Capitolo 26
Mi sono trascinata durante questa settimana di lavoro, barcollando alla cieca da incontro a incontro, sforzandomi di rimanere calma. È stata la battaglia della mia vita, impegnata a scacciare costantemente il tremore nella voce e le lacrime sempre pronte a sgorgare. Quando sono stata a casa, l’appartamento era immerso nell’oscurità mentre io mi nascondevo dal mondo e mi sforzavo di trovare la determinazione di cui ho bisogno per compiere i passi successivi nella mia vita.
A parte le riunioni e gli impegni di lavoro, sono uscita soltanto due volte in quest’ultima settimana. Per andare dal dottore, e poi alla clinica privata. Lizzy mi ha accompagnato, sostenendo la mia decisione.
Speravo che un altro test potesse risultare negativo. Ho sperato invano. Un’ecografia mi ha rivelato che sono incinta di sei settimane. Un colloquio con una signora gentile che lavora in clinica mi ha aiutato a prendere la mia decisione. È quella giusta. Non posso farcela da sola, ma, cosa più importante, non posso lasciare che ogni cosa mi ricordi Jack per il resto della mia vita. Nessun bambino merita una madre single piena di amarezza e rimpianti.
Lizzy mi ha supportato costantemente. Non mi ha sputato addosso nessun “te l’avevo detto”. Mi è solo stata accanto, mi ha abbracciato quando mi ha visto andare alla deriva e si è assicurata che mangiassi. È rimasta qui tutta la mattina per aiutarmi ad affrontare la giornata. Domani non sarò più incinta. Se mi mettessi a pensare alla portata di questa scelta, senza dubbio cadrei nelle profondità più buie del pozzo sull’orlo del quale rimango in equilibrio, e non riuscirei più a risalire. L’apatia è più semplice. È l’unico modo in cui posso essere sicura di attraversare questa fase orribile della mia vita. E me la sono cercata io. Me lo merito.
Il karma non è solo uno stronzo. È un barbaro psicopatico.
Lizzy mi porge la borsa piena di tutto ciò di cui avrò bisogno in clinica, insieme alla borsa grande di pelle. «Che ne dici di decorare questa camera?», dice, distogliendo i miei pensieri dalla nostra meta. «Quando ti sei ripresa da…». Le parole svaniscono in un soffio d’aria.
«Dall’aborto», finisco io per lei. «Puoi dirlo, Lizzy».
Lei allontana lo sguardo, pensierosa, ma non dice cosa sta pensando. Lo so perfettamente. Ne sono sicura? Me l’ha chiesto senza giudizi o disapprovazione almeno una dozzina di volte. La mia risposta è sempre rimasta la stessa e coerente. Sì. Ogni volta, sì.
«Pronta?», mi chiede.
Annuisco ed entriamo nella sua auto. Il viaggio è silenzioso ma non per il disagio. Appena arriviamo la clinica privata a Londra Nord sembra accogliente. All’esterno è stata decorata troppo con cespugli, vasi di fiori e piante, che la fanno sembrare un posto allegro. Sorrido all’ironia della situazione. La segretaria è fin troppo amichevole e gli interni sono oltremodo confortevoli. È tutto esagerato. Lizzy mi annuncia alla reception mentre mi siedo, guardandomi intorno nella sala d’attesa con le altre donne – tutte più giovani di me, alcune chiaramente con le madri. Ragazze giovani che si sono messe nei guai. Ragazze giovani che sono venute qui per farsi aspirare il loro problema. Sussulto a questi miei pensieri strazianti, e guardo Lizzy quando mi porge una cartellina.
«Devi riempire questo», dice, poi si siede accanto a me e mi dà una penna.
Poggiando il modulo sulle gambe, riporto i miei dati – nome, indirizzo, data di nascita. È tutto molto chiaro, ma ogni volta che la punta della penna incontra la carta, inizio a tremare terribilmente senza riuscire a scrivere le risposte semplici.
«Lascia», interviene Lizzy gentilmente, liberandomi da quel compito. «Faccio io».
«Grazie». Torno a studiare le donne che mi circondano, e alcune di loro mi guardano. Scommetto che si stanno chiedendo quale sia la mia storia, proprio come io mi domando quale sia la loro. Siamo tutte qui per la stessa ragione, però, cioè per porre rimedio alla situazione in cui ci siamo ritrovate, a prescindere da come sia successo per ognuna di noi. Mi chiedo se tra loro qualcuna abbia mai immaginato di finire qui. Mi chiedo se i loro peccati sono gravi come i miei. Abbiamo tutte una cosa in comune, ma loro sono qui per ragioni valide? E le mie? Mi guardo la pancia, ricordando a me stessa che questa è la decisione migliore.
«Annie», dice piano Lizzy, indicando il modulo con la penna e guardandomi dispiaciuta. «Cosa vuoi che scriva qui?».
Mi chino e leggo la domanda. La ragione per cui intraprendo la procedura. Non so cosa mi sia preso. Inizio a ridere, attirando la curiosità di tutte le presenti, eppure non ne sono imbarazzata, né mi fa smettere. Prendo la cartellina dalle mani di Lizzy, ignorando il suo volto allarmato mentre continuo a ridacchiare.
Poi scrivo la risposta meno appropriata che immagino sia mai stata scritta in uno di questi moduli. Riporto nel riquadro una versione ridotta della mia vita in questi ultimi mesi. Scrivo della moglie, della sua gravidanza, e termino con un “Scommetto che non verrà qui a farsi aspirare via il bambino dalla pancia”. Firmo dove indicato, sbatto la penna sulla cartellina e spingo il modulo in grembo a Lizzy. Poi la mia risata si trasforma bruscamente in singhiozzi che mi sconquassano tutto il corpo. Mi copro il viso con le mani e lascio che le lacrime si riversino su di esse.
«Oh, merda, Annie», sospira Lizzy, posando la cartellina ai suoi piedi per abbracciarmi, calmarmi. «Non è troppo tardi», mi conforta, strofinandomi la schiena. «Non puoi farlo finché non sei sicura al cento per cento. Non ti lascerò fare altrimenti».
È più che tardi. «Sono sicura», piango, mento, staccandomi da Lizzy e asciugandomi gli occhi.
Tutti i pensieri che ho spinto con prudenza nelle parti più profonde della mia mente si ripresentano violenti mentre siedo qui nella sala d’aspetto, in attesa di essere chiamata per liberarmi di ciò che mi ricorda Jack. Una rabbia inaspettata inizia a ribollirmi in pancia. Mi concentro sulla perfezione della stanza, sull’atmosfera rilassata, sulla cortesia dello staff e sullo sfarzo dell’ambiente. Tentano di far sentire a proprio agio chiunque entri da quella porta. Di far dimenticare. Perché una cosa orrenda come l’aborto non potrebbe mai succedere in un posto così piacevole.
«Signorina Ryan?». Alzo lo sguardo e vedo un altro membro sorridente dello staff in piedi accanto a me. «Siamo pronti. Se mi vuole seguire, per favore». Mi indica la direzione.
Vuole? Voglio seguirla? Mi alzo in piedi con l’aiuto di Lizzy e inizio lentamente a camminare, le gambe pesanti, il cuore ancora di più.
Ci fanno entrare in una stanza. Altro lusso. Mi indicano una sedia. Altro comfort. Un’infermiera mi parla. Altra cortesia. Firmo alla cieca altri moduli con la bella penna argentata dell’infermiera. Mi sento come se fossi uscita dal mio corpo. Sono in piedi di lato, a guardare le persone che mi parlano mentre sono lì con l’aspetto di uno zombie, e qualcuno mi tiene la mano per confortarmi. Lizzy è accanto a me, a rispondere alle domande, ad aiutarmi.
È sfocato. È tutto sfocato. Sono circondata da attività al rallentatore e dal ronzio del rumore bianco. Annuisco quando penso di dover annuire e mi alzo per lasciare che Lizzy mi aiuti a infilarmi un camice. Poi mi guidano in un’altra stanza, e Lizzy mi tiene la mano finché non è costretta a lasciarla quando sono fuori portata. Sento il suo singhiozzo represso mentre entro in una stanza asettica e bianca. C’è un lettino e degli strumenti medici ovunque io mi giri – strumenti medici che uccideranno il mio bambino. Inizio a respirare velocemente, il corpo freddo fino al midollo, ma sudato. Non voglio farlo. Non riesco a parlare quando mi prendono per mano, non riesco a parlare per dire che ho cambiato idea. Mi aiutano a salire sul lettino duro. Appare un volto cordiale, che fluttua sopra di me e muove la bocca, ma io non sento ciò che dice. Sento una morsa allo stomaco e mi gira la testa.
Tutto ciò che sento è ferma!
Fermali!
Sento dei colpetti sul dorso della mano, vedo un ago che si avvicina. «No», biascico. «Non pos…». Le parole si spengono lentamente.
Poi diventa tutto nero.
Mi sento intontita, esausta e nauseata. Il calore emanato dal mio corpo è insopportabile, eppure sto tremando in maniera incontrollabile. Mi sposto un poco, sentendo un lenzuolo leggero muoversi sul mio corpo. Poi apro gli occhi. E ricordo dove sono. E un dolore intenso si fa sentire e mi fa torcere lo stomaco. Mi giro su un fianco e vomito con conati lunghi e dolorosi. Ma non esce nulla. Solo bile.
Comincia subito un’attività frenetica, arrivano infermiere da ogni direzione. «Annie!». La voce affranta di Lizzy mi fa male alle orecchie e io mi lamento, ricadendo supina. «Annie, mi senti?». Sbatto le palpebre, in attesa che la vista si schiarisca, e quando succede la vedo sospesa sul letto con il terrore puro che le distorce il bel viso. Ma riesco a concentrarmi su di lei solo per pochi secondi, perché qualcuno alle sue spalle cattura la mia attenzione.
Jack.
Sembra essere sotto shock, immobile e in silenzio sullo sfondo mentre gli altri si danno da fare intorno a me, chiedendomi come mi sento. Insensibile. Non sento nulla.
Avvicinandosi lentamente, con lo sguardo tormentato fisso nel mio, si ferma accanto al letto. «Perché non me l’hai detto?».
Io guardo altrove, in lacrime, vergognandomi di me stessa. È troppo tardi ora.
Posa la mano sulla mia e si siede sul bordo del letto. «Annie, guardami», mi ordina con un tono brusco. Mi rifiuto, piena di rimorsi.
«Signore, devo chiederle di spostarsi», dice un’infermiera, indicando a Jack seccamente di scansarsi.
«Un minuto!», sbotta Jack, rimanendo fermo. «Mi dia solo un minuto». Mi prende il viso fra le mani e mi fa voltare verso di lui, costringendomi a guardarlo. Ad affrontare quello che ho fatto. Ha le lacrime agli occhi. «Che pensavi di fare?»
«Signore, per favore. Devo controllare la pressione di Annie».
La mascella di Jack comincia a pulsare e la pressione delle sue dita si fa più decisa sulle mie guance. Sobbalza e solleva lo sguardo quando Lizzy lo prende per un braccio, incoraggiandolo a spostarsi e a lasciare all’infermiera lo spazio che le serve. Jack è costretto a mettersi da parte e rimane a guardare mentre l’infermiera fa il suo lavoro.
«Come ti senti, Annie?», mi domanda la donna mentre preme un bottone su un macchinario accanto a me e mi infila un aggeggio sulla punta del dito.
«Bene», borbotto, e la fascia attorno al braccio inizia a gonfiarsi.
«È una buona cosa». Annota la mia pressione sanguigna sul tablet che ha in mano prima di togliermi la fascia dal braccio. «Ti aiuto a metterti seduta, va bene?». Mi tira un po’ su e io riesco a sedermi con una facilità sorprendente. «In che guaio ti sei cacciata», ridacchia. «Le pazienti di solito svengono prima di arrivare in sala operatoria, non sul tavolo».
La guardo confusa. «Come?»
«Sei svenuta, cara», dice con un tono pratico. «Non siamo neanche riusciti a farti l’anestesia. Sei diventata bianca come un lenzuolo! Non preoccuparti, però. Sei ancora in tempo per l’intervento se il dottore ritiene che tu stia abbastanza bene».
Spalanco la bocca e guardo Jack. «Non ne avrà bisogno», ringhia.
«Sono ancora incinta?», borbotto stupidamente.
«Sì, cara. Pensi di poterti alzare?». Mi guarda con le sopracciglia alzate. Non lo so. Le gambe mi sembrano ancora inutili, ma sento chiaramente dei formicolii ora. Sono ancora incinta? Guardo Jack, confusa e scioccata. Che ci fa qui?
Incurva un po’ le spalle quando si avvicina, insistendo per sostituirsi all’infermiera. «Ci penso io». Sembra incazzato.
L’infermiera mi affida volentieri a lui ed esce dalla stanza. «Vi lascio soli», annuncia, percependo l’atmosfera tesa.
«Anch’io». Lizzy va verso la porta. «Vi aspetto alla reception». Poi la chiude e rimaniamo soli; Jack, io e una montagna di domande senza risposta.
Lo sento sospirare leggermente mentre mi sostiene. «Siediti», ordina piano, guidandomi verso la sedia nell’angolo.
«Sto bene». Me lo scrollo di dosso con gentilezza e torno al letto, in cerca della borsa, per togliermi il camice e andarmene immediatamente. Mi infilo i jeans, la maglietta e le infradito. «Perché sei qui?»
«Perché secondo te, Annie?»
«Non lo so, Jack. Per questo te lo chiedo». Mi lego i capelli in una coda e faccio per prendere la borsa grande.
Jack la tira via e la getta a terra. «La smetti, cazzo?», sbotta impaziente, prendendomi per le braccia e scuotendomi. «Perché non me l’hai detto?»
«Hai detto di non volere un figlio». Sembro un robot.
Mi guarda con un’espressione di puro disgusto. «Con Stephanie!», grida, pur facendo una smorfia al volume della sua voce, e respira lentamente per ritrovare la calma. «Non voglio un figlio con Stephanie, Annie». Mi lascia andare le braccia e getta la testa all’indietro, stringendo gli occhi.
«Non l’hai detto in questi termini», mormoro, abbassando lo sguardo sui miei piedi.
«Non pensavo servisse».
«Non volevo che ti sentissi in trappola». Stringo i denti, sforzandomi di incontrare il suo sguardo. Non c’è alcun bagliore di vita nei suoi occhi grigi. «Non volevo che scegliessi me perché ti sentivi in dovere».
«’Fanculo alla commiserazione, Annie». Mi lascia andare e si allontana. «Ho appena mollato mia moglie. Un’altra volta! Però stavolta ho mollato mia moglie incinta». Si accascia contro un muro, guardando il soffitto. «Non sapevo che fossi incinta quando ho preso quella decisione. Lizzy mi ha chiamato mentre uscivo di casa con Stephanie indemoniata alle calcagna».
Osservo il corpo di Jack e vedo degli strappi sulla maglietta bianca. «Ti ha chiamato Lizzy?», biascico stupidamente.
«Sì, mi ha chiamato. Arrabbiata. In lacrime. Non posso fargliene una colpa, cazzo. Un aborto, Annie?».
Mi trema la mascella – sono incazzata, triste, sollevata. «Volevo che sparissi completamente dalla mia vita».
Lui sobbalza, inghiottendo il dolore provocato dalla mia dichiarazione. Poi inizia a battere piano la testa contro il muro, le guance tese. «Ho passato la settimana a provare a dare un senso a questa situazione di merda. Stephanie saltellava in giro con un cazzo di sorriso soddisfatto e ha ordinato articoli per bambini come se non ci fosse un domani». Smette di battere la testa e stringe i pugni. «E non mi è mai sembrato giusto. Non mi sono mai sentito felice, e lei non si è nemmeno posta il problema. È contenta della mia infelicità. Perché un figlio risolverà tutto. Mi costringerà ad amarla».
Fa una risata beffarda, battendosi la fronte con il palmo della mano. «Ho trovato le sue pillole contraccettive», sussurra. «Ancora chiuse. Non ne mancava nemmeno una. Non ne ha dimenticata una ogni tanto. Non le ha prese affatto. Per mesi. L’ho affrontata e lei l’ha negato. Mi ha mentito spudoratamente. In quel momento mi sono reso conto di odiarla. Non potevo continuare a vivere con quella pazza. Nemmeno per un figlio, e ora mi chiedo che cazzo di stronzo sono veramente».
Si strofina gli occhi e capisco che lo fa per trattenere le lacrime. Ha raggiunto il limite di sopportazione. L’uomo grande e forte che amo è crollato.
Mi si spezza il cuore per lui. È messo male, ma invece di correre da lui a confortarlo, mi cedono le gambe e mi devo mettere seduta sulla sedia. «Te l’ha fatto lei», dico, guardando la maglietta strappata, consapevole che nasconde dei graffi.
«Non voleva che me ne andassi». Si stacca dal muro e viene verso di me, inginocchiandosi fra le mie gambe. «Non sto capendo più nulla, Annie. Quando Stephanie mi ha detto di essere incinta mi sono sentito come se qualcuno mi avesse privato del resto della mia vita. E poi il senso di colpa a seguire mi ha mangiato vivo». Mi prende le mani, implorandomi di capirlo con quegli occhi grigi. «Non sapevo cosa fare. Ero perso».
Mi tira in avanti fino a toccarmi la fronte con la sua.
«Riuscivo solo a pensare a te», dice. «A come sarei andato avanti senza di te. A come sarei sopravvissuto senza più toccarti o stringerti a me». Mi prende la faccia tra le mani e mi accarezza le guance bagnate. «Ogni giorno si è fatto sempre più scuro finché l’intero mondo non è diventato nero. Non posso vivere così». Gli trema la voce, e una lacrima solitaria gli riga il viso. «Non posso vivere senza di te».
Malgrado le mie lacrime, un pezzetto di cuore si rimette a posto mentre lo ascolto mettere a nudo l’anima nel tentativo di farmi capire. «Sono incinta», mi lamento pietosamente, come se quella notizia possa essergli sfuggita. Inizio a tremare accasciandomi sulla sedia, sentendomi fragile e debole. Sono anche sollevata, però. Molto sollevata. In quella stanza la mia mente avrà pure avuto un cedimento, ma non il mio corpo, che piuttosto ha scelto di difendersi e ha fatto fermare la preparazione all’intervento quando non sono riuscita a dar voce alla richiesta di fermare i dottori.
Jack sorride. È un sorriso enorme, pieno di sincera gioia, ed è uno spettacolo. Gli fa brillare gli occhi quando li abbassa sulla mia pancia. Vedo di nuovo la vita in lui. Si china e mi bacia la maglietta, poi appoggia la testa sul mio grembo e mi cinge la schiena con le braccia.
Siamo in una clinica per aborti. All’improvviso mi sento un mostro, sporca e immorale. Il dolore ha offuscato la ragione, ho bloccato i miei pensieri di proposito nel tentativo di tenere a freno la sofferenza.
«Devo andarmene da qui», mormoro. «Per favore, portami via». Jack mi aiuta ad alzarmi e raccoglie la borsa da terra prima di cingermi la vita con un braccio fermo mentre mi fa uscire dalla stanza, guardandomi di continuo come per controllare che io stia bene. Sto benissimo. Ho il mio Jack.
Incontriamo Lizzy nella sala d’attesa e usciamo nel parcheggio insieme, salutandoci con abbracci e promettiamo di sentirci più tardi. Jack la ringrazia, e lei gli accarezza affettuosamente il braccio. È un piccolo gesto, ma significa molto per me.
Jack mi aiuta a entrare in macchina e mi fa accomodare, ricoprendomi di attenzioni finché non lo scaccio via. «Jack, sto bene», lo rassicuro, e lui mi guarda imbronciato per tutta risposta. «Sto bene», sussurro, appoggiando la testa sul sedile e, involontariamente, la mano sulla pancia.
Per tutto il viaggio verso casa lui mi tiene la mano mentre io lascio correre la mente, chiedendomi cosa succederà ora. Ho di nuovo Jack. La mia felicità dovrebbe essere completa. Eppure non posso ignorare la preoccupazione, e non penso che dovrei. Dovremo pensare bene a come comportarci, decidere insieme ed essere forti. Non sarà facile. Il mio premio, però, è Jack. Ho smesso di tormentarmi chiedendomi se me lo merito o no.
Una volta arrivati a casa mia, Jack scende dall’auto e mi viene incontro sul marciapiede. «Okay?»
«Okay», lo rassicuro mentre mi prende la borsa. Io vado dritta in cucina e metto su il bollitore, e intanto Jack posa le borse sul pavimento accanto al divano.
«Ci penso io». Si intromette, confiscando il mio cucchiaino. «Tu vai a metterti sul divano».
«Jack, sto bene».
«Sei un po’ pallida». Mi osserva la faccia, con il broncio. «Come ti senti?». Mi mette una mano sulla fronte per sentirmi la temperatura.
Oh, mio Dio! «Benissimo!», rido, riprendendomi il cucchiaino per mettere nella mia tazza lo zucchero. «Non è che diventerai insopportabile e asfissiante, vero? Perché, per la cronaca, impazzirei».
«Non posso prometterti niente». Jack mi afferra da dietro e mi fa girare, spingendomi sul ripiano della cucina.
Lascio cadere il cucchiaino con un sussulto, sorpresa. Date le circostanze, è sbagliato che stia stata colta da un’ondata di desiderio? Non ne sono sicura. Non riesco a pensare. Lui strofina il viso contro la mia guancia e respira profondamente.
«Ti ho di nuovo», dice piano. «Grazie a Dio ti ho di nuovo». Allontanandosi da me, mi tiene per i fianchi e mi guarda come se non riuscisse a credere che io sia qui. «Mi farò perdonare», giura. «Per tutto quello che ti ho fatto passare».
«Jack…».
«No». Mi mette un dito sulle labbra, zittendomi. «Non si discute. Ora», mi dà un bacio leggero sulla guancia, «vai a metterti vestiti comodi così possiamo oziare. Finisco di preparare il tè». Con le mani sulle spalle, mi guida verso la porta. «Vai».
Io cedo, ma mi volto a guardarlo. «Jack», dico mentre fa per tornare in cucina.
Mi guarda curioso. «Che c’è?»
«Cos’hai intenzione di fare con Stephanie?». Non intendo tanto con lei quanto con la situazione in generale, e lui lo sa.
«Non ho ancora trovato una soluzione», ammette. «Sinceramente, non so da dove iniziare».
«E io?»
«Dovrò dirle di te prima o poi». Fa un cenno con la testa verso la mia pancia con un sorrisetto. «Non ancora, ma presto. Quando le cose si saranno calmate».
«Okay». Mi chiedo, però, se le cose si calmeranno mai.
«Forse però dovrò farti trasferire in un altro Paese».
Sorrido, sebbene non sia un argomento su cui ridere. È preoccupato. Io sono preoccupata. «Penso che mi piacerà il fatto che ti prendi cura di me», gli dico, e amo la gioia che gli riempie il viso. Devo lasciarglielo fare. E lo voglio anche. Voglio che si prenda cura di me. Chi l’avrebbe mai pensato?
«E a me piacerà farlo». Mi fa l’occhiolino e ritorna in cucina. «Preparati, piccola».
Ridacchio e vado in bagno per darmi una rinfrescata e prendere dei vestiti comodi. Una volta lavati i denti e la faccia e indossati un paio di pantaloni della tuta e una canottiera, trovo la borsa grande accanto al divano dove Jack l’ha lasciata e prendo il telefono prima di tornare in cucina da lui, ma gli vado a sbattere contro mentre entro. «Oh!». Mi cade il cellulare proprio sul piede nudo. «Cazzo!», grido, tirandolo su e saltellando con una smorfia di dolore.
«Ahia!», dice Jack al posto mio. «Vieni qui, imbranata». Mi prende in braccio e mi porta in salone per mettermi sul divano. «Vediamo». Mi prende il piede, chinandosi accanto al divano.
«Fa male», mi lamento, sentendo il piede pulsare, e lo guardo mentre Jack mi massaggia via il dolore acuto.
«Vado a prendere del ghiaccio». Posa il piede sul divano, mi porge il telecomando e sparisce, per poi tornare qualche secondo dopo con il telefonino e il ghiaccio. Ricopre il mio piede di attenzioni, si china su di me e avvicina il volto al mio. «Non muoverti finché non torno».
«Dove vai?», gli chiedo, offesa. Siamo appena arrivati.
«Al negozio. Ho una voglia tremenda di dolci. Voglio accoccolarmi sul divano con te e riempirmi di fragole giganti. Poi ti cucinerò quella cena che ti devo».
Cucinerà per me. Nella mia cucina. «Prendi tante fragole», gli ordino con una risatina quando si abbassa e mi riempie la faccia di baci umidi. «Basta!».
«Ti amo».
«Ti amo anch’io!», rido, spingendolo via. «Sbrigati». Prima se ne va, prima ritornerà. Ho bisogno di aggrapparmi a lui e non ho alcuna intenzione di lasciarlo andare.
Jack ride mentre esce, e io scorro i canali ancora… e ancora… e ancora, alla ricerca di qualcosa di decente da guardare. «Schifo», brontolo, gettando via il telecomando prima di prendere il telefono quando squilla. È Lizzy.
«Tutto bene?», mi chiede, invece di salutarmi.
In questo preciso momento, sì. Tutto è perfetto. Devo solo avere fede che tutto si sistemerà. «Per ora, sì. Grazie per esserci stata oggi».
«Direi che non avrei voluto altrimenti, ma sarebbe una bugia». Sorrido, consapevole di averle fatto passare un incubo.
«Mi dispiace. Per averti mentito, per averti coinvolto oggi».
«E a me dispiace di averti giudicata», risponde, facendomi salire le lacrime agli occhi. «Ora, non ti eccitare, ma Jason mi porta in un posto elegante a Oxford. Mi serve un vestito da cocktail».
Sorrido al telefono. «Vieni quando sei pronta».
«Arrivo!». Attacca, e io torno a girare inutilmente canale, mettendomi comoda e flettendo il piede per rianimarlo.
Mezz’ora dopo sto ancora guardando la tv quando qualcuno bussa alla porta. Alzandomi dal divano, vado ad aprire a Lizzy con un sorriso enorme in faccia.
Ma non è Lizzy.
Il sorriso sparisce e il mio viso impallidisce.