Capitolo 12
Quando la testa fa male senza neanche averla sollevata dal cuscino è segno che si tratta di una brutta sbronza. E anche quando il corpo fa male provando a muoverlo per stare più comodi nel letto. E quando si ha la bocca più secca del deserto più arido, ma non si riesce a capire se sia meglio rimanere immobili e peggiorare la disidratazione, o provare ad andare in cucina alla ricerca di acqua e rischiare di vomitare durante il tragitto. È una brutta sbronza. Forse la peggiore che abbia mai avuto, ed è già un bel risultato dato che ancora non mi sono alzata.
Con un lamento provo a stiracchiarmi, sibilando mentre allungo il corpo e mi muovo per trovare una zona fresca sul materasso. Apro gli occhi e metto a fuoco il comodino, con sopra un bicchiere d’acqua che mi aspetta. E, appoggiato su di esso, un foglietto con la scritta liquidi. Aggrotto la fronte e mi metto a sedere, notando due pastiglie su un altro foglietto, su cui leggo antidolorifico.
Ma che diamine…? Rimango immobile e provo a ricordare. Oh, Dio. Mi guardo lentamente dietro le spalle, rabbrividendo e preparandomi mentalmente a ciò che potrei trovare.
Mi viene un dannato infarto quando vedo cosa è sdraiato sul letto e schizzo in piedi, afferrandomi immediatamente la testa per paura che possa cadere. Con una smorfia e un sibilo ricado sul letto, evidentemente incapace di affrontare questa situazione seria come dovrei. «Jack», gemo, tirandogli un calcio. Che cosa ho fatto?
Lui si lamenta ma rimane supino, e io squadro avidamente il suo corpo nudo, fino ad arrivare al cazzo. Anche lì c’è un foglietto. colazione.
«Jack!».
Sbatte le palpebre e apre gli occhi, rivelando due adorabili pozzi grigi pieni di sonno. «’Giorno», gracchia, niente affatto turbato dal vedermi.
«Che ci fai qui?», chiedo, cedendo al panico per entrambi.
Lui mi appoggia una mano sul fianco. Che è nudo. «Come va la testa?»
«Confusa», ammetto, allontanandomi da lui prima che il contatto possa fare altri danni alla mia mente. Abbassa lo sguardo sul mio fianco, ora senza la sua mano, e poi mi guarda negli occhi. «Non abbiamo…». Agito un dito fra noi, nell’arduo tentativo di tirare fuori dei ricordi dal caos del mio cervello. «Tu e io, non abbiamo…».
«No», dice piano, quasi preoccupato.
Sono sollevata, ma ancora non so perché diavolo è a casa mia. «Che ci fai qui?»
«Non hai risposto ai miei messaggi né alle chiamate».
«Quindi hai pensato bene di irrompere in casa mia?»
«Non ho fatto nulla di tutto ciò. Ti ho trovata sbronza mentre cercavi di aprire la porta quando sono venuto qui per parlare».
Mando giù la rabbia e mi spingo verso il bordo del letto. «Non ho niente da dirti». Con un respiro profondo per scacciare via le vertigini, mi alzo in piedi. Passo qualche prezioso momento ad assicurarmi che non stia per cadere a faccia in giù, poi vado in cucina per prendere dell’acqua, ignorando il bicchiere che Jack mi ha gentilmente preparato perché ho bisogno di ignorare lui.
«Per favore, Jack, vai via», dico.
Arrivo in cucina e apro il rubinetto, facendo scorrere l’acqua mentre prendo un bicchiere. Ne butto giù due di seguito, insaziabile, prima di sbattere il bicchiere sullo scolapiatti e voltarmi per uscire dalla cucina. Passargli accanto è inevitabile quando vedo che è fermo sulla soglia, e non appena la mia pelle lo sfiora io sussulto, vacillando. Mi costringo, però, a continuare a camminare.
Non vado molto lontano. Jack allunga una mano e mi afferra il polso. «Non farlo», quasi ringhia, stringendo la presa. «Non osare, Annie».
Strappo via il braccio, stringo forte i denti. Tuttavia non dico niente. Ma può leggere la mia espressione infuriata. Gli lancio un’occhiataccia mentre mi allontano, e mi fa male la mascella a causa dei denti serrati.
«Annie!», grida Jack, e sento il rumore dei passi nudi quando mi raggiunge.
«Vattene».
Entro in bagno, chiudendo a chiave la porta. In un istante, comincia a battere i pugni sul legno. Io però lo ignoro, aprendo la doccia. Dopo essermi lavata i denti con più forza del dovuto, entro nella doccia e mi strofino via la puzza dell’alcol. Non ha il diritto di stare qui. Non si è approfittato di me, ma si è approfittato comunque della situazione.
Comincio a insaponarmi i capelli con vigore, impedendo a qualsiasi pensiero e domanda di farsi strada nella mia mente dolorante. Dopo essermi sciacquata, esco dalla doccia e afferro un asciugamano, tendendo l’orecchio per avvertire un qualsiasi movimento oltre la porta del bagno. Non sento nulla.
Mentre mi asciugo e indosso una maglietta, organizzo mentalmente la giornata. Devo correggere dei disegni. Forse potrei anche accettare l’offerta di Micky di andare a correre con lui. Potrebbe essere un buon modo per alleviare lo stress. Dovrei chiamare anche le ragazze, per sentire se sono in condizioni migliori della mia. E parlo della sbornia. Non del casino con l’uomo sposato.
Una volta asciugati i capelli con un asciugamano alzo la testa, proprio quando la porta si apre, la serratura staccata dal legno. Mi giro di scatto, vedendo Jack sulla soglia. «Vattene via!», grido incredula.
«No».
Cerco di sfuggirli, facendo di tutto per evitare di incrociare il suo sguardo nello specchio, consapevole di non poter rischiare di essere trascinata nelle profondità dei suoi occhi. È una battaglia che non posso vincere. Una forza invisibile attira il mio sguardo al suo nel riflesso. Mi raddrizzo. Lui rimane lì, inespressivo e immobile, ma non fa alcuna differenza per la mia reazione incontrollabile. Una reazione che non dovrei avere. Una reazione che non posso evitare.
«Tua moglie», dico. «Non si merita questo». Nessuna donna se lo merita, in ogni caso. L’ho vista solo un paio di volte, ho visto il suo comportamento e ho sentito quello che si dice sul suo conto, ma ciò non giustifica tutto questo.
Lui allarga le narici mentre pensieroso osserva il mio volto per qualche momento, forse prendendo in considerazione il fatto che si sta comportando da stronzo egoista in questo momento. Che mi sta mettendo in una situazione di merda. «Non credere di stare distruggendo un matrimonio perfetto, Annie. Non è così».
«È comunque un matrimonio», borbotto piano. «Perfetto o no, non c’è posto per me».
«Non è vero. C’è posto per te, perché sei l’unica cosa che può salvarmi».
Aggrotto le sopracciglia. «Salvarti?».
Un sorrisetto gli compare sulla faccia affascinante. «Stephanie è…». Si interrompe, chiaramente in difficoltà nel trovare le parole. «Instabile». Sospira. «Il nostro matrimonio è finito. Lo so io, lo sa lei, ma rifiuta di accettarlo». Jack scuote la testa e chiude gli occhi per la frustrazione evidente. «Non posso vivere più così, Annie. Non posso tornare indietro». Apre gli occhi e mi fissa con uno sguardo determinato. «Non voglio tornare indietro. Specialmente ora. Specialmente da quando ti ho incontrata». Scuote lievemente la testa, frustrato. «Rivediamoci», mi ordina piano.
«Sei impazzito?», chiedo, sbalordita. Ho già passato poco tempo con Jack, e mi sembra come se lo conoscessi da anni. Passare altre ore insieme sarebbe di una stupidità monumentale. Sono già stata fin troppo sciocca.
Attraversa il bagno diretto verso di me, fermandosi alle mie spalle. Non mi tocca, ma si assicura che il contatto visivo non venga interrotto. «Molto probabilmente», risponde semplicemente.
Deglutisco e scuoto la testa, ma lui ribatte annuendo, sicuro della sua dichiarazione. Mi sento ancora una volta scivolare via dal porto sicuro della mia coscienza. «No», mormoro.
«Sì», si oppone lui, guardandomi mentre si abbassa per posare le labbra sulla mia spalla. Sobbalzo e afferro il lavandino per reggermi, senza però ritrarmi. Stupidamente, lascio che mi tocchi, consumata in un istante dal potere che ha su di me.
Mi bacia la spalla e mi prende una mano, allungandomi il braccio per baciarlo fino ad arrivare alla punta delle dita. La mia pelle prende fuoco, getto la testa all’indietro e la mente si svuota di nuovo. Esiste solo Jack. Gli accarezzo il braccio e avvolgo la mano intorno al suo collo, premendo lievemente per dirgli di avvicinarsi. Non canta vittoria. Mi gira intorno fino a ritrovarsi davanti a me e mi accarezza la guancia, e abbassa pigramente la bocca sulla mia.
Mi perdo in quel posto speciale dove mi porta lui, dove la passione e il desiderio oscurano tutto il resto.
Poi tutto ciò che vedo è il viso di Stephanie e grido, spingendolo lontano da me. «No», esclamo, dandogli le spalle e allontanandomi, con le mani sulle tempie mentre provo a scacciare fisicamente l’immagine di lei dalla mia mente. È ferma lì, che mi tormenta e tortura. Non posso cedere ancora. Non devo cedere ancora! «Vai via».
«Annie, non voltare le spalle…»
«Vai via!», urlo, girandomi di scatto presa da una rabbia cieca. Lui si ferma non appena vede la mia espressione infuriata. «Non ti voglio!», sbotto, afferrando i suoi jeans e la maglietta e tirandoglieli con violenza.
Si lascia colpire dai vestiti, che cadono a terra. «Smettila di dirmi cazzate!», ruggisce, seguendomi per afferrarmi di nuovo. «Smettila di ripetere quello che ti dice la testa e inizia ad ascoltare il tuo cuore, cazzo, Annie!».
«Il mio cuore non mi dice niente!». Lotto contro di lui, con il terrore di rimanere intrappolata nella sua presa, e sento che, toccandomi, mi sta facendo sempre più a pezzi ogni secondo che passa.
«Allora perché cazzo io riesco a sentirlo?», urla. «Forte e chiaro, donna. Dice esattamente le stesse cose del mio».
Mi libero e mi allontano, col respiro pesante. «Lasciami in pace, cazzo, e va’ da tua moglie. È così semplice».
«Semplice?», chiede Jack serio, muovendo una mano su e giù davanti a me con fare accusatorio prima di colpirsi il petto con un pugno. «Allora perché cazzo fa un male cane ogni volta che penso di non rivederti più?», grida. «Spiegamelo, Annie, perché sto davvero impazzendo!».
Mi faccio immediatamente più piccola, scioccata, eppure comprendo appieno ciò che mi sta dicendo. Anch’io mi sento come se stessi impazzendo, e fa decisamente male. Inizio a tremare. È rabbia, ma è anche paura.
«Vai via». Devo ignorare quest’assurda intesa e schiacciare le farfalle nello stomaco. Non devo farmi accecare dal desiderio. «Vattene, Jack». Abbasso lo sguardo a terra prima che possa riempirmi gli occhi di lui. E di quei ricordi. Il suo volto, il mio, i nostri corpi. Stringo gli occhi e mi premo il palmo della mano sulla fronte.
«Non funziona», dice lui piano. «Ci ho provato».
Scuoto la testa mentre lacrime di frustrazione mi bagnano le guance.
«Non funziona nulla, Annie. Né scuotere la testa, né distrarsi, niente».
«Smettila», piagnucolo pateticamente.
«Non posso», sibila, facendo un passo avanti verso di me. «Era già difficile averti costantemente qui». Con una smorfia, si batte un dito contro la tempia in modo aggressivo. «E ora sei veramente qui, cazzo. Non riesco a mangiare, non riesco a dormire».
Fa un altro passo verso di me e io mi ritiro di nuovo, nel fermo tentativo di mantenere la distanza fra noi. Stargli così vicino è pericoloso. Manda a farsi benedire la mia determinazione, corrode la mia coscienza.
«Sei sposato», infierisco, infuriata con lui. Così infuriata! «Ho fatto uno sbaglio terribile. Vattene da casa mia».
Lui rimane a fissarmi per qualche secondo, e capisco solo che sta valutando il mio stato mentale. Sta cercando quel punto debole nella mia corazza, un modo per entrare. Non glielo permetterò. Non questa volta.
«Ho detto: vattene», ripeto, sicura e forte. «Non voglio vederti mai più».
«E Colin…».
«Mi ritiro dal progetto».
Jack indietreggia, ferito, forse perfino devastato, ma mi rifiuto di lasciare che ciò mini la mia risolutezza. Mi assicuro che la mia espressione rimanga determinata e lo guardo mentre serra così tanto la mascella da rischiare di romperla.
«Lo vuoi davvero?», domanda.
«Non vedo altre soluzioni».
«Io sì». All’improvviso Jack ha un’espressione risoluta. «Hai ragione. Non posso guardarti ogni giorno sapendo che stai mentendo a te stessa. E a me». Infila le gambe nei jeans e i piedi negli scarponcini con rabbia. «Ma non te ne andrai. Questo progetto significa troppo per te, e non sarò io la ragione che ti spingerà ad abbandonarlo».
Faccio un passo indietro. «Non capisco».
«Entro domani sera non farò più parte del progetto». Si volta ed esce, infilandosi la t-shirt mentre se ne va, e qualche secondo più tardi sento sbattere la porta d’ingresso con forza.
Respiro con fatica e debolmente, con la gola chiusa. Che cosa è successo? Si è licenziato. Jack ha risolto il mio problema al posto mio. Non lo vedrò mai più. Andrò avanti con la mia vita come se non l’avessi mai incontrato. È la soluzione migliore. Ne sono convinta. Non posso continuare così. Sono bloccata in un limbo, desolata senza di lui, desolata con lui. Mi sento come uno yo-yo che oscilla fra la forza e l’instabilità, senza sapere mai da che parte girarmi. Non lo vedrò mai più. Non lo sentirò. Non lo toccherò.
Questi pensieri mi fanno cedere le gambe e mi accascio sul pavimento in un cumulo di dolore. Non lo vedrò mai più. Le lacrime mi riempiono gli occhi, rendendomi la vista sfocata. Anche il mio mondo diventa più sfocato. Non lo vedrò mai più. Non lo toccherò, non sentirò la sua voce né il suo profumo. Il mio respiro debole si riduce praticamente a un alito, e i singhiozzi mi scuotono tutto il corpo.
So che è meglio così. E allora perché mi sento come se stessi morendo lentamente?
Se ne è andato via lui così non dovrò farlo io. Perché sa cosa significa per me questo progetto. Mi tiro su dal pavimento, singhiozzando in modo incontrollabile.
Non so cosa sto facendo, ma tutto mi dice di farlo. Barcollo verso la porta, la vista annebbiata dalle lacrime, e mi precipito in strada. Cerco freneticamente la sua auto e lo vedo in fondo alla via mentre entra nell’Audi. «Jack!», grido, e lui alza lo sguardo, la mano sulla portiera. Rimango dove sono con addosso soltanto una maglietta, i piedi nudi e il volto indubbiamente segnato dalle lacrime. «Non voglio che tu lo faccia», singhiozzo, crollando del tutto. «Non voglio che te ne vada».
Lui sbatte la portiera e mi corre incontro, preoccupato. Mi prende al volo prima che cada a terra, avvolgendomi fra le braccia e stringendomi al petto. Lo tengo stretto, e il cuore mi dice che deve essere così. Io e lui. È così giusto.
«Non deve essere così difficile», sussurra, risalendo le scale ed entrando, prima di chiudersi la porta alle spalle. Staccandomi dal suo corpo, mi accarezza il viso, e quando il calore della sua mano incontra la guancia, mi si diffonde in tutto il corpo. Queste sensazioni potenti e intense si impossessano di me. Solo un tocco. Avvicina il viso al mio, posandomi l’altra mano sul fianco mentre ci guardiamo negli occhi. Vedo così tanto dolore in quelle iridi grigie. E così tanta vita.
«Non farmi rinunciare a te, Annie», mormora piano, la voce rotta dall’emozione.
Ho un groppo in gola e gli occhi di nuovo pieni di lacrime disperate. «Non ho più la forza di lottare».
«Bene, perché sono stufo di lottare con te». Abbassa la testa e mi bacia teneramente, percependo la mia fragilità, e mi passa una mano fra i capelli, tirandomeli per tenermi ferma.
Io crollo.
Ricambio il bacio, senza fare domande, senza resistere e senza esitare. È lento, avvolgente, amorevole. E tutto il resto torna a essere migliore.
Poi diventiamo più impazienti. Più frenetici. Jack geme, ancora e ancora, e io inghiottisco tutti i suoi mugolii. I movimenti delle nostre lingue iniziano ad accelerare finché non finiamo per baciarci con un’urgenza disperata, strappandoci i vestiti di dosso, incespicando nel corridoio, sbattendo contro le pareti con gemiti sonori. L’urgenza del nostro piacere è incontenibile. Ci lasciamo dietro una scia di vestiti mentre causiamo un uragano nella fretta di arrivare in camera.
Jack non mi spinge sul letto come mi aspettavo. Mi sbatte al muro, e con le mani accarezziamo ogni punto che possiamo raggiungere. Sono persa in lui, e non desidero affatto ritrovarmi. Devo averlo, e mentre mi attacca con una tale convinzione e sicurezza, non ho nessuna speranza di fermarlo. Né desidero farlo.
Ciò che è proibito è troppo irresistibile. Ha un fascino pericoloso e un magnetismo avvincente. E sicuramente infliggerà dolore e angoscia. Il fatto che mi stia permettendo di essere posseduta così va contro ogni logica. Che mi stia arrendendo a un uomo che appartiene a un’altra. Ma non posso combattere il mio cuore. Lo voglio. La mia salute mentale sarà compromessa a prescindere dalla scelta che faccio. Sono condannata.
Jack ci fa abbassare sul pavimento, i nostri corpi nudi si incontrano e si infiammano nei migliori modi possibili, e mi tiene ferma sotto di lui, con le braccia bloccate sopra la testa. Grido, mi dimeno, inarco violentemente la schiena. Mi bacia ovunque, e ogni bacio è infuocato, ogni volta che mi accarezza con la lingua sento una scarica che mi attraversa il corpo. Posa le labbra intorno a un capezzolo e succhia, leccando e mordendo delicatamente la punta.
«Jack!», urlo, contorcendomi disperatamente sotto di lui. Mi sta torturando nel modo migliore e peggiore possibile.
Non demorde. Tenendomi le mani ferme sopra la testa, risale il mio corpo, baciandomi ovunque, e alla fine trova la mia bocca e mi divora. Affondi intensi, vortici ampi e morsi bruschi sulle labbra. Sto impazzendo. Mordendomi il labbro inferiore, apre gli occhi e mi guarda sciogliermi prima di lasciarmi il labbro e disegnare una scia di baci fino alla pancia. Incrocia il mio sguardo e mi abbassa le braccia sullo stomaco, stringendomi i polsi con una mano sola così da poter raggiungere con la bocca…
«Oh, Dio!». Getto la testa all’indietro e inarco la schiena, provando a liberare le mani. È impossibile. Provo a rilassarmi, ad assaporare questo piacere indescrivibile. Lo guardo ansimando, il calore bagnato della sua lingua che si muove in lungo e in largo e mi fa girare la testa. Mi accascio e trattengo il respiro, sentendo brividi di piacere che si spostano velocemente verso il mio sesso.
«Jack!», urlo quando l’orgasmo mi investe, gettandomi in un oblio fatto di stelle e rumore bianco, e il corpo trema violento sotto di lui. Il piacere continua e mi attraversa come un potente tornado, che devasta e sradica ogni cosa: il senso di colpa, la coscienza che mi tormenta, la capacità di preoccuparmi di ciò che sto facendo. È tutto perso nella nebbia del piacere di Jack.
Il mio corpo è come sciolto e io mi accascio sul pavimento mentre lui mi lecca pigramente il clitoride, succhiando piano per farmi rilassare. Mi sento completamente inerme sotto di lui, con le braccia molli sopra la testa. Emetto un gemito, e lui risale lungo il mio corpo fino ad arrivare alle labbra, che bacia di nuovo, stavolta con delicatezza. Mi nutro dei suoi gemiti e respiro la sua aria, godendomi il peso che mi sovrasta. Sorrido quando sento il suo cazzo pulsare contro la gamba.
«Com’è stato?», mi chiede mentre mi dà dei piccoli morsi intorno alla bocca. Non posso fare a meno di sorridere. Forse non è così, ma, santo cielo, mi sento come se avessi avuto un milione di orgasmi contemporaneamente, e nel mentre, il mio mondo instabile ha ritrovato l’equilibrio.
«Bellissimo», ammetto, strofinando il naso contro la barba sul suo collo. Non mi sono mai sentita così soddisfatta. Trovo la forza di alzare le braccia e cingergli le spalle, canticchiando felice.
«Sembra che qualcuno sia contento», riflette, baciandomi le labbra un’ultima volta prima di staccarsi da me.
«È un suggerimento?», chiedo, alzando un sopracciglio.
«A proposito di suggerimenti…».
«Oh, quel foglietto carino?».
Sorride, quel sorriso glorioso che non vedo da troppo tempo. Un sorriso che non gli ho mai visto in faccia quando è con la moglie. Lo rendo felice. «Però non hai prestato molta attenzione, vero?»
«Ero sotto shock». Mi cade lo sguardo sul suo collo, e sollevo automaticamente la mano per sfiorargli quei segni rossi.
Il sorriso di Jack ora è triste, e mi prende la mano, portandosela alla bocca per baciarmi le nocche. «Ha degli scatti d’ira». Non sembra turbato, ed è la cosa peggiore. Per lui è normale. Quest’uomo grande e attraente. All’improvviso mi torna in mente il ricordo vivido di quando ho provato a schiaffeggiarlo ieri sera quando ero ubriaca, e di quanto lui fosse arrabbiato. Vergognandomi di me stessa, mi riprometto di non lasciare mai che ciò accada di nuovo, a prescindere da quanto io sia frustrata. «Perché non hai detto niente?», gli chiedo.
«Perché quando sono con te sono libero, Annie. Non mi struggo per cercare di capire cosa cazzo è successo al mio matrimonio e perché Stephanie si comporta così. Non sono ossessionato dal senso di colpa. E non sono intrappolato e disperato. Sono di nuovo me stesso».
Distolgo gli occhi pieni di lacrime dal suo volto attraente. «Perché glielo permetti?»
«Che cosa dovrei fare? Picchiarla a mia volta? La ucciderei con un pugno».
«Lasciala», sussurro, con la gola secca e bloccata. Il pensiero di lei che lo ferisce fisicamente mi devasta, non importa quanto lui sia in gamba. O grande e forte. L’unica soluzione per lui è accettarlo? «Lasciala». Le lacrime mi riempiono gli occhi e Jack si avvicina, reggendosi su un gomito.
Le strofina via con tenerezza, avvicinando il viso al mio. «Non piangere per me».
Quest’ordine gentile ha l’effetto contrario e inizio a singhiozzare, girando la testa e nascondendomi contro il suo collo. Come può accettare tutto questo? Il solo pensiero di qualcuno che lo ferisce fisicamente mi distrugge.
Jack mi spinge indietro, coprendomi col suo corpo, naso a naso. «Non mi fa del male, Annie. L’unica persona in questo mondo che potrebbe farmi del male sei tu. Capisci quello che ti dico? Se ho te, sono intoccabile». Inizia a punteggiarmi la faccia bagnata di baci leggeri, asciugandomi le lacrime con la bocca.
«Devi lasciarla». Lo abbraccio e lo stringo a me, come se potessi proteggerlo da lei. Farlo uscire da quell’incubo.
«Fidati. Quando potrò, lo farò». Alza la testa e mi guarda, togliendomi i capelli dal viso. «Mi hai dato uno scopo. Una vera ragione per andarmene. La mia stessa felicità non era una ragione valida per lasciarla. Non valeva il dolore e le ripercussioni. La tua felicità è sufficiente, e so che posso farti felice. Proprio come so che posso essere felice con te».
Questo fiume di parole mi travolge. Ogni singola parola. Non ha solo bisogno di lasciarla, vuole lasciarla. Per me. Quando potrà, lo farà. «Quando sarà il momento giusto?», gli chiedo con un sussurro, iniziando a preoccuparmi di ciò che significa davvero. Significa che la gente lo verrà a sapere. Significa che lei lo verrà a sapere.
«Non lo so». Mi guarda dispiaciuto. «Due settimane fa, prima di incontrarti, avrei detto mai. Ora farò tutto il possibile per trovare il momento giusto. Ma devo muovermi con cautela. E tu devi fidarti. Per favore, dammi tempo».
Quello che dovrei fare ora è andarmene. Lasciare che sistemi questa parte della sua vita prima ancora di pensare di continuare questa storia. È quello che dovrei fare. Ciò non vuol dire che posso. «Mi stai dicendo che lascerai tua moglie?», chiedo ancora, se non altro per chiarire. Per sentirglielo ripetere.
«Sì», risponde senza esitare nemmeno un secondo. «Devo andarmene per la mia salute mentale e fisica. La lascio perché ho bisogno di vivere la mia vita, una vita che voglio dare a te. C’è ancora qualcosa di vivo dentro di me, Annie, e tu l’hai trovato».
Lo tiro giù e lo abbraccio. Lo volevo prima ancora di sapere che non potevo averlo. Il mio desiderio non ha fatto altro che moltiplicarsi da allora, non importa quanto il senso di colpa provi a nasconderlo. Non ho mai voluto qualcosa così tanto da essere disposta a sacrificare la mia integrità. Non smetterò di chiedergli di lasciare la moglie. Tuttavia, è una mossa che lui farà quando lo riterrà opportuno. Nel frattempo, ho una parte di lui. Ho bisogno di una parte di lui. Anche se è solo per il mio equilibrio mentale. Non avere nulla di Jack non è contemplato.
«Mi accontenterò di quello che puoi darmi per ora». Mi addolora dirlo, ma è la verità. Devo finalmente affrontare il fatto che mi sto innamorando di un uomo sposato. Ho provato a scappare. E non ho ottenuto nulla, non solamente perché Jack non me lo permette. Ma perché neanche il mio cuore me lo permette. Mi ha chiesto del tempo, e sebbene sappia che agli occhi di molti potrei sembrare ufficialmente impazzita, sono disposta a concederglielo, perché vale la pena aspettare. Mi fido di lui. Non voglio rendergli la vita ancora più difficile di quanto già non lo sia.
Gli bacio il collo, accarezzandogli la schiena in circolo, e prendo a calci i pensieri che minacciano di rovinare il momento. Ora, è mio. In questo momento, è mio.
«Mi fido di te», sussurro.
Ritraendosi un poco, mi dà un bacio pieno di significato. «Grazie», mormora.
Mi bacia il viso e io sorrido tristemente. Perché non importa quanto cerchi di ingannare me stessa, avere solo una parte di Jack non mi basta, e so nel profondo che arriverà un giorno in cui non mi accontenterò più. Spero solo che Jack trovi la forza di cui ha bisogno per lasciare la moglie prima che arrivi quel momento.