Capitolo 14
Entro nell’edificio
che ospita la Brawler’s, guardandomi attorno in quest’ambiente
impressionante, non credendo del tutto di essere qui. Tutti sanno
che la Brawler’s è un gigante nel mondo della tecnologia. Che
stupisce con il suo approccio innovativo nella distribuzione e
nello sviluppo. Quello che non sapevo è che questo progetto, quello
dei nuovi uffici, partirà dopo l’annuncio della Brawler’s del nuovo
partenariato con una delle piattaforme di social media più grandi
al mondo. Dire che questo incontro mi intimorisce è un eufemismo.
Tuttavia, come ho ripetuto a me stessa innumerevoli volte, mentre
il loro settore di competenza è la tecnologia, il mio è la
progettazione di edifici. Ed è per questo che mi trovo qui.
Entro nell’ascensore con un
uomo e scorro la lista di compagnie sulla targa di lato.
«A che piano?», mi
chiede.
«Decimo, grazie», rispondo, e
mi blocco quando leggo i nomi delle ditte con sede al decimo piano.
«Cosa?», dico a voce alta, con la bocca secca. Alzo lo sguardo e
vedo che siamo già all’ottavo piano. «Oh, no», squittisco,
voltandomi verso le porte mentre si aprono e rivelano una enorme
scritta argentata incisa che recita jack joseph
costruzioni, sopra a quella della brawler’s. Condividono un piano?
«Sta bene?», mi chiede
l’uomo, in attesa che io esca. No. No, non sto bene.
Mi costringo a uscire
dall’ascensore, guardandomi intorno con cautela, non riuscendo a
credere che mi ritrovo nell’ufficio di Jack. È moderno, elegante e
impressionante. Proprio come lui.
Mi presento alla reception
della Brawler’s, poi mi siedo nella sala d’attesa, senza riuscire a
smettere di spostare lo sguardo ovunque nervosamente. Potrebbe non
esserci. Potrebbe essere uscito per una riunione. Osservo di nuovo
l’ambiente, allentandomi il foulard floreale attorno al collo. Mi
sento come se stessi per soffocare. Non posso negare che mi farebbe
piacere vederlo, ma non posso promettere che riuscirò a tenere le
mani a posto. È qui?
E come se avesse sentito la
mia domanda, dall’altra parte della sala d’attesa si apre una porta
e ne esce Jack, che si abbottona la giacca. Santo cielo, è troppo
bello per il suo bene, il completo grigio immacolato, la cravatta
perfettamente annodata e i capelli un garbuglio sensuale. Porca
puttana. Guarda dritto verso di me, come se sapesse già che sarei
stata qui, e poi ho una rivelazione: sapeva che sarei stata qui.
Jack si avvicina con
determinazione finché non si ferma accanto alla mia sedia. Si
afferra il mento, accarezzandosi la barba mentre mi fissa. «Annie»,
gracchia, facendomi impazzire il cuore e ribaltare lo stomaco. Mi
porge la mano. «Che bello rivederti».
Chiudo brevemente gli occhi
per riprendermi. Deve smetterla di dire il mio nome, e io non
dovrei proprio contemplare l’idea di un qualsivoglia contatto
fisico. Sto già facendo fatica ad abbassare la mia elevata
temperatura corporea prima che prenda fuoco ai suoi piedi. «Anche
per me». Mi alzo e gli stringo la mano, solamente perché altrimenti
la segretaria penserà male. Mi irrigidisco tutta quando lui mi
afferra la mano, stringendola piano, con gli occhi grigi allegri.
«Presa», sussurra.
Rimango un po’ a bocca
aperta, e tiro via la mano velocemente e con discrezione prima di
farmi scoprire. «Non dirlo», lo avverto seria, rischiando di
avvampare. Alzo lo sguardo e noto il suo piccolo sorriso. «Sapevi
che sarei venuta».
«Ti ho raccomandata io». Fa
una scrollata di spalle come se fosse una cosa da niente.
«E perché l’avresti
fatto?».
Si china verso di me,
avvicinando la faccia alla mia. «Perché volevo attirarti qui con
l’inganno per scoparti sulla mia scrivania».
Spalanco la bocca, scioccata,
e in preda al panico mi guardo intorno. «Dovrei prenderti a
schiaffi», ribatto indignata una volta assicuratami che non ci sia
nessuno a portata d’orecchio.
Lui ride piano. «Ti ho
raccomandata perché sei un’architetta fantastica e so che puoi fare una cosa del genere. E inoltre,
la mia ditta si occuperà della costruzione, il che vuol dire che ti
vedrò più spesso».
Stringo gli occhi,
sospettosa. «Quindi non è una mossa completamente altruista?»
«Ne usciamo tutti vincitori».
Mi indica di andare in fondo al corridoio con un sorriso
impertinente che non posso fare a meno di imitare. Non posso
credere che l’abbia fatto. «Siamo nella sala riunioni della
Brawler’s. L’ultima porta a destra». Vado avanti io, seguendo
l’indicazione di Jack. «E dopo la riunione, ti voglio sulla mia
scrivania», mi sussurra all’orecchio, facendomi ruotare le spalle
mentre un brivido mi corre lungo la schiena.
«Vieni alla riunione?», gli
domando, sempre più allarmata. Devo rimanere professionale davanti
a lui? Cristo, è da quando ho scoperto che è il costruttore di
Colin che ci provo, e non ho avuto molto successo.
«Vengo alla riunione».
Oh,
Dio. «Per favore, non guardarmi».
«Chiedi l’impossibile,
Annie», dice seriamente, fermandosi quando compare la receptionist
con uno sguardo contrito.
«Signor Joseph, sua moglie al
telefono».
Rischio di spezzarmi un
molare vista la forza con cui stringo i denti, guardando Jack di
nascosto. Il volto vivace assume un’aria decisamente inquieta.
«Dille che sono in riunione». Si schiarisce la gola e mi supera,
aprendo la porta della sala riunioni e facendomi cenno di
entrare.
Gli passo davanti,
guardandolo negli occhi. Sorride, ma è un sorriso appena accennato
e teso. Odio il fatto che non appena sente menzionare la moglie, i
suoi occhi perdono quella brillantezza che amo così tanto. Mi fa
venir voglia di prenderlo e scappare via con lui, per allontanarlo
dalla fonte della sua infelicità. Che ora è anche la mia.
La sala è grande, occupata
per la maggior parte da un tavolo enorme, circondato da almeno una
trentina di sedie. Sul muro in fondo c’è uno schermo per proiezioni
e accanto c’è un tavolo pieno di bottiglie d’acqua di vetro e
vassoi di torte. Richard è seduto al tavolo, insieme ad altri tre
uomini in giacca e cravatta e una donna.
«Annie, conosci Richard»,
dice Jack. «E questo è Terrence, con cui immagino tu abbia
parlato».
Terrence annuisce, con gli
occhi vivaci mentre si alza e mi stringe la mano. «È un piacere
conoscerla, Annie», dice con un sorriso smagliante. «Jack ci ha
parlato benissimo di lei».
Io rido, leggermente a
disagio, e mi sento arrossire. Ci scommetto. «Piacere, Terrence»,
rispondo, ricambiando la stretta di mano. Mi squadra con
entusiasmo, e io guardo Jack quando sento un brontolio basso e
rauco provenire dalla sua direzione. Gli occhi, stretti a due
fessure, sono fissi su Terrence.
«Questi sono i miei soci,
Dick e Seth, e la loro assistente Lydia». Terrence indica i due
uomini seduti accanto a lui, e poi la donna.
Do la mano a tutti e tre e mi
siedo mentre Lydia versa un bicchiere d’acqua a tutti e posa dei
piatti e alcune torte sul tavolo. Ha un sorriso amichevole e gli
occhiali in stile anni Cinquanta le donano sul viso a forma di
cuore.
Jack si toglie la giacca e la
appoggia allo schienale della sedia – quella proprio di fronte alla
mia. Si mette a sedere e inizia a battere la penna sul blocco
rilegato in pelle che ha davanti.
Sorride, rivelando quel
sorriso così abbagliante e genuino, e sorrido a mia volta.
Ce la puoi fare, mima con la
bocca.
L’ansia sparisce
immediatamente, e all’improvviso il fatto che lui sia qui mi
riempie di sollievo e calma. Mi sono innamorata di lui un po’ di
più.
«Ragazzi». Jack guarda gli
uomini della Brawler’s. «Stiamo collaborando con Annie per la prima
volta per una nuova galleria d’arte a Clapham». Spinge i disegni
lungo il tavolo, e loro li guardano con mormorii
d’approvazione.
Come se mi potesse leggere
nel pensiero, Jack mi guarda, nascondendo un sorriso segreto dietro
la facciata professionale. «È versatile, ha un enorme talento, e
ciò che fa la appassiona».
Mi sciolgo sulla sedia e Jack
fa un respiro profondo, mantenendo il mio sguardo forse per un
momento di troppo rispetto a quanto sarebbe opportuno tra due che
lavorano allo stesso progetto. «Non vi deluderà». Si schiarisce la
gola e sposta l’attenzione altrove. «Ve lo assicuro».
Io rimango a fissare il
tavolo in soggezione, guardando la sua bocca mentre parla. È così
attraente, rilassato sulla sedia, intento a snocciolare parole che
mi fanno innamorare sempre di più di lui. Mi ha raccomandato. Ha
organizzato tutto, mi ha dato questa opportunità
meravigliosa.
Tira fuori il cellulare dalla
tasca e se lo gira fra le mani. «Quindi, ragazzi». Jack agita il
telefono fra me e gli uomini della Brawler’s, indicandoci. «Sta a
voi decidere. È un progetto a lungo termine. Dobbiamo partire con
il piede giusto».
I suoi occhi grigi incontrano
i miei per un secondo, e io aggrotto la fronte, inclinando la testa
da un lato. A lungo termine. Partire con il
piede giusto. La mia mente minaccia di partire per la
tangente, ma riesco a controllarla in tempo. Non posso permettermi
di pensare a un futuro lontano.
Mi concentro sul presente con
un colpo di tosse, determinata a fare colpo. «Allora, parlatemi del
progetto», dico, concentrando tutta l’attenzione sulle altre
persone nella stanza. «Il nuovo partenariato con una grande
compagnia di social media significa che vi state espandendo».
«Sì. Abbiamo acquistato un
terreno a Blackfriars», dice Terrence, spingendo una cartella verso
di me. «Abbiamo un permesso edilizio per un edificio di dieci
piani, la nostra nuova sede».
Apro la cartella ed esamino i
dettagli – la metratura, gli edifici circostanti, eccetera, felice
di vedere altri palazzi moderni così vicini al sito. «Volete farvi
notare». È un’affermazione, perché so che è così. La Brawler’s ha
un ego delle dimensioni del suo valore azionario. Maledettamente
enorme.
Terrence sorride. «Può
aiutarci in tal senso?»
«Intende dire se posso
rendervi la compagnia più invidiata nell’area?», domando, chiudendo
la cartella.
Sento Jack ridere piano e
Richard sorride, come anche Terrence. «Se vuole metterla così».
Intreccia le dita e le appoggia sulla pancia larga,
sorridendo.
Ricambio il sorriso. «È
inutile girarci intorno, non è vero, Terrence?».
Jack tossisce e io mi volto
immediatamente verso di lui, vedendolo stringere la mano intorno al
bicchiere d’acqua, e mi guarda mentre si porta il bicchiere alle
labbra, tese in una smorfia di disappunto. «Le vostre priorità per
la nuova sede della Brawler’s?», domando, tornando a concentrarmi
sul gruppo di persone a cui sto cercando di vendermi. Si sente
minacciato, e sebbene sia divertente, non posso lasciare che mi
distragga.
«Luce e spazio», risponde
Dick. «Essenziale, pulita e moderna. Per quanto riguarda il
coinvolgimento dei dipendenti, intendiamo avere uno spazio di
lavoro aperto per collegare l’intera compagnia, ma con una chiara
distinzione fra dipartimenti. Questo dovrebbe darle un buon indizio
sulla direzione che vorremmo prendere. Non vediamo l’ora di
scoprire cosa si inventerà».
Sorrido e prendo nota, la
mente sovraccarica e già in fase di progettazione della Brawler’s.
«Spazi esterni?»
«Certamente. Vogliamo che
l’esterno rispecchi l’interno».
Immagino un cortile al centro
dell’edificio che collega tutti e quattro i lati, ogni piano
visibile da ogni parte della struttura. «Siete favorevoli a
un’architettura ecosostenibile?»
«Certo».
Annuisco, contenta della
risposta. «Dovrei avere informazioni sull’ambiente circostante per
quanto riguarda l’architettura del paesaggio e l’orientamento, e
così via».
«Possiamo organizzare un
incontro sul posto senza problemi», dice Terrence. «Ora, lasci che
le faccia qualche domanda, Annie».
«Faccia pure». Sorrido e mi
preparo a vendere le mie competenze.
Sono tutta un fermento una
volta che i rappresentanti della Brawler’s ci accompagnano alla
porta della sala riunioni. «Ottimo lavoro, Annie», dice Richard
allontanandosi. «Sarebbero stupidi a non darti
quest’opportunità».
«Grazie, Richard». Mi giro,
pronta a salutare professionalmente Jack, ma proprio quando sto per
aprire bocca, lui mi afferra il braccio e mi spinge nel corridoio
con urgenza. «Che stai facendo?», esclamo, guardandomi intorno con
circospezione.
«Dobbiamo fare
rapporto».
«Davvero?»
«Oh, davvero».
Il mio corpo diventa
immediatamente esigente. E la mia mente è colma di preoccupazione.
«Jack, e se qualcuno ci vedesse?».
Apre una porta, mi spinge
dentro e la chiude a chiave alle nostre spalle. Mi giro e vedo che
si sta slacciando la cinta mentre si avvicina a me avidamente.
Sembra pronto a scattare dal desiderio e sul punto di esplodere, e
il mio corpo reagisce di conseguenza – il cuore batte forte, lo
stomaco si contorce, e fra le mie gambe qualcosa comincia a
pulsare. Sussulto quando mi afferra la vita e mi porta verso la
scrivania. Mi fa sedere sul ripiano di legno e mi spinge indietro,
solleva il vestito e mi fa allargare le gambe. Oh, cazzo! Mi prende
le guance fra le mani, unendo le nostre labbra per baciarmi
famelico. La temperatura del mio corpo sale alle stelle e io lo
assecondo immediatamente, sbottonandogli la patta dei
pantaloni.
«È stata l’ora più dolorosa
della mia vita, cazzo», borbotta, leccandomi e mordendomi
leggermente la guancia.
«Più dolorosa di correre con
un’erezione?», gli chiedo, spingendo giù i pantaloni prima di
infilargli la mano nei boxer. Afferro il suo cazzo e lo stringo,
godendomi il calore e la durezza della carne liscia.
Lui fa uno scatto e un
gemito, lasciando andare le mie labbra per appoggiare la fronte
contro la mia, battendo lentamente le palpebre. «Mi sento male in
ogni momento in cui non ci tocchiamo», dice piano, passandomi un
pollice sul labbro inferiore gonfio. Chiude gli occhi mentre io gli
passo il palmo della mano sull’erezione, la sua fronte sudata è
contro la mia. «Hai la minima idea di come mi fai sentire?».
Sorrido fra me e me,
chiedendomi se si sente vivo tanto quanto lui fa sentire
me. «Penso di sì», rispondo,
strofinando il pollice sulla punta del cazzo per spargerne il
liquido.
Abbassa una mano per
afferrare la mia per un secondo prima di tirarla via e trascinarmi
sul bordo del tavolo. «Ti farai scopare sulla mia scrivania?». Mi
scosta le mutandine e preme sul mio sesso in modo seducente. Il
calore è quasi insopportabile.
«Ho altra scelta?». Getto la
testa all’indietro, infilandogli le mani nei capelli sulla nuca
quando mi penetra.
«No», ammette con un lungo
sospiro, affondando poco di più.
«Dio, che bella sensazione»,
sussurro.
Jack mi fa questo. Mi fa
dimenticare di tutto, mi consuma fino a farmi dimenticare il mio
nome. Mi mette le mani sul culo e mi spinge in avanti finché non
siamo legati, intensificando la nostra unione. Lascio cadere la
testa in avanti, sostenendomi contro la sua fronte. Lentamente,
pianta i piedi bene a terra e scivola fuori prima di tuffarsi
nuovamente in avanti, ripetendo il movimento con un ritmo costante
e preciso. Il piacere implacabile di lui che si strofina contro le
mie pareti interne non lascia spazio ad altre sensazioni. Gli cingo
la vita con le gambe.
«Ti piace, piccola?». Le sue
parole tenere sono una carezza, e io annuisco contro di lui,
incapace di prendere respiro per pronunciare la risposta. Jack
imita il mio cenno col capo, piegandosi su di me mentre con le mani
sul sedere mi spinge verso di lui con gentilezza, al ritmo delle
sue spinte. Siamo così vicini che i vestiti fra di noi non tolgono
nulla alla nostra intimità.
Porto le mani sul suo collo
umido, facendole scivolare sulla pelle, stringendo leggermente.
«Stai pulsando», sussurra, sentendomi contrarre intorno a lui.
«Dovrai venire in silenzio, Annie».
Il mio respiro diventa
affannoso quando l’orgasmo sta per arrivare. «Baciami», gli ordino,
spingendo le labbra contro le sue e infilandogli la lingua in
bocca, sopraffatta dall’urgenza.
«Lentamente», comanda,
leccandomi con delicatezza la bocca, in concomitanza con le sue
spinte. Le gambe iniziano a tendersi intorno alla sua vita, e la
schiena a inarcarsi per spingermi di più contro di lui. Mi morde la
punta della lingua e poi affonda il viso nel mio collo. Lo imito,
seppellendo la faccia nella sua camicia là dove la spalla incontra
il collo, ansimando vigorosamente. Siamo legati stretti, le sue
braccia intorno alla vita, le mie intorno alle sue spalle, mentre
spinge entrambi oltre il limite. «Cazzo», mormora, immobilizzandosi
e rimanendo dentro di me.
Il mio gemito durante
l’orgasmo è lungo e smorzato, mentre il mio corpo trema fra le sue
braccia e la pressione mi abbandona in ondate deliziose e
appaganti. Sono aggrappata a lui, nascosta nel suo collo, e mi godo
la sensazione di noi due legati così strettamente. «Oh, wow»,
sospiro, con il volto coperto di sudore. Lo sento scuotersi mentre
ride in silenzio, stringendomi fino a bloccarmi il respiro.
«È stata una piacevole botta
di vita pomeridiana», dice, facendomi sorridere. Gli do una pacca
sulla schiena e mi libero dalla sua presa con una smorfia quando
scivola fuori. Mi dà un bacio leggero sull’angolo della bocca, e io
mi guardo intorno nella stanza imponente, osservando il suo
ufficio.
«Quindi lavori qui?»
«Lavoro qui», conferma,
sorridendomi mentre mi lascia andare e si sistema i pantaloni prima
di passarmi un fazzoletto.
«Grazie». Scendo dal tavolo e
con una smorfia mi pulisco fra le gambe, rimettendomi a posto le
mutandine e il vestito. Guardo il fazzoletto con la fronte
aggrottata e Jack ride, poi me lo prende dalla mano e lo getta nel
secchio accanto alla scrivania. Io prendo la borsa e me la metto in
spalla. «È tutto molto rischioso».
Lui quasi si acciglia,
stingendo gli occhi grigi. «La scelta era o qui oppure sul tavolo
nella sala riunioni davanti a tutti». Si allaccia la cintura e si
avvicina a me, sorridendo per le mie guance arrossate, che mi
accarezza con un pollice. «Anche se a Terrence sarebbe
piaciuto».
Stringo le labbra. «Ti sei
messo a ringhiare, Jack Joseph?»
«Gli piaci. Lo terrò
d’occhio». Mi stampa un bacio casto sulla bocca e fa per
accompagnarmi alla porta, ma ci blocchiamo entrambi, allarmati,
quando la maniglia comincia a muoversi. Lo guardo negli occhi,
nella speranza che sappia dirmi chi potrebbe essere, in modo da
poter capire quanto devo farmi prendere dal panico. Non ha
espressione.
«Jack?». L’urlo di Stephanie
mi colpisce come un proiettile sulla tempia. Lui spalanca la bocca.
Inizio a tremare. «Jack, ci sei?»
«Oh, merda», sussurra lui,
fissando la porta mentre la maniglia continua ad andare su e
giù.
Io chiudo gli occhi e provo a
respirare per scacciare il panico.
«Da questa parte», mormora,
prendendomi per un braccio e guidandomi dall’altro lato
dell’ufficio verso una porta. «Mi libero di lei. Dammi due
minuti».
«Lavoriamo insieme, Jack»,
sibilo in un sussurro. «Potremmo essere in riunione».
«Con la porta chiusa a
chiave?», mi chiede, trascinandomi. Ha ragione: sembrerebbe troppo
sospetto, e a dire il vero non voglio affrontare Stephanie. Con
ogni probabilità tremerei di fronte a lei per la paura, il senso di
colpa e un milione di altre ragioni.
Lui apre una porta e mi
spinge dentro. Nel buio totale. Mi giro e lo guardo storto. «Un
cazzo di ripostiglio?», sibilo, indignata ma non in grado di
rifiutare ciò che mi suggerisce.
Mi guarda con un’espressione
addolorata – dispiaciuta – prima di chiudere la porta e lasciarmi
sola al buio. Che cazzo di situazione!
«Jack?». Sento Stephanie
urlare di nuovo, e poi il suo telefono inizia a squillare. «So che
sei lì dentro!».
Faccio un respiro profondo
nel tentativo di rimanere in silenzio. Sento la porta dell’ufficio
aprirsi. «Ehi», la saluta Jack, estremamente allegro. E
colpevole.
«Che succede?». Stephanie
sembra offesa, e io avvizzisco immediatamente, aspettandomi che da
un momento all’altro arrivi a spalancare la porta dietro cui mi
nascondo.
«Oggi c’è il caos al lavoro»,
spiega lui con disinvoltura. «Stavo cercando di trovare un po’ di
pace per fare un po’ di calcoli».
Mi accascio contro il
muro.
«Capisco», dice Stephanie, e
la immagino mentre si guarda intorno nell’ufficio con sospetto.
L’ansia rischia di strozzarmi mentre rimango immobile, morendo
dentro.
«Come mai sei qui?», le
domanda Jack, il suono dei suoi passi più vicino. La sta
accompagnando alla scrivania? Santo cielo,
non la portare da questa parte!
«È stata una mattinata
stressante!», si lamenta lei.
«Che è successo?», le chiede
con un sospiro. Il suo tono non tradisce alcuna
preoccupazione.
«Dovevo andare a pranzo con
Tessa». Anche la voce di Stephanie è più forte, il che vuol dire
che sta seguendo Jack verso la scrivania. Chiudo gli occhi
nonostante sia al buio. Una sedia scricchiola. Si è seduta. «E lei
ha rimandato!».
«Ed è una cosa terribile?»,
sospira Jack.
«Be’, sì», sbotta Stephanie
brusca. «Ha detto che aveva un appuntamento di cui si era
dimenticata, ma so che è andata a pranzo con la sua nuova amica di
yoga».
«Stephanie, probabilmente ha
rimandato perché aveva davvero un appuntamento».
«Non sono stupida, Jack. Non
piaccio alla sua nuova amica. Vuole Tessa tutta per sé».
Aggrotto la fronte, aprendo
gli occhi nell’oscurità dello spazio ristretto. Sembra del tutto
irragionevole.
Il silenzio si protrae. In
questo lasso di tempo immagino lei che fissa Jack dall’altro lato
della scrivania. «E allora cosa vuoi che faccia?», chiede Jack
semplicemente.
«Be’, non lo so!», sbuffa
Stephanie. «Tessa è amica mia, e non
lascerò che un’intrusa mi metta da parte».
La mia mente si contorce
mentre fisso l’oscurità con gli occhi spalancati. Chiunque sia
questa Tessa, mi dispiace per lei.
Sento Jack sospirare, nel
chiaro tentativo di raccogliere un po’ di pazienza. «Le è permesso
avere più di un’amica».
«No, non le è permesso, Jack!
Siamo sempre state io e lei».
«Stephanie, non ho tempo di
fare da babysitter alle tue amicizie».
«No, non hai tempo di fare
nulla tranne lavorare, vero?»
«In che altro modo potrei
garantirti il tenore di vita a cui ti sei abituata, Stephanie?
Trovati un lavoro. Qualcos’altro da fare oltre a preoccuparti di
chi sono le amiche delle tue amiche».
Lei sussulta, scandalizzata.
«Io? Lavorare? Non ci penso proprio. Che cosa penserà la gente?».
Fisso la porta, sconcertata. «E comunque», continua, mettendo
chiaramente fine al discorso. «Pensavo che potessi uscire prima dal
lavoro. Andiamo a cena insieme. In un posto carino».
Sembra speranzosa. Chiudo gli
occhi e per quanto non voglia pensarci, lascio che il senso di
colpa mi investa e mi scortichi la pelle implacabilmente. Perché
non importa da che punto di vista lo si guardi, quello che sto
facendo è sbagliato. Quello che Jack sta facendo è sbagliato. Ho
appena assaggiato una fetta enorme della mia realtà. Spero che mi
faccia strozzare. Me lo merito. Mi guardo intorno nella mia
prigione, disperata e deplorabile e immorale.
«Va bene», risponde Jack.
«Non sarebbe male».
«Magnifico!». Sembra così
felice nonostante la totale mancanza di entusiasmo nella voce di
Jack.
Un pugnale affonda nel mio
petto e rigira in continuazione nella ferita. E io accetto
l’agonia. Perché me lo merito. Non mi faccio illusioni, però.
Sapere che le proprie azioni sono così sbagliate non significa che
smettere è più facile.