Passa spesso di qui. Parliamo di macchine digitali, bla-bla-bla. Niente di importante. Quanto ti fermi? Qualche giorno o di più?»
«Forse qualche settimana». Amina sfogliò le fotografie rimaste sulla scrivania, cercando di richiamare alla memoria lo strano tono di voce piatto di Monica quel giorno in macchina. «Dobbiamo soltanto fargli dare un’occhiata e poi procedere un passo alla volta».
Si soffermò su un’immagine dei suoi genitori. La stese bene sulla scrivania. Dimple le stava dicendo che le aveva ritirato la posta e bagnato le piante, ma Amina la sentiva a malapena. Tecnicamente, era una fotografia bellissima. Scattata proprio nel momento in cui il sole porta in superficie tutti i colori del deserto, mostrava Thomas al suo meglio, a metà di un passo di danza, le braccia proiettate verso il cielo, circondato da un anello di visi sorridenti e sfocati. Tranne quello di Kamala. Anche se era lievemente fuori fuoco, Amina ne colse subito la smorfia cauta, l’espressione di chi valuta i danni di un incidente automobilistico.
Per mezz’ora, dopo aver messo giù il telefono, Amina rimase seduta alla scrivania di suo fratello, in ascolto dei genitori che giravano per casa, entrando e uscendo a intervalli regolari, aprendo e chiudendo sportelli, cassetti e porte senza apparentemente riuscire mai a incontrarsi. Era straordinario, una danza così intricata da sembrare attentamente coreografata, eseguita alla perfezione grazie ad anni di esercizio.
Che cosa avrebbero fatto se Thomas avesse avuto davvero qualcosa di grave? Come avrebbero potuto affrontarlo, se non riuscivano quasi a guardarsi in faccia? Amina osservò il viso confuso di Kamala nella fotografia. Sapeva che era inutile avere paura di ciò che si stava avvicinando, di ciò che lentamente stava smantellando le loro abitudini familiari, eppure se ne restava lì seduta, il più possibile ferma, in quella giornata sfavillante, come se l’immobilità potesse scongiurare il peggio.