Capitolo 12
Quando la testa fa
male senza neanche averla sollevata dal cuscino è segno che si
tratta di una brutta sbronza. E anche quando il corpo fa male
provando a muoverlo per stare più comodi nel letto. E quando si ha
la bocca più secca del deserto più arido, ma non si riesce a capire
se sia meglio rimanere immobili e peggiorare la disidratazione, o
provare ad andare in cucina alla ricerca di acqua e rischiare di
vomitare durante il tragitto. È una brutta sbronza. Forse la
peggiore che abbia mai avuto, ed è già un bel risultato dato che
ancora non mi sono alzata.
Con un lamento provo a
stiracchiarmi, sibilando mentre allungo il corpo e mi muovo per
trovare una zona fresca sul materasso. Apro gli occhi e metto a
fuoco il comodino, con sopra un bicchiere d’acqua che mi aspetta.
E, appoggiato su di esso, un foglietto con la scritta liquidi. Aggrotto la fronte e mi metto a sedere,
notando due pastiglie su un altro foglietto, su cui leggo
antidolorifico.
Ma che diamine…? Rimango
immobile e provo a ricordare. Oh, Dio. Mi guardo lentamente dietro
le spalle, rabbrividendo e preparandomi mentalmente a ciò che
potrei trovare.
Mi viene un dannato infarto
quando vedo cosa è sdraiato sul letto e schizzo in piedi,
afferrandomi immediatamente la testa per paura che possa cadere.
Con una smorfia e un sibilo ricado sul letto, evidentemente
incapace di affrontare questa situazione seria come dovrei. «Jack»,
gemo, tirandogli un calcio. Che cosa ho fatto?
Lui si lamenta ma rimane
supino, e io squadro avidamente il suo corpo nudo, fino ad arrivare
al cazzo. Anche lì c’è un foglietto. colazione.
«Jack!».
Sbatte le palpebre e apre gli
occhi, rivelando due adorabili pozzi grigi pieni di sonno.
«’Giorno», gracchia, niente affatto turbato dal vedermi.
«Che ci fai qui?», chiedo,
cedendo al panico per entrambi.
Lui mi appoggia una mano sul
fianco. Che è nudo. «Come va la testa?»
«Confusa», ammetto,
allontanandomi da lui prima che il contatto possa fare altri danni
alla mia mente. Abbassa lo sguardo sul mio fianco, ora senza la sua
mano, e poi mi guarda negli occhi. «Non abbiamo…». Agito un dito
fra noi, nell’arduo tentativo di tirare fuori dei ricordi dal caos
del mio cervello. «Tu e io, non abbiamo…».
«No», dice piano, quasi
preoccupato.
Sono sollevata, ma ancora non
so perché diavolo è a casa mia. «Che ci fai qui?»
«Non hai risposto ai miei
messaggi né alle chiamate».
«Quindi hai pensato bene di
irrompere in casa mia?»
«Non ho fatto nulla di tutto
ciò. Ti ho trovata sbronza mentre cercavi di aprire la porta quando
sono venuto qui per parlare».
Mando giù la rabbia e mi
spingo verso il bordo del letto. «Non ho niente da dirti». Con un
respiro profondo per scacciare via le vertigini, mi alzo in piedi.
Passo qualche prezioso momento ad assicurarmi che non stia per
cadere a faccia in giù, poi vado in cucina per prendere dell’acqua,
ignorando il bicchiere che Jack mi ha gentilmente preparato perché
ho bisogno di ignorare lui.
«Per favore, Jack, vai via»,
dico.
Arrivo in cucina e apro il
rubinetto, facendo scorrere l’acqua mentre prendo un bicchiere. Ne
butto giù due di seguito, insaziabile, prima di sbattere il
bicchiere sullo scolapiatti e voltarmi per uscire dalla cucina.
Passargli accanto è inevitabile quando vedo che è fermo sulla
soglia, e non appena la mia pelle lo sfiora io sussulto,
vacillando. Mi costringo, però, a continuare a camminare.
Non vado molto lontano. Jack
allunga una mano e mi afferra il polso. «Non farlo», quasi ringhia,
stringendo la presa. «Non osare, Annie».
Strappo via il braccio,
stringo forte i denti. Tuttavia non dico niente. Ma può leggere la
mia espressione infuriata. Gli lancio un’occhiataccia mentre mi
allontano, e mi fa male la mascella a causa dei denti
serrati.
«Annie!», grida Jack, e sento
il rumore dei passi nudi quando mi raggiunge.
«Vattene».
Entro in bagno, chiudendo a
chiave la porta. In un istante, comincia a battere i pugni sul
legno. Io però lo ignoro, aprendo la doccia. Dopo essermi lavata i
denti con più forza del dovuto, entro nella doccia e mi strofino
via la puzza dell’alcol. Non ha il diritto di stare qui. Non si è
approfittato di me, ma si è approfittato comunque della
situazione.
Comincio a insaponarmi i
capelli con vigore, impedendo a qualsiasi pensiero e domanda di
farsi strada nella mia mente dolorante. Dopo essermi sciacquata,
esco dalla doccia e afferro un asciugamano, tendendo l’orecchio per
avvertire un qualsiasi movimento oltre la porta del bagno. Non
sento nulla.
Mentre mi asciugo e indosso
una maglietta, organizzo mentalmente la giornata. Devo correggere
dei disegni. Forse potrei anche accettare l’offerta di Micky di
andare a correre con lui. Potrebbe essere un buon modo per
alleviare lo stress. Dovrei chiamare anche le ragazze, per sentire
se sono in condizioni migliori della mia. E parlo della sbornia.
Non del casino con l’uomo sposato.
Una volta asciugati i capelli
con un asciugamano alzo la testa, proprio quando la porta si apre,
la serratura staccata dal legno. Mi giro di scatto, vedendo Jack
sulla soglia. «Vattene via!», grido incredula.
«No».
Cerco di sfuggirli, facendo
di tutto per evitare di incrociare il suo sguardo nello specchio,
consapevole di non poter rischiare di essere trascinata nelle
profondità dei suoi occhi. È una battaglia che non posso vincere.
Una forza invisibile attira il mio sguardo al suo nel riflesso. Mi
raddrizzo. Lui rimane lì, inespressivo e immobile, ma non fa alcuna
differenza per la mia reazione incontrollabile. Una reazione che
non dovrei avere. Una reazione che non posso evitare.
«Tua moglie», dico. «Non si
merita questo». Nessuna donna se lo merita, in ogni caso. L’ho
vista solo un paio di volte, ho visto il suo comportamento e ho
sentito quello che si dice sul suo conto, ma ciò non giustifica
tutto questo.
Lui allarga le narici mentre
pensieroso osserva il mio volto per qualche momento, forse
prendendo in considerazione il fatto che si sta comportando da
stronzo egoista in questo momento. Che mi sta mettendo in una
situazione di merda. «Non credere di stare distruggendo un
matrimonio perfetto, Annie. Non è così».
«È comunque un matrimonio»,
borbotto piano. «Perfetto o no, non c’è posto per me».
«Non è vero. C’è posto per te, perché sei l’unica cosa che può
salvarmi».
Aggrotto le sopracciglia.
«Salvarti?».
Un sorrisetto gli compare
sulla faccia affascinante. «Stephanie è…». Si interrompe,
chiaramente in difficoltà nel trovare le parole. «Instabile».
Sospira. «Il nostro matrimonio è finito. Lo so io, lo sa lei, ma
rifiuta di accettarlo». Jack scuote la testa e chiude gli occhi per
la frustrazione evidente. «Non posso vivere più così, Annie. Non
posso tornare indietro». Apre gli occhi e mi fissa con uno sguardo
determinato. «Non voglio tornare
indietro. Specialmente ora. Specialmente da quando ti ho
incontrata». Scuote lievemente la testa, frustrato. «Rivediamoci»,
mi ordina piano.
«Sei impazzito?», chiedo,
sbalordita. Ho già passato poco tempo con Jack, e mi sembra come se
lo conoscessi da anni. Passare altre ore insieme sarebbe di una
stupidità monumentale. Sono già stata fin troppo sciocca.
Attraversa il bagno diretto
verso di me, fermandosi alle mie spalle. Non mi tocca, ma si
assicura che il contatto visivo non venga interrotto. «Molto
probabilmente», risponde semplicemente.
Deglutisco e scuoto la testa,
ma lui ribatte annuendo, sicuro della sua dichiarazione. Mi sento
ancora una volta scivolare via dal porto sicuro della mia
coscienza. «No», mormoro.
«Sì», si oppone lui,
guardandomi mentre si abbassa per posare le labbra sulla mia
spalla. Sobbalzo e afferro il lavandino per reggermi, senza però
ritrarmi. Stupidamente, lascio che mi tocchi, consumata in un
istante dal potere che ha su di me.
Mi bacia la spalla e mi
prende una mano, allungandomi il braccio per baciarlo fino ad
arrivare alla punta delle dita. La mia pelle prende fuoco, getto la
testa all’indietro e la mente si svuota di nuovo. Esiste solo Jack.
Gli accarezzo il braccio e avvolgo la mano intorno al suo collo,
premendo lievemente per dirgli di avvicinarsi. Non canta vittoria.
Mi gira intorno fino a ritrovarsi davanti a me e mi accarezza la
guancia, e abbassa pigramente la bocca sulla mia.
Mi perdo in quel posto
speciale dove mi porta lui, dove la passione e il desiderio
oscurano tutto il resto.
Poi tutto ciò che vedo è il
viso di Stephanie e grido, spingendolo lontano da me. «No»,
esclamo, dandogli le spalle e allontanandomi, con le mani sulle
tempie mentre provo a scacciare fisicamente l’immagine di lei dalla
mia mente. È ferma lì, che mi tormenta e tortura. Non posso cedere
ancora. Non devo cedere ancora! «Vai
via».
«Annie, non voltare le
spalle…»
«Vai via!», urlo, girandomi
di scatto presa da una rabbia cieca. Lui si ferma non appena vede
la mia espressione infuriata. «Non ti voglio!», sbotto, afferrando
i suoi jeans e la maglietta e tirandoglieli con violenza.
Si lascia colpire dai
vestiti, che cadono a terra. «Smettila di dirmi cazzate!»,
ruggisce, seguendomi per afferrarmi di nuovo. «Smettila di ripetere
quello che ti dice la testa e inizia ad ascoltare il tuo cuore,
cazzo, Annie!».
«Il mio cuore non mi dice
niente!». Lotto contro di lui, con il terrore di rimanere
intrappolata nella sua presa, e sento che, toccandomi, mi sta
facendo sempre più a pezzi ogni secondo che passa.
«Allora perché cazzo io
riesco a sentirlo?», urla. «Forte e chiaro, donna. Dice esattamente
le stesse cose del mio».
Mi libero e mi allontano, col
respiro pesante. «Lasciami in pace, cazzo, e va’ da tua moglie. È
così semplice».
«Semplice?», chiede Jack
serio, muovendo una mano su e giù davanti a me con fare accusatorio
prima di colpirsi il petto con un pugno. «Allora perché
cazzo fa un male cane ogni volta che
penso di non rivederti più?», grida. «Spiegamelo, Annie, perché sto
davvero impazzendo!».
Mi faccio immediatamente più
piccola, scioccata, eppure comprendo appieno ciò che mi sta
dicendo. Anch’io mi sento come se stessi impazzendo, e fa
decisamente male. Inizio a tremare. È rabbia, ma è anche
paura.
«Vai via». Devo ignorare
quest’assurda intesa e schiacciare le farfalle nello stomaco. Non
devo farmi accecare dal desiderio. «Vattene, Jack». Abbasso lo
sguardo a terra prima che possa riempirmi gli occhi di lui. E di
quei ricordi. Il suo volto, il mio, i nostri corpi. Stringo gli
occhi e mi premo il palmo della mano sulla fronte.
«Non funziona», dice lui
piano. «Ci ho provato».
Scuoto la testa mentre
lacrime di frustrazione mi bagnano le guance.
«Non funziona nulla, Annie.
Né scuotere la testa, né distrarsi, niente».
«Smettila», piagnucolo
pateticamente.
«Non posso», sibila, facendo
un passo avanti verso di me. «Era già difficile averti
costantemente qui». Con una smorfia, si batte un dito contro la
tempia in modo aggressivo. «E ora sei veramente qui, cazzo. Non riesco a mangiare, non
riesco a dormire».
Fa un altro passo verso di me
e io mi ritiro di nuovo, nel fermo tentativo di mantenere la
distanza fra noi. Stargli così vicino è pericoloso. Manda a farsi
benedire la mia determinazione, corrode la mia coscienza.
«Sei sposato», infierisco,
infuriata con lui. Così infuriata! «Ho fatto uno sbaglio terribile.
Vattene da casa mia».
Lui rimane a fissarmi per
qualche secondo, e capisco solo che sta valutando il mio stato
mentale. Sta cercando quel punto debole nella mia corazza, un modo
per entrare. Non glielo permetterò. Non questa volta.
«Ho detto: vattene», ripeto,
sicura e forte. «Non voglio vederti mai più».
«E Colin…».
«Mi ritiro dal
progetto».
Jack indietreggia, ferito,
forse perfino devastato, ma mi rifiuto di lasciare che ciò mini la
mia risolutezza. Mi assicuro che la mia espressione rimanga
determinata e lo guardo mentre serra così tanto la mascella da
rischiare di romperla.
«Lo vuoi davvero?»,
domanda.
«Non vedo altre
soluzioni».
«Io sì». All’improvviso Jack
ha un’espressione risoluta. «Hai ragione. Non posso guardarti ogni
giorno sapendo che stai mentendo a te stessa. E a me». Infila le
gambe nei jeans e i piedi negli scarponcini con rabbia. «Ma non te
ne andrai. Questo progetto significa troppo per te, e non sarò io
la ragione che ti spingerà ad abbandonarlo».
Faccio un passo indietro.
«Non capisco».
«Entro domani sera non farò
più parte del progetto». Si volta ed esce, infilandosi la t-shirt
mentre se ne va, e qualche secondo più tardi sento sbattere la
porta d’ingresso con forza.
Respiro con fatica e
debolmente, con la gola chiusa. Che cosa è successo? Si è
licenziato. Jack ha risolto il mio problema al posto mio. Non lo
vedrò mai più. Andrò avanti con la mia vita come se non l’avessi
mai incontrato. È la soluzione migliore. Ne sono convinta. Non
posso continuare così. Sono bloccata in un limbo, desolata senza di
lui, desolata con lui. Mi sento come uno yo-yo che oscilla fra la
forza e l’instabilità, senza sapere mai da che parte girarmi. Non
lo vedrò mai più. Non lo sentirò. Non lo toccherò.
Questi pensieri mi fanno
cedere le gambe e mi accascio sul pavimento in un cumulo di dolore.
Non lo vedrò mai più. Le lacrime mi riempiono gli occhi, rendendomi
la vista sfocata. Anche il mio mondo diventa più sfocato. Non lo
vedrò mai più. Non lo toccherò, non sentirò la sua voce né il suo
profumo. Il mio respiro debole si riduce praticamente a un alito, e
i singhiozzi mi scuotono tutto il corpo.
So che è meglio così. E
allora perché mi sento come se stessi morendo lentamente?
Se ne è andato via lui così
non dovrò farlo io. Perché sa cosa significa per me questo
progetto. Mi tiro su dal pavimento, singhiozzando in modo
incontrollabile.
Non so cosa sto facendo, ma
tutto mi dice di farlo. Barcollo verso la porta, la vista
annebbiata dalle lacrime, e mi precipito in strada. Cerco
freneticamente la sua auto e lo vedo in fondo alla via mentre entra
nell’Audi. «Jack!», grido, e lui alza lo sguardo, la mano sulla
portiera. Rimango dove sono con addosso soltanto una maglietta, i
piedi nudi e il volto indubbiamente segnato dalle lacrime. «Non
voglio che tu lo faccia», singhiozzo, crollando del tutto. «Non
voglio che te ne vada».
Lui sbatte la portiera e mi
corre incontro, preoccupato. Mi prende al volo prima che cada a
terra, avvolgendomi fra le braccia e stringendomi al petto. Lo
tengo stretto, e il cuore mi dice che deve essere così. Io e lui. È
così giusto.
«Non deve essere così
difficile», sussurra, risalendo le scale ed entrando, prima di
chiudersi la porta alle spalle. Staccandomi dal suo corpo, mi
accarezza il viso, e quando il calore della sua mano incontra la
guancia, mi si diffonde in tutto il corpo. Queste sensazioni
potenti e intense si impossessano di me. Solo un tocco. Avvicina il
viso al mio, posandomi l’altra mano sul fianco mentre ci guardiamo
negli occhi. Vedo così tanto dolore in quelle iridi grigie. E così
tanta vita.
«Non farmi rinunciare a te,
Annie», mormora piano, la voce rotta dall’emozione.
Ho un groppo in gola e gli
occhi di nuovo pieni di lacrime disperate. «Non ho più la forza di
lottare».
«Bene, perché sono stufo di
lottare con te». Abbassa la testa e mi bacia teneramente,
percependo la mia fragilità, e mi passa una mano fra i capelli,
tirandomeli per tenermi ferma.
Io crollo.
Ricambio il bacio, senza fare
domande, senza resistere e senza esitare. È lento, avvolgente,
amorevole. E tutto il resto torna a essere migliore.
Poi diventiamo più
impazienti. Più frenetici. Jack geme, ancora e ancora, e io
inghiottisco tutti i suoi mugolii. I movimenti delle nostre lingue
iniziano ad accelerare finché non finiamo per baciarci con
un’urgenza disperata, strappandoci i vestiti di dosso, incespicando
nel corridoio, sbattendo contro le pareti con gemiti sonori.
L’urgenza del nostro piacere è incontenibile. Ci lasciamo dietro
una scia di vestiti mentre causiamo un uragano nella fretta di
arrivare in camera.
Jack non mi spinge sul letto
come mi aspettavo. Mi sbatte al muro, e con le mani accarezziamo
ogni punto che possiamo raggiungere. Sono persa in lui, e non
desidero affatto ritrovarmi. Devo averlo, e mentre mi attacca con
una tale convinzione e sicurezza, non ho nessuna speranza di
fermarlo. Né desidero farlo.
Ciò che è proibito è troppo
irresistibile. Ha un fascino pericoloso e un magnetismo avvincente.
E sicuramente infliggerà dolore e angoscia. Il fatto che mi stia
permettendo di essere posseduta così va contro ogni logica. Che mi
stia arrendendo a un uomo che appartiene a un’altra. Ma non posso
combattere il mio cuore. Lo voglio. La mia salute mentale sarà
compromessa a prescindere dalla scelta che faccio. Sono
condannata.
Jack ci fa abbassare sul
pavimento, i nostri corpi nudi si incontrano e si infiammano nei
migliori modi possibili, e mi tiene ferma sotto di lui, con le
braccia bloccate sopra la testa. Grido, mi dimeno, inarco
violentemente la schiena. Mi bacia ovunque, e ogni bacio è
infuocato, ogni volta che mi accarezza con la lingua sento una
scarica che mi attraversa il corpo. Posa le labbra intorno a un
capezzolo e succhia, leccando e mordendo delicatamente la
punta.
«Jack!», urlo, contorcendomi
disperatamente sotto di lui. Mi sta torturando nel modo migliore e
peggiore possibile.
Non demorde. Tenendomi le
mani ferme sopra la testa, risale il mio corpo, baciandomi ovunque,
e alla fine trova la mia bocca e mi divora. Affondi intensi,
vortici ampi e morsi bruschi sulle labbra. Sto impazzendo.
Mordendomi il labbro inferiore, apre gli occhi e mi guarda
sciogliermi prima di lasciarmi il labbro e disegnare una scia di
baci fino alla pancia. Incrocia il mio sguardo e mi abbassa le
braccia sullo stomaco, stringendomi i polsi con una mano sola così
da poter raggiungere con la bocca…
«Oh, Dio!». Getto la testa
all’indietro e inarco la schiena, provando a liberare le mani. È
impossibile. Provo a rilassarmi, ad assaporare questo piacere
indescrivibile. Lo guardo ansimando, il calore bagnato della sua
lingua che si muove in lungo e in largo e mi fa girare la testa. Mi
accascio e trattengo il respiro, sentendo brividi di piacere che si
spostano velocemente verso il mio sesso.
«Jack!», urlo quando
l’orgasmo mi investe, gettandomi in un oblio fatto di stelle e
rumore bianco, e il corpo trema violento sotto di lui. Il piacere
continua e mi attraversa come un potente tornado, che devasta e
sradica ogni cosa: il senso di colpa, la coscienza che mi tormenta,
la capacità di preoccuparmi di ciò che sto facendo. È tutto perso
nella nebbia del piacere di Jack.
Il mio corpo è come sciolto e
io mi accascio sul pavimento mentre lui mi lecca pigramente il
clitoride, succhiando piano per farmi rilassare. Mi sento
completamente inerme sotto di lui, con le braccia molli sopra la
testa. Emetto un gemito, e lui risale lungo il mio corpo fino ad
arrivare alle labbra, che bacia di nuovo, stavolta con delicatezza.
Mi nutro dei suoi gemiti e respiro la sua aria, godendomi il peso
che mi sovrasta. Sorrido quando sento il suo cazzo pulsare contro
la gamba.
«Com’è stato?», mi chiede
mentre mi dà dei piccoli morsi intorno alla bocca. Non posso fare a
meno di sorridere. Forse non è così, ma, santo cielo, mi sento come
se avessi avuto un milione di orgasmi contemporaneamente, e nel
mentre, il mio mondo instabile ha ritrovato l’equilibrio.
«Bellissimo», ammetto,
strofinando il naso contro la barba sul suo collo. Non mi sono mai
sentita così soddisfatta. Trovo la forza di alzare le braccia e
cingergli le spalle, canticchiando felice.
«Sembra che qualcuno sia
contento», riflette, baciandomi le labbra un’ultima volta prima di
staccarsi da me.
«È un suggerimento?», chiedo,
alzando un sopracciglio.
«A proposito di
suggerimenti…».
«Oh, quel foglietto
carino?».
Sorride, quel sorriso
glorioso che non vedo da troppo tempo. Un sorriso che non gli ho
mai visto in faccia quando è con la moglie. Lo rendo felice. «Però
non hai prestato molta attenzione, vero?»
«Ero sotto shock». Mi cade lo
sguardo sul suo collo, e sollevo automaticamente la mano per
sfiorargli quei segni rossi.
Il sorriso di Jack ora è
triste, e mi prende la mano, portandosela alla bocca per baciarmi
le nocche. «Ha degli scatti d’ira». Non sembra turbato, ed è la
cosa peggiore. Per lui è normale. Quest’uomo grande e attraente.
All’improvviso mi torna in mente il ricordo vivido di quando ho
provato a schiaffeggiarlo ieri sera quando ero ubriaca, e di quanto
lui fosse arrabbiato. Vergognandomi di me stessa, mi riprometto di
non lasciare mai che ciò accada di nuovo, a prescindere da quanto
io sia frustrata. «Perché non hai detto niente?», gli chiedo.
«Perché quando sono con te
sono libero, Annie. Non mi struggo per cercare di capire cosa cazzo
è successo al mio matrimonio e perché Stephanie si comporta così.
Non sono ossessionato dal senso di colpa. E non sono intrappolato e
disperato. Sono di nuovo me stesso».
Distolgo gli occhi pieni di
lacrime dal suo volto attraente. «Perché glielo permetti?»
«Che cosa dovrei fare?
Picchiarla a mia volta? La ucciderei con un pugno».
«Lasciala», sussurro, con la
gola secca e bloccata. Il pensiero di lei che lo ferisce
fisicamente mi devasta, non importa quanto lui sia in gamba. O
grande e forte. L’unica soluzione per lui è accettarlo? «Lasciala».
Le lacrime mi riempiono gli occhi e Jack si avvicina, reggendosi su
un gomito.
Le strofina via con
tenerezza, avvicinando il viso al mio. «Non piangere per me».
Quest’ordine gentile ha
l’effetto contrario e inizio a singhiozzare, girando la testa e
nascondendomi contro il suo collo. Come può accettare tutto questo?
Il solo pensiero di qualcuno che lo ferisce fisicamente mi
distrugge.
Jack mi spinge indietro,
coprendomi col suo corpo, naso a naso. «Non mi fa del male, Annie.
L’unica persona in questo mondo che potrebbe farmi del male sei
tu. Capisci quello che ti dico? Se ho
te, sono intoccabile». Inizia a punteggiarmi la faccia bagnata di
baci leggeri, asciugandomi le lacrime con la bocca.
«Devi lasciarla». Lo
abbraccio e lo stringo a me, come se potessi proteggerlo da lei.
Farlo uscire da quell’incubo.
«Fidati. Quando potrò, lo
farò». Alza la testa e mi guarda, togliendomi i capelli dal viso.
«Mi hai dato uno scopo. Una vera ragione per andarmene. La mia
stessa felicità non era una ragione valida per lasciarla. Non
valeva il dolore e le ripercussioni. La tua felicità è sufficiente, e so che posso farti felice.
Proprio come so che posso essere felice con te».
Questo fiume di parole mi
travolge. Ogni singola parola. Non ha solo bisogno di lasciarla,
vuole lasciarla. Per me. Quando potrà, lo farà. «Quando sarà il
momento giusto?», gli chiedo con un sussurro, iniziando a
preoccuparmi di ciò che significa davvero. Significa che la gente lo verrà a sapere.
Significa che lei lo verrà a
sapere.
«Non lo so». Mi guarda
dispiaciuto. «Due settimane fa, prima di incontrarti, avrei detto
mai. Ora farò tutto il possibile per trovare il momento giusto. Ma
devo muovermi con cautela. E tu devi fidarti. Per favore, dammi
tempo».
Quello che dovrei fare ora è
andarmene. Lasciare che sistemi questa parte della sua vita prima
ancora di pensare di continuare questa
storia. È quello che dovrei fare. Ciò
non vuol dire che posso. «Mi stai dicendo che lascerai tua
moglie?», chiedo ancora, se non altro per chiarire. Per
sentirglielo ripetere.
«Sì», risponde senza esitare
nemmeno un secondo. «Devo andarmene per la mia salute mentale e
fisica. La lascio perché ho bisogno di vivere la mia vita, una vita
che voglio dare a te. C’è ancora qualcosa di vivo dentro di me,
Annie, e tu l’hai trovato».
Lo tiro giù e lo abbraccio.
Lo volevo prima ancora di sapere che non potevo averlo. Il mio
desiderio non ha fatto altro che moltiplicarsi da allora, non
importa quanto il senso di colpa provi a nasconderlo. Non ho mai
voluto qualcosa così tanto da essere disposta a sacrificare la mia
integrità. Non smetterò di chiedergli di lasciare la moglie.
Tuttavia, è una mossa che lui farà quando lo riterrà opportuno. Nel
frattempo, ho una parte di lui. Ho bisogno di una parte di lui. Anche se è solo per
il mio equilibrio mentale. Non avere nulla di Jack non è
contemplato.
«Mi accontenterò di quello
che puoi darmi per ora». Mi addolora dirlo, ma è la verità. Devo
finalmente affrontare il fatto che mi sto innamorando di un uomo
sposato. Ho provato a scappare. E non ho ottenuto nulla, non
solamente perché Jack non me lo permette. Ma perché neanche il mio
cuore me lo permette. Mi ha chiesto del tempo, e sebbene sappia che
agli occhi di molti potrei sembrare ufficialmente impazzita, sono
disposta a concederglielo, perché vale la pena aspettare. Mi fido
di lui. Non voglio rendergli la vita ancora più difficile di quanto
già non lo sia.
Gli bacio il collo,
accarezzandogli la schiena in circolo, e prendo a calci i pensieri
che minacciano di rovinare il momento. Ora, è mio. In questo
momento, è mio.
«Mi fido di te»,
sussurro.
Ritraendosi un poco, mi dà un
bacio pieno di significato. «Grazie», mormora.
Mi bacia il viso e io sorrido
tristemente. Perché non importa quanto cerchi di ingannare me
stessa, avere solo una parte di Jack non mi basta, e so nel
profondo che arriverà un giorno in cui non mi accontenterò più.
Spero solo che Jack trovi la forza di cui ha bisogno per lasciare
la moglie prima che arrivi quel momento.