Sette
Quasi ogni sera andavo a casa di Giulia. Quando finivo di studiare, o quando la giornata era trascorsa senza che avessi concluso niente di utile. Capitava. In quelle occasioni mi prendeva una specie di frenesia leggera e sgradevole. Una sensazione fisica, un formicolio sulle braccia e sulle spalle. Una consapevolezza molesta degli abiti sulla pelle, del respiro, del battito cardiaco leggermente accelerato.
Uscivo, e camminare per la città con una meta calmava un poco quella specie di ansia.
Giulia era sempre in casa, a studiare con la sua amica Alessia. Erano uguali, Giulia e Alessia. Tutte e due brave e studiose. Stesse famiglie benestanti di professionisti, stessa abitudine a una esistenza comoda e solida. Case nel centro di Bari, arredate con mobili costosi anni Settanta, ville a Rosa Marina, settimane bianche, circolo tennis e tutto il resto. Io entravo in quel mondo come un viaggiatore straniero, spaesato e curioso. La mia famiglia apparteneva a un altro territorio. Il Partito, la vita politica, il disprezzo per quella baresità opulenta e vischiosa. Il senso orgoglioso e un po' snobistico di essere una minoranza, e di voler restare tale. Anche mia sorella era così.
Io invece ero sempre stato incuriosito da quel mondo diverso. E alla curiosità si mescolava una specie di invidia. Per una vita che sembrava più facile, meno problematica; non segnata da un esercizio, a volte ossessivo, del senso critico.
Così quando cominciai a vedermi con Giulia cominciò, insieme, una vera e propria esplorazione.
Mi piaceva penetrare in quelle case, e vedere le vite che vivevano quelle persone; partecipare ai loro rituali; andare fra loro senza mai mescolarmi veramente. Era un gioco di recitazione, di mimetismo. Il gioco fu divertente per qualche mese, giusto il tempo di rendermi conto.
All'epoca di questa storia ero già stanco anche se non me ne ero ancora accorto.
Arrivavo a casa di Giulia e quello era il momento in cui lei e Alessia smettevano di studiare. Rimanevamo lì a chiacchierare nella grande cucina. La mamma si affaccia a di ritorno dalle sue incursioni pomeridiane per negozi, boutique, parrucchieri ed estetisti, e spesso si fermava anche lei con noi. Fino a quando non si accorgeva di essere in ritardo per qualcosa. Una partita di burraco, una cena, il teatro e così via. Usciva praticamente tutte le sere, mentre il padre si tratteneva fino a tardi nell'appartamento a fianco dove aveva lo studio e dove passava tutto il suo tempo. Non lo si vedeva quasi mai.
Noi rimanevamo spesso a casa. A volte da soli, Giulia e io; altre volte veniva qualche amico — suoi amici — e preparavamo gli spaghetti o un'insalata. Perlopiù era il fine settimana che si usciva tutti insieme, per il cinema e poi qualche pizzeria.
Non me lo ricordo di cosa parlavamo, tutte quelle sere trascorse nella cucina di casa De Cesare, tra file di padelle costose appese in esposizione, immersi in quella luce nitida e in quell'odore pulito e confortevole. Di casa e cibo fresco, e saponi costosi e cuoio.
Quello che mi piaceva di più, quando arrivavo in quella casa, era l'odore composito, buono e rassicurante. E a volte mi chiedevo che odore si sentiva, entrando a casa mia e che cosa comunicava agli altri quell'odore che io non potevo sentire.
La sera dopo la partita a poker con Roberto e Massaro arrivai a casa di Giulia in anticipo sul solito orario. La mattina avevo incassato la mia parte della vincita e le avevo comprato una borsa. Per farmi perdonare la lite della sera prima; per mettere a tacere il mio indistinto senso di colpa.
Le diedi il mio regalo e lei lo aprì, un po' stupita. Quando vide cos'era mi guardò molto stupita, perché era una borsa costosa e non c'era nessun motivo per un regalo così grosso.
«Vorrei avere io un fidanzato così» sospirò Alessia andando via.
Quando rimanemmo da soli raccontai a Giulia quello che era successo. La parte raccontabile, ovviamente. Avevo giocato a poker, avevo avuto una incredibile fortuna e avevo vinto un sacco di soldi. Più o meno questo.
«Quanto hai vinto?» mi chiese Giulia spalancando gli occhi e allungando il capo verso di me. Come per essere sicura di avere capito bene.
«Qualche milione, ti ho detto.» Istintivamente mi rendevo conto che era meglio tenermi nel vago.
«Qualche milione. Ma sei impazzito? Dove sei andato a giocare?»
Non era arrabbiata. Era incredula e stupefatta.
«Sono andato a casa di uno... un amico di Francesco Carducci.»
«Ah, sei diventato proprio amico di Francesco Carducci. Prima rissa insieme, poi a fare i biscazzieri. Adesso andrai anche a farti le signore, con lui? Devo dire a mia madre di stare attenta quando sei in giro?»
«Mi ha invitato a giocare, gli mancava il quarto. Te l'ho già detto ieri, quando ti sei arrabbiata.»
«Non mi hai detto chi ti aveva invitato a giocare.»
«Va be', come vedi non c'era niente da nascondere. E poi fino a un certo punto è stata una partita del tutto normale. Poi c'è stata questa mano incredibile, con due poker serviti. Non sono stato io a forzare il gioco, ma è andata così.»
Mentre raccontavo quei fatti, in quel modo, avevo la percezione nettissima che la mia vita si stava spaccando a metà. Una parte normale e un'altra, in una zona d'ombra di cui non avrei potuto parlare con nessuno. In quel momento seppi che avevo una doppia vita.
E pensai che mi piaceva.
«Puoi spiegarmi come mai siete diventati amici, voi due?»
«Non siamo diventati amici, e comunque non ci vedrei niente di male o di strano.» Sentivo una strana tensione nella mia voce, mentre pronunciavo quella frase come per difendere Francesco dal pregiudizio sottinteso nelle parole di Giulia. E mi resi conto che anche in quel momento non ero sincero, con lei. Ero proprio diventato amico di Francesco; e volevo che lui diventasse mio amico, pensai mentre continuavo a parlare.
«La sera delle mazzate a casa di Alessandra ce ne siamo andati insieme. E questo mi sembra naturale, visto quello che era successo. Al momento di salutarci siamo rimasti che ci si poteva vedere, qualche volta. Poi gli è mancato il quarto a poker e mi ha chiamato. Tutto qui.»
«E se invece di vincerli li perdevi, quei soldi?»
«Non potevo perdere quella mano, con un poker di donne.» Era la verità, mi dissi; stavo solo omettendo qualche dettaglio. Giulia rimase un po' in silenzio. Poi riprese la borsa, se la rigirò fra le mani, provò a metterla in spalla.
«È bellissima.»
Io annuii con un sorriso idiota.
Alla fine mise da parte la borsa e mi chiese se doveva preoccuparsi, visto che ero così fortunato al gioco. Io dissi che speravo di no, che non ci fosse da preoccuparsi. Potevamo controllare, volendo. Potendo avere un po' di privacy. Ce l'avevamo la privacy, visto che la sorella era sposata da sei mesi, il papà era fuori Bari, a un convegno, e la mamma a un burraco. Tanto per cambiare.
Facemmo l'amore nella sua camera, e io avevo una strana consapevolezza dei miei movimenti e dei miei gesti.
Anche quelli più insignificanti. Un senso di controllo inquietante. Una percezione di essere lì, mentre i nostri corpi si muovevano insieme, con un ritmo diverso da ogni altra volta; e di essere contemporaneamente altrove.
Stavamo distesi fianco a fianco, stretti nel suo letto e Giulia mi disse che se vincere al poker mi faceva quell'effetto, be' era disposta a lasciarmi andare qualche altra volta. Io non dissi niente.
Guardavo il soffitto. Ero solo, in quella stanza.