Capitolo 14
Entro nell’edificio che ospita la Brawler’s, guardandomi attorno in quest’ambiente impressionante, non credendo del tutto di essere qui. Tutti sanno che la Brawler’s è un gigante nel mondo della tecnologia. Che stupisce con il suo approccio innovativo nella distribuzione e nello sviluppo. Quello che non sapevo è che questo progetto, quello dei nuovi uffici, partirà dopo l’annuncio della Brawler’s del nuovo partenariato con una delle piattaforme di social media più grandi al mondo. Dire che questo incontro mi intimorisce è un eufemismo. Tuttavia, come ho ripetuto a me stessa innumerevoli volte, mentre il loro settore di competenza è la tecnologia, il mio è la progettazione di edifici. Ed è per questo che mi trovo qui.
Entro nell’ascensore con un uomo e scorro la lista di compagnie sulla targa di lato.
«A che piano?», mi chiede.
«Decimo, grazie», rispondo, e mi blocco quando leggo i nomi delle ditte con sede al decimo piano. «Cosa?», dico a voce alta, con la bocca secca. Alzo lo sguardo e vedo che siamo già all’ottavo piano. «Oh, no», squittisco, voltandomi verso le porte mentre si aprono e rivelano una enorme scritta argentata incisa che recita jack joseph costruzioni, sopra a quella della brawler’s. Condividono un piano?
«Sta bene?», mi chiede l’uomo, in attesa che io esca. No. No, non sto bene.
Mi costringo a uscire dall’ascensore, guardandomi intorno con cautela, non riuscendo a credere che mi ritrovo nell’ufficio di Jack. È moderno, elegante e impressionante. Proprio come lui.
Mi presento alla reception della Brawler’s, poi mi siedo nella sala d’attesa, senza riuscire a smettere di spostare lo sguardo ovunque nervosamente. Potrebbe non esserci. Potrebbe essere uscito per una riunione. Osservo di nuovo l’ambiente, allentandomi il foulard floreale attorno al collo. Mi sento come se stessi per soffocare. Non posso negare che mi farebbe piacere vederlo, ma non posso promettere che riuscirò a tenere le mani a posto. È qui?
E come se avesse sentito la mia domanda, dall’altra parte della sala d’attesa si apre una porta e ne esce Jack, che si abbottona la giacca. Santo cielo, è troppo bello per il suo bene, il completo grigio immacolato, la cravatta perfettamente annodata e i capelli un garbuglio sensuale. Porca puttana. Guarda dritto verso di me, come se sapesse già che sarei stata qui, e poi ho una rivelazione: sapeva che sarei stata qui.
Jack si avvicina con determinazione finché non si ferma accanto alla mia sedia. Si afferra il mento, accarezzandosi la barba mentre mi fissa. «Annie», gracchia, facendomi impazzire il cuore e ribaltare lo stomaco. Mi porge la mano. «Che bello rivederti».
Chiudo brevemente gli occhi per riprendermi. Deve smetterla di dire il mio nome, e io non dovrei proprio contemplare l’idea di un qualsivoglia contatto fisico. Sto già facendo fatica ad abbassare la mia elevata temperatura corporea prima che prenda fuoco ai suoi piedi. «Anche per me». Mi alzo e gli stringo la mano, solamente perché altrimenti la segretaria penserà male. Mi irrigidisco tutta quando lui mi afferra la mano, stringendola piano, con gli occhi grigi allegri. «Presa», sussurra.
Rimango un po’ a bocca aperta, e tiro via la mano velocemente e con discrezione prima di farmi scoprire. «Non dirlo», lo avverto seria, rischiando di avvampare. Alzo lo sguardo e noto il suo piccolo sorriso. «Sapevi che sarei venuta».
«Ti ho raccomandata io». Fa una scrollata di spalle come se fosse una cosa da niente.
«E perché l’avresti fatto?».
Si china verso di me, avvicinando la faccia alla mia. «Perché volevo attirarti qui con l’inganno per scoparti sulla mia scrivania».
Spalanco la bocca, scioccata, e in preda al panico mi guardo intorno. «Dovrei prenderti a schiaffi», ribatto indignata una volta assicuratami che non ci sia nessuno a portata d’orecchio.
Lui ride piano. «Ti ho raccomandata perché sei un’architetta fantastica e so che puoi fare una cosa del genere. E inoltre, la mia ditta si occuperà della costruzione, il che vuol dire che ti vedrò più spesso».
Stringo gli occhi, sospettosa. «Quindi non è una mossa completamente altruista?»
«Ne usciamo tutti vincitori». Mi indica di andare in fondo al corridoio con un sorriso impertinente che non posso fare a meno di imitare. Non posso credere che l’abbia fatto. «Siamo nella sala riunioni della Brawler’s. L’ultima porta a destra». Vado avanti io, seguendo l’indicazione di Jack. «E dopo la riunione, ti voglio sulla mia scrivania», mi sussurra all’orecchio, facendomi ruotare le spalle mentre un brivido mi corre lungo la schiena.
«Vieni alla riunione?», gli domando, sempre più allarmata. Devo rimanere professionale davanti a lui? Cristo, è da quando ho scoperto che è il costruttore di Colin che ci provo, e non ho avuto molto successo.
«Vengo alla riunione».
Oh, Dio. «Per favore, non guardarmi».
«Chiedi l’impossibile, Annie», dice seriamente, fermandosi quando compare la receptionist con uno sguardo contrito.
«Signor Joseph, sua moglie al telefono».
Rischio di spezzarmi un molare vista la forza con cui stringo i denti, guardando Jack di nascosto. Il volto vivace assume un’aria decisamente inquieta. «Dille che sono in riunione». Si schiarisce la gola e mi supera, aprendo la porta della sala riunioni e facendomi cenno di entrare.
Gli passo davanti, guardandolo negli occhi. Sorride, ma è un sorriso appena accennato e teso. Odio il fatto che non appena sente menzionare la moglie, i suoi occhi perdono quella brillantezza che amo così tanto. Mi fa venir voglia di prenderlo e scappare via con lui, per allontanarlo dalla fonte della sua infelicità. Che ora è anche la mia.
La sala è grande, occupata per la maggior parte da un tavolo enorme, circondato da almeno una trentina di sedie. Sul muro in fondo c’è uno schermo per proiezioni e accanto c’è un tavolo pieno di bottiglie d’acqua di vetro e vassoi di torte. Richard è seduto al tavolo, insieme ad altri tre uomini in giacca e cravatta e una donna.
«Annie, conosci Richard», dice Jack. «E questo è Terrence, con cui immagino tu abbia parlato».
Terrence annuisce, con gli occhi vivaci mentre si alza e mi stringe la mano. «È un piacere conoscerla, Annie», dice con un sorriso smagliante. «Jack ci ha parlato benissimo di lei».
Io rido, leggermente a disagio, e mi sento arrossire. Ci scommetto. «Piacere, Terrence», rispondo, ricambiando la stretta di mano. Mi squadra con entusiasmo, e io guardo Jack quando sento un brontolio basso e rauco provenire dalla sua direzione. Gli occhi, stretti a due fessure, sono fissi su Terrence.
«Questi sono i miei soci, Dick e Seth, e la loro assistente Lydia». Terrence indica i due uomini seduti accanto a lui, e poi la donna.
Do la mano a tutti e tre e mi siedo mentre Lydia versa un bicchiere d’acqua a tutti e posa dei piatti e alcune torte sul tavolo. Ha un sorriso amichevole e gli occhiali in stile anni Cinquanta le donano sul viso a forma di cuore.
Jack si toglie la giacca e la appoggia allo schienale della sedia – quella proprio di fronte alla mia. Si mette a sedere e inizia a battere la penna sul blocco rilegato in pelle che ha davanti.
Sorride, rivelando quel sorriso così abbagliante e genuino, e sorrido a mia volta. Ce la puoi fare, mima con la bocca.
L’ansia sparisce immediatamente, e all’improvviso il fatto che lui sia qui mi riempie di sollievo e calma. Mi sono innamorata di lui un po’ di più.
«Ragazzi». Jack guarda gli uomini della Brawler’s. «Stiamo collaborando con Annie per la prima volta per una nuova galleria d’arte a Clapham». Spinge i disegni lungo il tavolo, e loro li guardano con mormorii d’approvazione.
Come se mi potesse leggere nel pensiero, Jack mi guarda, nascondendo un sorriso segreto dietro la facciata professionale. «È versatile, ha un enorme talento, e ciò che fa la appassiona».
Mi sciolgo sulla sedia e Jack fa un respiro profondo, mantenendo il mio sguardo forse per un momento di troppo rispetto a quanto sarebbe opportuno tra due che lavorano allo stesso progetto. «Non vi deluderà». Si schiarisce la gola e sposta l’attenzione altrove. «Ve lo assicuro».
Io rimango a fissare il tavolo in soggezione, guardando la sua bocca mentre parla. È così attraente, rilassato sulla sedia, intento a snocciolare parole che mi fanno innamorare sempre di più di lui. Mi ha raccomandato. Ha organizzato tutto, mi ha dato questa opportunità meravigliosa.
Tira fuori il cellulare dalla tasca e se lo gira fra le mani. «Quindi, ragazzi». Jack agita il telefono fra me e gli uomini della Brawler’s, indicandoci. «Sta a voi decidere. È un progetto a lungo termine. Dobbiamo partire con il piede giusto».
I suoi occhi grigi incontrano i miei per un secondo, e io aggrotto la fronte, inclinando la testa da un lato. A lungo termine. Partire con il piede giusto. La mia mente minaccia di partire per la tangente, ma riesco a controllarla in tempo. Non posso permettermi di pensare a un futuro lontano.
Mi concentro sul presente con un colpo di tosse, determinata a fare colpo. «Allora, parlatemi del progetto», dico, concentrando tutta l’attenzione sulle altre persone nella stanza. «Il nuovo partenariato con una grande compagnia di social media significa che vi state espandendo».
«Sì. Abbiamo acquistato un terreno a Blackfriars», dice Terrence, spingendo una cartella verso di me. «Abbiamo un permesso edilizio per un edificio di dieci piani, la nostra nuova sede».
Apro la cartella ed esamino i dettagli – la metratura, gli edifici circostanti, eccetera, felice di vedere altri palazzi moderni così vicini al sito. «Volete farvi notare». È un’affermazione, perché so che è così. La Brawler’s ha un ego delle dimensioni del suo valore azionario. Maledettamente enorme.
Terrence sorride. «Può aiutarci in tal senso?»
«Intende dire se posso rendervi la compagnia più invidiata nell’area?», domando, chiudendo la cartella.
Sento Jack ridere piano e Richard sorride, come anche Terrence. «Se vuole metterla così». Intreccia le dita e le appoggia sulla pancia larga, sorridendo.
Ricambio il sorriso. «È inutile girarci intorno, non è vero, Terrence?».
Jack tossisce e io mi volto immediatamente verso di lui, vedendolo stringere la mano intorno al bicchiere d’acqua, e mi guarda mentre si porta il bicchiere alle labbra, tese in una smorfia di disappunto. «Le vostre priorità per la nuova sede della Brawler’s?», domando, tornando a concentrarmi sul gruppo di persone a cui sto cercando di vendermi. Si sente minacciato, e sebbene sia divertente, non posso lasciare che mi distragga.
«Luce e spazio», risponde Dick. «Essenziale, pulita e moderna. Per quanto riguarda il coinvolgimento dei dipendenti, intendiamo avere uno spazio di lavoro aperto per collegare l’intera compagnia, ma con una chiara distinzione fra dipartimenti. Questo dovrebbe darle un buon indizio sulla direzione che vorremmo prendere. Non vediamo l’ora di scoprire cosa si inventerà».
Sorrido e prendo nota, la mente sovraccarica e già in fase di progettazione della Brawler’s. «Spazi esterni?»
«Certamente. Vogliamo che l’esterno rispecchi l’interno».
Immagino un cortile al centro dell’edificio che collega tutti e quattro i lati, ogni piano visibile da ogni parte della struttura. «Siete favorevoli a un’architettura ecosostenibile?»
«Certo».
Annuisco, contenta della risposta. «Dovrei avere informazioni sull’ambiente circostante per quanto riguarda l’architettura del paesaggio e l’orientamento, e così via».
«Possiamo organizzare un incontro sul posto senza problemi», dice Terrence. «Ora, lasci che le faccia qualche domanda, Annie».
«Faccia pure». Sorrido e mi preparo a vendere le mie competenze.
Sono tutta un fermento una volta che i rappresentanti della Brawler’s ci accompagnano alla porta della sala riunioni. «Ottimo lavoro, Annie», dice Richard allontanandosi. «Sarebbero stupidi a non darti quest’opportunità».
«Grazie, Richard». Mi giro, pronta a salutare professionalmente Jack, ma proprio quando sto per aprire bocca, lui mi afferra il braccio e mi spinge nel corridoio con urgenza. «Che stai facendo?», esclamo, guardandomi intorno con circospezione.
«Dobbiamo fare rapporto».
«Davvero?»
«Oh, davvero».
Il mio corpo diventa immediatamente esigente. E la mia mente è colma di preoccupazione. «Jack, e se qualcuno ci vedesse?».
Apre una porta, mi spinge dentro e la chiude a chiave alle nostre spalle. Mi giro e vedo che si sta slacciando la cinta mentre si avvicina a me avidamente. Sembra pronto a scattare dal desiderio e sul punto di esplodere, e il mio corpo reagisce di conseguenza – il cuore batte forte, lo stomaco si contorce, e fra le mie gambe qualcosa comincia a pulsare. Sussulto quando mi afferra la vita e mi porta verso la scrivania. Mi fa sedere sul ripiano di legno e mi spinge indietro, solleva il vestito e mi fa allargare le gambe. Oh, cazzo! Mi prende le guance fra le mani, unendo le nostre labbra per baciarmi famelico. La temperatura del mio corpo sale alle stelle e io lo assecondo immediatamente, sbottonandogli la patta dei pantaloni.
«È stata l’ora più dolorosa della mia vita, cazzo», borbotta, leccandomi e mordendomi leggermente la guancia.
«Più dolorosa di correre con un’erezione?», gli chiedo, spingendo giù i pantaloni prima di infilargli la mano nei boxer. Afferro il suo cazzo e lo stringo, godendomi il calore e la durezza della carne liscia.
Lui fa uno scatto e un gemito, lasciando andare le mie labbra per appoggiare la fronte contro la mia, battendo lentamente le palpebre. «Mi sento male in ogni momento in cui non ci tocchiamo», dice piano, passandomi un pollice sul labbro inferiore gonfio. Chiude gli occhi mentre io gli passo il palmo della mano sull’erezione, la sua fronte sudata è contro la mia. «Hai la minima idea di come mi fai sentire?».
Sorrido fra me e me, chiedendomi se si sente vivo tanto quanto lui fa sentire me. «Penso di sì», rispondo, strofinando il pollice sulla punta del cazzo per spargerne il liquido.
Abbassa una mano per afferrare la mia per un secondo prima di tirarla via e trascinarmi sul bordo del tavolo. «Ti farai scopare sulla mia scrivania?». Mi scosta le mutandine e preme sul mio sesso in modo seducente. Il calore è quasi insopportabile.
«Ho altra scelta?». Getto la testa all’indietro, infilandogli le mani nei capelli sulla nuca quando mi penetra.
«No», ammette con un lungo sospiro, affondando poco di più.
«Dio, che bella sensazione», sussurro.
Jack mi fa questo. Mi fa dimenticare di tutto, mi consuma fino a farmi dimenticare il mio nome. Mi mette le mani sul culo e mi spinge in avanti finché non siamo legati, intensificando la nostra unione. Lascio cadere la testa in avanti, sostenendomi contro la sua fronte. Lentamente, pianta i piedi bene a terra e scivola fuori prima di tuffarsi nuovamente in avanti, ripetendo il movimento con un ritmo costante e preciso. Il piacere implacabile di lui che si strofina contro le mie pareti interne non lascia spazio ad altre sensazioni. Gli cingo la vita con le gambe.
«Ti piace, piccola?». Le sue parole tenere sono una carezza, e io annuisco contro di lui, incapace di prendere respiro per pronunciare la risposta. Jack imita il mio cenno col capo, piegandosi su di me mentre con le mani sul sedere mi spinge verso di lui con gentilezza, al ritmo delle sue spinte. Siamo così vicini che i vestiti fra di noi non tolgono nulla alla nostra intimità.
Porto le mani sul suo collo umido, facendole scivolare sulla pelle, stringendo leggermente. «Stai pulsando», sussurra, sentendomi contrarre intorno a lui. «Dovrai venire in silenzio, Annie».
Il mio respiro diventa affannoso quando l’orgasmo sta per arrivare. «Baciami», gli ordino, spingendo le labbra contro le sue e infilandogli la lingua in bocca, sopraffatta dall’urgenza.
«Lentamente», comanda, leccandomi con delicatezza la bocca, in concomitanza con le sue spinte. Le gambe iniziano a tendersi intorno alla sua vita, e la schiena a inarcarsi per spingermi di più contro di lui. Mi morde la punta della lingua e poi affonda il viso nel mio collo. Lo imito, seppellendo la faccia nella sua camicia là dove la spalla incontra il collo, ansimando vigorosamente. Siamo legati stretti, le sue braccia intorno alla vita, le mie intorno alle sue spalle, mentre spinge entrambi oltre il limite. «Cazzo», mormora, immobilizzandosi e rimanendo dentro di me.
Il mio gemito durante l’orgasmo è lungo e smorzato, mentre il mio corpo trema fra le sue braccia e la pressione mi abbandona in ondate deliziose e appaganti. Sono aggrappata a lui, nascosta nel suo collo, e mi godo la sensazione di noi due legati così strettamente. «Oh, wow», sospiro, con il volto coperto di sudore. Lo sento scuotersi mentre ride in silenzio, stringendomi fino a bloccarmi il respiro.
«È stata una piacevole botta di vita pomeridiana», dice, facendomi sorridere. Gli do una pacca sulla schiena e mi libero dalla sua presa con una smorfia quando scivola fuori. Mi dà un bacio leggero sull’angolo della bocca, e io mi guardo intorno nella stanza imponente, osservando il suo ufficio.
«Quindi lavori qui?»
«Lavoro qui», conferma, sorridendomi mentre mi lascia andare e si sistema i pantaloni prima di passarmi un fazzoletto.
«Grazie». Scendo dal tavolo e con una smorfia mi pulisco fra le gambe, rimettendomi a posto le mutandine e il vestito. Guardo il fazzoletto con la fronte aggrottata e Jack ride, poi me lo prende dalla mano e lo getta nel secchio accanto alla scrivania. Io prendo la borsa e me la metto in spalla. «È tutto molto rischioso».
Lui quasi si acciglia, stingendo gli occhi grigi. «La scelta era o qui oppure sul tavolo nella sala riunioni davanti a tutti». Si allaccia la cintura e si avvicina a me, sorridendo per le mie guance arrossate, che mi accarezza con un pollice. «Anche se a Terrence sarebbe piaciuto».
Stringo le labbra. «Ti sei messo a ringhiare, Jack Joseph?»
«Gli piaci. Lo terrò d’occhio». Mi stampa un bacio casto sulla bocca e fa per accompagnarmi alla porta, ma ci blocchiamo entrambi, allarmati, quando la maniglia comincia a muoversi. Lo guardo negli occhi, nella speranza che sappia dirmi chi potrebbe essere, in modo da poter capire quanto devo farmi prendere dal panico. Non ha espressione.
«Jack?». L’urlo di Stephanie mi colpisce come un proiettile sulla tempia. Lui spalanca la bocca. Inizio a tremare. «Jack, ci sei?»
«Oh, merda», sussurra lui, fissando la porta mentre la maniglia continua ad andare su e giù.
Io chiudo gli occhi e provo a respirare per scacciare il panico.
«Da questa parte», mormora, prendendomi per un braccio e guidandomi dall’altro lato dell’ufficio verso una porta. «Mi libero di lei. Dammi due minuti».
«Lavoriamo insieme, Jack», sibilo in un sussurro. «Potremmo essere in riunione».
«Con la porta chiusa a chiave?», mi chiede, trascinandomi. Ha ragione: sembrerebbe troppo sospetto, e a dire il vero non voglio affrontare Stephanie. Con ogni probabilità tremerei di fronte a lei per la paura, il senso di colpa e un milione di altre ragioni.
Lui apre una porta e mi spinge dentro. Nel buio totale. Mi giro e lo guardo storto. «Un cazzo di ripostiglio?», sibilo, indignata ma non in grado di rifiutare ciò che mi suggerisce.
Mi guarda con un’espressione addolorata – dispiaciuta – prima di chiudere la porta e lasciarmi sola al buio. Che cazzo di situazione!
«Jack?». Sento Stephanie urlare di nuovo, e poi il suo telefono inizia a squillare. «So che sei lì dentro!».
Faccio un respiro profondo nel tentativo di rimanere in silenzio. Sento la porta dell’ufficio aprirsi. «Ehi», la saluta Jack, estremamente allegro. E colpevole.
«Che succede?». Stephanie sembra offesa, e io avvizzisco immediatamente, aspettandomi che da un momento all’altro arrivi a spalancare la porta dietro cui mi nascondo.
«Oggi c’è il caos al lavoro», spiega lui con disinvoltura. «Stavo cercando di trovare un po’ di pace per fare un po’ di calcoli».
Mi accascio contro il muro.
«Capisco», dice Stephanie, e la immagino mentre si guarda intorno nell’ufficio con sospetto. L’ansia rischia di strozzarmi mentre rimango immobile, morendo dentro.
«Come mai sei qui?», le domanda Jack, il suono dei suoi passi più vicino. La sta accompagnando alla scrivania? Santo cielo, non la portare da questa parte!
«È stata una mattinata stressante!», si lamenta lei.
«Che è successo?», le chiede con un sospiro. Il suo tono non tradisce alcuna preoccupazione.
«Dovevo andare a pranzo con Tessa». Anche la voce di Stephanie è più forte, il che vuol dire che sta seguendo Jack verso la scrivania. Chiudo gli occhi nonostante sia al buio. Una sedia scricchiola. Si è seduta. «E lei ha rimandato!».
«Ed è una cosa terribile?», sospira Jack.
«Be’, sì», sbotta Stephanie brusca. «Ha detto che aveva un appuntamento di cui si era dimenticata, ma so che è andata a pranzo con la sua nuova amica di yoga».
«Stephanie, probabilmente ha rimandato perché aveva davvero un appuntamento».
«Non sono stupida, Jack. Non piaccio alla sua nuova amica. Vuole Tessa tutta per sé».
Aggrotto la fronte, aprendo gli occhi nell’oscurità dello spazio ristretto. Sembra del tutto irragionevole.
Il silenzio si protrae. In questo lasso di tempo immagino lei che fissa Jack dall’altro lato della scrivania. «E allora cosa vuoi che faccia?», chiede Jack semplicemente.
«Be’, non lo so!», sbuffa Stephanie. «Tessa è amica mia, e non lascerò che un’intrusa mi metta da parte».
La mia mente si contorce mentre fisso l’oscurità con gli occhi spalancati. Chiunque sia questa Tessa, mi dispiace per lei.
Sento Jack sospirare, nel chiaro tentativo di raccogliere un po’ di pazienza. «Le è permesso avere più di un’amica».
«No, non le è permesso, Jack! Siamo sempre state io e lei».
«Stephanie, non ho tempo di fare da babysitter alle tue amicizie».
«No, non hai tempo di fare nulla tranne lavorare, vero?»
«In che altro modo potrei garantirti il tenore di vita a cui ti sei abituata, Stephanie? Trovati un lavoro. Qualcos’altro da fare oltre a preoccuparti di chi sono le amiche delle tue amiche».
Lei sussulta, scandalizzata. «Io? Lavorare? Non ci penso proprio. Che cosa penserà la gente?». Fisso la porta, sconcertata. «E comunque», continua, mettendo chiaramente fine al discorso. «Pensavo che potessi uscire prima dal lavoro. Andiamo a cena insieme. In un posto carino».
Sembra speranzosa. Chiudo gli occhi e per quanto non voglia pensarci, lascio che il senso di colpa mi investa e mi scortichi la pelle implacabilmente. Perché non importa da che punto di vista lo si guardi, quello che sto facendo è sbagliato. Quello che Jack sta facendo è sbagliato. Ho appena assaggiato una fetta enorme della mia realtà. Spero che mi faccia strozzare. Me lo merito. Mi guardo intorno nella mia prigione, disperata e deplorabile e immorale.
«Va bene», risponde Jack. «Non sarebbe male».
«Magnifico!». Sembra così felice nonostante la totale mancanza di entusiasmo nella voce di Jack.
Un pugnale affonda nel mio petto e rigira in continuazione nella ferita. E io accetto l’agonia. Perché me lo merito. Non mi faccio illusioni, però. Sapere che le proprie azioni sono così sbagliate non significa che smettere è più facile.