Capitolo 8
Sono un fascio di nervi quando arrivo al cantiere il giorno seguente. Mi sono preparata psicologicamente tutta la notte per questo incontro, ripetendomi che posso farcela. Posso farcela. Sto per incontrare Richard. Non Jack. Spero solo che per la durata del progetto dovrò lavorare con il primo.
Colin mi viene incontro mentre salgo lungo il viale d’accesso, con un largo sorriso in faccia. «Ecco la donna dell’anno», dice, prendendo la valigetta dalle scale che portano all’edificio. «Devo andare a una riunione, quindi ti lascio con Richard». Indica dietro di me, e mi giro per vedere un tizio alto e biondo con un giubbotto catarifrangente, intento a dare indicazioni a un camion fuori strada. Sento un tuffo al cuore quando lo riconosco.
«Richard», ripeto a Colin.
«È il braccio destro di Jack».
È anche l’amico di Jack che era al pub con lui la sera in cui l’ho incontrato. «Okay». Sospiro, cercando di calmare il battito furioso del cuore. «Non c’è Jack?». Per favore, di’ di no!
«Non che io sappia. Richard è aggiornato, quindi non dovreste avere problemi. Oh, attenta». Colin mi prende per un braccio e mi sposta, per non farmi stare nella traiettoria del camion in retromarcia. Richard dà una botta al fianco del camion quando questo si ferma, poi si dirige verso di noi. So che mi ha riconosciuto quando piega la testa di lato. «Ehi. Ti conosco».
Mi sforzo di sorridere, la mente a mille. Jack gli ha raccontato i dettagli più osceni, oppure sono solo una ragazza con cui ha scambiato due chiacchiere in un pub? Non lo so, perciò faccio sparire ogni indizio di senso di colpa dalla mia espressione, o almeno ci provo, e accendo l’interruttore professionale – quello sempre più difficile da trovare. «Ciao, sono Annie». Gli porgo la mano e lui la stringe con una presa solida e mascolina.
«Piacere di conoscerti. Almeno, ufficialmente», aggiunge. La sua cordialità mi dice che non ha nessuna idea di Jack e me, il che ha senso, dato che lui è sposato.
Colin sorride e inizia a scendere il vialetto. «Vi lascio al vostro lavoro. Chiamatemi se vi serve qualcosa».
«Buona giornata», lo saluto, infilando una mano in borsa per prendere le chiavi della macchina. «Devo solo prendere il caschetto e il giubbotto».
Richard raggiunge un’auto vicina e apre il portabagagli. «Tieni, puoi usare questi». Tira fuori un giubbotto catarifrangente e un caschetto. «Forse sono un po’ larghi, ma per ora vanno bene».
«Grazie». Li accetto e li indosso. «Allora, hai i disegni?»
«Sì, li stavo giusto studiando». Fa un gesto verso l’edificio abbandonato che presto verrà trasformato in una bellissima galleria d’arte. «Ho qualche domanda. Andiamo?»
«Certo». Insieme a Richard percorro le scale che portano alla porta d’ingresso, fermandomi in cima quando sento rumore di ruote che slittano sulla ghiaia del viale. Sia Richard che io ci giriamo per vedere chi è, ma scommetto che è solo il mio cuore a minacciare di uscire dal petto quando vediamo da dove proviene il suono: un’Audi S7 color argento con Jack al volante. Oh, merda. Deglutisco e inizio immediatamente a respirare profondamente contro l’ansia crescente. Stai calma, dico a me stessa. Sono qui per una ragione, e non è Jack.
Sembra rimanere seduto al volante per un’eternità, fissando me sui gradini.
«Finalmente», borbotta Richard. «Rimane lì tutto il giorno a guardarci?». Non registro la domanda retorica, e il tremore alle mani fa scuotere i fogli che sto reggendo. Eppure, sebbene sappia che dovrei fare un passo avanti, entrare dentro e portare avanti il lavoro, le mie gambe semplicemente non vogliono cooperare.
Alla fine Jack scende dall’auto. Sembra nervoso. Un po’ scompigliato. E oltre l’imperscrutabilità della sua espressione c’è qualcos’altro. Stress. La conclusione a cui sono arrivata è rinforzata quando si passa una mano fra i capelli, frustrato, e sbatte la portiera della macchina con violenza.
«Per l’amor del cielo, non di nuovo», mormora Richard, raggiungendolo immediatamente.
Distolgo lo sguardo a fatica dagli occhi di Jack e guardo Richard, notando la mascella serrata e l’espressione incazzata. Non di nuovo? Che intende dire? Jack fa qualche passo verso il suo braccio destro, strattonandosi la giacca, con la testa abbassata. È troppo lontano da me perché io senta cosa bisbiglia Richard sottovoce, ma è chiaro che Jack ha qualche problema. Sono forse io?
Indietreggio, ingoiando la curiosità, e mi faccio strada nell’edificio. Lavoro. Concentrati sul lavoro.
Trovo il vecchio tavolo dove Richard ha posato i disegni e li fisso, giusto per trovare qualcosa da fare.
«Scusa il ritardo». La voce di Jack mi colpisce alle spalle e mi fa rizzare i peli sulla nuca.
«Non avevi detto che saresti venuto». Tengo gli occhi incollati sui fogli, lasciando cadere la borsa sul pavimento accanto al tavolo. Le sue scarpe marrone chiaro entrano nel mio campo visivo, le stesse scarpe che aveva quella notte maledetta. Chiudo gli occhi e mi impegno a calmarmi.
«Non te l’ho detto?», risponde. Sa benissimo di non avermi avvertito.
«Richard lo sa?». Devo scoprire qual è la situazione.
«No».
Tiro un sospiro di sollievo, sentendo il suono di un paio di stivali sul cemento alle mie spalle. «Okay, vediamo…». Richard si interrompe quando gli squilla il telefono. «Sì? Cazzo, sì, arrivo subito». Impreca sottovoce. «Sono arrivati i ponteggiatori e il camion è d’intralcio. Voi due continuate. Io devo andare a dare lezioni di guida».
Sbarro gli occhi di scatto, appena vedo un paio di mani familiari appoggiate sul tavolo davanti a me. Mani grandi, abili. Mani che mi hanno toccata con disinvoltura, autorità e cautela. Alzo lo sguardo, dritto di fronte a me sul muro di mattoni, rovistando nella mente per trovare qualcosa da dire riguardo al lavoro. Non trovo nulla. Nessuna parola, solo visioni di quella notte. Dovrebbe diventare più facile, non più difficile!
«Come stai?», mi chiede Jack piano.
«Bene, grazie», cinguetto, fin troppo esageratamente. Mi rimprovero per sembrare così falsa. «Tu?». Perché dovrei chiederglielo?
«Continuo a lottare». Mi sfiora un braccio con il suo e io salto al di fuori della sua portata, indicando il disegno più vicino a me.
«Vorrei che controllassi queste misure con me». Non sto nemmeno indicando dei numeri. Sto indicando delle stupide dimensioni di una finestra.
Jack allunga una mano con un dito teso e lo posa accanto al mio sulla finestra, e lo sento respirare profondamente. Segue un lungo silenzio imbarazzante, finché alla fine Jack non lo rompe. «Questi disegni sono meravigliosi, Annie. Richard e io siamo rimasti colpiti ieri».
«Grazie». Ignoro il complimento e mi raddrizzo, voltandomi verso di lui e guardando un punto oltre la sua spalla. «Facciamo un giro? Anche io ho qualche domanda».
«Perché non mi guardi?».
Abbasso lo sguardo, e nella mia testa gli urlo di mantenere la parola data. Ha promesso. Ha promesso di mantenere un atteggiamento professionale! «Da questa parte», dico, passandogli accanto diretta verso il retro dell’edificio. «C’è un albero che temo manderà all’aria l’idea del tetto di vetro».
«Okay». Jack sospira e sento il rumore dei suoi passi che mi seguono. Quando esco dalle attuali porte della veranda in pvc, indico l’ippocastano colossale che ricopre un quarto dello spazio esterno.
Jack gira intorno al tronco, guardando in alto. «Abbiamo controllato se c’è un’ordinanza per la salvaguardia di quest’affare?»
«Non c’è», confermo. «Ovviamente, però, dovremmo evitare di buttarlo giù, se possiamo. Tuttavia, per avere l’effetto completo del tetto, dovremo tagliare dei rami».
«Concordo». Jack accarezza la corteccia dell’albero, e io seguo il movimento della mano, il mio dannato corpo reagisce come se sentisse il suo tocco ancora una volta. Alzo lo sguardo e incrocio il suo, ma guardo immediatamente altrove, perché so che mi sta leggendo nel pensiero. «Chiamerò il giardiniere», dice piano.
«Grazie».
«Di nulla. Dovremo anche stare attenti alle radici quando scaveremo le fondamenta della zona ampliata. Quest’albero è una bestia». Jack guarda in alto, allungando il collo.
Trasalisco e distolgo lo sguardo, ma subito lancio un’occhiata alla sua gola, stringendo gli occhi. Cos’è quel segno sul collo?
«Come va?». Compare Richard, attirando l’attenzione di Jack che abbassa il collo e io perdo di vista la macchia. Oppure era un’ombra?
«Dobbiamo tenere d’occhio le radici, amico», dice Jack, dando un calcio al tronco con la punta del piede. «E dobbiamo chiamare i giardinieri per tagliare un po’ di rami».
«Ricevuto», conferma Richard. «Posso rubarti Annie per un momento? Devo farle qualche domanda sui tipi di acciaio».
Sì! Per favore, rubami! Fammi andare via!
«Certo», dice Jack piano, ma io sono già diretta nell’edificio prima di ottenere il suo permesso. E per tutto il tragitto mi sento il suo sguardo ardente addosso, che mi fa andare a fuoco.
«Sono io, oppure oggi fa davvero caldo?», chiedo alla schiena di Richard, tirando i lembi del giacchetto catarifrangente.
«Sei tu». Ride e indica un muro che divide due stanze. «Questo è un muro portante».
«Già», confermo. «Anche quello al piano di sopra, perciò abbiamo bisogno di un acciaio robusto. I calcoli che ho fatto sono sul disegno. Sospetto che avremmo bisogno di commissionarlo».
«Parlerò con i fabbricatori». Richard infila una mano nella tasca e tira fuori un biglietto da visita. «Ti servirà».
«Perfetto».
«Anche questo». Compare un altro biglietto, stavolta fra le dita della mano di Jack.
«Grazie». Lo prendo senza guardarlo in faccia e infilo entrambi nella tasca dei pantaloni.
«Sarà stupenda», afferma Richard. In qualsiasi altro momento, mi sentirei orgogliosa, ma ora sono troppo piena di timore per lasciar spazio ad altre emozioni.
«Colin vi ha aggiornato sulla situazione del tetto?», domando.
Richard ride. «Sì. Sei una donna coraggiosa. Se quel tetto arriva con un’ammaccatura o una crepa, i tempi dell’intero progetto salteranno».
«Ho una domanda». Jack si fa avanti, e io non riesco a trattenermi dall’incontrare il suo sguardo. Il grigio che ricordo è opaco e spento, non brillante e vivo. È ovvio che sta soffrendo, e non mi dà alcun sollievo. Anch’io sto soffrendo.
«Dimmi», continuo con esitazione, mentre la testa mi gira con tutte le domande a cui probabilmente sta pensando, e nessuna di esse legata al lavoro.
Solleva un braccio pesante e indica il mio torace. «Posso riavere indietro il mio giubbotto?».
Richard sbotta a ridere, e io divento tesa da capo a piedi, guardandomi. «È tuo?». Togliendomi velocemente il giubbotto, lo restituisco a Jack con un sorriso imbarazzato.
Lui lo prende lentamente, e poi solleva ancora il braccio verso di me. Mi ritrovo a indietreggiare appena, seguendo con lo sguardo la mano tesa mentre si sposta verso la mia testa. Che cosa sta facendo?
«E questo», dice piano, togliendomi il caschetto.
Rilasso i muscoli tesi mentre lui abbassa il braccio. «Grazie per avermeli prestati».
«Non sono stato io». Si infila il giubbotto, immobilizzandosi dopo aver infilato un braccio nella manica, e abbassa lievemente la testa verso il colletto. Quasi si acciglia, e so che ha appena sentito il mio profumo. «È stato Richard», finisce, guardando Richard come se lo odiasse.
Ho il presentimento che quel giubbotto subirà un lavaggio ad altissima temperatura per eliminare il mio profumo non appena Jack tornerà a casa. Forse finirà anche nella spazzatura. Sistemandosi il colletto, piega il collo, e li vedo un’altra volta. Dei segni, ma ora che sono più vicina riesco a vedere che sono quattro linee perfette. Graffi?
«Che cosa hai fatto?», gli chiedo prima che me ne renda conto, sollevando la mano per toccargli delicatamente la gola sotto uno dei segni rossi.
Jack si immobilizza, gli occhi spalancati trafiggono incandescenti i miei preoccupati. Cala il silenzio per qualche teso istante; nemmeno Richard dice una parola. «Non è nulla». Jack si ritrae dal mio tocco e ritorna sui disegni. «Abbiamo anche le misure della porta a soffietto qui?», chiede.
Guardo Richard, lasciandomi ricadere il braccio lungo il fianco. Lui mi guarda con gli occhi socchiusi e scuote la testa, l’espressione arrabbiata e le labbra tese in una linea dritta. «All’angolo in basso a destra», risponde al posto mio.
«Sono cambiate. Sul disegno che ho io la larghezza è di cinque metri».
«Colin voleva più luce», dico piano, con la testa che mi gira. Che cosa è successo?
«Rifai i calcoli», ordina Jack bruscamente, e Richard annuisce. «Devo andare».
Senza neanche degnarci di uno sguardo, Jack esce infuriato, lasciando me e Richard in piedi in un silenzio imbarazzato. So che non ho il diritto di chiederglielo, e so che davvero non dovrei, ma…
«Non fare domande», grugnisce Richard, seguendo i passi di Jack. Rimango dove sono per qualche momento, stupita e in silenzio, e una volta trovata la volontà di muovermi, mi sposto a passi pesanti, e raccogliendo la borsa mi dirigo verso l’uscita.
L’auto di Jack è ancora sul vialetto, lui seduto al volante, la portiera aperta e Richard chino su di lui. Anche se parlano piano, capisco che si stanno scambiando parole forti, e Richard posa una mano sulla spalla di Jack. È un gesto rassicurante, che non fa altro che aumentare la mia curiosità, non importa quanto provi a sopprimerla.
Rimango lì in piedi, a osservarli silenziosamente mentre parlano, e la testa di Jack si abbassa sempre di più. Finché non solleva gli occhi e mi sorprende a guardarlo. L’espressione impassibile e lo sguardo severo mi rendono impossibile ogni mossa. Sostengo lo sguardo, lui fa altrettanto, e c’è elettricità fra i nostri corpi lontani come se si stessero toccando. Rivedo tutto di nuovo, ogni secondo di quella notte, nitidamente e nel dettaglio. Comincio a respirare lentamente, e anche il petto di Jack si alza e si abbassa come il mio.
Solo quando Richard si tira su entrambi torniamo alla realtà e Jack afferra la portiera, chiudendola con uno strattone. Fa praticamente una sgommata sulla ghiaia e mi lascia lì con una mente che viaggia e Richard che scuote la testa per la disperazione mentre ritorna verso l’edificio.
«Tutto okay?», gli chiedo quando mi passa accanto, incapace di trattenere la preoccupazione fuori luogo.
«Problemi personali», borbotta Richard, scomparendo oltre la porta.
Mercoledì sera, mentre arrivo nell’inferno della periferia, intravedo mio padre in giardino intento a potare la siepe. La serranda del garage è aperta e la sua vecchia Jaguar è sul vialetto, lucida come appena comprata nonostante abbia venti anni. Quando parcheggio in fondo al vialetto, lui alza lo sguardo e aggrotta la fronte. «Non mollarla lì!», urla, agitando le cesoie in aria. «Fa più disordine nella via!».
Alzo gli occhi al cielo e alzo le braccia in aria. «Allora dove la parcheggio?».
Lui sbuffa e grugnisce e si avvicina alla Jaguar. «Dietro a Jerry».
«Jerry la Jaguar di merda», borbotto, inserendo la prima e immettendomi nel vialetto. L’espressione di mio padre è una maschera di terrore mentre mi fermo con uno stridio a pochi centimetri dal paraurti della sua preziosissima auto. Scendo proprio quando mia madre esce di casa, con un grembiule legato alla vita per proteggere la gonna a balze. In mano tiene una ciotola e un cucchiaio di legno. «Ciao mamma!».
«Annie, cara!», intona, felice di vedermi.
Chiudo la portiera e passo davanti a mio padre, che sta ancora fissando il paraurti della sua Jaguar, come se fosse preoccupato che la mia Golf sudicia possa tirare fuori la lingua e insozzare la vernice lucida. «Come stai?», le chiedo, dandole un bacio sulla guancia quando la raggiungo sulla soglia di casa.
«Benissimo!». Mi segue in cucina e sento il profumo che speravo di non sentire mai più quando vivevo qui. Mi fermo e lo assaporo. «Pollo arrosto», sussurro.
«Sai che a tuo padre piace l’arrosto, cara». Posa la ciotola sul ripiano e si pulisce le mani sul grembiule. «Ci vuole una giornata per preparare il pollo e l’impasto per lo Yorkshire pudding». Alza gli occhi al cielo come se fosse una seccatura. Non so perché. Vive per perdere tempo dietro a lui.
«Sto morendo di fame», dico, mettendo su il bollitore. Ho bisogno di questo. Di una cena preparata da mia madre. Di cibo consolatorio.
«Bene!», esclama. Le ho migliorato la giornata. Ora può viziare ben due persone. «E ho fatto anche un crumble!».
Mi viene l’acquolina in bocca. I crumble di mamma sono spaziali. «Non vedo l’ora!».
Mi lancia uno sguardo sospettoso. «Sembri stressata».
Sollevo le cartelle con i documenti per mostrargliele. «Lavoro», mento. Il lavoro non mi stressa. Adoro lavorare. Sono stressata per via di uomini bellissimi e sposati che si dimenticano di avvertirmi di essere sposati. «Ti dispiace se uso il portatile sul tavolo in sala da pranzo?».
Sorride, e il sospetto sparisce dal suo sguardo all’istante. È così facile mentirle, così immersa nel suo piccolo mondo ideale, a cucinare e a viziare mio padre. Sverrebbe se venisse a sapere che cosa ha fatto ultimamente la figlia. Adulterio. Il massimo peccato.
«Te lo libero». Va immediatamente in sala da pranzo. «Però dovrai sederti a una estremità così posso apparecchiare per cena».
«Grazie, mamma. Ti serve aiuto?», domando, tirando fuori delle tazze da tè e la teiera dalla credenza prima che la mia mente possa essere nuovamente risucchiata nella spirale dei miei peccati.
«Tu fa’ il tè, cara. E ricorda che a tuo padre piace con mezzo cucchiaino di zucchero».
«Che Dio mi aiuti se mettessi un granello in più», dico fra me e me, misurando mezzo cucchiaino alla perfezione per poi versarlo nella tazza.
«Come hai detto?»
«Niente!», rispondo, chiedendomi come ho fatto a vivere con loro nell’ultimo anno. Poi mi chiedo per la prima volta se a mia madre piaccia davvero passare la vita a servire mio padre per ogni minima cosa. È il suo unico scopo, specialmente da quando lui ha venduto la ditta ed è andato in pensione. Lo vizia. Non aveva aspirazioni, non ambiva a nessuna carriera, tranne fare la madre casalinga. Ora che sono adulta, passa il tempo a perdere tempo. A cincischiare in casa, in giardino, a viziare mio padre, e anche me quando vengo a trovarli. Somiglio a mia madre, con i capelli scuri e gli occhi verde chiaro, ma le somiglianze finiscono qui. Lei cincischia. È tutta d’un pezzo. Io, al contrario, non lo sono. Io mi scopo gli uomini sposati.
«Dovresti vergognarti!», abbaia mio padre entrando in cucina armato delle cesoie.
Io sobbalzo al suono della sua voce. Ha sentito i miei pensieri? Oh Dio, lo sa. Sa cosa ho fatto! Delle gocce di sudore – sudore colpevole – cominciano a formarsi sulla mia fronte. Mi diserederanno.
«La tua macchina è una disgrazia assoluta», continua lui. Mi reggo con le mani al lato del ripiano della cucina per rimanere in piedi. Merda, sto diventando paranoica.
«Se vuoi puoi lavarla», mormoro, riprendendomi per poi finire di preparare il tè prima di porgergli la sua tazza. Osserva il tè con cautela, e so che è perché non è stata mia madre a prepararlo. «Mezzo cucchiaino», confermo prima che me lo chieda.
Posa le cesoie, scatenando un urlo di orrore in mia madre. «Stanley, santissimo cielo!». È qui in un lampo per toglierle di mezzo. «Ora dovrò di nuovo pulire il ripiano!».
Papà alza gli occhi al cielo e gira i tacchi. «Be’, l’ultima volta che l’hai disinfettato è stata un’ora fa, June. Io vado in garage».
«Sì, caro», cinguetta mamma, senza nemmeno una briciola di fastidio di fronte all’irritabilità di mio padre. Non so come ci riesce. Da quando è in pensione, è diventato un tale brontolone.
«Io vado in sala da pranzo», dico, lasciando mamma a strofinare il ripiano. Mi parcheggio al tavolo di legno scuro degli anni Novanta e accendo il computer, assorta mentre si avvia. Pessima mossa, ma quei segni sul collo di Jack mi sono rimasti in mente, ora accompagnati dalla faccia di Jack e quella della moglie.
«Lavori troppo», dice mia madre, togliendo un minuscolo granello di polvere dalla superficie lucida della credenza.
«È così che le persone arrivano al successo, mamma».
«E che ne è delle altre cose della vita?»
«Per esempio?»
«Per esempio un marito e dei figli. Quando mi farai diventare nonna?».
Nipoti? Rido fra me e me. Altre persone che può viziare. «Dammi una possibilità, mamma».
«Be’, sei quasi arrivata ai trenta». Indica con un cenno della testa i disegni sparpagliati sul tavolo di fronte a me, mentre io la guardo incredula. «Ti rende davvero felice, Annie?».
Deglutisco e torno a guardare il computer. «Sì. Felicissima».
La sento sospirare, e mi lascia al mio lavoro in silenzio. «Forse quando arriverà l’uomo giusto penserai a qualcos’altro oltre al lavoro».
Chiudo gli occhi, accasciandomi sulla sedia. Penso già a qualcos’altro oltre al lavoro. Solo che non è lui l’uomo giusto.
Dopo una cena piacevole con i miei, raccolgo le mie cose e li saluto entrambi con un bacio, con la promessa di farmi vedere nel fine settimana. Scorro le email mentre mi avvicino alla mia auto, cercando quelle che mi terranno sveglia fino a tardi. Me ne salta all’occhio una della ditta francese che costruirà il mio favoloso tetto di vetro, e aggrotto la fronte quando la apro, sperando che la realizzazione sia a buon punto come avevano promesso.
«Oh, merda», sospiro, leggendo velocemente l’email. «No, no, no!».
Apro la portiera dell’auto e getto le borse sul sedile del passeggero, poi mi butto dietro al volante.
«Come si può calcolare male il peso?», chiedo al telefono, rovistando nella borsa da lavoro per prendere la calcolatrice e i disegni.
Infilo di fretta le chiavi, sperando veramente che non abbiano commesso uno sbaglio. Se il tetto è di duecento chili più pesante di quanto avevano stimato, manderà all’aria tutti i calcoli degli ingegneri.
«Cazzo!». Sbatto la testa contro il poggiatesta quando la cifra sulla calcolatrice corrisponde ai dati aggiornati nell’email. «Stupidi idioti!».
Metto in moto la macchina ed esco rapidamente dal vialetto in retromarcia, dicendo addio all’idea di andare a letto presto.
Quando arrivo al cantiere, il sole è tramontato e il viale è pieno zeppo di cassoni, impalcature e materiali, e le due entrate sono bloccate da transenne di sicurezza. Parcheggio in fondo alla via e prendo le mie cose, alla ricerca di una soluzione al grave imprevisto. Non me ne viene in mente nessuna, e al solo pensiero che potrei dover rinunciare al mio tetto di vetro mi viene da piangere.
Ovviamente, ignoro i segnali di avvertimento posti su tutte le transenne metalliche che mi dicono di non accedere all’edificio, apro uno dei pannelli, e mi infilo. Entro e corro subito verso il retro, dove verrà costruita l’estensione a partire dal muro posteriore esterno. Accendendo la luce, tiro fuori i disegni e trovo i calcoli che mi servono mentre apro l’email con il nuovo peso del tetto. Mi ci vogliono più o meno dieci secondi per arrivare alla conclusione che il tetto non ha alcuna possibilità di essere sostenuto dalla struttura in acciaio proposta senza un altro muro portante. E qui non c’è un altro cazzo di muro portante che posso usare. Mi si spezza il cuore, e mi strofino la fronte per scacciare via il mal di testa fulmineo.
Pamf!
Sobbalzo e mi giro di scatto, spostando la mano dalla testa al petto. Che cosa è stato? Osservo lo spazio intorno a me, guardinga. «Chi c’è?».
Pamf!
E il battito mi accelera.
Pamf!
Prendo il cellulare, spostandomi con cautela nella direzione da cui proviene il suono.
Pamf!
Il rumore continua, costante e uniforme, e io mi fermo, chiedendomi che cosa diavolo penso di fare avvicinandomi. Dovrei chiamare la polizia, ma proprio quando faccio per tornare indietro, pronta ad andarmene, sento qualcuno imprecare piano. La voce mi fa tornare verso il suono, e, girato l’angolo, trovo la porta del giardino aperta. Mi manca il respiro quando vedo la fonte del rumore, e mi appoggio allo stipite per reggermi in piedi.
Pamf!
Jack sbatte il badile nel terreno e mette un piede sul lato superiore, spingendolo giù prima di sollevare la pala e gettare via la terra. Il mio corpo si rilassa e il telefono mi scivola di mano, finendomi ai piedi. Lui si gira rapidamente e io quasi cado a terra vedendolo con un paio di jeans sporchi, il petto nudo e sudato, il torso muscoloso che luccica nella luce soffusa. Ha i capelli umidi e il volto macchiato di fango. Oh, Signore abbi pietà.
«Annie?». Jack si fa avanti, stringendo gli occhi, come se non fosse sicuro di aver visto bene.
Deglutisco e distolgo lo sguardo alla vista incantevole del suo petto nudo e della faccia sporcata quasi con arte. «Scusa, non pensavo ci fosse qualcuno».
«Sto solo…». Si interrompe, e io lo guardo negli occhi. «Scavando un pozzo di prova».
«Non dovrebbero farlo i tuoi operai?», domando, sicura che nessuno di loro starebbe così bene come Jack mentre scava una fossa.
Lancia uno sguardo all’ammasso di terra che ha formato, infilando la pala nel terreno accanto a sé. «Mi piace sporcarmi le mani ogni tanto», mi dice piano.
«Alle otto di sera?».
Mi guarda mentre mi chino per prendere il telefono. «Che ci fai tu qui?».
Mi cade di nuovo l’occhio sui graffi che ha sul collo, sebbene ora siano meno visibili di ieri mattina. «C’è un problema con il tetto».
Corruga la fronte bellissima, confuso. «Che problema?»
«Oh, non è niente». Ignoro la sua domanda e indietreggio, consapevole di dovermene andare. È già difficile rimanere in sua compagnia, quando la mia forza di volontà e la mia coscienza sono costantemente messe alla prova, ma in questo momento, quando è mezzo nudo, sudato e con i muscoli guizzanti, è più che pericoloso. «Devo solo controllare delle misurazioni».
«Alle otto di sera?», chiede, con un sorrisetto. È solo un accenno di quello abbagliante che ho visto e amato, ma è comunque stupendo. Invitante. Rassicurante. Rende molto più facile fidarsi di lui.
«A dire la verità, è un problema». Cedo con un sospiro, dubitando silenziosamente del mio bisogno di dirglielo. Dovrei andarmene. Uscire. Allontanarmi da questa situazione. «Quelli che stanno realizzando il tetto hanno fatto una cazzata monumentale». Faccio spallucce. «Sto cercando di trovare un modo per rimediare, e non mi viene in mente nulla».
Jack fa un passo in avanti, e di conseguenza io mi sposto d’istinto indietro. Si ferma, guardandomi attentamente. «Vuoi mostrarmelo?»
«Sì». La risposta arriva senza esitazione, con mia sorpresa, e lui sorride, stavolta più apertamente, avvicinandosi un po’ di più al sorriso accecante tipico di Jack Joseph. Mi ritrovo a ricambiarlo, incapace di trattenermi. «Grazie», aggiungo.
Lascia cadere il badile e mi raggiunge, e il mio maledetto sguardo è incollato al suo per tutto il tempo, lo stomaco impegnato a fare le capriole, finché non si ferma a pochi passi da me. «Dopo di te», mormora.
Mi giro velocemente e torno dentro, sentendolo proprio vicino. Mi illumino, e chiudo gli occhi per pregare in silenzio di trovare la forza. Perché ho accettato il suo aiuto? Lancio uno sguardo oltre la spalla mentre entriamo nella stanza enorme sul retro, e incontro nuovamente i suoi occhi. «Dovresti metterti una maglietta», dico di punto in bianco, rivelando i miei pensieri.
«Dovrei?». Si guarda il petto. «Ti distraggo?». Il sorriso provocante che fa guardandomi da sotto in su scatena una scarica di tuffi al cuore.
Scuoto la testa e torno a concentrarmi sul tragitto davanti a me, mettendo subito in chiaro che non darò spago al suo corteggiamento. «Carino».
«Anche tu sei carina».
Le sue parole, un richiamo di quella notte, mi fanno vacillare troppo perché lui non lo noti. Ignoralo, lancio come avvertimento a me stessa, ricomponendomi e sforzandomi di rimanere calma, e, una volta arrivata al tavolo con i disegni, indico con un dito tremante quello in questione. «Hanno sbagliato a calcolare il peso del tetto».
All’improvviso, mi circonda il polso con una mano, e tutto il mio maledetto corpo prende fuoco. Lo guardo negli occhi, tendendo ogni muscolo per combattere quel calore. «Perché tremi?», mi chiede, stringendomi il polso.
«Perché mi rendi nervosa». Lo ammetto direttamente, e me ne pento subito. «Voglio dire…». Le parole muoiono prima che possa pronunciarle. Non potrei rimangiarmele. «Per favore, Jack», lo imploro. «Possiamo limitarci al lavoro?».
Allenta piano la presa e posa le mani sul tavolo. «Giusto. Il lavoro», dice, osservando i disegni. «Di quanto hanno sbagliato?».
Lo ringrazio in silenzio per essere così professionale, sebbene abbia deciso di ignorare la mia richiesta di coprirsi il magnifico petto. Il suo odore è forte da così vicino, il corpo quasi a contatto con il mio. «Duecento chili».
Fischia, confermando che mi ritrovo in un mare di merda. «Non sono un ingegnere edile, ma perfino io so che ci mette nei guai fino al collo».
Mi affloscio accanto a lui. «Lo so».
«Rallenterà davvero i lavori».
«Lo so». Mi affloscio un po’ di più.
«E abbiamo quattro mesi prima dell’inaugurazione di Colin. Siamo già stretti coi tempi».
Colpisco il tavolo con le mani e abbasso la testa. «Vuoi dirmi qualcosa che mi farà sentire meglio? Speravo in un miracolo».
Lui fa una risata, leggera e adorabile. «Sono un costruttore, non faccio miracoli, Annie».
Metto il broncio, sempre più avvilita ogni momento che passa. «Mi viene da piangere». Il mio favoloso progetto è solo un progetto normale senza quel tetto.
«Sei bellissima quando metti il broncio», dice Jack piano.
Tolgo subito l’espressione imbronciata e stringo le labbra. «Tu sei bellissimo sempre». Mi guardo intorno, sorpresa. Chi l’ha detto?
Jack ride, e il suono sembra alleviare i miei problemi. Per un secondo, tutto il resto scompare e tutto ciò che importa è ascoltare la sua risata. «Rimaniamo sul professionale, per favore», mi prende in giro.
«Hai cominciato tu». Scuoto la testa dallo sgomento, e penso che dovrò presto riparare il filtro fra cervello e bocca. Sento il suo sguardo sul mio profilo, e con la coda dell’occhio lo spio di nascosto, valutandolo e osservandolo. «Perché sei qui a quest’ora?», gli chiedo, temporeggiando per riparare quel filtro. Non credo proprio che gli piaccia sporcarsi le mani ogni tanto. C’è dell’altro dietro, e sebbene mi stia condannando da sola, non posso fare a meno di pensare a Jack e alla moglie.
«Avevo bisogno di uscire di casa». È una risposta molto sbrigativa, e per una volta è lui a non guardarmi negli occhi, abbassando piuttosto lo sguardo sui disegni.
Questa ambiguità non fa altro che accrescere la mia curiosità. «Per prendere aria?», domando.
«Qualcosa del genere».
Fisso il suo profilo mentre la mia mano vive di vita propria e fa per toccargli il collo, dove i graffi sembrano ardere. Jack mi afferra la mano prima che possa toccargli la pelle, e così facendo ci fissiamo. L’opacità di prima riconquista un po’ di brillantezza mentre sostiene il mio sguardo e mi tiene la mano, intrecciando delicatamente le dita alle mie.
Seguo con lo sguardo l’intreccio di dita, e l’immagine si trasforma nel groviglio dei nostri corpi sudati che si muovono in un letto di hotel, si baciano selvaggiamente, l’aria che risuona di gemiti. Mi perdo in quei pensieri, la mia mente ora è un tunnel, il corpo sopraffatto da quelle sensazioni.
«Sei di nuovo nell’hotel, vero?», sussurra Jack, chinandosi per guardarmi negli occhi. «Rivivi quella notte come faccio io ogni singolo cazzo di minuto della mia vita».
Non riesco a parlare. A muovermi. L’ondata di emozioni mi ha paralizzata, lasciandomi alla mercé dell’uomo che mi ha consumato la mente, il corpo e l’anima da quando mi ha incontrata in quel pub.
«Te lo leggo negli occhi, Annie». Si avvicina, e il calore del suo respiro che mi colpisce la faccia si diffonde nel mio corpo come un incendio incontrollato. Mi rapisce, mi fa andare fuori di testa. La moglie. Che sto facendo?
Tiro via in fretta la mano, girandomi verso il tavolo e afferrandone il bordo per sorreggermi. Fisso i disegni, con il capogiro. «Me l’hai promesso».
«Cristo, Annie, come diavolo ci riesci? Lo fai sembrare facile».
«Perché lo è», sbotto rivolta al tavolo. «Perché per me non c’è niente, quindi smettila. Stai perdendo tempo». Faccio una smorfia ascoltando le mie parole feroci, ma devo rimanere forte. Facile? Pensa che sia facile? Il solo pensiero mi fa infuriare.
«Mi dispiace», sussurra, con dolore.
La sua sincerità manda all’aria la mia forza di volontà. È già dolorosamente difficile affrontarlo a livello professionale. È doloroso, ma fattibile. Mi sento già consumata dal senso di colpa, mi vergogno di me stessa. Questo è impossibile. C’è ancora una profonda sintonia tra noi a prescindere da quanto io mi sforzi di ignorarla. Ma ciò non vuol dire che posso assecondarla.
«Dovrei andare». Mi allontano, agitata; il problema del lavoro è dimenticato e l’urgenza di togliermi da questa situazione ormai domina la mia mente. Afferro le borse ma lascio i disegni, conscia che ci vorrebbe troppo tempo per piegarli tutti. Devo uscire di qui ora prima che l’attrazione e il desiderio abbiano la meglio su di me. Prima di cedere alla pressione del suo attacco, perché sarebbe fin troppo facile lasciarmi nuovamente cadere fra le sue braccia. Così facile. Tuttavia, le conseguenze e le ripercussioni sarebbero insopportabili.
Corro via di fretta, ansiosa di arrivare a casa e infilarmi un po’ di sale in zucca e di farmi forza.
«Annie, aspetta!», mi chiama Jack.
Ignoro le sue suppliche e continuo a camminare, consapevole che se mi fermassi sarei spacciata.
«Annie!».
Esco all’aria aperta e scendo velocemente le scale, ma mi fermo all’improvviso quando Jack mi supera e mi blocca il passaggio. «Jack, per favore, non farlo». Ho il respiro affannato, non solo perché sto fuggendo da lui.
«No, lo prometto». Fa un passo indietro, facendomi spazio, con le mani alzate in segno di resa. «Scusa».
Lo fisso con un’espressione sicura e tagliente. «Allora. Lasciami. Andare», dico con lentezza, guardandolo respirare profondamente. Finalmente, dopo quella che sembra un’eternità, si sposta per farmi passare.
Corro via, combattendo contro l’attrazione magnetica che cerca di riportarmi da lui.
L’attrazione a cui diventa sempre più difficile resistere.