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IL professor Cannavacciuolo sentiva il disco gelido dello stetoscopio premere sulla pelle. Se ne stava seduto sul lettino, con la camicia alzata, i pettorali, molli come cachi, appollaiati sull’enorme ventre, e le gambe a penzoloni. Dietro di lui il dottor Fausto Villa era assorto nell’auscultazione, chiuso in una sacca di professionalità, quasi che nel frattempo il resto del mondo fosse scomparso.

«Va bene, Liborio, rivestiti.»

«Allora Villa, muoio?» chiese il professore mentre infilava alla meglio i lembi della camicia nei pantaloni. Dava del tu agli amici, ma chiamandoli per cognome. Vecchia abitudine.

Il fremito della risata scosse il bel corpo atletico del dottor Villa. La chiostra di denti perfetti rifletté la luce della lampada al neon. «Per il momento ancora non ci lasci.»

«E meno male.»

«Come dice sempre Guendalina: ‘Il tuo amico professore è indistruttibile’.»

«A proposito di tua moglie… come sta?»

«Bene, sai com’è fatta, è sempre impegnata a correre dietro alle sue ispirazioni d’artista, le chiama così.»

«Mi raccomando, salutamela.» Poi Liborio Cannavacciuolo si rivolse a Vesna, che fino a quel momento era rimasta in disparte in un angolo dello studio. «Ve’, dammi una mano a rimettermi il maglione.»

«Subito, siniòr Liborio», rispose la ragazza, e accalappiò la testa del professore col girocollo del pullover.

«E fai piano, Ve’! Me vuoi accìde?!»

«Scusa, siniòr Liborio.»

«E scusa un paio di…» Poi il professore trattenne la lingua e sorrise alla ragazza. Come sempre, davanti ai meravigliosi occhi blu di Vesna si scioglieva e le perdonava tutto. Volse il capo verso l’amico dottore e sentenziò: «Villa, le donne russe sono sbrigative!»

Il medico gli batté una mano sulla spalla. «Ma non ti lamentare sempre, Liborio!»

Cannavacciuolo stava per controbattere, quando entrò una bella infermiera sui trent’anni. La donna guardò Villa per un attimo di troppo, gli occhi sognanti e le labbra lubricamente dischiuse, uno squarcio su futuribili piaceri umidi.

«Fausto, la signora Cerutti chiede se può spostare la seduta di filler a giovedì prossimo», disse con una voce calda.

«Certo, Antonella, dille che non ci sono problemi.»

L’infermiera gli lanciò un’occhiata di fuoco e uscì. Villa sorrise imbarazzato a Cannavacciuolo e Vesna. Sapeva che la discrezione dell’amico gli avrebbe risparmiato commenti alla scenetta.

Infatti, come se niente fosse, Cannavacciuolo cambiò subito discorso. Si toccò il petto, il viso si fece sofferente. «Senti, Villa… tu mi dici che sto bene, però io lo sento bruciare ancora, ogni tanto. Non è che si potrebbe…»

«No, Liborio, ci siamo conosciuti venticinque anni fa – io ero ancora uno studente di medicina – e mi avevi chiesto la stessa cosa. Ci provi tutte le volte, ma la risposta è sempre quella. Non sei operabile. Il proiettile è troppo vicino al cuore, devi imparare a conviverci.»

«Capirai, dopo tutti questi anni siamo pure diventati amici, io e il proiettile. Però una pausa dalla convivenza ogni tanto ci farebbe bene.»

Il dottor Villa somministrò uno sguardo benevolo al professore. «Nessuna pausa. Invece che un amico, quel proiettile immaginalo come una moglie», disse poi, fingendo di non cogliere il lampo divertito negli occhi di Vesna, quando aveva sentito pronunciare la parola «moglie» proprio dalle sue labbra di seduttore impenitente.

Cannavacciuolo si scosse tra le vecchie spalle. «Sarà dura, visto che non sono mai stato sposato.»

«E allora fai uno sforzo di immaginazione.»

«Senti, Villa, lasciamo stare il mio proiettile… tu c’hai pazienti adesso?»

«Be’, c’è una signora in attesa.»

«Perché già che ci siamo visti…»

«Mmm, ho capito, la signora la facciamo aspettare. Dimmi.»

«No, stavo pensando… ce lo facciamo ’nu bellu cafè con la macchinetta tua?»

«Siniòr Liborio, non puoi bere caffè», intervenne Vesna.

«Ve’, che sei dottoressa mò?!»

«Per questa volta ce lo beviamo, Liborio. Sei giustificato dal medico.»

Il professore sogguardò soddisfatto Vesna con la coda dell’occhio. Le sfilò davanti in un silenzio trionfale e seguì Villa alla macchina del caffè segreta, nascosta dietro un paravento.

Mentre beveva dalla tazzina, chiese al dottore: «Allora, hai capito che vuole fare Leonora?»

«Sì, mi ha spiegato qualcosa.»

«E che ne pensi?»

«Mi sembra un’idea simpatica. D’altra parte ci vediamo già spesso per cenare da lei, aggiungere un po’ di mistero ai nostri incontri non ci farà male. E poi lo sai che sono un appassionato di noir.»

«Sì, io pure sono d’accordo, sai quanto ami quel giallista romantico di Manuel Vázquez Montalbán: quello canta la catalanità di Barcellona, e io ci vedo la mia Napoli.»

«Ma Liborio, tu non sei di San Giorgio a Cremano?»

«Villa, e che è?! Ti metti a fare il purista partenopeo come Leonora? San Giorgio a Cremano è Napoli. Ma poi che ne vuoi capire tu… tu sei polentone fino al midollo!»

«Touché!»

Cannavacciuolo riprese le fila del discorso: «Tornando all’idea di Leonora… sì, mi piace. Da quando ho avuto bisogno di Vesna per le piccole cose ho perso il gusto di arrangiarmi da solo. Sono contento di poter fare un po’ di ricerca su un vecchio caso di cronaca: mi aiuterà a tenere sveglia la testa. Tu mi insegni che alla mia età…»

«Certo, certo, anche se credo che l’Alzheimer se ne starà alla larga da te.»

«Per le medicine?»

«Per paura.»

Risero tutti, anche Vesna. Le sue labbra si dischiusero in un sorriso impetuoso e lucente, cento puledri candidi lanciati al galoppo. Giocava ad avvolgere l’indice tra i fili dorati dei capelli.

«Avevi già sentito parlare di questo omicidio Codecà?» chiese il dottore a Cannavacciuolo.

«Sì, avevo seguito il caso sui giornali, anche se all’epoca stavo ancora a Napoli. Torino mi era familiare come la Mongolia.»

«Mi pare di aver capito che Codecà era un ingegnere della FIAT.»

«Era il direttore della FIAT S.p.A., una fabbrica del gruppo FIAT, una delle meno in vista. Un bel giorno esce di casa e lo ammazzano. Ti lascio immaginare il finimondo: la FIAT, con quello che significava per Torino; Torino, con quel che significava Torino per l’Italia; e l’Italia, con quello che era l’Italia in piena Guerra Fredda.»

«Immagino.»

«Eh, Villa mio, tu dici ‘immagino’, ma è difficile immaginare quel periodo se non lo si è vissuto. Alla fine del ’46 il vento mutò di colpo e arrivò quello della Guerra Fredda fra sovietici e americani. Ovviamente le cose cambiarono anche da noi: le sinistre furono sbattute fuori dal governo nel maggio del ’47 e iniziò una furiosa crociata contro i comunisti.»

«Be’, ammettilo, non si può proprio dire che al riguardo tu sia super partes…»

Il professore scosse il capo. «Qui la mia pars non c’entra: fu proprio così. L’Italia era un punto cruciale, in mezzo alla battaglia. In fondo, se tu guardi l’Italia cosa vedi?»

«In che senso?» domandò Villa, sapendo di dare all’amico la piacevole illusione di tornare indietro ai tempi dell’insegnamento.

«Se la osservi bene ti accorgerai che l’Italia è la banchina di un porto, una lunga banchina che si spinge dentro al Mediterraneo. Ti lascio immaginare le implicazioni politiche e militari di questa nostra posizione. Affacciàti sul Nordafrica che scoppia di petrolio e al confine con il blocco dell’Est!»

«E l’omicidio di Codecà come si inserisce in tutto questo marasma?»

«Be’, per certi versi il centro più caldo dello scontro fu proprio Torino, e non solo perché lì c’era la FIAT. Tu sei di Milano. Ecco, vedi, Milano era una piazza tradizionalmente socialista, ma Torino era una piazza comunista, e una piazza importante. ‘Quando Torino ha il raffreddore, l’Italia ha la polmonite’, si diceva allora.» Cannavacciuolo fece una piccola pausa. «Mi ricordo che il delitto Codecà fu preso a pretesto per cacciare a pedate qualche comunista dalla FIAT. Tra questi c’era anche Battista Santhià, un operaio che era stato nella redazione di Ordine Nuovo con Gramsci: una bandiera per i comunisti torinesi. Se ci penso mi sale la bile… quanti compagni furono fatti fuori…»

Il professore pareva essere scivolato in un crepaccio di ricordi, volti, eventi che gli parlavano della sua giovinezza, dei suoi sogni di ragazzo.

Dal momento che non dava segno di riscuotersi, fu Villa a parlare. «Insomma, Liborio, presto avremo modo di discuterne tutti insieme, da Leonora.»

«Ma certo! Intanto ti ringrazio di aver visitato la salma», fece Cannavacciuolo, destatosi d’improvviso. Gli schioccò sbrigativamente due baci sulle guance.

In strada, Vesna lo aiutò a montare sul taxi. Il professore riuscì a incastrarsi nel sedile posteriore con uno sforzo olimpico.

Quando furono partiti, Vesna gli chiese: «Siniòr Liborio, perché vuoi sempre vinire a Milano per fare visita? Vinire da lago ci mittiamo una ora. E poi dottore Villa è chirurgo di tette, cosa sa di tue malattie?»

«Acciacchi, Ve’, non malattie!» puntualizzò Cannavacciuolo. «E poi, Ve’, tanti anni fa mi fidavo solo dei compagni del partito. Adesso ancora, pure senza partito. Però col tempo la vita mi ha obbligato a fidarmi persino degli amici.»

L'insolita morte di Erio Codecà
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