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TRA le 19 e le 20 il magistrato Francesco Fìlice pensava. Sedeva sull’immenso divano in similpelle blu cobalto, e pensava.
Il primo pensiero era sempre per i suoi cinque figli, tutti sparsi per il mondo nelle più prestigiose università, intenti a costruirsi un luminoso avvenire. Tutti tranne uno, Adelmo, il più giovane, che era rimasto in Italia e aveva deciso di intraprendere la carriera del padre, dando in tal modo a Fìlice una gioia così grande, densa e vischiosa, che il magistrato faticava a levarsela di dosso. Andava spesso a finire che anche di notte, quando giaceva sotto le lenzuola accanto a sua moglie Assunta, se ne stava con gli occhi puntati sul soffitto, dove la sua fantasia disegnava scene e situazioni che venivano direttamente dalla futura sfavillante carriera di Adelmo. Il primo della quarta generazione di Fìlice in magistratura.
E poi il procuratore della Repubblica Fìlice pensava anche a se stesso, meditava sulla sua, di carriera. Una lunga marcia che l’aveva portato da Scalea, un grappolo di case affacciato sul Tirreno, vicino a Cosenza, sino alla semiagreste periferia lombarda con vista lago.
Appena entrato in magistratura, alla fine degli anni Sessanta, sapeva già cosa fare. Nessuna intuizione, no. Gli era bastato voltarsi indietro e guardare quello che avevano fatto suo padre e suo nonno. Il segreto è l’immobilità, l’aveva detto anche a Adelmo. Era stato per decenni un tronco che scivola sulla superficie del fiume, a pelo d’acqua. Mai fare più del necessario. Risolvere bene e rapidamente semplici inchieste, e poi aspettare lo scatto della promozione. Muoversi il meno possibile e poi aspettare. Tanto l’acqua scorre. Rifiutare le grandi procure, meglio l’ombra delle province. Rifiutare Milano, ovviamente.
Ricordava con pena e affetto i colleghi che avevano voluto esporsi alla luce dei riflettori. Col tempo, si erano sfracellati sulle rapide: carriera finita. Lui no, il magistrato Francesco Fìlice era arrivato sino all’estuario e ora, a sessantadue anni suonati, poteva farsi coccolare dal moto dolce delle onde. La sua rendita di posizione, senza angustie. Avrebbe lasciato che fossero i grandi legni a navigare verso il mare aperto. Li avrebbe osservati dalla riva, la mano che saluta, serenamente.
Era questa piccola ma solida felicità che Fìlice coltivava nella propria testa, tutti i giorni, dalle 19 alle 20, seduto sul suo vistoso divano.
Codecà, quel nome gli rotolava nel cervello, sotto la moquette di ricci ispidi, striati di fili bianchi.
Era stato Marcello Dalmasso, suo vecchio compagno di università e amico di lunga data, a parlargli dell’idea di donna Leonora, e a Fìlice quell’idea non era dispiaciuta affatto. Fare delle cene investigative. Sarebbe stato un bell’antidoto contro il tedio del suo lavoro, tanto sicuro quanto noioso. Le ricerche, l’esame dei documenti, le ipotesi. Certo, Fìlice sapeva bene che avrebbe avuto con ogni evidenza un ruolo prevalente nelle indagini. L’arte del mestiere non si inventa, e nemmeno l’esperienza: lui l’aveva, gli altri no. Sarebbero stati tutti lì, attorno a lui, adoranti di fronte alle sue labbra che stillavano gocce di verità. Che grande soddisfazione!
E poi c’era anche un’altra ragione per cui il magistrato era contento della proposta: Leonora cucinava magnificamente, tutto il contrario di sua moglie. Sperava tanto che da quel momento in avanti la frequenza delle loro cene sarebbe aumentata, strappandolo ai crimini gastronomici di Assunta, tra i quali si potevano annoverare la pasta scotta e il formaggio sugli spaghetti alle vongole.
Codecà.
Ricordava di averne sentito parlare qualche collega più anziano. L’ingegner Erio Codecà, o meglio Eleuterio Codecà, era uscito di casa una sera dell’aprile del ’52 per portare a spasso il cane, e in casa non ci era mai più ritornato. L’avevano freddato alle spalle, davanti alla sua macchina. Era chiaro che lo stessero aspettando, più che evidente, almeno per un consumato professionista come lui, ragionava tra sé e sé Fìlice, senza dover nascondere a nessuno la propria sicumera.
Erio Codecà.
«Mmm…»
Sollevò la cornetta e compose il numero. Aspettò pazientemente mentre il telefono gli tubava nell’orecchio.
Mondo. Italia. Milano. Piazza Ovidio, periferia sudorientale e dolente della capitale economica. Residence Futura. Nell’appartamento dalle pareti screpolate, all’altro capo del filo, rispose il viceispettore Santino Cammareri.
«Cammareri carissimo!»
«Dottor Fìlice…» ruminò il viceispettore, mentre gli occhi scappavano verso la scatoletta di tonno piena a metà.
«La disturbo?»
«No… si immagini.»
«Oh, benissimo, me ne rallegro!»
«Mi dica.»
«Dovrebbe farmi un gran favore.»
Cammareri, che conosceva sin troppo bene il tenore dei favori dovuti a Fìlice, sudava freddo. «Mi dica», ripeté con la voce soffocata da un perenne raffreddore.
«Dovrebbe recuperarmi al più presto i faldoni del processo per l’omicidio di un certo Erio Codecà… anzi, Eleuterio Codecà… il direttore della FIAT S.p.A. Fu ucciso a Torino nel ’52.»
«Ehm… dottore, in questi giorni sono… sarei impegnato con quel caso di cui mi sto occupando… la rapina alla…»
«Via, Cammareri! Sia buono! Per quella faccenda c’è sempre tempo!» sbottò Fìlice, mentre una bestemmia muta scuoteva le labbra del viceispettore.
«Come vuole, dottore.»
«Me ne rallegro!»
Posato il ricevitore, Fìlice tornò a farsi meditabondo. Lisciava con le dita i baffetti che gli incorniciavano il labbro superiore.
La figura informe di sua moglie Assunta comparve in salotto, circondata dall’odore di fritto.
«France’, ajòsati! Vena e mancia’ ca è pront’.»
«’U rumpir’ i cuddiuni, Assu’! ’U nu vida ca sto pinzando?!»