Capitolo 29
Mi hanno fatto così tante trasfusioni che non credo di essere più me stessa. Avevo delle emorragie interne causate da una costola rotta che ha perforato un vaso sanguigno. L’accumulo di sangue dietro le costole mi provocava un dolore straziante, ma una volta eliminato, il dolore è diminuito nel corso delle settimane finché è stato sufficiente del semplice paracetamolo e mi sono liberata della flebo. Il braccio sinistro è rotto in tre punti e tre tendini sono stati tagliati all’altezza del polso. Ho una ferita pulita sulla coscia, e ho tutto il corpo coperto di sfumature blu e nere a causa dei graffi, dei tagli e delle escoriazioni. Sinceramente, sto da schifo, anche sei settimane dopo.
Eppure sopporterei in eterno questo dolore e accetterei volentieri tutto questo per il resto della mia vita se potessi cambiare anche solo una cosa.
Ma non posso. Il mio unico conforto è che nostro figlio non ha sofferto come noi.
Stephanie è stata accusata di tentato omicidio. Non lo sapevo, ma dei vicini di casa hanno delle telecamere a circuito chiuso fuori dalle loro proprietà e dopo un’attenta analisi, a quanto pare il suo intento è risultato evidente. I video di lei che mi attacca con un coltello pochi minuti prima hanno avvalorato l’accusa.
Ho scelto di non guardare le registrazioni, ma Jack le ha viste. Non so perché ne abbia sentito il bisogno, e non gliel’ho chiesto. Hanno anche fatto dei test sull’auto; la velocità all’impatto è stata stimata intorno agli ottanta chilometri orari. Non dovrei nemmeno essere viva. Stephanie è stata messa sotto sorveglianza per pericolo di suicidio durante la custodia cautelare, e il suo avvocato ha richiesto una valutazione psichiatrica. Ho sentito che ha dichiarato di aver perso il senno. Spero che voglia dire che sarà dichiarata malata di mente e rinchiusa in un istituto. Non mi importa dove finirà, basta che sia lontano, lontanissimo da me e Jack.
Mio padre, dopo che i miei hanno superato lo shock dell’incidente, si è scagliato contro Jack con una rabbia che non gli avevo mai visto prima addosso. Jack si è piegato alla sua furia, senza reagire e senza ribattere avanzando qualche scusa. Il senso di colpa che lo consuma mi preoccupa sempre di più, ogni giorno che passa. È qui, ma non è presente. Sorride, ma dietro quei sorrisi c’è una tristezza perpetua. Non doveva andare così. Nessuno avrebbe dovuto soffrire così tanto.
I miei amici e i miei genitori hanno fatto avanti e indietro da casa mia per venirmi a trovare, ma non ho avuto bisogno del loro aiuto. Jack ha preso un congedo straordinario dal lavoro per starmi accanto, per prendersi assiduamente cura di me e del mio corpo in via di guarigione. Non posso dire che non mi piaccia averlo intorno così tanto, dopo tutto il tempo che abbiamo passato a rubare un’ora qui e lì per stare insieme. Tuttavia, vorrei che le circostanze non fossero così tragiche. Abbiamo perso nostro figlio. È una cosa che nessuno di noi sa affrontare. Possiamo contare solo l’uno sull’altra; spero che sia abbastanza.
Abbiamo guardato Top Gun un centinaio di volte e abbiamo mangiato una tonnellata di fragole giganti. Jack mi ha accompagnato alle sedute di fisioterapia ogni giorno da quando mi hanno rimosso il gesso. Fra una seduta e l’altra, eseguo gli esercizi che mi sono stati assegnati su delle schede plastificate almeno sei volte al giorno. Sei! Quindi, praticamente, passo le giornate a fare esercizi per il braccio, e Jack si assicura che sia così, sedendosi con me per venti minuti ogni volta a ripetere le serie e a redarguirmi se pensa che non le stia eseguendo in modo corretto. Mi annoiano, questi esercizi per il braccio.
In questo momento sono sdraiata sul divano, a fare zapping, quando Jack entra con quelle dannate schede. «Non di nuovo», sospiro, buttando il telecomando sul cuscino con il braccio molle. «Li abbiamo appena fatti».
«Zitta», mi rimprovera gentilmente, spostandomi le gambe per sedersi accanto a me.
«Ma sto molto meglio. Guarda». Riprendo il telecomando e lo punto verso la televisione, ignorandone la pesantezza. «Posso farcela».
«Sì, ma voglio che tu riesca a fare questo». Chiude la mano a pugno e inizia a muoverla in aria, mimando il movimento di una mano su un cazzo invisibile. Io lo guardo a bocca aperta, non perché il gesto mi sembri inopportuno data la situazione, ma perché vedo un tenue bagliore nei suoi occhi che non vedevo da settimane. Lui sorride sotto i baffi, e io mi ritrovo a ricambiare il sorriso. E poi ride piano, e questo suono è la migliore medicina che possa esistere. Io faccio una risatina gettando indietro la testa sul cuscino. Mi sento bene, un altro pezzo del mio cuore spezzato che si rimette a posto.
Il dolore per la nostra perdita non svanirà mai completamente, ma devo sperare che alla fine diventerà abbastanza sopportabile da poter andare avanti. Spero che anche Jack si stia muovendo nella stessa direzione. Abbasso la testa e lo vedo sorridere. È incredibile da vedere, tanto che mi fa ben sperare che con il diminuire del mia sofferenza diminuirà anche il suo senso di colpa. «Sei diventato bravo», dico, stringendogli la mano. «Hai fatto pratica?».
Lui sfoglia gli esercizi, guardandomi con un sopracciglio alzato. «Le normali seghe non sono nulla rispetto a quelle fatte con la mano della donna che si ama avvolta intorno al cazzo», risponde con voce roca e un occhiolino, facendomi sorridere di più.
«Non l’hai appena detto».
«Sì, invece». Tiene in alto una scheda e io lo osservo, riconoscendo le immagini ormai familiari. «Ora concentrati su questo».
«Dopo che hai detto una cosa così romantica?».
Spunta il tipico sorriso alla Jack Joseph. «Concentrati», mi ordina.
Controvoglia, guardo la scheda. «Facile», dichiaro, iniziando ad aprire e chiudere il pugno, ancora e ancora. «Il prossimo».
«Questo qui». Solleva un’altra scheda.
«Ecco». Piego il gomito trattenendo uno sbadiglio. «Il prossimo».
«Annie, devi stendere completamente il braccio». Con una mano me lo allunga. Sibilo, sentendo i tendini rigidi tirare troppo. «Sì, molto meglio», scherza sarcastico. Io lo guardo male. Mi lancia uno sguardo di avvertimento. «Continuerai a discutere?».
Brontolo scocciata e inizio a piegare il braccio, lentamente stavolta, e a stenderlo quanto più posso. «Contento?»
«Sto solo cercando di aiutarti».
«Aiutami facendomi uscire», lo imploro, senza sperare che mi ascolti. Mi sento una prigioniera, e a parte le mie visite mondane dal fisioterapista, Jack mi ha tenuta al sicuro a casa nella bambagia. Sto lentamente impazzendo. «O per lo meno lasciami andare nello studio così posso lavorare un po’».
«Pensavo di portarti da qualche parte, a dire il vero». Allunga una mano e con un dito traccia la linea di un taglio sulla guancia. «Ma non voglio che ti sforzi troppo».
«Mi sento molto meglio». Ho bisogno di uscire e provare a fare qualcosa di normale invece di rimanere sdraiata qui a rivivere in continuazione quella giornata infernale. Non fa bene nemmeno a Jack farmi da infermiere ventiquattr’ore su ventiquattro. Deve uscire anche lui.
«Facciamo un patto», dice, chinandosi sul mio corpo sdraiato e avvicinandosi al mio viso.
«Quale?». Farei di tutto.
«Ti porto da qualche parte se tu…». Si interrompe, spostando fugacemente lo sguardo dietro di me.
«Se io cosa?»
«Se accetti di venire a vivere con me».
Sussulto. Non intendo farlo. Non ne abbiamo mai parlato. Non abbiamo parlato di niente, a dire il vero. Da quando mi hanno dimesso dall’ospedale, ogni nostro sforzo è stato indirizzato alla mia guarigione, ed entrambi sembravamo contenti così. Non volevo continuare a rivivere gli eventi orribili che mi hanno fatto finire in ospedale e che ci hanno tolto nostro figlio. Jack è rimasto qui a casa mia per tutto il tempo, e io non mi sono fatta domande. Andare a vivere con lui? Dove? La sua casa è vuota, dato che lui è qui e la moglie è rinchiusa. E so che non vuole rimettere più piede in quel posto. Il mio appartamento è piccolo.
«Forse potremmo comprare casa», continua, percependo che sto scendendo nella spirale infinita delle domande taciute, e forse consapevole di quali esse siano. «Non posso ancora vendere casa mia, non finché non sappiamo cosa succederà a…». Si interrompe di nuovo. Non ha mai più fatto il nome di lei e dubito che lo farà in futuro. Jack ha fatto richiesta di divorzio e ha lasciato tutto nelle mani del suo avvocato. «Voglio una casa con te. Lontano da qui. Un posto tutto nostro».
«Nostro?», chiedo, intrigata dall’idea.
«Solo nostro».
«Solo nostro», ripeto, cercando a fatica qualcos’altro da dire. Un posto tutto nostro.
«Un nuovo inizio. Io e te». Mi prende il polso e tocca il braccialetto, facendomi abbassare lo sguardo. «Se mi vuoi».
Un altro pezzetto del cuore spezzato si rimette a posto. Unisco le dita alle sue e giocherelliamo entrambi con i ciondoli preziosi. La dinamica della nostra relazione è stata costretta a cambiare. Prima, quando potevamo vederci soltanto in momenti rubati, di solito ci strappavamo i vestiti di dosso dopo pochi secondi, entrambi famelici e consumati dal desiderio l’uno per l’altra, passando il tempo condiviso a perderci nella nostra bolla privata di felicità. Ora che trascorriamo ogni secondo della giornata insieme e io sono allettata, passiamo il tempo a… stare insieme. Ad amarci. A supportarci. A guarirci come meglio sappiamo fare mentre non riusciamo fisicamente a raggiungere quel piacere stordente che ci ha fatto superare tutti quei mesi. Ma il piacere c’è ancora. Nonostante il lutto che sto affrontando, stare con Jack è ancora più che soddisfacente. Semmai, non ha fatto altro che rafforzare il nostro amore. Lui mi ha visto nel momento in cui ero più debole. E così io. Eppure, insieme siamo forse più forti che mai. Lo guardo con un accenno di sorriso. «Sei sempre stato mio, ancor prima che io lo sapessi».
Annuisce, passandomi le dita fra i capelli. «Mi dispiace solo che…».
Lo prendo per la nuca e lo avvicino a me, quasi toccandogli le labbra con le mie. «Starò bene», dico, interrompendolo. «Ho te, perciò so che starò bene». Sono conscia che la mia ferita potrebbe inghiottirlo vivo se glielo lasciassi fare. Non devo.
«Ti ho trascinato in così tanti problemi», sussurra.
«Li ho cercati io», gli faccio notare. Non è solo colpa sua. Ho accettato le ripercussioni quando mi sono fatta catturare nella rete di menzogne e inganno con un uomo sposato. Solo, non avevo previsto l’immensità del dolore e della disperazione che avremmo affrontato. Non avevo previsto Stephanie.
Sorride un poco. «Non ti ho dato molta scelta, vero?»
«Intendi dire quando mi hai tentato inesorabilmente con la tua bellezza?».
Annulla lo spazio fra noi e mi bacia con cautela. «Sapevo che dovevo trovarti ubriaca in quel pub quella sera».
«Non ero ubriaca».
«Ovviamente». Mi sorride contro la bocca. «Vuoi una mano nella doccia?».
Annuisco e lascio che mi aiuti ad alzarmi dal divano, tacendo il leggero fastidio per non fargli ritirare la proposta.
«Senti dolore, vero?», riflette mentre mi accompagna tenendomi per la vita e adeguandosi al mio passo fiacco.
«Sto bene», ribatto, facendo una piccola smorfia quando sento una fitta di dolore inaspettata alla coscia. Zoppico ancora leggermente, ma sono sicura che dipenda solo dalla mancanza di movimento regolare. I muscoli e le ossa obiettano ogni volta che mi muovo perché sono abituati a essere considerati di troppo.
Jack mi guida in bagno e apre l’acqua nella doccia. Mi detesto per questo, ma devo sedermi sul gabinetto mentre lui prende gli asciugamani. Sono esausta dopo la breve passeggiata da una parte all’altra della casa. Lui lo nota e alza un sopracciglio che io scelgo di ignorare mentre mi tolgo la maglietta. Lo perdo di vista quando la passo sopra la testa, e quando lo rivedo si è tolto la sua maglietta. Sorrido a quegli addominali, a quel petto e a quel torso assolutamente incredibile. E sospiro.
Lascio cadere la maglietta a terra mentre Jack si sbottona i jeans. Lentamente. Poi li spinge giù lungo le cosce muscolose. Lentamente. Con chiara determinazione. Fra le gambe mi succede qualcosa che non accadeva da un po’ di tempo.
«Ti lavo». I suoi jeans rimangono a terra. «Te la senti?».
Io salto in piedi dal gabinetto. E grido. «Merda!». Ricado giù e afferro il bordo del lavandino, respirando per lenire il dolore.
«Annie!». Jack è in ginocchio davanti a me in un batter d’occhio, a valutare la mia condizione. «Vacci piano».
Gonfio le guance espirando, e lo guardo negli occhi. «Ahia», mormoro pietosamente.
«Okay. Non usciamo. È troppo presto. E niente doccia insieme».
Io ringhio e gli afferro i capelli, tirandolo in avanti con fare minaccioso. «Tu ci entri!», sibilo. «E poi mi porti fuori».
«Cazzo, Annie!». Ridacchia e si rimuove i miei artigli dalla testa. «Okay, okay».
«Bene». Ritorno a respirare, calma e controllata. «Scusa per essere stata così insistente».
Jack ride, una vera risata di pancia. È musica per le mie orecchie. «Non vedo l’ora di vivere una vita di insistenza, splendore». Si alza davanti a me, offrendomi la mano. «Pronta?».
Gliela prendo e lascio che mi tiri su gentilmente e mi tolga i pantaloncini, le mutandine e il reggiseno prima di guidarmi pazientemente nella doccia. «E comunque, che ti aspetti con quel corpo?», gli chiedo, e lo sento ridacchiare. «E quando mi guardi così. E quando mi parli con quel tono. E dici quelle cose».
«Terrò la bocca chiusa». Mi fa voltare con delicatezza davanti alla panca da doccia e mi fa sedere. «E mi terrò addosso i vestiti», aggiunge.
«Non sei costretto», obietto. Sarebbe una tragedia.
Faccio una smorfia quando la mia pelle tocca la panca perché odio aver bisogno di sedermi. Speravo che oggi sarebbe stato il giorno in cui sarei riuscita a farmi una doccia in piedi. «Mi sento un’invalida», brontolo, guardando Jack inginocchiarsi davanti a me.
«Lo sei», mi fa notare lui, facendomi aumentare la smorfia. Prende la spugna e la bagna sotto lo spruzzo, poi aggiunge un po’ di bagnoschiuma. Mi prende una caviglia e solleva la gamba con gentilezza, tenendo d’occhio la mia faccia per qualsiasi smorfia di dolore. «Tutto bene?», domanda, per stare sicuro, e io annuisco. «Bene». Inizia a insaponarmi. «Vuoi che ti depili le gambe?».
Mi guardo le gambe, allungando una mano per accarezzare la pelle. Ho provato a depilarmi, ma con i movimenti limitati molte cose sono fuori portata. «Sì, grazie». Non posso credere di essere già arrivati a questo punto nella nostra relazione, ma Jack è completamente rilassato al riguardo e prende il rasoio e me lo passa con delicatezza sulla gamba con movimenti precisi e leggeri. «Il nostro amore ha raggiunto un altro livello», rifletto, e lo vedo sorridere mentre continua nel suo lavoro volontario.
«Il nostro amore è tra i più grandi, Annie». Finisce e lava via il sapone, passandomi le mani lungo le gambe per controllare il frutto del suo intervento. «Perfetto», dice, alzando lo sguardo verso di me. Sospetto che non si riferisca all’ottimo lavoro che ha appena fatto rasandomi le gambe. Parla del nostro amore.
Allungo una mano e gli accarezzo la barba irsuta. «Perfetto», ribatto.
Mi bacia la mano con delicatezza, sospirando con gli occhi chiusi. «Ti amo».
Mi sposto in avanti sulla panca per avvicinarmi. Lui, però, si oppone, tenendomi ferma. «Voglio abbracciarti».
«Allora mi avvicino io». Avanza sulle ginocchia e mi mette le mani sulle cosce, cercando il mio consenso. Per tutta risposta apro le gambe e gli afferro le spalle, tirandolo a me mentre stringo le cosce quanto più posso prima che cominci a far male. «Attenta», mi avverte, con il petto bagnato contro il mio, e io nascondo la faccia contro il suo collo, e così fa lui. Mormoriamo entrambi. «Dio, che bella sensazione», sospira.
È vero. Calda. Confortevole. Giusta. Rimaniamo così per un’eternità, uniti, a goderci il primo vero abbraccio da troppo tempo. Non mi fa male nulla. Non sento altro che gratitudine. Potrei rimanere qui per sempre, così contenta fra le sue braccia, perciò quando fa per staccarsi, borbotto e mi aggrappo a lui più forte.
«Pensavo che volessi andar fuori», dice, facendo uno sforzo per farmi uscire dal mio nascondiglio nel suo collo.
«Ho cambiato idea. Rimaniamo qui».
«Per sempre?»
«Sì».
Ride. «Come siamo determinati oggi. E se ti promettessi di abbracciarti tutta la notte?»
«Invece di dormire sul bordo del letto il più lontano possibile da me?»
«Avevo paura di colpirti nel sonno». Si alza e prende lo shampoo.
«Mi sento meglio dopo solo cinque minuti di abbraccio che dopo essere stata ferma per sei settimane».
Si ferma con il flacone al contrario e mi guarda. Faccio spallucce. È la verità. Ha il tocco magico. «Allora ti terrò stretta tutta la notte», dichiara Jack.
«E domani notte?»
«Anche domani».
«E la notte dopo?»
«Annie, ti terrò stretta ogni notte per il resto delle nostre vite insieme». Mi mette le mani nei capelli e massaggia la testa, creando la schiuma. «E ne sarò grato ogni minuto».
Cado in una beatitudine totale, con le mani di Jack che mi strofinano dolcemente i capelli, come se stesse maneggiando qualcosa di fragile. Immagino che sia così. «Devi esserti stufato di vedermi così malridotta», sospiro. Ho dimenticato cosa sia il trucco, e nelle ultime settimane ho indossato solo vestiti sciatti.
«Sei bellissima ogni giorno», dice semplicemente. «Ora zitta».
Obbedisco e lascio che si prenda cura di me, dovendo tenere gli occhi chiusi. Il suo basso ventre nudo è proprio all’altezza dei miei occhi, e se abbasso lo sguardo, vedo qualcos’altro. So che non sono pronta per quello, perciò tentarmi così non farebbe che aumentare il mio dolore che si sta affievolendo.
«In piedi». Jack mi cinge la vita con le braccia e mi solleva. «Ecco».
Sibilo facendo una smorfia mentre mi alzo dopo solamente pochi minuti seduta. Ammetto controvoglia che c’è ancora molta strada da fare prima di ritornare in forma. «Grazie».
Non prende atto della mia gratitudine, e si sbriga ad avvolgermi in un asciugamano e ad accompagnarmi al lavandino. Mi guardo allo specchio. Sono pallida. Bellissima ogni giorno? Sbuffo e prendo il blister di pillole contraccettive, tirandone fuori una e portandomela alla bocca.
Ma la pillola non arriva mai alle mie labbra.
Perché Jack mi ha avvolto una mano intorno al polso per fermarmi. Lo guardo nel riflesso, con le sopracciglia aggrottate. Che sta facendo?
«Che ne dici di non prenderla?», suggerisce piano, osservando attentamente la mia reazione.
Sono sbalordita. Intende dire…? «Poi probabilmente rimarrò incinta quando ti arrenderai al mio bisogno di averti il prima possibile».
Sorride divertito, tenendomi ancora il polso. «Ripeto: che ne dici di non prenderla?». Mi ruota la mano e la pillola cade nel lavandino. Abbasso lo sguardo per vederla rotolare attorno allo scarico prima di sparire nel buco nero. La pillola è sparita, ma io continuo a fissare la porcellana del lavandino, nel tentativo di capire cosa mi sta suggerendo.
«Jack, non ho bisogno che tu…». Mi mette un dito sulle labbra e mi fa zittire, avvicinandosi a me.
«Non sto cercando di rimettere le cose a posto, Annie. Non con un bambino, in ogni caso. E non sto cercando di rimpiazzare quello che abbiamo perso». L’accenno al mio aborto spontaneo fa un male terribile, e lui deve averlo notato perché mi prende le guance fra le mani grandi e avvicina il mio viso al suo. «Voglio costruire una vita con te», dice piano. «Mi sento come se avessi aspettato un’eternità per sentirmi così». Mi accarezza le guance con i pollici, e io chiudo questi dannati occhi quando li sento pizzicare per le lacrime. Jack mi bacia le palpebre con una tenerezza enorme. «Voglio avere dei figli da te, Annie. A centinaia». Io tiro su col naso, emozionata. «Voglio guardarti ogni giorno e sorridere, perché ho scelto te come madre dei miei figli. Perché so che se devo avere tutto, allora lo devo avere con te». Apro gli occhi e sprofondo nei pozzi grigi dello sguardo di Jack. La tristezza persistente nei suoi occhi è quasi sparita. «Niente più pillola». Mi dice tantissimo con il suo bacio. Mi dice che mi proteggerà. Che ci sarà sempre per me. E mi dice che per quanto la gente penserà che le mie scelte siano state sbagliate, erano giuste per me. E per Jack.
«Dammi un po’ di tempo», sussurro.
«Quanto te ne serve». Si scosta con un sorrisetto che non posso fare a meno di imitare. «Posso usare il preservativo. Ho solo bisogno che tu sappia che sono pronto quando lo sarai tu».
«Okay», concordo con facilità, semplicemente. Perché anch’io so che se dovessi avere un figlio, allora lo dovrei fare con Jack. Fisso gli occhi grigi di un uomo che era proibito. Un uomo che non avrei mai dovuto toccare. Un uomo che non era mio. «Io direi che ne bastano quattro», mormoro. Quel sorriso. Dio, quel sorriso. È luminoso, quasi abbagliante, e mi riempie di speranza e amore. Il pezzo più grande del mio cuore infranto ritorna al suo posto. Il sorriso di Jack è il simbolo della nostra vita. E delle vite dei nostri figli. È il simbolo della felicità. E della libertà.
«Ne voglio sei».
Ignoro il dolore lancinante che mi assale quando mi lancio contro di lui. «Ti amo», dico singhiozzando come una matta. «Ti amo così tanto».
«Grazie». Mi tiene come se dovessi collassare se mi lasciasse andare. È vero, ma non per colpa del dolore o della stanchezza. Crollerei per via di una felicità quasi troppo intensa da comprendere. Come la maggior parte delle cose che provo con Jack. «Dài, allora. Usciamo».
«Dove andiamo?»
«È una sorpresa». Mi dà un bacio sul naso e mi lascia andare cautamente. «Vuoi che ti aiuti a vestirti?»
«Che devo mettermi?».
Mi prende per mano e mi porta all’armadio, poi scorre fra i vari vestiti. «Questa». Jack tira fuori una camicia larga di Ralph Lauren. «Con questi». E un paio di jeans stretti. Quindi non si va in un posto elegante?
Lentamente e con cura mi aiuta a vestirmi e soprintende alla prima sessione di trucco dopo settimane. «I capelli?», chiedo, guardando torva la mia criniera. Un taglio e una tinta mi farebbero bene.
Mi toglie l’elastico dal polso e raccoglie i capelli lunghi e scuri in una coda disordinata.
«Perfetta».
Non userei la stessa parola, ma è un miglioramento rispetto al caos che ho in testa da quando mi sono ritrovata in ospedale. «E le scarpe?»
«Qualcosa di comodo». Mi posa le mani grandi e forti sulle spalle e le massaggia piano per qualche momento di piacere.
Chiudo gli occhi e mi rilasso sotto il suo tocco. «È una bella sensazione», sospiro.
«Dài, prima che ti addormenti». Lasciandomi davanti allo specchio, si infila dei jeans e una maglietta. «Pronta?».
Annuisco, infilo i piedi nelle Converse e guardo torva le scarpe slacciate. Jack si china di fronte a me e se ne occupa lui prima che possa anche solo provare a piegarmi. Sorrido alla sua nuca, sentendomi grata e non inutile. Sotto la sua cura. La sua attenzione. È facile accettarlo, perché è Jack.