3.

Anyan George a modo suo era tenero. Non tanto da far venire ad Amina voglia di riprodursi con lui, e nemmeno da spingerla a un abbraccio amichevole, ma la sua offerta di aiutarla in cucina, il suo tentativo di apparire informale in camicia a maniche lunghe e un orribile panciotto di lana a rombi, le sue domande sulle numerose sorelle di Kamala e la risatina che emetteva con generosità per ogni cosa che somigliasse anche solo lontanamente a una battuta resero la cena della sera successiva meno pesante del previsto.

«Dell’altro cavolo?» domandò Kamala, spingendo l’insalatiera verso di lui. «Amina, passaglielo».

«Oh, no, grazie» disse il dottor George, dandosi qualche colpetto al panciotto. «Sono sazio, era tutto delizioso».

«Allora glielo daremo da portare a casa. Non vorrà diventare tutto pelle e ossa!» Kamala sorrise con un po’ troppo entusiasmo e i suoi occhi sfrecciarono all’altro capo del tavolo. «Sa, un giorno anche Amina diventerà una gran cuoca».

«Hai preso da tua madre, in cucina?»

«Oddio, no. In cucina l’unica cosa che so fare è cercare di non far del male a nessuno».

«Parole sante!» disse Thomas.

«Bah. Cosa vuole per dolce, Anyan?» domandò Kamala, seccata. «Abbiamo gelato, biscotti e ladoo».

«Mi rincresce moltissimo, ma devo andare. Domani sono di turno presto e tutto quanto».

«Ma certo, certo». Kamala stava già tornando in cucina con le mani piene di piatti. «Aspetti che le preparo gli avanzi. Amina, vieni».

In cucina, il sorriso di sua madre svanì. «Non sai cucinare! Ma come ti è venuto in mente di raccontargli per prima cosa il tuo peggior difetto? Perché non hai aspettato che ti conoscesse meglio?»

«Tu pensi che quello sia il mio peggior difetto?»

«Dico solo che dovevi aspettare che ti conoscesse meglio! È tutta la sera che tu e tuo padre fate i pagliacci per farlo ridere». Kamala aprì bruscamente un armadietto e ne tirò fuori due contenitori ermetici. «Come farà a prenderti sul serio?»

«Ci stavamo divertendo».

«Be’, c’è un tempo per divertirsi e un tempo per cercare di fare buona impressione».

«Mamma, smettila. È stata una serata davvero piacevole e tu stai per rovinare tutto».

Kamala mise un bel po’ di cucchiaiate di patate in un contenitore e il cavolo nell’altro e sigillò i coperchi. Amina glieli tolse di mano e tornò in sala da pranzo.

«È sicura che non sia troppo?» disse Anyan con un sorriso quando li vide.

«Prenda, prenda pure» disse Kamala. «Quando li avrà finiti, la inviteremo di nuovo».

«Grazie, davvero. È stata proprio una bella serata».

«L’accompagno» disse Amina avviandosi verso la porta.

«Oh». Thomas, che stava uscendo, si fermò confuso.

«Bene, bene, ottimo!» Kamala infilò il braccio in quello di Thomas per impedirgli di proseguire e per una volta Amina fu felice che sua madre fosse dotata di una volontà tanto ferrea. «Buonanotte! È stato un piacere, Anyan! Bon voyage!»

La porta si chiuse con un tonfo allegro e Amina, troppo imbarazzata per guardare il dottore in viso, si girò e scese i gradini. I loro piedi fecero scricchiolare sonoramente la ghiaia del vialetto. Anyan mantenne attento le distanze e parve sollevato quando arrivarono senza problemi alla sua BMW blu scuro.

«Be’, Amina, è stato un piacere rivederti».

«Sì, anche per me». Lo fissò con aria speranzosa, quasi augurandosi che riuscisse a leggerle nel pensiero, e il silenzio si fece più pesante.

«Ascolta» disse lui infine, con dolcezza, in tono di scusa. «Sento che è mio dovere dirti che mi sto vedendo con qualcuno».

«Davvero?» fece Amina, prima di rendersi conto che non gliene importava niente.

«Si tratta di un’infermiera. È davvero carina e sebbene non ci siamo fatti vedere molto in pubblico a causa del lavoro, sarebbe stato disonesto da parte mia non dirtelo».

«Devo parlarle di mio padre» disse Amina.

«Prego?»

«Cioè, mi fa molto piacere la storia dell’infermiera. Sono felice per lei. Ma devo parlarle di mio padre. Ho sentito raccontare delle cose, su di lui».

Sebbene la luce fosse calata, si rese conto che Anyan si irrigidiva e che il suo sguardo puntava verso la casa.

«Non si preoccupi, non sentono» lo tranquillizzò. «Da dentro non si sente quello che succede davanti a casa, non so perché ma si sente solo dietro. E se preferisce possiamo vederci fuori, è solo che non volevo piombarle in ufficio durante l’orario di lavoro senza prima avvertirla di cosa si tratta».

«Ed esattamente di cosa si tratta?»

«Di quello che è successo al pronto soccorso» disse lei. «Ne ha sentito parlare?»

«Sì».

«E?»

«E…?» Lui la guardò con espressione vuota.

Stava forse cercando di irritarla? Amina fece un gesto impaziente. «Che cosa ha saputo?»

«Oh» disse Anyan raddrizzando la schiena e accarezzandosi i baffi. «Be’, che c’è stato una specie di fraintendimento».

Fraintendimento? Amina scoppiò quasi a ridere. «Ho sentito che ha cercato di salvare un ragazzino che era già morto».

Il dottore annuì. Evidentemente l’aveva sentito dire anche lui.

«Senta, dottor George…»

«Dammi del tu».

«Certo» disse Amina sentendosi avvampare. «Puoi dirmi qualcosa? Darmi qualche idea di che cosa sta succedendo?»

«Non so bene che cosa intendi».

«Voglio che tu mi racconti che cosa sta accadendo a mio padre. In giro lo sanno già, vero? Me l’ha detto Monica. E se ha davvero qualcosa che non va, io devo saperlo».

«Mi dispiace» disse Anyan, scuotendo la testa come se volesse sgombrarla. «Mi stupisce che tu ne parli. Mi sembri sinceramente preoccupata».

«E tu no?»

«No».

«Perché?»

«Perché sta benissimo». Tacque un istante, in attesa che lei accettasse l’idea, e quando si rese conto che non succedeva continuò: «Senti, conosco molto bene Thomas. L’ho visto in situazioni estremamente difficili e so che si è trattato di un’anomalia, non di un comportamento abituale. E anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, negli ospedali cose del genere accadono. La medicina è un’attività umana, in cui si commettono errori umani. Thomas ha sbagliato, tutto qui».

«Ne sei davvero convinto?» domandò Amina, incapace di non suonare incredula.

«Sì».

«Ma allora perché ha cercato di intervenire su un ragazzino che era già…»

«Chi lo sa? Era il figlio di un suo amico, giusto? Deve avergli fatto scattare dentro qualcosa, per un momento. In ogni caso, è stato un unico episodio in una carriera assolutamente immacolata, e nessuno si è fatto male. Non c’è bisogno di ingigantire la cosa». Goffamente, le diede un colpetto sulla spalla, a metà tra il gesto rassicurante di un medico e il tentativo di minimizzare.

«Ma non è stato un episodio isolato» disse Amina.

«Come?»

«Ce ne sono stati altri. Qui. A casa. Credo che abbia allucinazioni regolari».

Anyan fece un sorriso tirato, come se aspettasse la battuta finale. «Di cosa stai parlando?»

«È per questo che sono tornata a casa. Mia madre mi ha chiamato e mi ha detto di averlo sentito parlare sotto il portico per tutta la notte con sua madre, che è morta da anni».

Il sorriso di Anyan svanì. «Parlare?»

«Sì».

«E tu l’hai visto?»

«L’ha visto mia madre. A essere sinceri, ho pensato che avesse esagerato fino a quando l’altro giorno non ho parlato con Monica. Adesso ne sono certa».

«Ma cosa…» Anyan si interruppe e, incredulo, scosse la testa in direzione dell’auto. «Che cosa ne dice Thomas?»

«Niente. Ecco perché ho deciso di parlare con te».

Ci volle qualche istante perché questa informazione arrivasse al dottore e che questi, superando amicizia e sentimento di lealtà verso il maestro, si concentrasse sulla diagnosi. L’incredulità diventò preoccupazione. Anyan si girò, fece qualche passo e poi si voltò di nuovo. «Sai quanto durano questi episodi? Durata e frequenza?»

«No».

«Immediatamente prima manifesta qualche comportamento maniaco o depressivo? Hai mai notato qualche stato di iperattività o…»

«Onestamente, non ne ho la più pallida idea. E so che non puoi formulare una diagnosi soltanto con un mucchio di dettagli imprecisi, ma…» Amina s’interruppe sperando che lui la smentisse. Non lo fece. Lei sospirò. «Credo che dovrei portarlo da te. So che non è una procedura corretta, e mi dispiace metterti in questa posizione. Ma se è qualcosa, preferirei venirlo a sapere da te prima che giri la voce».

«Ma non verrà mai. Una volta gliel’ho suggerito, poco dopo l’episodio del pronto soccorso, soltanto per scrupolo. Mi ha risposto di no».

«Te lo porto io» disse Amina, con una sicurezza che non provava.

Anyan si lisciò i baffi. «E Monica? Che cosa dice?»

«Non sa tutto. Prima ho voluto parlare con te. Ma è dei nostri».

«Okay, allora domani le parlo. Vediamo se riesce a organizzargli gli appuntamenti in modo che non debba operare».

«Davvero?» disse Amina, sollevata. «Puoi davvero farlo?»

«Devo» disse Anyan. «Se quello che dici è vero, anche se credo che dovremmo considerarlo altamente improbabile, visto che non hai verificato in prima persona, non dovrebbe esercitare».

Amina annuì, provando un enorme disagio, come se avesse appena venduto informazioni segrete al nemico, anche se in realtà non sapeva bene di che nemico si trattasse. La commissione disciplinare dell’ospedale? Anyan George? Il mondo in generale, che suo padre vedeva soltanto attraverso la lente del lavoro?

«Tua madre ci sta guardando» disse Anyan.

Amina si girò appena in tempo per vedere la tenda ricadere sulla finestra della sala da pranzo. «Devo rientrare. Quindi posso prendere un appuntamento con te senza mettere sul chi vive tutta la comunità medica?»

«Chiamami direttamente. Ce l’hai il mio numero?»

«Ce l’ha mia madre».

Anyan aprì lo sportello dell’auto, infilò gli avanzi sotto il sedile e salì. Si muoveva lentamente, come se intorno a lui l’aria fosse più densa, e Amina dovette reprimere il bisogno di scusarsi. No, aveva voluto quella situazione, l’aveva cercata, convinta che l’ammirazione che Anyan provava per suo padre l’avrebbe spinto a proteggere Thomas almeno per un poco, finché non avessero chiarito ogni cosa. Quando lui accese il motore lo salutò con la mano e si spostò in modo che potesse allontanarsi.