Capitolo 2
Ho le unghie a pezzi – il risultato di una settimana passata a strofinare pavimenti e a lavorare manualmente, oltre a gestire clienti, email e progetti. Il nuovo appartamento, però, è diventato un nuovo appartamento brillante. Tutto è al suo posto e ogni stanza è stata tinteggiata. Tutti i libri sono sugli scaffali nello studio, il computer e la stampante sono sistemati, e la scrivania è al suo posto sotto la finestra. Lo adoro alla follia. E ora sono più che pronta a uscire con le ragazze per lasciarmi andare.
Il volume dell’iPod è al massimo e io ballo in camera con solamente l’asciugamano addosso e la finestra spalancata, mentre bevo del vino e canto a squarciagola Like a Prayer insieme a Madonna.
Dopo essermi truccata e aver indossato un vestitino nero e i tacchi neri più alti che ho, e dopo essermi legata i capelli in uno chignon basso e disordinato, prendo la borsa e mi dirigo verso la porta, sentendo Lizzy che bussa mentre mi avvicino.
«Carina». Annuisce con approvazione quando apro la porta, anche se sembra un po’ distratta.
«Tutto okay?», le chiedo, uscendo di casa.
«Sì, tutto bene». Ha una bellezza disinvolta, con i capelli a caschetto mossi e gli occhi scuri accentuati da un tratto pesante di eyeliner. Il vestito rosa a metà coscia e il giacchetto di pelle sono assolutamente provocatori e perfetti per Lizzy. «Anche tu ti sei impegnata», osservo mentre la prendo a braccetto e ci incamminiamo insieme per la via.
«Mi sono messa la prima cosa che ho trovato», dice, ignorando il complimento. «Nat ci raggiunge lì. E qualunque cosa tu faccia, dille che i suoi capelli ti piacciono».
«Perché, che cosa ha fatto?». Guardo Lizzy orripilata. I capelli sono la cosa di cui Nat va più orgogliosa. Spessi, biondi, lucidi e lunghi fino al sedere, li tratta meglio di come la regina tratti i suoi cani.
«Il figlio di John le ha attaccato una gomma da masticare in testa».
«Oh, merda». Sospiro, immaginandomi chiaramente la faccia di Nat. È arrabbiata. Molto, molto arrabbiata. Ha incontrato l’uomo dei suoi sogni, ma l’uomo dei suoi sogni ha una componente aggiuntiva: un bambino di sei anni alquanto indisciplinato. O meglio, molto indisciplinato. Nat non è esattamente un tipo materno. «Quanto?». Mi preparo alla notizia, e poi rimango a bocca aperta quando Lizzy fa il gesto di tagliare all’altezza delle spalle. «Oh, no».
«E io ho lasciato Jason».
Barcollo e mi fermo. «Cosa?».
Lei scuote la testa, cercando di non piangere. «Non voglio parlarne stasera».
Chiudo subito la bocca e, anche se mi addolora, non insisto. «Okay». Ha bisogno di una serata tra amiche, e io sono più che disposta a farla divertire. «Aspetta. Nat lo sa?».
Annuisce e si asciuga velocemente gli occhi. «Divertiamoci e basta stasera, per favore».
«Affare fatto». Le afferro un braccio e ricomincio a camminare, determinata a distrarla per una sera, mentre con la mente penso a ogni possibilità per capire cosa sia accaduto.
È difficile, ma riesco a non strozzarmi quando poso gli occhi sulla trasformazione drammatica e imprevista di Nat. La chioma lunga non esiste più, e il suo cipiglio mi dice che non si è ancora rassegnata alla situazione.
«Dille che sta benissimo», mormora Lizzy sottovoce mentre ci avviciniamo a lei.
«Stai benissimo!», strillo, mettendomi a sedere su uno degli sgabelli. Scende il silenzio, Lizzy alza gli occhi al cielo e Nat mi ringhia contro. «Che c’è?», le chiedo, facendomi più piccola.
«Sembro una cinquantenne», borbotta Nat.
«Non è vero», diciamo io e Lizzy all’unisono, in modo fin troppo esagerato. Sembra davvero più vecchia. Forse non proprio cinquantenne, ma sicuramente più vecchia dei suoi trent’anni.
«A me piacciono!», dichiaro, contenta di sembrare abbastanza sincera, inducendo Nat a portarsi le mani ai capelli per tastarne il volume ridotto.
«Davvero?», mi chiede, cercando conforto.
«Sì, ti fanno apparire più sofisticata».
Sorride grata, e Lizzy mi dà un colpo sul braccio passandomi accanto: è il suo modo di congratularsi con me per aver fatto un buon lavoro. «Prendo da bere», dichiara. «Chi vuole cosa?»
«Vino!», esclamiamo io e Nat.
Lizzy va verso il bancone e io colgo l’opportunità per interrogare Nat. «Che cosa è successo fra Lizzy e Jason?», le domando, piegandomi in avanti sul tavolo.
«Non lo so». Alza le spalle con noncuranza, sempre col suo fare compassionevole. «Si rifiuta di parlarne».
«Ma pensavo stessero bene insieme».
«Già, anche io. A quanto pare non è così, eh?»
«Sembri preoccupata». Le lancio uno sguardo deluso, e lei scrolla di nuovo le spalle. Nat non è proprio un tipo emotivo. È una liquidatrice per una grossa compagnia di assicurazioni. Una vera dura, e fa fatica a separare quell’aspetto dalla vita personale. Mette in soggezione la maggior parte degli uomini. A dire il vero, anche delle donne. Alta, con le gambe lunghe, bionda e con una specie di handicap emotivo.
«Mi hanno massacrato i capelli», ribatte, «quindi sono di malumore».
La conversazione è interrotta – non che stesse andando da qualche parte – quando Lizzy posa un vassoio sul tavolo, carico non solo di vino, ma anche di shottini. Guardo Nat, che annuisce in segno di comprensione. Lizzy ha la chiara intenzione di ubriacarsi. Accettiamo entrambe i bicchierini e li buttiamo giù come ordinato. Poi mi domando chi delle mie amiche sia più sconvolta, e quindi più bisognosa della mia attenzione. Verrebbe da pensare che sia una decisione facile, ma probabilmente Nat amava i suoi capelli tanto quanto penso che Lizzy amasse Jason. Sposto lo sguardo fra le due; sono entrambe distratte. Nat si tocca ancora il nuovo caschetto, e Lizzy è come incantata mentre fissa il fondo del bicchiere di vino.
Non va bene. Non posso più trattenermi. «Che è successo?», chiedo a Lizzy, dandole un colpetto sul ginocchio.
Lei torna in sé e mi guarda, gli occhi di solito vivaci ora sono spenti. Poi si riempiono di lacrime e le trema il labbro. «Mi ha tradita!», si lamenta, scoppiando in lacrime. «E non è neanche la prima volta!».
«Oh, mio Dio!», grido, scendendo dallo sgabello e abbracciandola. Trema e mi piange addosso, non riuscendo più a mantenere la calma. «Perché non ci hai detto niente?»
«Quando è successo prima, l’ho perdonato», risponde Lizzy tirando su col naso. «Pensavo che non si sarebbe ripetuto, e sapevo come avreste reagito. Non volevo che pensaste male di lui, né che fossi uno zerbino».
Guardo Nat oltre la testa di Lizzy, lanciandole uno sguardo colpevole. Lei ricambia, consapevole del fatto che ci saremmo comportate esattamente in quel modo. Bastardo, mimo con le labbra, e lei annuisce, storcendo la bocca.
Lizzy piange ancora un po’, facendo sussultare le nostre braccia intrecciate. «Va avanti da mesi», singhiozza. «Una puttana in ufficio. Lavora sempre fino a tardi, e ho trovato dei messaggi sul cellulare».
Scambio uno sguardo torvo con Nat, ma nessuna dice nulla, probabilmente perché nessuna ha idea di cosa dire, e lasciamo che Lizzy continui a rivelare i dettagli più sordidi.
«Ha ventun anni!», ulula contro il mio petto. «Ventuno schifosissimi anni!».
Ahia!
Il volto di Nat è una maschera d’orrore, e così anche la mia, credo. «Beviamo», suggerisco, improvvisamente disposta a sbronzarmi per conto di Lizzy.
Un’ora dopo… o forse due – non ne sono sicura – siamo tutte piuttosto brille, ma almeno nessuna piange, perciò la mancanza di lucidità è una cosa buona. È arrivato Micky, e Lizzy se ne è accorta. È bellissimo, con i capelli raccolti alla perfezione. Gli sta addosso come una sanguisuga, e a Micky non dispiace. Però continua a lanciarmi sguardi guardinghi, in attesa che lo redarguisca. Non succederà. Non stasera. E comunque, Lizzy ha bisogno di distrarsi e io sono troppo brilla per preoccuparmene. Un flirt innocuo non farà male a nessuno.
Finito un altro bicchiere di vino, cerco Nat con lo sguardo. La trovo che balla da sola sulle note di Moby. Le basta un po’ di alcol per iniziare subito a ballare, non importa dove.
Mi faccio strada verso il bancone per prendere altri shottini, poiché chiaramente non siamo abbastanza ubriache. Con un sorriso ordino tre Slippery Nipples, e ondeggio al ritmo della musica mentre aspetto che il barista li prepari. Pago con una banconota da venti. «Hai un vassoio?», chiedo.
«Finiti», risponde, allontanandosi con i miei soldi.
Guardo i quattro bicchierini, riflettendo sul da farsi. C’è una soluzione semplice, ma sono a metà strada dall’ubriachezza totale, e non riesco a trovarla, perciò sistemo i bicchieri fra le dita, fiduciosa di poterli tenere tutti insieme e risparmiarmi un viaggio in più al tavolo… che è a sei metri da me. «Dannazione», mormoro, rovesciandone uno e versandomi il liquido appiccicoso sulla mano. Mi lecco le dita per raccogliere la miscela cremosa, intenta a non sprecarne neanche una goccia. Poi butto giù quello che rimane nel bicchiere, riducendo il carico a tre bicchieri. Molto più maneggevoli.
Se si è completamente sobri – cosa che non sono. Accetto il resto quando il barista me lo porge sopra il bancone. «Grazie», dico, e faccio per prendere in mano i tre bicchieri rimanenti. Ne cade un altro, e ancora una volta lecco il liquore sulla mano.
«Non te la stai passando bene, non è vero?».
La voce divertita mi fa voltare, con la lingua ferma fra le dita e gli occhi spalancati alla vista dell’uomo accanto a me al bancone.
Porca… miseria.
Non mi capita spesso di rimanere senza parole. Mai, a dire il vero. Questo momento serve a compensare tutti quelli persi, e non riesco a capire se è per colpa dell’alcol o dello stupore. È uno strafico. Mi godo la vista, dalle scarpe – che, occorre sottolineare, sono delle Jeffery West beige molto eleganti – fino alla testa bellissima. Ho detto bellissima. Non sono sicura che sia abbastanza lusinghiero. Di una bellezza classica, forse? Da rimanere a bocca aperta? Mozzafiato? Nessuna di queste descrizioni sembra adeguata. Ha la barba. Una barba squisita che penso sia il risultato di almeno cinque giorni senza rasoio, e gli occhi grigi sono esageratamente scintillanti. Come se delle piccole stelle brillassero nelle loro profondità. I capelli sono corti, più lunghi in cima e pettinati da un lato. Abbastanza lunghi da afferrare e…
Inghiottisco lo stupore. Quest’uomo sa vestirsi. Informale. Comodo. Una camicia attillata niente male, con il colletto aperto e le maniche tirate su, i lembi fuori dagli stretti jeans Armani. Ho già detto che ha delle belle scarpe?
«Ti serve una mano?», mi domanda, guardandomi con… cosa ha detto?
Una mano? Dove dovrei metterla? Inclino la testa, in silente contemplazione, e fisso le sue. Mani grandi, capaci, una avvolta attorno a una bottiglia di birra. Sollevo lo sguardo, seguo la bottiglia fino alla sua bocca. La apre. Intravedo la punta della lingua, poi le labbra avvolte intorno all’imboccatura, mentre tira indietro la testa. La gola. Santo cielo, la gola. Come deglutisce. Il respiro silenzioso.
Ho appena sentito un’esplosione colossale nelle mutande.
Trasalisco e incrocio le gambe sul posto. Non ho la minima idea di cosa mi stia succedendo, ma mi ha fatto riprendere da quell’apatia ridicola. «Shottini!», esclamo, afferrando i bicchieri. «Ehi, ne ho ordinati quattro», dico al barista, guardandolo torva.
L’uomo accanto a me comincia a ridere, un suono profondo e sensuale.
Altre esplosioni. Oh… Dio. Diamoci un taglio!
«Quanto sei ubriaca?», mi chiede, e io alzo lo sguardo e vedo che mi osserva con attenzione.
«Sono perfettamente sobria, grazie tante», dico, distogliendo veloce lo sguardo da lui prima che i miei occhi mi facciano imbarazzare di nuovo. «Ne ho ordinati quattro».
«E ne hai rovesciati due», mi fa notare. Abbasso lo sguardo e vedo i due bicchieri vuoti… e poi mi ricordo. Quanto tempo ho passato a fantasticare? O ad ammirarlo? O a sbavare?
«Oh».
«Non sei ubriaca?».
Mantengo lo sguardo sul bancone. Non posso fidarmi dei miei occhi. «Come ho già detto, sono perfettamente sobria». Raccolgo i bicchieri rimanenti e faccio per voltarmi, assicurandomi di mantenere l’equilibrio. Non è che sono testarda o altro. Non sono ubriaca.
«Ti dispiacerebbe provarlo?», domanda, facendomi fermare. Una sfida?
Corro il rischio di sbirciare con la coda dell’occhio e vedo il sorriso più affascinante su un volto già affascinante di suo. Da dove diavolo è uscito fuori?
Provarlo? «Come?», chiedo, quando la curiosità ha la meglio su di me.
«Porta i bicchieri ai tuoi amici». Li indica con un cenno della testa, e io li guardo seduti attorno al tavolo: Micky agita le braccia in aria con fare drammatico e le ragazze ridono. Riesco a notare che questo Mr Belloccio sa con chi sono venuta. Da quanto è nel locale? Non esiste proprio che sia riuscito a sfuggire al radar delle ragazze. «Poi torna qui, se vuoi», aggiunge piano.
Se voglio? Voglio? Lo guardo ancora una volta di nascosto. Sta ancora sorridendo. È un sorriso pericoloso. Molto pericoloso. È troppo bello per essere innocuo.
Sgattaiolo via, ondeggiando i fianchi spudoratamente mentre cammino, e resisto al desiderio di controllare se mi sta guardando. Mi sta guardando. Lo so, e mi fa eccitare.
Lizzy mi assale come una tigre in agguato quando arrivo al tavolo. «In nome di Dio, chi è quello?», mi chiede, sbarrando gli occhi dall’entusiasmo mentre beve lo shottino.
«Non lo so», rispondo, buttando giù l’ultimo bicchierino invece di darlo ai miei amici, e intanto sento l’attrazione magnetica dell’uomo dietro di me, e il mio corpo è teso dallo sforzo di non voltarmi per cercarlo di nuovo.
«Annie, so che sei praticamente insensibile agli uomini, ma qui stiamo sfiorando il ridicolo. Ti sta guardando».
Insensibile? Non direi insensibile. È solo che non ho mai avvertito qualcosa di speciale. Allora perché diavolo sono elettrizzata e tremo come una pazza? Non mi sento così insensibile in questo momento. «Può continuare a guardare».
Lei mi fissa a bocca aperta. «Be’, se non ci parli tu, lo farò io, dato che ora sono single». Spingendomi di lato, sorride e si dirige verso il bancone, verso il mio uomo.
Non ho idea di cosa mi prenda, ma nel giro di pochi secondi afferro il polso di Lizzy e la strattono, facendola fermare. Strizzo gli occhi, arrabbiata con me stessa. «Aspetta un attimo». Respiro profondamente e mi volto verso di lei. «Una scopata di ripicca con un estraneo non è la soluzione giusta».
Lei trattiene un sorriso che probabilmente le occuperà tutta la faccia quando le sfuggirà. Mi ha scoperta. Per la prima volta – forse in assoluto – un uomo ha attirato la mia attenzione. Non dovrei pensarci troppo. Probabilmente quest’uomo ha attirato l’attenzione di ogni donna, da maledetto e attraente figlio di puttana qual è.
Avvicinandosi a me, Lizzy mi parla all’orecchio, proprio quando poso di nuovo lo sguardo su di lui. «Sembra uno che scopa forte», sussurra, ridacchiando mentre si allontana, e mi lancia uno sguardo da finta tonta. «Fai un favore a tutte le donne e fatti una scopata». Lo indica con un cenno della testa. «Con lui».
«Voglio solo parlargli», protesto, lasciandomi alle spalle la mia amica e arrendendomi all’attrazione che mi conduce di nuovo da lui. Con un respiro profondo, mi avvio con passo deciso, lasciando andare il labbro inferiore quando mi accorgo che lo sto mordendo.
Lui mantiene un’espressione seria, e mi guarda appoggiandosi con noncuranza al bancone. «Credo di averti visto barcollare un po’», dice, sollevando le sopracciglia.
Cazzo, è troppo bello per il suo bene. E, senza dubbio, anche per il mio bene. «Sobria», mimo con la bocca, appoggiandomi al bancone accanto a lui.
Con lo sguardo fisso su di me, chiama il barista. «Due tequila, per favore».
«Tequila», ripeto, guardandomi alle spalle quando arrivano sale e limone. «È una sfida?»
«Vuoi ritirarti?», mi stuzzica, e dalla tasca tira fuori delle banconote.
«Mai». Sbuffo, voltandomi verso il bancone. Non so a che gioco stia giocando, ma voglio continuare. Con lui. «Mi stai chiedendo di provare che sono sobria bevendo uno shottino?». Lo guardo stringendo gli occhi, scherzando. «Oppure il tuo piano è di farmi ubriacare e approfittarti di me?».
Sorride fra sé e sé e paga il barista. «Non sembri il tipo di cui ci si può approfittare».
«Che tipo di donna sembro, allora?», lo sfido con calma.
Si volta verso di me, osservandomi per un momento. «Non lo so, ma credo che mi piacerebbe scoprirlo».
Sostengo il suo sguardo per qualche secondo, non riuscendo a immaginare una replica. Credo di volere anch’io che lo scopra, almeno tanto quanto voglio scoprire che tipo di uomo è lui. Il mio sguardo scivola dagli occhi grigi brillanti lungo la sua figura alta e magra, fino ai piedi.
Oh… merda…
«Giochiamo», dice, avvicinandosi e tirando a sé uno dei bicchieri. Senza volerlo, allontano di scatto il braccio quando mi sfiora, sorpresa dalle minuscole pugnalate di piacere che mi picchiettano la pelle. Quel contatto così sfuggente promette bene, e – dammi la forza – ha un odore divino, virile e corposo che fa venire dannatamente voglia di mangiarlo.
L’improvvisa immobilità e il silenzio fra di noi diventano quasi imbarazzanti. Sento il suo sguardo su di me.
«Che cosa devo fare?», chiedo piano di nuovo, quasi sottovoce.
Lui si schiarisce la gola. «Non sei ubriaca?»
«Neanche un po’». Alzo il naso in aria.
«Bene. Allora vincerai questa sfida al primo tentativo». Posa un dito sull’orlo di uno dei bicchierini. «Appoggia le mani sul bordo del bancone», mi ordina, calmo ma con fermezza. Lo guardo, e vedo un’espressione seria. «Dài».
Aggrottando la fronte, metto le mani sul bordo del bancone. «Okay?».
Mi prende i fianchi. Mi prende i fianchi, cazzo! Mi immobilizzo dalla testa ai piedi e deglutisco sonoramente, in attesa. Le viscere mi si contorcono veloci, la mente è nel caos. «Indietreggia un po’», dice, tirandomi appena per i fianchi finché non faccio un passo indietro.
Oh, Cristo. Sono in fiamme. Un estraneo mi sta piegando sul bancone in pubblico e io, Annie “insensibile agli uomini” Ryan, non mi sto opponendo. È come se mi avesse lanciato un incantesimo. Che sta succedendo? Non oso guardarmi alle spalle. Non sono così stupida da pensare che Lizzy non mi stia osservando mentre un uomo manipola il mio corpo spostandolo dove vuole.
«Sembri tesa», osserva lui, lasciando la presa e rimettendosi accanto a me.
Non lo nego; non lo confermo nemmeno. Stavo bene con quelle mani grandi sui fianchi, così bene che devo resistere ed evitare di prenderle e rimetterle dove stavano. «E ora?», chiedo, respirando evidentemente a fatica, maledizione.
«Ora». Prende la birra e sorride. «Ora posso vantarmi del fatto di averti piegata a novanta nel giro di cinque minuti dopo averti incontrata». Beve un sorso, sempre sorridendo, e sento il ruggito di un uomo lungo il bancone che ride a crepapelle.
Oh, che stronzo! Una parte di me lo ammira. Un’altra vuole prenderlo a schiaffi; non importa quanto sia bello. E un’altra ancora vuole strappargli i vestiti e saltare addosso a questo subdolo bastardo.
Non posso credere che ci sia cascata! A quante donne ha fatto questo giochino? Abbasso la testa, scuotendola.
Sapevo che quel sorriso avrebbe portato guai. Un uomo che può piegare una donna al suo volere così facilmente e così presto non può essere altro che letale. E per avermi incastrata con quel gioco malefico, tanto di cappello. Non posso negarglielo, e poiché in questo momento ho perso ogni dignità, decido di non schiaffeggiarlo. E non gli verserò nemmeno un cocktail in testa, né gli urlerò contro una sfilza di insulti.
Farò ciò che non si aspetta.
Mi raddrizzo e mi volto, senza riuscire a sorridere davanti al suo sogghigno. Con lo sguardo fisso su di lui, mi lecco lentamente il dorso della mano, prendo alla cieca il sale dal bancone, me ne spargo un po’ sopra e prendo uno degli shot di tequila. Ma mentre porto la mano alla bocca per leccare il sale, lui mi afferra il polso e prende il bicchiere dall’altra mano. Ho il battito accelerato, gli occhi fissi sui suoi mentre si avvicina a me e si porta la mia mano alla bocca. Lo guardo, rapita, intento a leccare pigramente il dorso della mano, gli occhi nei miei, e poi beve la tequila alla goccia. Uccidetemi ora e morirò da donna felice. La sua lingua sulla pelle. Gli occhi inchiodati ai miei. La sua presa sul polso. Devo sembrare una statua – incapace di parlare, muovermi o pensare con lucidità.
«C’è un’altra tequila», dice, indicando il bancone con la testa, ma con lo sguardo sempre fisso su di me. «Ed è tua».
Oh, santo cielo. Il cuore mi batte sempre più velocemente mentre lo guardo leccarsi il dorso della mano e versare un po’ di sale. Me lo offre. Gli fisso la mano, e poi alzo lentamente lo sguardo. Potrei perdermi in quegli occhi grigi e scintillanti.
«Ho un buon sapore», sussurra.
Non ne dubito. Devo fare appello a tutta me stessa per prendergli la mano e portarla alla bocca, e quando allungo la lingua, chiudo gli occhi e mi preparo. Non sento il sapore del sale. Sento il suo sapore. E potrebbe benissimo essere quello più inebriante che abbia mai provato. Inghiottisco, continuando a tenergli la mano mentre prendo la tequila e la bevo, senza battere ciglio quando mi brucia la gola.
Lui annuisce con approvazione. «Te l’ho detto», mormora, tirando via la mano.
Cerco di tornare in vita, distogliendo lo sguardo da lui prima di prendere fuoco da sola. «È stato bello giocare con te», sospiro, voltandogli le spalle. Ho bisogno del bagno. Subito.
«Ehi!». Mi circonda il polso con la mano e mi ferma. Mi irrigidisco all’istante. Dopo aver avuto un assaggio del suo patetico giochino da macho per avermi piegata a novanta, tutte le irritanti reazioni del mio corpo suscitate da quest’uomo dovrebbero essere bloccate immediatamente. Ma poi mi ha leccato. E io ho leccato lui. I brividi che mi travolgono sono così intensi che non voglio reprimerli. «Non te ne andare via subito», dice delicatamente.
Lo guardo negli occhi, inclinando la testa, nel tentativo di tirare fuori un po’ di lucidità dalla nube di lussuria. È da molto, molto tempo che non vado con un uomo. Quasi un anno, due mesi e una settimana, per essere precisi. L’amico di un amico di Jason.
«E cosa hai intenzione di fare con me se rimango?», gli domando, controllandogli velocemente la mano in cerca di un anello, per sicurezza. Niente anello. Non riesco a capire come possa essere possibile che nessuna donna l’abbia ancora reclamato per sé.
«Ho intenzione di parlare con te», dice piano, osservandomi con un accenno di curiosità.
«Invece di leccarmi?»
«Non ti è piaciuto il mio gioco?», mi chiede seriamente, e c’è qualcosa di nascosto dietro i suoi occhi. Qualcosa di seducente. Qualcosa che mi rende un po’… cauta. E molto eccitata.
La presa attorno al mio polso mi fa esitare per un momento. Il calore della nostra pelle a contatto non deve essere ignorato. Lui mi intriga, per la sola ragione che ha attirato la mia attenzione ed è riuscito a mantenerla su di sé, anche dopo quell’episodio da furbastro. Parlare. Vuole parlare.
Tiro via il braccio con delicatezza e lui mi lascia lentamente, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. Poi prende alla cieca uno sgabello e mi indica di sedermi. «Da bere? O ne hai avuto abbastanza?».
Poso il sedere sullo sgabello e gli lancio uno sguardo stanco, ma penso davvero che non dovrei bere. Specialmente non ora, quando sarebbe meglio tenere gli occhi ben aperti. «Vorrei un bicchiere d’acqua, per favore».
Fa un cenno al barista e ordina l’acqua e un’altra birra. Io guardo i miei amici e vedo che nessuno è voltato da questa parte. Tranne Micky. Inclina la testa come per chiedermi se tutto va bene, e io lo rassicuro con un cenno del capo. Sto bene. Va tutto bene.
L’uomo senza nome si siede su uno sgabello davanti a me, con un piede sul pavimento e l’altro sulla barra poggiapiedi, e un gomito appoggiato sul bancone. La camicia è un po’ stropicciata intorno alla cintola. Il tessuto bianco e fresco potrebbe benissimo nascondere gli addominali. E quel braccio piegato allude a dei bicipiti piuttosto scolpiti.
«Come ti chiami?», mi chiede, facendomi spostare lo sguardo sul suo volto. È ancora serio, in chiaro contrasto con il sorriso impudente che aveva stampato in faccia quando ho posato per la prima volta gli occhi su di lui.
«Annie», rispondo. «Tu?»
«Jack». Mi porge la mano, osservandomi ancora mentre decido se toccarlo di nuovo. Sicuramente non è una buona idea. Al contrario, dovrei battere in ritirata, allontanarmi, forse anche andarmene in questo preciso istante. Il suo sguardo è pieno di intenzioni che posso leggere chiaramente; intenzioni che dovrebbero spaventarmi – perciò non riesco a comprendere il motivo per cui allungo una mano e la poso delicatamente nella sua. Sono rapita. Ammaliata. È una rivelazione, e mi piace parecchio.
Non appena entriamo in contatto, pelle contro pelle, mi afferra veloce, cogliendomi di sorpresa. Incontro immediatamente il suo sguardo, aspettandomi un sorriso sfacciato, ma mi guarda ancora con un’espressione seria. «Presa», mormora, stringendo la mano enorme attorno alla mia. Mi manca il respiro. Il cuore mi batte forte. Ho la pelle in fiamme. Santo cielo, mi ha presa davvero.
Comincia a muovere la mano su e giù, prendendosi il suo tempo. Deglutisco ripetutamente, con la gola asciutta come il deserto, mentre lui controlla i miei movimenti.
Presa?
Incurva leggermente le labbra, come se conoscesse i miei pensieri, e mi trovo di nuovo di fronte a quel sorriso e a quegli occhi brillanti. «L’ho leccata, quindi è mia», dice, sorridendo ancora.
La dichiarazione mi fa scuotere la testa meravigliata quando lui porta le nostre mani sulla mia gamba scoperta, approfittando della sua posizione per sfiorarmi la coscia quando ritira la mano. Sobbalzo sullo sgabello e afferro il bicchiere d’acqua.
«Lecchi molte donne?», domando, e mi prendo subito a calci mentalmente. Non sono affari miei, e sinceramente non voglio saperlo.
Torna serio all’improvviso. «Di solito non lecco le donne nei locali».
«Piuttosto le fai piegare a novanta?».
Ha l’ombra di un sorriso sulle labbra, come se mi stesse leggendo nel pensiero. «Non so cosa mi è successo», ammette con una risata debole, accarezzandosi la barba sul mento. Ne sono felice, perché neanche io so cosa mi sia successo. «Che lavoro fai, Annie?»
«Sono un’architetta», rispondo rapidamente. Parla. Parla e basta. «Più che altro realizzo progetti d’interni, ma mi sto lentamente spostando nel settore commerciale».
«Hai un tuo studio?», mi chiede, e io annuisco. «È notevole per qualcuno che ha solo…». Jack si interrompe, inclinando la testa curioso.
Sorrido al suo adorabile stratagemma per estorcermi l’età. «Ho ventinove anni».
«Wow, è davvero notevole. Congratulazioni. Mi piace conoscere gente di successo».
«Grazie».
«Sei spos…»
«No». Rido.
«Impegnata?».
Questa volta non rispondo tanto velocemente. Non so perché. Forse perché la risposta aprirà la strada a… cosa? «No».
Vedo il sollievo nel suo sguardo. È decisamente sollevato. «Ti piace spassartela?», mi chiede, con un tono leggermente allusivo.
«Be’, di solito non mi faccio piegare a novanta né leccare da estranei, se è questo che intendi».
«Sono onorato». Jack sorride, soddisfatto. «Quindi che cosa fai di solito per divertirti? Voglio dire, quando non ci sono io a piegarti su un bancone e leccarti».
Ricambio il sorriso e bevo un sorso d’acqua per dare sollievo alla bocca sempre più secca. «Lavoro sodo. Ho degli ottimi amici. Mi diverto con loro».
«Per scelta o a causa di una brutta esperienza?»
«Stiamo andando molto sul personale, non credi?». Gli lancio uno sguardo interrogativo, e lui sorride con un’alzata di spalle.
«Cerco solo di inquadrarti».
Mi sfiora il ginocchio con il suo coperto dai jeans, e io tiro via di scatto la gamba quando il mio cuore patetico salta un battito. Non dovrà inquadrarmi per niente. Sono felice di rivelarglielo. «In questo periodo gli uomini non mi interessano». Non so perché, ma mi ritrovo a mordermi il labbro e a osservare attentamente la sua reazione.
Annuisce lentamente. «Questo potrebbe cambiare», riflette – di punto in bianco, cogliendomi di sorpresa.
Raddrizzo la schiena, e per un momento ho il fiato corto. «Che intendi?», chiedo piano, cercando di dare un tono interessato alle parole. Ci provo. L’unica cosa che riesco a trasmettere con ogni parola che rivolgo a quest’uomo è fascino. E desiderio.
«Voglio dire…», esordisce, chinandosi un poco in avanti, «chiaramente non sei mai stata consumata da un uomo». Fa una pausa, concedendomi un momento per concordare, ma non lo faccio. Lo guardo fisso. «Ma un giorno verrà un uomo e ti inghiottirà, Annie. Ti prenderà alla sprovvista». Le sue parole alludono a qualcosa e non riesco a limitare la mia curiosità. E continuo ancora a fissarlo.
Sento il sangue che mi pulsa nelle orecchie quando lui si raddrizza e si volta di nuovo verso il bancone, chiamando il barista. Non sento cosa ordina. Il locale intorno a me è una macchia sfocata in movimento, la confusione del bar è ridotta a un distante rumore bianco. Jack ha un fascino magnetico – non è solo il suo aspetto, ma la personalità, la voce… le parole.
«Tieni». Mi prende la mano floscia e toglie il bicchiere d’acqua, porgendomi un bicchierino da shot. Il contatto mi strappa dalla mia trance e mi guardo in giro, vedendo che il mondo va ancora avanti attorno a me. Fa quel sorriso incantevole, facendo tintinnare i bicchieri – il sorriso che mi ha stregato non appena l’ho visto. «Un brindisi all’essere presi alla sprovvista», dice, sollevando lo shot.
Si scola il liquore, poi sbatte il bicchiere sulla superficie del bancone e si pulisce la bocca con il dorso della mano. Seguo con lo sguardo ogni singolo movimento e cerco di leggere fra le righe, di comprendere veramente le sue parole e ricavarne un senso. Ovviamente, un senso ce l’hanno, ma qualcosa mi dice che c’è dell’altro. Potrebbe essere la leggera durezza del suo tono. Potrebbe essere il modo in cui mi guarda.
«Bevi». Posa un dito sul fondo del mio bicchiere, me lo spinge fino alle labbra, e mi guarda mentre verso lentamente il liquido in bocca, intrappolata in un conflitto enorme.
Lo voglio.
Per la prima volta nella mia vita, voglio veramente, veramente un uomo. Sento… qualcosa.
«Che lavoro fai tu, Jack?», gli domando, seguendo il mio istinto per scoprire di più sul conto di quest’uomo che mi fa eccitare.
«Ho molti talenti».
Trattengo un sorriso. «Ad esempio?»
«Oh, è una lista infinita. Quanto tempo hai a disposizione?».
Infinito! Rimetto immediatamente in riga la mia mente. Davvero, Annie? Datti una calmata! «Che carino», scherzo, e poi rabbrividisco alla pessima scelta di parole. Jack non è solo carino; è un bel pezzo d’uomo, alto, bello, ben piantato.
Jack distoglie lo sguardo per un breve momento, ridendo fra sé e sé. «Anche tu sei carina». Posa di nuovo i suoi occhi, che brillano in modo pazzesco, su di me. «Come fai a essere single?».
Dovrei rivolgergli la stessa domanda. «Perché voglio essere single. Perché le relazioni richiedono un duro lavoro. Preferisco investire in altre cose».
Jack annuisce, fissandomi negli occhi. «Investire in te stessa?»
«Sì», rispondo onestamente, anche se mi fa sembrare egoista. Forse un giorno cambierò idea, quando arriverà l’uomo giusto. Chissà. A questo punto della mia vita, però, non ci sono uomini, e io sono contenta così. «Mi sono fatta delle promesse e intendo mantenerle».
Lui fa un respiro profondo, giocherellando con l’etichetta della bottiglia di birra. «Ti ammiro. La tua felicità è importante, ed è chiaro che sei felice».
Mi rilasso un poco, valutando il suo umore. «Non sei felice?»
«In questo momento sono fuori di me dalla felicità».
Sorrido e Jack ricambia, sfacciato, allungando una mano e posandomela sul ginocchio, con una stretta leggera. Smetto immediatamente di sorridere e il mio sguardo sfreccia sulla sua mano a contatto con la mia pelle nuda. Un calore si espande in me come le crepe di un vetro rotto, e l’acqua nel bicchiere si increspa lungo i bordi. Tremo così forte che sono costretta a posare il bicchiere sul ripiano e a irrigidirmi nel tentativo di nascondere il tremore.
Alzo lo sguardo e incrocio quello di Jack, e vedo che ha smesso di sorridere e non ha più quell’espressione divertita. Lentamente, solleva la mano dalla mia gamba. Oh, Signore. Ho perso il controllo del mio mondo mentre mi toccava. In quei pochi secondi beati ho dimenticato il mio nome, il mio lavoro e le mie ambizioni. All’improvviso l’unica mia motivazione è stata Jack – toccarlo, parlargli, ascoltarlo. Questo estraneo mi ha allontanato dalla mia vita reale e mi ha portato in un altro luogo. Un luogo che mi distrae. Un luogo che mi consuma.
Mi consuma. Niente mi ha mai consumato, a parte il lavoro. Ho passato solo qualche minuto con Jack e mi sento già assuefatta all’intensità che emana. È una sensazione aliena… e spaventosa. Mi ha colta completamente alla sprovvista.
Il mio cuore ricomincia a battere e mi scuoto per tornare in vita. Alla mia vita. Alla mia vita reale. «È stato bello parlare con te, Jack. Ora devo proprio andare», sussurro, scendendo dallo sgabello. Devo scappare da lui, perché la mia mente è sottosopra e ho paura di come sto reagendo. Scelgo di fare la cosa più gentile e gli porgo la mano.
Lui annuisce, lentamente e con comprensione. «È senza alcun dubbio la decisione più saggia per entrambi».
Mi prende la mano e, giuro, esplode tutto. Come in una di quelle scene nei libri che fanno alzare gli occhi al cielo perché è così ridicolo pensare che due persone possano avere un legame così potente. Presa alla sprovvista.
«Tieni». Mi apre le dita e posa qualcosa sul palmo. «Per ricordarti di me».
Abbasso lo sguardo e vedo il tappo di una Budweiser. «Perché dovrei ricordarmi di te?», gli chiedo, guardandolo negli occhi.
«Perché questa serata passerà alla storia». Sorride e mi chiude la mano a pugno, serrando il tappo di bottiglia nella mia presa.
Ha ragione. Sarà impossibile per me dimenticare questo incontro con Jack. «E tu cosa hai per ricordarti di me?».
Allunga una mano e mi sfiora la guancia con un dito, privandomi di ogni funzione cognitiva. «Ho questo», mormora, portandosi la mano alla tempia e battendola piano con un dito. «Tutto conservato qui dentro».
Ho le ginocchia deboli e il sangue che ribolle. Non ho bisogno di un tappo perché anche io ho memorizzato il suo volto nella mente. Jack si avvicina e mi posa le mani sulle spalle, tenendomi ferma. Quando con il petto tocca il mio, le gambe mi cedono completamente e gemo, appoggiandogli la fronte sulla spalla. Oh, mio Dio, chi è quest’uomo?
Con le labbra vicino al mio orecchio, si prende qualche secondo incredibile per respirarci contro prima di parlare. «Se mai dovessi posare di nuovo gli occhi su di te, Annie, non posso prometterti che sarò in grado di fare la scelta giusta e andarmene».
Si allontana e se ne va, facendo un cenno a un suo amico, un uomo dai capelli chiari, che lo segue. Mi lancia uno sguardo curioso quando passa davanti a me, osservando la condizione ovvia in cui mi ritrovo. Che sarebbe? Colpita da un fulmine. È l’unico modo per descriverla. Mi sento come se fossi stata placcata senza preavviso, facendomi rimanere senza fiato.
Mi bruciano i polmoni, e mi rendo conto che sto trattenendo il fiato. Espiro all’improvviso, tanto velocemente e a lungo che perdo l’equilibrio e afferro il bancone.
«Ehi, stai bene?». Lizzy appare al mio fianco, spostando lo sguardo fra me e Jack che sta uscendo dal locale.
«Sì», squittisco, e poi comincio a tremare, una conseguenza dell’incontro con l’uomo più bello e intenso che abbia mai conosciuto.
«Be’, era il più gran figo che abbia mai visto», dice Lizzy, sorridendomi, prima di passare lentamente dalla sua solita espressione allegra a un cipiglio preoccupato. «Ehi, sicura di stare bene?».
Gesù, devo riprendermi. «Sì, sto bene». Scuoto la testa per tornare lucida e prendo il bicchiere d’acqua, buttandola giù a una velocità epica.
«E dov’è andato?», mi domanda Lizzy.
«Era un coglione presuntuoso», borbotto indignata, mentendo spudoratamente. È l’unico modo. Rivelare a Lizzy che il mio corpo era incendiato dal desiderio, non solo ogni volta che Jack mi toccava, ma anche per ogni parola che pronunciava, sarebbe uno sbaglio.
«Avrebbe potuto essere la scopata di ripicca che mi merito», sospira Lizzy, delusa.
«Non lo pensi davvero».
«Sì, invece. Che spreco. Te ne pentirai».
«Forse», rifletto, lanciando uno sguardo all’entrata del locale, ma di lui non c’è ombra. Se ne è andato, e non capisco perché al pensiero sento un peso allo stomaco. «Comunque, stai bene?», la distraggo, con una mossa consapevole. Devo dimenticare ciò che è successo nella mezz’ora appena passata. La decisione migliore che abbia mai preso? Cosa, lasciarmelo alle spalle? E che intendeva con “entrambi”?
«Sto benissimo», dice Lizzy, prendendomi a braccetto e accompagnandomi al tavolo.
La guardo. «Micky è precisamente l’ultima persona da considerare per la tua scopata di ripicca».
«Stiamo solo flirtando».
Noto lo sguardo che si scambiano mentre ci avviciniamo, ma sono troppo distratta per preoccuparmi della loro situazione, e ho ancora i brividi da capo a piedi. Guardo di nuovo la porta, mentre le sue ultime parole mi risuonano incessanti nella mente.
Se mai dovessi posare di nuovo gli occhi su di te, Annie, non posso prometterti che sarò in grado di fare la scelta giusta e andarmene.