4.

Le anatre di gomma furono una sorpresa. Il pomeriggio seguente, mentre gli Eapen si trovavano nell’ufficio di Anyan George, Amina fissò una serie di oggetti gialli, attentamente allineati becco contro coda. Tutto il resto in quell’ufficio – dalla fila ordinata di diplomi alle poltrone foderate di stoffa scozzese verde, fino alle due cornici che racchiudevano parecchie fotografie del viso di un ragazzo dall’aria dolce, scattate più o meno a distanza di un anno l’una dall’altra – se l’era aspettato. Ma le anatre sulla scrivania distraevano quanto degli acrobati dal vivo. Amina ne prese una e ne annusò il profumo dolce prima di rimetterla attentamente al suo posto.

«Adorabili, no?» domandò Kamala.

Amina si accigliò per scoraggiarla. Quella mattina sua madre era troppo allegra, si era infilata la sua sari color petrolio più bella per accompagnare Thomas a fare gli esami, e mentre stavano per uscire aveva cercato di infilare ad Amina un paio di braccialetti d’oro. Adesso, in attesa che Anyan George tornasse con i risultati preliminari, era letteralmente euforica.

«Ha davvero il senso dell’umorismo!» E indicò le anatre con il mento. «Come te!»

Thomas separò le gambe e poi le accavallò, controllando l’orologio.

«Sono sicura che sta arrivando» cercò di calmarlo Amina. Povero Thomas: il cattivo paziente per eccellenza, tutto rughe e indisponenza, concentrato nell’immaginare il peggio. Avrebbe voluto potergli spremere fuori tutta quella preoccupazione, o meglio, trasmettergli la vertiginosa benevolenza che le scorreva nelle vene come tè dolce, facendo sentire benedetta e sacra ogni parte del suo corpo che Jamie aveva toccato. Si passò la punta delle dita sulle labbra.

«È bello che gli uomini siano in contatto con il proprio lato femminile» trillò Kamala. «A Good Morning America gli hanno dedicato un’intera trasmissione! Ce n’è uno che prepara biscotti, l’altro che ogni anno cuce alla figlia un costume di Halloween». Si lisciò la sari in grembo e si sistemò gli orecchini di corallo che si era messa quella mattina. «Sei sicura che non vuoi scioglierti i capelli? Stai molto meglio quando li hai sciolti».

«Così va benissimo, mamma».

«Stai male?»

«Perché?»

«Perché hai la voce roca».

«Non è vero».

E invece sì. Troppe chiacchiere. Amina arrossì.

«Se Anyan non arriva per l’una, dovremo prendere un altro appuntamento» annunciò Thomas.

«È in ritardo solo di pochi minuti» disse Amina, ignorando la rigidezza della mascella di suo padre. A parte per accordarsi sul dove e sul quando, negli ultimi giorni Thomas aveva fatto del suo meglio per evitarla, uscendo da una stanza quando lei entrava e reprimendo ogni tentativo di conversazione con qualche grugnito. Certo, era prevedibile, ma per Amina era stato comunque sgradevole e si sorprese a desiderare la fine di quell’appuntamento, in modo da poter cominciare a risistemare ciò che si era guastato tra di loro.

«Ecco, koche!» Davanti alla faccia di Amina comparve un balsamo per labbra, stretto tra le dita di Kamala come un biglietto vincente della lotteria. «Hai le labbra secche».

Amina se lo passò sulla bocca e glielo restituì. Poi guardò il quaderno che teneva sulle ginocchia: sulla prima pagina c’era scritto RISULTATI DEGLI ESAMI DI PAPÀ e al margine, per sicurezza, aveva aggiunto la data.

Aveva la bocca di sua sorella. L’aveva capito la sera prima, come un bambino che osserva un’illusione ottica sulla pagina di un libro, gli occhi che si alternano tra la rivelazione degli uccelli bianchi e degli uccelli neri, tra la donna vecchia e la donna giovane. Il viso di Jamie, la bocca di Paige.

La porta dell’ufficio si aprì ed entrò il dottor George. Era più basso di come se lo ricordava, o forse si perdeva semplicemente dentro il camice e i pantaloni con la piega, dietro l’enorme busta color tabacco che stringeva tra le mani.

«Salve, salve. Buon pomeriggio, dottore. Vedo che è venuta tutta la famiglia». Rivolse loro un sorrisetto timido e si accomodò. «Mi scuso per il ritardo».

«Non c’è problema» disse Thomas con un sorriso; ogni traccia della precedente irritazione era svanita. «Dovremmo ringraziarti per averci accordato il tuo tempo con così breve preavviso. Mi è dispiaciuto doverti sottrarre ai tuoi veri pazienti».

«Come sta Anjan?» domandò Kamala con un sorriso beato.

«Bene. Sta bene, grazie».

«È così cresciuto. Che classe fa?»

«La seconda» disse il dottor George. «È solo un po’ più alto per la sua età».

«Ci avrei scommesso». E Kamala accarezzò la gamba di Amina.

«Quelli sono miei?» domandò Thomas, indicando la busta.

Il dottor George annuì. «Sì, e tra poco mi manderanno gli esami del sangue».

«Be’, diamo un’occhiata. Non voglio trattenerti».

«Spero che non le dispiaccia se ho chiesto anche al dottor Curry di darci un’occhiata, prima».

«Bene. Come sta Luther?» Thomas si alzò. «Quindi è tornato dalle Hawaii?»

«Sì». Il dottor George si avvicinò alla bacheca luminosa e Thomas pure, a braccia incrociate. Anche Amina si alzò e fece del suo meglio per sembrare concentrata mentre la luce al neon si accendeva immergendoli in un chiarore freddo e bianco.

Le immagini erano bellissime. Lo erano sempre, bianchi e grigi che si estendevano tra le curve sottili del cranio, come perturbazioni provenienti da pianeti lontani. Quand’era più piccola, Amina cercava sempre di leggervi delle forme: fiori, draghi, imbarcazioni.

«Prima di esprimermi ho voluto chiedere un secondo parere, come le dicevo» ribadì il dottor George a voce bassa.

Due cavallucci marini che si incontrano in uno specchio, i musi che si sfiorano. Uno ha le ali e l’altro porta con sé un uovo.

«Glioma» disse Thomas.

Il dottor George annuì.

Amina guardò le onde grigie a ventaglio, i riccioli scuri e i laghi simmetrici. «Come?»

Suo padre non rispose. Lo guardò: il suo viso era vuoto, sembrava ricoperto di cera, come se non avesse mai conosciuto il movimento. Da qualche parte squillava un telefono.

«Curry è d’accordo?» domandò Thomas.

«Sì».

«Che ipotesi fa?»

«Tra due e tre».

«Capisco».

«Aspettate, come?» domandò Amina, stavolta a voce più alta, mentre il panico le si insinuava nella voce.

«E l’elettroencefalogramma?» domandò Thomas, alzando una mano per zittirla.

«Sta per arrivare» disse il dottor George.

«Sì, ma c’era…»

«Parecchio rallentamento focale» disse il dottor George. «Sì».

Thomas annuì. I suoi occhi si fissarono sulla moquette e non si mossero.

«Chi?» domandò Kamala, facendosi strada tra loro due per guardare personalmente le immagini. «Che cosa c’è?»

Nessuno le rispose. Amina sentì qualcosa di fresco sul braccio. Guardò e vide che il dottor George le aveva posato la mano sul gomito.

«Ci sediamo?» propose lui.

Nel suo tono c’era qualcosa che spinse Amina a obbedire e a voltarsi di scatto, rischiando di scontrarsi con Kamala, che sembrava altrettanto determinata a tornare al suo posto. Il dottor George sedette di fronte a loro. Thomas rimase in piedi.

«Sembra che ci sia una massa nel lobo temporale» disse il dottor George.

«Una massa? È la stessa cosa di un tumore?» domandò Amina.

«Sì».

«No» disse Kamala.

«È brutto?» Amina si sentì stupida, nel fare quella domanda. I tumori non erano forse tutti brutti, in un certo senso?

«Per saperne di più dobbiamo fare una biopsia» disse il dottor George.

Il quaderno era sulla scrivania. Amina se lo mise sulle ginocchia e in cima alla pagina scrisse lentamente “tumore”. Poi cancellò con una riga e al suo posto scrisse “biopsia”.

«Mi rendo conto che per voi è uno shock» stava dicendo il dottor George. «Lo è per tutti noi. Naturalmente questo spiega alcuni dei sintomi. Amina, tu parlavi di allucinazioni. Incongruenze sonore e visive sono molto comuni per questo tipo di…»

«La smetta» disse Kamala.

«Mamma!»

«Non preoccuparti» disse il dottor George. «È comprensibile».

Kamala sedeva immobile sulla sedia, il viso rivolto verso l’alto come una bambina ben determinata a non subire la punizione. Alle sue spalle, Thomas si era girato e la luce della bacheca gli faceva diventare ancora più bianche le punte dei capelli.

«È uno shock terribile» disse il dottor George ad Amina, come se lei avesse avuto bisogno di quella spiegazione. Amina guardò fuori dalla finestra, verso la sua auto. Le sembrava strano che fosse ancora là, in attesa, intatta.

«Ma…» Amina si schiarì la gola. «Cioè, che cure ci sono? Si opera? Lo si toglie?»

«Ne sapremo di più quando faremo altri esami, ma la posizione e le dimensioni indicano…»

«No» disse Thomas voltandosi. Era pallido e le rivolse un sorriso triste. «È inoperabile».

«E allora? Radiazioni? Chemioterapia?»

Thomas si strinse nelle spalle.

«Abbiamo ottenuto qualche risultato con le radiazioni, per rallentare la crescita» disse il dottor George, ma ora stava parlando con Kamala, che aveva inclinato ancora di più la testa all’indietro e fissava il soffitto. Dagli angoli degli occhi le scendevano due lacrime. Amina, sorpresa, vide suo padre avvicinarsi e allungare una mano per asciugare la prima e poi la seconda.

«Kam» mormorò, e sua madre gli prese la mano e la usò per coprirsi il viso.

Qualcuno bussò alla porta, che si aprì rivelando una donna asiatica dalla corporatura sottile con in mano due cartelle. Quando vide Thomas sorrise. «Salve, dottore».

«Grazie, Lynne» disse il dottor George, alzandosi per prendere le buste. «Ci serve un altro minuto».

«Oh, certo». La donna chiuse la porta e Thomas prese le buste. Tirò fuori le carte e le sfogliò, le lesse per quelli che sembrarono venti minuti, anche se era impossibile che fossero tanti. Amina fissò il vuoto davanti a sé. Contò le anatre gialle fino a quando non perse il conto e poi ricominciò. Suo padre restituì le carte al dottor George.

«Devo andare» annunciò. «Ho un paziente che mi aspetta».

«Come?» Amina scattò. «Papà…»

«Dottore» disse il dottor George alzandosi. «Vorrei prenotarle una biopsia non appena…»

«Benissimo. Per favore, mettiti d’accordo con Monica. Mi libererò da tutti gli impegni».

«Aspetta!» quasi urlò Amina, e Thomas la guardò con occhi di pietra. «Possiamo… cioè, dobbiamo parlarne, no?»

«Sono già in ritardo». Thomas si girò e impugnò la maniglia, evitando di guardare Kamala che comunque non stava guardando lui, ma il proprio grembo, come se non riuscisse a immaginare che le appartenesse. «Per favore, fa’ in modo che tua madre arrivi a casa sana e salva».