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LAVINIA era la giovanissima rampolla di una nobile famiglia milanese e Fausto Villa osservava le sue natiche agitarsi sotto il gonnellino bianco. Le cosce di Lavinia sfregavano una contro l’altra in uno strofinio sudato. Al di là della rete il colonnello Salimbene e consorte rispondevano ai dritti e ai rovesci, ma età e abilità giocavano contro di loro.
Essere il più famoso chirurgo estetico di Milano comporta degli obblighi, il dottor Villa lo sapeva.
Il primo: essere perennemente edotto circa i canoni di bellezza del momento. Al riguardo Villa non aveva particolari difficoltà. Il suo amore per l’arte l’aveva aiutato a formarsi nella mente un’idea ferma e salda della Bellezza. Dalla conoscenza del concetto puro, non faticava a discendere alle bellezze contingenti e modaiole, e a plasmarle in forma di silicone.
Il secondo obbligo: conoscere, frequentare e sopportare persone insopportabili. I pazienti, o meglio, i clienti. Nemmeno qui grandi problemi.
Villa era un uomo malleabile in tutte le cose della vita e nei rapporti sociali. Capacità mimetica, liquidità, adattamento. Come sul manto sintetico, quando giocava a tennis.
Ciò lo rendeva simpatico e gradevole ai più: molti guardavano lui e vedevano se stessi, in uno specchio confortante e conformante.
Non sapevano che la sua era un’arte studiata, praticata, allenata. Piacere agli altri.
Il dottore andò in battuta per il match point. La piccola pallina gialla sibilò a fianco del colonnello, immobilizzato dall’artrosi. Nonostante il disappunto della signora Salimbene, con quell’ace si chiuse il doppio.
I quattro giocatori uscirono dal grande ovulo climatizzato che conteneva il campo.
Il Two Roses Tennis Club, il club di tennis più esclusivo di Milano, era un alveare sotterraneo di campi da tennis, spogliatoi e docce in pieno centro città. Severissime norme cetuali e di reddito regolavano l’ingresso dei soci.
Il terzo obbligo del chirurgo estetico più famoso di Milano: non avere schifo dei soldi.
Mentre sciamavano verso il bancone del bar per una limonata, il colonnello Salimbene, boccheggiando, si complimentò con Villa per la vittoria. «Accidenti, dottore! Lei è sempre in forma!»
«Grazie, colonnello, anche lei. Ha poi contattato il mio collega per quel problema al ginocchio?»
Il colonnello snodò la gamba come un burattino. «Ma certo, non sento più nessun dolore! Non mi sembra nemmeno di avere settantacinque anni, me ne sentirò al massimo quaranta! L’ortopedico che mi ha consigliato era davvero bravissimo.»
Mentre Salimbene stava ancora finendo la frase, Lavinia avvicinò le labbra all’orecchio di Villa. «Mi chiami nei prossimi giorni?» sussurrò. Poi si incamminò senza aspettare la risposta, dopo aver salutato il colonnello e sua moglie.
La signora Salimbene spogliò mentalmente il corpo di Lavinia con invidia. Anche lei era stata così da giovane. Ma adesso, a cinquant’anni, era tutta un’altra cosa. Il lifting estremo che le tirava la pelle del viso le impedì di sbuffare la propria insoddisfazione.
«Ci vediamo dopo, caro», disse al marito. Poi sorrise al dottore spianando le labbra sagomate dal bisturi. Dalle sue parole traspariva una certa lascivia: «Arrivederci, dottore. Spero di incontrarla prestissimo».
«Ma certo, signora. Arrivederci.»
Quando la moglie si fu allontanata, il colonnello batté una mano sulla spalla di Villa. «Marisa è veramente il suo capolavoro, dottore. Non mi fraintenda, non voglio sembrarle superficiale: l’avrei amata comunque, al di là del suo aspetto fisico.»
«La signora Marisa è veramente bella. Come già le dissi una volta, un viso come il suo l’ho visto solo in Venere e Marte del Botticelli, alla National Gallery di Londra», disse Villa, esagerando per compiacere il colonnello.
«E poi che donna, dottore! Che donna! Che passionalità! La devo ringraziare per quelle pillole, mi hanno davvero aiutato.»
Villa per rispetto verso il colonnello si limitò a sorridere, essendosi anche lui misurato in un paio di occasioni con gli appetiti della signora Salimbene.
Il colonnello continuò: «Però… mi dica, dottore: ci sono controindicazioni per il dosaggio?»
«Niente che non rientri nel campo del buonsenso, colonnello.»
Il cameriere in livrea servì da bere a entrambi, poi non si curò più di loro, si appoggiò annoiato al bancone e osservò l’umanità decadente, molliccia, competitiva e affarista che affollava il bar. Piazza San Babila brulicava di uomini e cose, trenta metri sopra le loro teste.
«Allora, dottore, prima accennava a questa nuova passione dei suoi amici per i gialli di cronaca.»
«Sì», rispose Villa liberando la fronte dalla fascetta di spugna. «È stata un’idea di una cara amica.»
«E di cosa vi state occupando?»
«Un vecchio caso degli anni Cinquanta. L’omicidio di un ingegnere, il direttore della FIAT S.p.A. di Torino. Erio Codecà.»
Il colonnello trangugiò un sorso di limonata. «Mi pare di ricordare qualcosa, ma solo per sentito dire. Se non sbaglio ne scrisse anche Montanelli sul Borghese, sotto pseudonimo, come sua abitudine.» Bevve ancora, poi proseguì distrattamente: «Be’, la FIAT è una grande azienda, e gli Agnelli sono davvero una grande famiglia, se lo faccia dire. Senza gli Agnelli questo Paese sarebbe peggiore, non c’è ombra di dubbio. Un grande Paese è tale solo con una grande industria.»
Il dottor Villa annuì per cortesia, mentre Salimbene bofonchiava qualcosa di incomprensibile al cameriere, che, per abitudine, gli mise davanti un altro bicchiere di limonata.
Villa, il suo, ancora non l’aveva toccato. L’immagine del corpo di Lavinia, nel suo cervello, era la migliore delle compagnie. Si scosse e sollevò il calice.
«Cin», disse sovrappensiero al colonnello.