Venti
Era agosto e i giorni scorrevano uguali, avvolti in un calore denso e inquietante. Anche di notte l'aria aveva una consistenza quasi fisica e ci avvolgeva come una coperta tiepida, fradicia, implacabile.
Un pomeriggio passeggiavamo dalle parti di n'derr a la lanz, vicino alle barche dei pescatori tirate a secco. A Ferragosto mancava una settimana, o poco più. Come al solito Francesco parlava. Ogni tanto faceva delle pause e mi lasciava dire qualcosa. Senza ascoltare una sola parola. Quando ricominciava, riprendeva semplicemente il discorso da dove l'aveva interrotto, o cambiava argomento.
A un certo punto disse che dovevamo fare una vacanza.
Che potevamo prendere la macchina — la mia, disse, era più adatta — e partire. Magari verso la Spagna. Senza prenotare niente.
Avremmo fatto due o tre tappe, sulla strada, o anche di più se ci andava. Se ci andava potevamo fermarci da qualche parte — in Francia, per esempio. Insomma potevamo fare quello che volevamo.
Dissi subito di sì. Pensai, con un senso di euforia improvviso e confuso, che poteva essere una specie di epilogo eroico.
Va bene — mi dissi — ho vissuto questo periodo folle. Ho fatto delle cose incredibili. Cose che non avrei mai creduto di poter fare. Ho camminato sul filo e per fortuna non sono caduto. Adesso facciamo questo viaggio e alla fine ricomincio la mia nuova vita. Che poi sarà la mia vecchia vita, anche se diversa. Ho visto com'è dall'altra parte. Ho fatto l'esperienza. Fra poco sarà ora di tornare a casa.
Pensai a On the road e a quello scambio di battute famoso, che qualche anno prima avevo imparato a memoria.
Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo, dice Dean.
Per andare dove, amico? domanda Sal-Kerouac.
Non lo so, ma dobbiamo andare.
Sì, dovevamo andare e poi, alla fine, io sarei tornato a casa. Qualunque cosa significasse.
Quei pensieri mi fecero sentire bene. Come se fossi quasi all'arrivo di una gara impegnativa. Ormai era quasi fatta. Al ritorno avrei detto a Francesco che bastava. Era stato straordinario vivere quell'avventura con lui ma adesso per me era finita. Sarei stato suo amico per sempre, ma le nostre strade si dividevano.
Al ritorno, ero certo, avrei trovato le parole e il coraggio per dire quello che c'era da dire.
«Allora quando partiamo?»
Francesco sorrise. Non il solito sorriso controllato, colmo di sottintesi. Quello che non capivi mai, esattamente, cosa volesse significare. Un sorriso normale, mi sembrò.
Ed ebbi una fitta di tristezza. Lui era il mio amico e io avevo appena deciso di abbandonarlo. Mi sentii in colpa per questo, e per i dubbi che sempre più spesso mi venivano su di lui, e su di noi due.
«Domani. Domani mattina. Andiamo a fare il bagaglio adesso. Io studio un minimo di itinerario e domani mattina mi passi a prendere sul presto, così partiamo quando non fa ancora caldo. Diciamo alle sette.»
Tornai a casa dove da qualche giorno ero solo. I miei genitori erano andati a stare in una masseria di amici loro, dalle parti di Ostuni. Per prima cosa cercai il numero di telefono di quegli amici. Volevo parlare con mamma e papà. Tutto a un tratto avevo fretta di parlare con loro. Mi sembrava che il gelo calato fra noi da quella domenica a pranzo si fosse dissolto. Volevo avvertirli che partivo per una breve vacanza, una settimana o poco più. Ne avevo bisogno ma al ritorno mi sarei rimesso a studiare. Mi dispiaceva per come mi ero comportato negli ultimi mesi.
Era stato un periodo difficile, ma adesso era finito. Per un attimo pensai addirittura di raccontare quello che mi era successo davvero in quei mesi. Poi mi dissi che forse era meglio di no, per il momento. Magari in seguito. Componendo il numero mi sentivo un po' emozionato, ma leggero. Mi sentivo bene. Tutto sarebbe andato per il meglio.
Il telefono squillò a lungo, ma nessuno rispose.
Probabilmente si erano trattenuti al mare. A mia madre piaceva restare in spiaggia a leggere quando la folla era sparita, fino al tramonto. Le piaceva fare il bagno il pomeriggio tardi o la mattina presto. A mio padre no, ma si adattava.
Ci rimasi un po' male e mi dissi che avrei richiamato più tardi, dopo aver preparato un borsone con le cose da portare.
Non fu un'operazione rapida.
Prendevo una camicia dall'armadio della mia stanza la poggiavo sul tavolo del soggiorno. Non so perché avevo deciso di usare quel tavolo, lontano dalla mia stanza, come piano di appoggio per preparare il bagaglio. Prendevo altre due camicie. Poi altre due ancora e rimettevo a posto una di quelle ché avevo già scelto. Camminando dalla mia stanza al soggiorno mi chiedevo quali — e quanti — pantaloni avrei dovuto portare. Due paia potevano bastare. Jeans leggeri e pantaloni kaki. Più un paio addosso, naturalmente. Un maglione di cotone. O meglio una felpa? O tutti e due? Diamine, in Spagna fa caldo, basta un maglioncino di cotone. Ma quale? È una giacca? Se fosse capitato di andare in un ristorante elegante o un casinò, la giacca sarebbe stata necessaria. Ma nel borsone la giacca non si può mettere. Allora forse meglio una valigia rigida. Ma quelle le avevano prese mamma e papà. Via la giacca. E poi che idea idiota quella di andare in un casinò. A fare cosa? Anche se magari la giacca potevo portarla a mano e appenderla in macchina. Due paia di scarpe. O un solo paio, tanto poi ci sono quelle ai piedi. Dieci mutande. Così non devo lavare niente. No, comunque dovrò lavare perché non credo che torneremo entro dieci giorni. Allora porto una scatola di detersivo? Non dire sciocchezze, se serve lo compri là, oppure usi il sapone dell'albergo per fare il bucato. E calze? Di regola non si indossano calze, d'estate. Cinque paia basteranno. Basteranno? Conviene mettere sotto i pantaloni, poi le camicie e le magliette e poi mutande e calze? O è più comodo il contrario?
Dopo un'ora avevo messo solo qualcosa nel borsone, sul tavolo c'era un sacco di roba e io mi sentivo esausto. E idiota. Stavo fermo davanti al tavolo, senza sapere cosa fare.
A un certo punto mi dissi che stavo rincoglionendo.
Presi a caso quello che mi capitava fra le mani e buttai dentro fino a quando il borsone fu quasi pieno. Prima di chiudere, aggiunsi una decina di cassette, e due mazzi nuovi di carte francesi.
Adesso non sapevo che fare. Riprovai a telefonare ai miei ma ancora una volta il telefono squillò a vuoto. Mangiai del tonno in scatola insieme a un panino gommoso del giorno prima. Bevvi una birra. Andai a sedermi in terrazza con un libro, ma non riuscii a leggere più di mezza pagina. Pensai di andare a letto ma subito mi resi conto che era una pessima idea. Non avevo sonno e faceva ancora molto caldo. Mi sarei rigirato fra lenzuola umide e appiccicose e l'idea mi fece venire una specie di asfissia dell'anima.
Così uscii. Non c'era nessuno in giro e la strada deserta aveva qualcosa di inquietante e quasi sinistro. Come a volte possono essere sinistri i luoghi troppo familiari, se solo ti guardi intorno invece di passare via come al solito.
Quando avevano sbarrato quel portone con due assi di legno? Il palazzo era pericolante, ma non ci avevo fatto caso prima. E la vecchia che abitava nel basso a nemmeno cento metri da casa nostra, dov'era? Di solito stava fuori seduta, a prendere il fresco. Ma quella sera – o chissà quando – lei era scomparsa e la sua casa era chiusa. Sembrava un occhio cieco e pauroso.
Sentii un brivido sgradevole partire dalla nuca e distribuirsi per tutto il corpo. Non riuscii a vincere l'impulso di guardarmi alle spalle. Non c'era nessuno, ma questo non mi rassicurò. Avrei voluto che a casa ci fossero i miei genitori. Perché poi non rispondevano al telefono? Ebbi il presentimento che fosse successo qualcosa, o che magari stesse succedendo qualcosa proprio in quel momento. Per anni avrei ricordato quella sera, i miei gesti insulsi e quel sentimento di catastrofe imminente. Un incidente stradale. Un infarto. Tutto in pezzi proprio quando avevo deciso di voltare pagina. Mi chiesi quale fosse stata esattamente l'ultima volta che avevo visto i miei genitori. Non riuscii a ricordarmela anche se si trattava solo di pochi giorni prima. Invece mi ricordavo dell'ultima volta che avevamo parlato – litigato – e non mi piacque. Pensai che se era successo qualcosa di brutto a mia madre e a mio padre, o anche a uno solo dei due, avrei passato il resto della mia vita con un senso di colpa insopportabile. Mi venne da piangere e per un paio di minuti considerai la possibilità di prendere la macchina e guidare fino a Ostuni. Rinunciai non per l'assurdità dell'idea, ma solo perché ignoravo dove si trovasse esattamente quella masseria e, insomma, non sapevo dove andare.
Camminavo da almeno un quarto d'ora quando incontrai un uomo sulla quarantina che portava in giro un cagnolino bastardo molto brutto e grasso. L'uomo invece era magrissimo e indossava una camicia bianca a maniche lunghe, con il collo e i polsini abbottonati. Aveva una faccia senza espressione. Incrociandolo sentii l'odore denso del suo sudore.
Mi chiesi com'era quell'uomo vent'anni prima, più o meno alla mia età. Cosa si aspettava dal futuro? Aveva avuto dei sogni? Aveva immaginato di poter finire a camminare con un botolo triste, con una camicia tutta abbottonata, in una notte di agosto, fra case anonime e macchine parcheggiate sul marciapiede? Quando si era reso conto di come stavano andando le cose? Se n'era reso conto?
E la mia faccia, come sarebbe stata fra vent'anni?
Sentii il rumore di una macchina con la marmitta in disordine, che veniva da via Manzoni mentre io ero in via Putignani.
Mi dissi: se alla guida c'è un uomo, andrà tutto bene, riguardo al viaggio e a tutto il resto. Arrivammo insieme all'incrocio. Trattenni il respiro. La macchina – una Fiat Duna giardinetta – svoltò lentamente su via Putignani.
Alla guida vidi una signora grassa, in canottiera, con i capelli raccolti e una faccia sfinita dal caldo. Guidava protesa in avanti, come se da un momento all'altro stesse per accasciarsi sul volante.
Mentre la Duna si allontanava verso il centro della città feci uno sforzo per sorridere e dissi ad alta voce: «Fanculo alle tue stronze profezie, Giorgio Cipriani».
Non c'era nessuno a sentirmi.
Quando tornai a casa era troppo tardi per provare a richiamare i miei. Lo avrei fatto la mattina dopo, da un autogrill. Andai a letto, lasciando la finestra spalancata, per alleviare il caldo.
Mi rigirai a lungo senza riuscire ad addormentarmi.
Presi sonno quando dalle fessure della serranda filtrava la luce dell'alba, e sognai.
Stavo viaggiando in macchina, su una specie di autostrada, in un paesaggio deserto, grigio e triste come certe mattine d'inverno. Guidavo con una sensazione di angoscia, con l'impressione che mi stesse sfuggendo qualcosa di molto importante. Poi vedevo in lontananza degli oggetti che venivano verso di me — contro di me — sempre più veloci. Allora capivo tutto. Quegli oggetti erano macchine e io stavo viaggiando nella direzione sbagliata.
Come era potuto succedere? Come avevo fatto a finire in quella situazione? E poi quell'autostrada non era molto larga. Anzi, si restringeva sempre di più mentre le macchine si avvicinavano. Non volevo morire: avevo ancora tanto da fare. Non poteva toccare veramente a me. Succedono agli altri queste cose. La strada era diventata stretta, non era più un'autostrada. Era molto stretta. I miei movimenti erano lenti, sempre più lenti e avevo sempre più paura. E quella sirena lacerante che si avvicinava.
Non volevo morire.
Perché, forse, dopo non c'era niente.
La sveglia sibilava banalmente e io sbarrai gli occhi. Per qualche secondo rimasi disteso a guardare le mie scarpe vicino al letto, ancora in bilico fra un mondo e l'altro.
Mezz'ora dopo ero sotto casa di Francesco, al citofono.
Stavamo per partire.