Tre
Seguirono settimane senza senso. Il loro film, nella mia memoria, è tutto in bianco e nero, con snervanti riprese a camera sporca e qualche angoscioso campo lungo.
Dei soldi, com'era ovvio, non sapevo che fare. Ne avevo molti di più di quanti ne potessi spendere. Ogni tanto cambiavo il nascondiglio, per timore che mia madre — o la donna che due volte alla settimana veniva a servizio da noi — potesse scoprirli.
Francesco, dopo la consegna della droga e la divisione dei soldi, era scomparso. Inghiottito nel nulla. Non mi telefonava ed era introvabile a casa. Qualche volta provai a passare dai bar dove spesso ci davamo appuntamento e dove avevamo l'abitudine di sederci a chiacchierare. Speravo di incontrarlo, ma non successe.
Non sapevo cosa fare. Mi aggiravo per casa e poi mi aggiravo per le strade, con lo stesso senso di insoddisfazione, di inquietudine, simile a una leggera, molesta febbre dell'anima. Così, a volte prendevo la macchina e andavo a correre sull'autostrada. A duecento all'ora sui rettilinei, facendo il gioco di non toccare il freno — rallentare, un poco, e basta — quando arrivavo alle curve, sorpassando da destra, imboccando a velocità folli e omicide le rampe di ingresso agli autogrill.
Altre volte invece me ne andavo al mare attraverso strade secondarie. Ogni volta trovavo una spiaggia diversa, facevo il bagno e mi distendevo sull'asciugamano pensando che mi sarei addormentato a quel sole tiepido di settembre. Invece non mi addormentavo mai. Passati dieci minuti cominciavo ad agitarmi. Poco dopo venivo sopraffatto dall'ansia, e allora mi rivestivo e andavo a recuperare la macchina.
Poi l'estate si estinse, e quelle mie strane gite finirono.
Una mattina provai a telefonare a Maria. Rispose un uomo con un forte accento barese, una voce roca e un tono sgarbato. Misi giù di scatto, chiedendomi se avrebbe potuto identificare la chiamata. Qualche giorno dopo riprovai, e questa volta rispose una donna. Non riuscii a capire se fosse lei.
«Maria?»
«Chi parla?»
Riattaccai, e quella fu l'ultima volta.
Non mi preoccupavo più di far credere ai miei genitori che stavo studiando, in qualche modo. Scivolavo davanti a loro come un fantasma, estraneo. Intuivo la loro pena, resa più acuta, sicuramente, dal fatto di non riuscire a capire.
Loro non mi dicevano niente. Ma non c'era più aggressività, nel loro silenzio. Solo una specie di muto, indecifrabile sgomento. Un senso di sconfitta, insopportabile per me.
E infatti non lo sopportavo. Distoglievo lo sguardo, mi riempivo le orecchie di musica, mi barricavo nella mia stanza, uscivo a vagare.
Non ce la facevo più nemmeno a leggere. Cominciavo un libro, ma dopo poche pagine mi annoiavo o mi distraevo: Così lo mettevo da parte e non lo riprendevo più.
Qualche giorno dopo ne prendevo un altro e riprovavo, ma succedeva la stessa cosa, anche in minor tempo. In breve smisi anche di provare.
Riuscivo a leggere solo i giornali. Solo quelli, perché potevo passare da una pagina all'altra senza nessun obbligo di rispettare una sequenza, di capire quello che c'era scritto, di concentrarmi.
E poi avevo sviluppato un morboso interesse per le notizie di cronaca nera. Un interesse, diciamo così, da addetto ai lavori. Leggevo degli arresti e dei processi agli spacciatori di droga. Con lo stesso spirito maligno di certi vecchietti che leggono i necrologi e pensano che, ancora per una volta, è toccata a un altro.
Leggevo delle pene che venivano inflitte per lo spaccio di qualche grammo di cocaina, e facevo i conti, di quanto avevo rischiato — e scansato — per averne spacciato un chilo. Ogni volta provavo un brivido, di paura e piacere insieme. Lo stesso di chi si rannicchia nelle coperte, al caldo, mentre fuori piove e fa freddo.
Un giorno lessi che c'era stata una rissa con accoltellamento, in una bisca del quartiere Libertà. Cercai ansiosamente i nomi, in quell'articolo di cronaca locale, colto dal presentimento, dalla certezza quasi, che in quell'episodio fosse stato coinvolto Francesco. Mi sbagliavo, come capita quasi sempre con i presentimenti, ma ugualmente dopo la lettura mi rimase appiccicata addosso una sensazione sgradevole e indistinta. In qualche modo c'entravamo Francesco, io e quello che sarebbe accaduto prima o poi.
Non sarebbe stato niente di buono.
Più volte lessi articoli allarmati sulla sequenza di violenze carnali, che da mesi si ripetevano a Bari. Gli inquirenti ipotizzavano si trattasse sempre dello stesso maniaco, invitavano le donne a non circolare da sole di sera e chiedevano la collaborazione della cittadinanza.
Scivolavo sulle altre pagine senza attenzione e senza consapevolezza. Solo di tanto in tanto qualche notizia mi scuoteva da quella specie di torpore ottuso.
Una in particolare me la ricordo bene.
Un giorno lessi che era morto Scirea. Il libero della nazionale campione del mondo ai mondiali di Spagna nel 1982. Avevo quindici anni quando, con una progressione incredibile e irripetibile, un gruppo di giocatori qualunque si era trasformato nella squadra più forte del mondo.
Vinsero inarrestabilmente con l'Argentina, il Brasile, la Polonia e la Germania. Come se il Destino in persona fosse stato dalla loro parte. Dalla nostra parte. Anche ora, solo ripeterlo sembra pazzesco e commovente.
Aveva trentasei anni Scirea, in quel settembre dell'89, e li avrebbe avuti per sempre. Viaggiava a bordo di una vecchia Fiat 125, su una autostrada sconnessa e sperduta nel mezzo della Polonia. L'autista aveva fatto un sorpasso azzardato ed erano andati a schiantarsi su un furgone che viaggiava ignaro, tranquillo e letale sulla sua corsia. Uno può pensare, mentre diventa campione del mondo, che gli restano solo pochi anni? O può pensare, mentre sale a bordo di una innocua Fiat 125, su una stupida strada della Polonia, che gli restano solo pochi minuti?
Telefonai molte volte a casa di Francesco. I primi giorni la madre mi rispondeva sempre. Con quel suo pesante accento barese, quella voce di donna anziana e cupa che dava odore di naftalina, di infelicità e risentimento. Francesco non c'era e, no, non sapeva quando sarebbe tornato.
Poteva dirgli per piacere, che avevo chiamato? Pausa insensata, un sospiro e poi, sì, poteva dirglielo, ma non sapeva quando sarebbe tornato. Chi ero? Ero sempre Giorgio. Buonasera – o buongiorno – signora. Grazie. Non riuscivo mai a finire la parola signora, che lei aveva già riattaccato. Allora ripetevo grazie, da solo, a voce alta.
Non ce l'aveva con me in particolare. Penso che, con metodo e ostinazione, odiasse il mondo. Tutto il mondo che stava fuori da quella casa e dalla sua polvere stantia.
Da quello spesso odore di infelicità.
Francesco non mi richiamava. Dubito che sua madre gli dicesse delle mie telefonate, ma questo era un dettaglio. Anche se lo avesse fatto, lui in quelle settimane aveva altro da fare. Questo altro non includeva me.
Dopo un paio di settimane e cinque o sei di quelle conversazioni surreali con l'anziana signora – come si chiamava? non l'ho mai saputo – cominciai a non avere più risposte. Lasciavo squillare il telefono ogni volta per dieci, quindici volte. Inutilmente. A ogni ora. Una volta chiamai alle sette e mezzo del mattino. Un'altra alle undici di sera.
Non rispose nessuno. A un certo punto smisi.
Un giorno – era già ottobre – lo incontrai per strada.
Aveva un aspetto inconsueto. Si era fatto crescere la barba, ma non era questo a renderlo diverso. C'era qualcosa fuori posto. Forse i vestiti o forse altro, non lo so. Aveva gli occhi sbarrati e per qualche istante mi guardò come se non mi conoscesse. Poi, all'improvviso, prese a parlarmi come se ci fossimo interrotti solo qualche minuto prima.
Mi toccava la spalla, mi stringeva il braccio con forza, fino a farmi male.
«Vedi, amico mio, è necessario, assolutamente necessario che noi due ci incontriamo per parlare a lungo e con la massima calma. Dobbiamo dare a questo punto una svolta significativa alle nostre esistenze. Abbiamo, come dire, intrapreso un cammino che è assolutamente necessario portare a compimento. Tu e io. E dunque dobbiamo elaborare un progetto strategico per conseguire i nostri autentici obiettivi.»
Intanto mi aveva preso sottobraccio. Camminava e io mi lasciavo trascinare. Eravamo in via Sparano fra boutique di moda, signore eleganti che facevano spese per l'inizio dell'autunno, comitive di ragazzini; ci facevamo strada attraverso il concreto brusio della gente e, per quanto mi riguardava, un senso di minaccia altrettanto concreto.
«Considera che le nostre peculiari identità soggettive sono, in questa fase, a un bivio cruciale. Una possibilità è quella di lasciare che siano gli eventi a determinare ciò che saremo. Affidarci come dei pezzi di legno alla corrente di un fiume. Tu vuoi questo? No, naturalmente. La seconda possibilità è quella di nuotare, in quel fiume. Nuotare controcorrente, con forza e determinazione, per la realizzazione di un progetto di consapevolezza e di vera esistenza. Capisci cosa voglio dire, vero?»
Ebbi la sensazione che non ricordasse il mio nome.
No, non è esatto. Ebbi la certezza che in quel momento non ricordava il mio nome. Nella mia mente si compose una frase a caratteri di vecchia macchina per scrivere:
"Non si ricorda come mi chiamo". Poi questa scritta si trasformò in una specie di neon lampeggiante. Non si ricorda come mi chiamo. Durò qualche secondo e poi andò via.
«.., e dunque abbiamo un imperativo categorico, cui dobbiamo rigorosamente attenerci. Realizzare la nostra vera natura. Definitivamente trasformare in atto ciò che noi — esattamente, assolutamente tu e io — siamo ora in potenza.»
Continuò a parlare per diversi minuti, seguendo un ritmo folle e ipnotico, tenendomi sotto braccio e ogni tanto stringendomi con forza proprio sopra il gomito. Poi, bruscamente come aveva cominciato, smise.
«E dunque, amico mio, credo che siamo d'accordo su tutto. Ci incontreremo con la dovuta calma, faremo tutte le necessarie elaborazioni e formuleremo le opportune strategie. Ti abbraccio.»
E scomparve.