3.
«Cosa fa di un uomo un uomo giusto?» domandò il professor Tipton, posando la sua copia di Amleto sulla cattedra alle sue spalle.
Gina Rodgers alzò la mano scatenando l’irritazione dell’intera classe. Tutti volevano fare colpo sul professor Tipton, ma era sempre Gina ad alzare la mano per prima, come se lui potesse davvero innamorarsi di lei per la sua media altissima o roba del genere.
«Trace» chiamò il professor Tipton.
«Uh?» Trace McCourt alzò lo sguardo dal dettagliatissimo F-15 che stava disegnando sul quaderno.
«Che cosa fa di un uomo un uomo giusto?»
Trace fissò l’incavo grigio piombo che aveva sul dito e poi la matita. «Qualcuno che lotta per quello in cui crede. Che fa il suo dovere».
«E quale sarebbe il suo dovere?»
«Difendere il suo paese. E la sua famiglia». Poi tirò su con il naso come se fosse una cosa che avrebbe fatto anche lui. «Il suo onore».
«E se fosse un uomo che non ha nessuna di queste cose?»
«Tutti hanno un paese».
«Non necessariamente» disse Gina Rodgers, gli occhi fissi sul professor Tipton. «Esistono i dissidenti. E gli espatriati. E i classici immigrati di prima generazione che non sanno scegliere tra il paese che si sono lasciati alle spalle e quello nuovo. Ci sono…»
«Amina, tu che ne pensi?» domandò il professor Tipton.
«Cosa?»
«Come definiresti un uomo giusto?»
Amina si mordicchiò l’interno della guancia, tutte le risposte erano intrappolate dentro un vortice di pensieri così denso che non riusciva quasi a spiccicare parola. Le mani scattarono in alto per tutta l’aula, come tulipani che sbocciano al sole. Suonò la campanella.
«Prima o poi dovrai deciderti a parlare, sai?» disse il professor Tipton mentre Amina metteva via le sue cose. «Questo è il corso d’inglese. Parlare è importante».
«Lo so».
«Non mi dire che Amleto ti annoia già». Poi sorrise.
«No. È solo che… non lo so. Quello che da una parte è un uomo giusto, dall’altra potrebbe essere il padre… di qualcuno». Arrossì. «O un fantasma o qualcos’altro».
«Vedi? E perché non l’hai detto prima? Questo è esattamente il punto, nell’Amleto: le complessità della sincerità, l’importanza della sanità mentale. Anzi, c’è chi ha messo in dubbio che Amleto sia pazzo, e sostiene che finga di esserlo. Sarei interessato a sapere che ne pensi».
Amina annuì, certo, come no, volentieri, ma in realtà anche a lei sarebbe piaciuto sapere che ne pensava.
Almeno aveva la sua arte. Dieci minuti dopo, di sotto, nell’aula di fotografia, tutti fissavano la lavagna nervosi ed eccitati. Gli ultimi venti minuti di lezione dedicati alle critiche erano entusiasmanti, come la curiosità su quello che avevano fatto gli altri e cercare di valutare il proprio lavoro in base a quei parametri. Certo, era obbligatorio guardare tutte le foto per almeno due minuti prima di parlare. Gli occhi di Amina sfrecciarono rapidi su tutte le altre ma tornarono alle proprie, affascinati dalle angolazioni, dal taglio del suo stesso viso. Quand’era che la sua mascella era diventata così affilata? Con gli autoritratti era andata molto meglio che con l’ultimo compito. C’era da dire che stava imparando bene il processo di stampa: gli stratagemmi servivano, quando la sua conoscenza della macchina non l’aiutava. E così aveva ottenuto la foto perfetta, sistemando la lampada della scrivania a un angolo di novanta gradi in modo che tutto ciò che la circondava fosse coperto da un velo di oscurità mentre un lato del viso premeva contro la luce. Non si era nemmeno preoccupata di stampare gli scatti più banali: sapeva che quell’immagine rappresentava una perfezione rara.
«Be’?» domandò la professoressa Messina. «Che ne pensiamo?»
«Mi piace quella di Sarah» disse qualcuno alle spalle di Amina, e lei si girò. Tommy Hargrow, il più grande dei sette ragazzi mormoni. Amina non sapeva con esattezza che cosa comportasse essere un mormone, ma era sempre la prima cosa che si diceva di Tommy, e la seconda era che aveva sei fratelli e sorelle. Lui studiò la lavagna. «Credo che abbia qualcosa di interessante».
Amina guardò di nuovo l’immagine di Sarah. Mostrava i suoi denti che luccicavano in un sorriso imbarazzato, i suoi capelli sospesi leggeri intorno al viso, come se fosse sott’acqua.
«Ero sul trampolino» disse Sarah.
«Non parliamo delle nostre fotografie a meno che qualcuno non ci faccia una domanda» le ricordò la professoressa Messina. Poi guardò la foto. «Io trovo interessante che Sarah abbia deciso di escludere il trampolino, però. Ragazzi, che ne pensate?»
Amina non ne pensava niente. Era un’immagine stupida, artificiale, immatura. Si osservò le mani.
«Mi piace il fatto che non ci sia, be’, che non ci sia né sfondo né niente» disse qualcuno.
«Contesto» disse la professoressa Messina. «Stiamo parlando di contesto. Non riusciamo esattamente a capire dove si trova Sarah, ma sappiamo che è felice. Sulla parete vedo almeno altre quattro fotografie dello stesso genere. Guardate quella di Amina».
Amina abbassò lo sguardo, cercando di non sorridere. Ci fu un lungo silenzio.
«Dove sono le altre?» domandò la professoressa Messina.
«Non ne ho altre».
«Hai scattato una foto sola?»
«Le altre non mi piacevano».
«La prossima volta portale». La professoressa si rivolse alla classe. «Sentite, voi dovete ricordarvi che vogliamo vedere un bel campionario dei vostri lavori. A questo punto quello che vi piace non è importante perché non vi siete ancora creati un gusto personale. Questo, per esempio, fa sembrare Amina carina, e forse andrebbe bene per la copertina di un disco, ma a parte questo lei non si vede. Nelle altre fotografie avrei potuto vedere qualcosa di diverso. Adesso diamo un’occhiata a quelle di Tommy».
Amina restò immobile, sapendo di avere ridotto il respiro al minimo. Come osava la professoressa Messina prenderla di mira? Okay, aveva portato una foto sola, ma almeno non era una merda totale come quelle che aveva scattato Missy Folgers, che si era messa i nastri che aveva vinto a equitazione tutt’intorno alla testa, a forma di ferro di cavallo.
Guardò le foto di Tommy. In tre, lui era sulla panchina di un campo da baseball abbandonato. Le altre quattro erano di lui a cena, immobile, mentre i suoi genitori e i suoi sei fratelli e sorelle gli vorticavano intorno, più o meno a fuoco.
«Mi piacciono un sacco» disse qualcuno.
«Qui i giudizi di valore sono inutili. Che cosa ti piace, in particolare?»
«Sono buone».
La professoressa Messina sospirò. «Perché?»
«Mi fanno sentire triste» disse Missy Folgers.
La professoressa annuì. «Bene. E come mai?»
Nessuno disse niente. Amina fissò l’ultima foto. Era la solitudine. Era il modo in cui Tommy sembrava in grado di parlare alla macchina fotografica perché non c’era nessun altro a cui rivolgersi. Fissò il pavimento, infelice, quasi non si accorse che le avevano messo in mano il foglio con il compito della settimana successiva finché la professoressa Messina non iniziò a leggerlo a voce alta.
«Nel corso delle ultime settimane, vi siete scattati un autoritratto. Nelle prossime due, voglio che puntiate l’obiettivo verso la vostra famiglia. Qui impariamo a raccontare storie, quindi voglio azione. Okay?»
Tutti iniziarono a recuperare le proprie foto dalla lavagna e Amina si affrettò a fare altrettanto, strappandola via. La ficcò nello zaino, senza curarsi del fatto che la carta si piegava e si stropicciava.