58

LA Stazione Termini era assonnata, disperata e indolente, simile all’umanità che l’abitava. Dalmasso sgusciò veloce tra i mendicanti e i senzatetto che si protendevano verso di lui, attratti dai vestiti eleganti. Il Grande Errore, il Grande Errore! E c’era qualcuno che aveva pure il coraggio di negarlo, ragionò l’avvocato con stizza.

Grappoli di viaggiatori correvano alle banchine temendo di perdere l’ultimo treno della notte. Gli unici a sembrare incuranti della realtà erano i turisti giapponesi, che se ne stavano naso all’aria sotto al tabellone delle partenze, ordinati e compatti, come un cubo di carne umana, occhiali, macchine fotografiche e ombrelli parasole chiusi.

Dalmasso aveva scelto di tornare a Milano in treno. Per avere il tempo di pensare. Aveva comprato i biglietti di un intero scomparto, in modo da non dover condividere il viaggio.

Lavò i denti, smise l’elegante gessato, allineò le scarpe scamosciate ai piedi del letto, infilò il pigiama da viaggio e si sistemò in una delle due cuccette più basse. Accarezzando il pizzetto cominciò a ragionare.

Certo, si trattava solo di un’ipotesi, ma ormai ne era più che convinto: Navale e la sua squadra non avevano portato per caso quella notizia a Renato Angiolillo. L’articolo del Tempo sui due cecoslovacchi doveva essere un messaggio per la FIAT. Sappiamo che dietro Codecà c’è qualcosa di strano. Dopodiché erano andati a trattare con Camerana. Ma Camerana aveva sbattuto loro la porta in faccia.

Cullato dall’andatura del treno, sballottato dagli scambi, l’avvocato Dalmasso si addormentò.

L’indomani mattina fu svegliato dal capotreno.

«Lodi, signore. Tra poco saremo a Milano.»

Si vestì con cura, superando il ribrezzo di non potersi cambiare d’abito. Infilò le scarpe e frizionò il collo con dell’acqua di Colonia.

Sceso dal treno, uscì dalla Stazione Centrale e cercò subito un taxi.

«Dove andiamo?»

Diede l’indirizzo della villa di Leonora. A mano a mano che il taxi proseguiva, vedeva cambiare il paesaggio: dall’ocra spento di Milano, al grigio della natura malata dell’hinterland, sino ai colori accesi della vegetazione attorno al lago, rotta, qua e là, da eleganti villette.

La nobildonna si meravigliò di trovarselo di fronte a quell’ora. Dopo Liborio e i suoi incubi, anche Marcello le si presentava alla porta di prima mattina. C’era da sperare che non diventasse un’abitudine.

Mentre facevano colazione insieme, Dalmasso le raccontò del suo incontro col generale Pastrengo.

Donna Leonora lisciò la pelle della gola con la mano. «Roberto Navale, certo che ho presente il soggetto… fu assolto sì per l’omicidio dei fratelli Rosselli, ma per insufficienza di prove, il che non equivale mai a una piena assoluzione», disse Leonora. «E poi quell’Occhetto… mi ricorda qualcosa… Aspetta!»

Dalmasso la vide partire di gran carriera, avvolta nella vestaglia di seta che Saverio le aveva portato dallo Yunnan.

Tornò sventolando dei ritagli di giornale ingialliti.

«Eccolo!» esultò. «Ho una memoria di ferro per i fascisti, io. In camera da letto tengo un piccolo archivio. Be’, per certi versi è una mania, ma una mania legittima per una vecchia azionista come me.»

«Hai trovato qualcosa su Roberto Occhetto?»

«Certo, guarda qua», rispose Leonora aprendo le carte sul tavolo con una carezza. «Occhetto era il braccio destro di Pietro Caruso, il questore di Roma all’epoca dell’attentato di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Insomma, erano dei collaborazionisti. Caruso fu processato e fucilato nel ’44. Occhetto fu condannato a trent’anni dall’Alta Corte di Giustizia, ma poi la Cassazione annullò la sentenza. A ogni modo gli furono confiscati molti beni che aveva accumulato indebitamente durante il regime. Nella lista degli approfittatori insieme a lui c’erano molti gerarchi e aguzzini fascisti: il torturatore Pietro Koch, Luigi Federzoni, Giuseppe Bottai, Giacomo Acerbo, quello della legge elettorale. C’era anche il questore Caruso. Per di più si scoprì che Occhetto aveva coperto alcuni sciacalli che avevano svaligiato la casa di una famiglia ebrea deportata.»

«Un galantuomo!»

«E possiamo ragionevolmente supporre che Lotti e ‘Anitra’, gli altri due componenti della cricca di Navale, non fossero tanto migliori.»

L’avvocato annuì. «Quella di Navale doveva essere a tutti gli effetti una piccola associazione a delinquere.»

«Una banda organizzata di ricattatori.»

«In questa storia i ricattatori sono le figure più frequenti. Da Argenti e Gandini, a Navale. Tutti volevano estorcere denaro alla FIAT.»

Donna Leonora finì il suo tè. Diede uno sguardo all’orologio a muro: le sette e mezzo. Come al solito, Caterina dormiva ancora della grossa.

«Prima hai menzionato un avvocato…»

«Quale avvocato?» domandò Dalmasso.

«L’avvocato che difese Navale in quel processo del ’58.»

«Ah già, Guglielmo Gillio.»

«Ecco, proprio lui. Non so perché, ma questo nome mi dice qualcosa…»

Dalmasso percorse con lo sguardo le rughe del volto di Leonora, come se tra quelle pieghe si trovasse una risposta che sapeva esserci, da qualche parte.

«Hai ragione! Come ho fatto a non pensarci prima? Abbiamo letto il suo nome nei verbali del processo a Faletto!»

Leonora strizzò la memoria come uno straccio umido. Rivide Faletto abbarbicato alla sbarra degli imputati, i suoi avvocati, De Marchi e Baravalle, il pubblico ministero, il giudice Carron Ceva, il capitano Burlando, tutti i testimoni che erano sfilati davanti alla Corte. E Guglielmo Gillio, principe del foro. Si illuminò.

«Era l’avvocato di Elena Piaseski, la moglie di Codecà!»

Dalmasso annuì, il viso contratto dai pensieri. «Elena e Navale avevano lo stesso avvocato.»

«Cosa può significare?»

«Forse niente. Gillio era un professionista molto famoso, e non si sottraeva di certo ai casi più mediatici. Però…»

Dalmasso non concluse la frase. Bevve sino in fondo il caffè e si perse a osservare la polvere nerastra sul fondo della tazzina. Tutto lascia tracce.

L'insolita morte di Erio Codecà
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