Capitolo 30
Sospetto di sapere
dove stiamo andando quando Jack ci porta fuori città, ma rimango in
silenzio, contenta di lasciare che prenda lui il controllo della
situazione e di cosa facciamo. È qualcosa che non mi ero mai
sognata di fare: lasciare che qualcun altro si prendesse cura di
me. È una cosa buona, non perché al momento sono un’invalida e non
posso compiere le azioni più banali, ma perché è così che dovremmo
essere. Per tutto il viaggio mi tiene stretta la mano sul mio
grembo, e io lo fisso con la testa appoggiata all’indietro, lo
osservo, provo a realizzare che è veramente mio. Tutto Jack. Lui
vuole tutto, e lo vuole avere con me. Malgrado il mio dolore
perenne, non penso di essere mai stata così felice in tutta la mia
vita, dal punto di vista fisico ed emotivo. E devo tutto a
quest’uomo. Quest’uomo bellissimo, meraviglioso.
Jack fa un’ultima svolta e
conferma che avevo ragione sulla nostra destinazione. «A casa dei
miei?», chiedo quando vedo la Jaguar di papà, lucida come sempre
sul vialetto. «Che ci facciamo qui?»
«Li veniamo a trovare», dice
lui semplicemente, parcheggiando davanti casa.
Li veniamo a trovare? Quando
gli ho chiesto di uscire, di andare per il mondo, intendevo un po’
più lontano di casa dei miei. Slacciandomi la cintura, aspetto che
Jack mi apra la portiera e mi aiuti a scendere, e quando mi alzo
dal sedile trattengo un sibilo di dolore. Mi avvolge un braccio
intorno alla vita e mi accompagna lungo il vialetto verso la porta.
Mamma, come sempre, ci apre prima che possiamo bussare. Ha uno
strofinaccio in mano e un sorriso in faccia.
«Annie, cara».
«Ciao, mamma». Mi lascio
abbracciare, e, Dio, se mi abbraccia. «Non così forte».
«Oh, scusa! È solo che è
bello vederti un po’ più viva». Mi aiuta a entrare e il solito
profumo familiare del cibo che ha preparato mi riempie le narici. E
un vociare mi riempie le orecchie.
«Chi c’è?», chiedo mentre ci
spostiamo verso la cucina, con Jack alle calcagna. Mamma non
risponde, e, piuttosto, ci dirotta nella sala da pranzo.
«Tutti, cara».
Mi fermo sulla soglia e
osservo la piccola stanza, e tutti rimangono in silenzio per
guardare verso di me. Lizzy con Jason, Micky con Charlie, mio padre
e Nat. La prima cosa che mi viene in mente è: mamma sarà a suo agio con tutta questa gente da
accudire. La seconda cosa a cui penso è: che ci fanno tutti qui? Sollevo cauta una mano per
un saluto patetico, poi mi rivolgo a Jack per lanciargli uno
sguardo interrogativo.
Lui si limita a sorridere, mi
prende la mano e mi porta al tavolo, dove c’è una sedia ad
aspettarmi. Mi fa mettere seduta, si china e mi dà un bacio sulla
guancia. «Hanno promesso di non soffocarti di attenzioni».
Rido, un po’ nervosa, e
guardo mamma dare un grembiule a Jack. Lui non batte ciglio, lo
accetta e se lo allaccia alla vita. «Aiuti mamma?»
«A quanto pare». Fa spallucce
e va in cucina, lasciandomi piuttosto sbalordita. Mamma accetta
l’aiuto di Jack?
Io guardo mio padre, che alza
le spalle. «Sta bene?», gli chiedo seriamente. Lei ha sempre tutto
sotto controllo. Specialmente in cucina. La sua cucina.
«Vuole conoscere quel tuo
nuovo tizio». Papà fa spallucce.
Micky ride e io lo guardo,
con un braccio poggiato con disinvoltura sulle spalle di Charlie.
«Povero Jack».
Conoscerlo. Vuole conoscerlo.
L’idea mi riempie di calore, date le circostanze in cui i miei sono
venuti a sapere di Jack. Il fatto che l’abbia invitato in cucina è
una cosa enorme, ed è il suo modo di accettarlo. Tuttavia, immagino
la faccia terrorizzata di mia madre quando Jack non farà le cose
come dice lei. «Lo caccerà fuori fra dieci minuti», concludo.
«Cinque», ribatte mio padre
con un grugnito. «Lui correrà via urlando fra cinque minuti».
Guarda l’orologio, controllando l’ora.
Rido e mi rilasso un po’, ma
i miei muscoli doloranti si tendono quando Nat e Lizzy si
avvicinano e incoraggiano Charlie a unirsi a noi. Nat porta una
bottiglia di vino e ne versa quattro bicchieri pieni. Ne passa uno
a ciascuna.
È Charlie a brindare. «Al
vero amore».
Le lancio uno sguardo, e lei
sorride.
«Al vero amore», le fa eco
Lizzy, spostando gli occhi su Jason dall’altra parte del tavolo
dove siedono tutti i ragazzi, tranne Jack. Papà tira fuori le carte
da gioco e dichiara guerra.
«Al vero amore», dico piano,
e sento mamma in cucina che dà istruzioni a Jack.
«Come dite voi!», sbuffa Nat,
alzando gli occhi al cielo mentre si tuffa nel suo vino. «Allora».
Con le dita alla base del mio bicchiere, lo spinge e mi incoraggia
a bere. «Dicci di questo tuo nuovo uomo».
E così so che non mi
soffocheranno di compassione. Non faranno domande, non cercheranno
altre informazioni, non mi faranno sentire come se fossi sotto i
riflettori. Al contrario, faranno finta che l’incubo degli ultimi
mesi non sia mai successo. Faranno finta che Jack e io siamo
normali. Che ci siamo incontrati in circostanze normali. Che non ci
sia stato alcun dolore né infelicità. Le guardo grata, e sorridono
tutte a loro volta.
Jack entra in sala e posa un
piatto di assaggi al centro del tavolo, incrociando il mio sguardo.
Sorride, e devo sforzarmi di inghiottire l’emozione che mi assale
inaspettatamente. «È perfetto», dico piano. «Bello, gentile,
ambizioso e mi incoraggia».
«L’uomo dei sogni», risponde
Jack con disinvoltura, attirando l’attenzione di tutte le
ragazze.
«Ehi!». Lizzy prende un’oliva
dal vassoio e gliela tira. «Roba da ragazze. Fila via!».
Lui alza le mani in segno di
resa e indietreggia, guardando mio padre mentre passa. «Sono
sopravvissuto sei minuti… finora».
«Ho pronto uno scotch se ne
hai bisogno, ragazzo», dice papà con un tono impertinente, dando le
carte a Jason e Micky.
Mi potrebbe scoppiare il
cuore. Normale. È tutto normale. È come volevo che fosse dal
momento in cui mi sono innamorata di Jack, ma come non poteva
essere. Volevo condividere con i miei amici tutto dell’uomo di cui
mi ero innamorata. Volevo parlare con le ragazze dei baci, del
sesso, dei sentimenti. Volevo dire ai miei di aver incontrato un
uomo che mi aveva fatto perdere la testa, e volevo questo.
Condividerlo con loro. Volevo che mia madre lo accettasse, lo
accogliesse a casa sua. Volevo che lui facesse parte della mia
famiglia.
Oltre a volere Jack così
disperatamente, volevo anche tutto questo.
L’approvazione. L’amore. La
normalità.
«Ora capisco», dice Lizzy,
strappandomi alle mie riflessioni. La guardo incuriosita, e lei
sorride, vagamente ma con sincerità. «Vedendovi insieme, capisco.
Capiscono tutti».
Annuisco, cacciando indietro
le lacrime, più grata che mai.
«Quanto sei stanca?», mi
chiede Jack mentre con l’auto si allontana da casa dei miei e io li
saluto.
È stata una serata
meravigliosa. Ho riso, ho assorbito l’affetto che Jack mi ha
riversato addosso, e mi sono goduta gli sguardi affettuosi dei miei
amici e della mia famiglia. Ora lo capiscono. Appoggio la testa al
sedile e la giro per guardarlo. «Non sono per niente stanca».
Sorride rivolto alla strada.
«È una bugia, ma non voglio discutere. Voglio portarti da qualche
parte».
«Allora portamici», gli dico,
ancora una volta felice di lasciargli il controllo. Torniamo in
città, chiacchierando di nulla in particolare, e Jack parcheggia in
una strada secondaria nel centro di Londra. «Dove siamo?».
Non risponde e mi fa scendere
dall’auto in silenzio. «Ti va di camminare per qualche
minuto?»
«Sì. Dove andiamo?».
Ignora nuovamente la mia
domanda, e ci incamminiamo verso la strada principale poco più
avanti. Rimango in silenzio, curiosa, finché non ci fermiamo sul
marciapiede, e si gira verso di me. «Eccoci qui», dice piano.
Io aggrotto la fronte e alzo
lo sguardo, rendendomi conto velocemente di dove sia qui. Mi manca il respiro per qualche secondo.
«Dove ci siamo incontrati», mormoro, sbirciando in una finestra del
pub.
«Siamo tornati all’inizio».
Jack mi porta dentro e va dritto al punto esatto del bancone dove
mi ha piegata a novanta. Tantissimi ricordi, vividi, si affollano
nella mia mente. Mi aiuta a salire su uno sgabello, ne prende uno
per sé e si volta verso di me. «Sei ubriaca?», mi chiede
seriamente, fissandomi negli occhi.
Il sorriso mi taglia in due
la faccia. Decido di stare al gioco, proprio come ho deciso di fare
quella fatidica sera in cui l’ho incontrato. «Neanche un
po’».
«Ti dispiacerebbe provarlo?».
Inclina la testa e sporge le labbra all’infuori.
«Sì». Annuisco decisa. «Mi
farai piegare a novanta?»
«Non tentarmi». Sorride,
chiamando il barista. «Due tequila, per favore». Getta una
banconota sul ripiano in legno, assicurandosi di sfiorarmi la mano
quando la ritira, con il sorriso sempre più grande quando io
sussulto. Mi piacerebbe tentarlo, lasciare che manipoli il mio
corpo nella posizione che vuole. Sopporterei il dolore che
causerebbe certamente, ma so che Jack non mi asseconderebbe fino a
quel punto. «Giochiamo», mormora, guardandomi negli occhi.
Un’ondata di felicità
incredibile e irrefrenabile mi sommerge. «Che cosa devo
fare?».
Jack prende il sale e la mia
mano, leccandone fermamente il dorso, lo sguardo nel mio. «Hai un
buon sapore».
«Così mi dicono», rifletto,
guardandolo versare il sale. «Lecchi ogni donna che incontri al
pub?»
«C’è solo una donna che ho
leccato, e che mai leccherò».
«Che fortunata».
«Quello fortunato sono io»,
ribatte, portandosi la mia mano alla bocca e leccando il sale prima
di buttare giù la tequila. Mormora compiaciuto, non riuscendo a
trattenere il sorriso quando mi lascio scappare il mio. «C’è
un’altra tequila», dice, posandomi la mano sul bancone accanto al
bicchiere. «Ed è tua».
«C’è qualcosa che mi
piacerebbe molto di più della tequila». Vado fuori copione e dico
ciò che avrei voluto dire la sera in cui ho incontrato Jack
Joseph.
«Allora prendila». Si
accomoda sullo sgabello, incrociando le braccia sul petto largo. Io
mi guardo intorno nel pub pieno di vita. Siamo in pubblico, fuori
casa, visibili a tutti. E per la prima volta non devo preoccuparmi
di tenere le mani a posto. Non devo preoccuparmi di essere vista
con un uomo con cui non dovrei stare. È una sensazione aliena e
difficile da comprendere. «Che aspetti?», mi chiede Jack,
interrompendo i miei pensieri.
La verità è che non lo so.
Forse di svegliarmi? Scendo con cautela dallo sgabello e capisco
che Jack fatica a non aiutarmi. Apre un po’ le gambe, invitandomi.
Io mi avvicino e gli prendo le braccia, staccandogliele dal petto
per avvolgerle intorno alla mia vita. Lui lascia che guidi i suoi
movimenti, e io mi metto fra le sue gambe e lo guardo negli occhi.
E lo bacio. In pubblico, con passione, amore e tutto quello che
provo per lui e che non ho mai potuto condividere col mondo.
Quest’uomo è mio.
«Vai veloce», afferma contro
la mia bocca. «Ti ho preso un solo drink, e ora provi a portarmi a
letto».
Ridacchio, indietreggiando e
incrociando il suo sguardo. Gli occhi grigi sembrano fare
scintille. «Portami a casa», sussurro. Voglio che mi metta a letto
e che mi lecchi ovunque. Voglio che mi baci, che mi tocchi, che
facciamo l’amore.
«Ogni tuo desiderio è un
ordine, piccola». Mi prende in braccio in mezzo al pub dove tutti
possono vederci ed esce con me avvolta al suo corpo. Ma non
arriviamo all’auto, solo alla fine della strada. Mi fa scendere sul
marciapiede. «Aspetta qui», ordina con gentilezza, voltandosi per
controllare che la strada sia vuota prima di correre dall’altro
lato. Quando arriva nel punto esatto si gira verso di me, lui da
una parte della via e io dall’altra. Mi lascio scappare un
singhiozzo quando capisco dove siamo e cosa sta facendo, mentre le
macchine sfrecciano fra noi. Ci sta davvero portando indietro, quando tutto è
iniziato.
«Hai detto “a casa”», mi
urla, con gli occhi luminosi. «Guarda nella tasca
posteriore».
Aggrotto la fronte mentre mi
tasto il sedere, tirando fuori dalla tasca un pezzo di carta. Lo
apro lentamente, dividendo l’attenzione fra Jack e ciò che ho in
mano, curiosa e cauta allo stesso tempo. Leggo il foglietto, che
capisco subito contiene i dettagli di…
«Un terreno?», chiedo, troppo
piano perché Jack lo senta. Alzo lo sguardo e lo vedo pensieroso.
«Che cos’è?»
«Nostra», dice. «L’ho
comprata per noi».
Torno a guardare il foglio
fra le mani, ma mi gira la testa, rendendomi impossibile assorbire
l’informazione scritta lì.
«Di’ solo di sì», grida
Jack.
Rido. «Non so a cosa sto per
dire di sì».
Alza gli occhi al cielo in
maniera drammatica, gettando la testa all’indietro per guardare il
cielo, come se fossi lenta di comprendonio. Poi riattraversa la
strada. Grido quando mi solleva in aria, anche se lo fa con la
massima attenzione, e sussulto quando mi intrappola contro il muro
di mattoni alle mie spalle. «Adoro questo muro», dichiara, la voce
roca e bassa. Non aiuta per niente il mio autocontrollo quando mi
parla così, specialmente quando parla di questo muro. Il muro che è un’altra parte della
nostra storia, come la tequila, il pub, e l’hotel giusto dietro
l’angolo dove siamo stati tutta la notte, ad esplorarci, a
conoscere i nostri corpi. I nostri cuori hanno iniziato a
intrecciarsi quella notte, così strettamente che niente ci dividerà
mai. «Stai dicendo sì a una vita con me, Annie». Si ferma con le
labbra a un millimetro dalle mie. «Ho comprato quel terreno per
noi. Tu progetterai la casa e…».
«E tu la costruirai»,
sussurro, comprendendo finalmente il suo piano.
«Preferibilmente con un sacco
di stanze in modo da riempirle di bambini».
«Oh, mio Dio». Lascio cadere
il foglio e lo stringo forte a me.
«Siamo io e te, piccola. La
casa, i figli, la vita, tutto. Avremo tutto».
«Ho voluto sempre e solo te»,
ammetto, affondando la faccia nell’incavo del suo collo. «Non
riesco a credere che finalmente ti ho».
«Non mi hai solamente,
piccola». Mi tiene forte, il cuore che batte contro il mio – i
battiti sincronizzati, allo stesso, identico ritmo, la potenza del
nostro amore ci lega sempre più strettamente. «Mi possiedi.
Appartengo a te. Mi domini», Jack mi sussurra all’orecchio. «Sei
tutto per me, Annie Ryan. Il mio sangue, il mio battito, il mio
respiro. Tutto».
Mi si offusca la vista quando
gli occhi si riempiono di lacrime. «Sono pronta».
«Bene, perché ho pagato la
caparra ieri».
«No, non hai capito, Jack».
Mi libero dalla sua presa e gli afferro le mani, fissandolo con uno
sguardo determinato. «Sono pronta». Gli porto le mani sulla mia
pancia e lo guardo mentre di colpo capisce. Mi lancia uno sguardo
che è un misto di incertezza ed euforia.
«Sei pronta?»
«Non siamo stati privati di
abbastanza tempo prezioso?», gli domando.
«Fin troppo», concorda, con
espressione addolorata.
«Portami a casa, Jack»,
ordino sicura. «Mettimi a letto, fai l’amore con me. Sii gentile se
devi, ma per favore, fai l’amore con me».
Lui geme e mi bacia
profondamente, prendendomi fra le braccia. Le sue braccia, il luogo
dove nessuno può toccarmi. Il mio rifugio. Il mio porto sicuro. La
mia casa.
Ho avuto una relazione
clandestina. Sono stata quella donna.
Mi sono innamorata di un uomo sposato. Era sbagliato, ed entrambi
ne abbiamo sofferto. Abbiamo perso entrambi qualcosa – è una
perdita che condivideremo per sempre. Ma ci siamo ancora l’uno per
l’altra. Una parte di me si sente derubata da chiunque sia
responsabile del destino per avermi tenuto lontana da Jack per così
tanto tempo. Ma ci saremmo sempre trovati, non importa come. Non
importa chi ha provato a tenerci lontani. Noi per primi abbiamo
provato a separarci. Niente poteva fermarci. Niente poteva fermare
quel legame così forte da gettare nel caos i nostri mondi.
Jack non è mai stato davvero
proibito. Perché era da sempre mio. E io ero da sempre sua. Ancor
prima di saperlo. Ancor prima di trovarci.
Ma alla fine ci siamo
trovati. Eppure questa non è la fine per noi. È solo
l’inizio.
Il vero amore ha prevalso.
L’amore più grande. Il nostro.
«Ti starò accanto se tu mi
starai accanto», mormora contro le mie labbra.
«Non ti lascerò mai
solo».