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LE mani giacevano inerti sulla trapunta, così smagrite da sembrare fatte di carta. L’avvocato Dalmasso ebbe l’impressione che di quell’uomo, di Renato Angiolillo, solo gli occhi fossero rimasti vivi, per nulla soggiogati dal cascame di pelle vizza che si scioglieva sulle cartilagini tutt’attorno. Guizzavano a destra e a sinistra senza posa, ora sul pesante tendaggio di velluto, ora sull’avvocato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che l’involucro rinsecchito in quel letto fosse stato senatore della Repubblica subito dopo la guerra, né che avesse fondato e diretto Il Tempo.

L’atmosfera era spettrale. Luci spente, odore di naftalina, e il fischio dei polmoni di Angiolillo.

«Avvocato, generalmente non ricevo visite. Viste le mie condizioni, lei immaginerà il perché. Se ho accettato di incontrarla è solo perché condividiamo alcune amicizie tra i vecchi senatori liberali», esordì Angiolillo con una voce segnata dall’accento lucano, ferma e sicura, tanto da sorprendere Dalmasso.

L’avvocato scostò la piantana della flebo per poterlo osservare meglio. Si fece in avanti sporgendo dalla seggiola su cui era seduto. «La ringrazio molto, direttore.»

«Come dicevo sempre nelle mie riunioni di redazione: non tiriamola per le lunghe. Mi dica perché è venuto.»

Dalmasso gli raccontò dell’incontro con Matteo Argenti, di suo padre Filippo, di Costante Gandini, di Codecà, della Svizzera. A mano a mano che procedeva le rughe sul viso di Angiolillo parevano farsi più profonde.

«Direttore, forse lei non ricorderà nel dettaglio questi avvenimenti, ma…»

«Sono quasi morto, ma non sono rincoglionito. Con rispetto parlando», lo interruppe Angiolillo. «Ricordo benissimo il caso Codecà, e ricordo benissimo Argenti e Gandini. Li incontrai una volta. Vennero in redazione per propormi un dossier. Credevano che Codecà fosse stato ucciso da un ex partigiano.»

«Sì, Giuseppe Mercuri, ma era innocente. Come pure Faletto, ovvero l’altra pista investigativa, quella seguita dai carabinieri. Lei comprò quel dossier?»

«Lo lessi, ma non mi convinse. Volevano un milione e li rimandai a casa a bocca asciutta. Per di più non mi fidavo di loro. Gandini aveva fatto arrestare Lelio Basso nel ’28, ed era uno spione della peggior specie. Sapevo che per deontologia professionale di lui era meglio non fidarsi. In passato aveva venduto patacche a molti.»

«Di Filippo Argenti cosa mi può dire?»

Angiolillo cercò di muovere il corpo nella conca del materasso. Le piaghe da decubito lo fecero gemere. «Argenti operava su altri livelli. Era commendatore.»

Dalmasso rimase interdetto. Non si aspettava una rivelazione del genere. «Commendatore?»

«È una carica», rispose sarcastico Angiolillo.

L’avvocato finse di non cogliere il tono e continuò. «Cosa intende dire con ‘operava su altri livelli’?»

«Non mi fraintenda, Argenti era poco più di un ficcanaso, però era riuscito a ritagliarsi una nicchia di tutto rispetto in alcuni traffici di contrabbando coi Paesi dell’Est. Era in contatto con persone di un certo spessore, soprattutto negli ambienti più torbidi. Questo lo seppi dopo la visita che mi fece con Gandini, quando commissionai delle ricerche per sapere chi mi ero trovato di fronte.»

Un altro colpo, anche più pesante del primo. Dalmasso cercò di fare silenzio tra i pensieri che avevano cominciato a schiamazzare tutti insieme.

«Ha detto ambienti torbidi.»

«Sì, così mi riferirono. Affaristi, contrabbandieri, spie.»

«Le risulta che Argenti e Gandini avessero cercato di vendere il memorandum anche ad altri giornali?» chiese Dalmasso parlando più forte del rimbombo del suo cervello.

«Vede, avvocato, quello dei giornalisti è un piccolo mondo, come tutte le corporazioni di questo Paese. Tutti sanno tutto di tutti. Come gli avvocati, d’altronde. Si sa qual è il giornalista col vizio del gioco, qual è il tal partito che paga il tal direttore del tal giornale ‘indipendente’, chi costruisce notizie fasulle, chi non ha paura di nessuno ma poi accontenta tutti. I giornalisti vivono in una boccia fumé: loro vedono fuori e da fuori non si vede niente. Però io stavo dentro. In definitiva, la risposta alla sua domanda: sì, Gandini e Argenti vendettero il dossier a molti giornali.»

«So per certo che questo avvenne con Il Secolo d’Italia, il giornale dell’MSI.»

«Vero. Ai missini il caso Codecà serviva per picchiare contro i comunisti.»

«E vi furono altri episodi simili?»

Angiolillo ragionava con una lucidità che impressionò Dalmasso. «So che i due detective contattarono il direttore de Le Ore. La FIAT scoprì tutto e bloccò la cosa pagando due milioni in pubblicità al giornale.»

«Cercavano di fare terra bruciata attorno ad Argenti e Gandini. L’azienda non voleva altro clamore sull’omicidio di Codecà», ragionò Dalmasso a fior di labbra.

Intanto il vecchio continuava: «Ci provarono anche con Silvano Muto, il direttore di Attualità. Rammento che Silvano me ne parlò, un giorno. Lui offriva seicentomila lire e quelli volevano un milione. Silvano era già sotto pressione per il caso Montesi – era stato lui a farlo esplodere e ne stava pagando le conseguenze – così decise di lasciar perdere. Capì quello che io avevo capito subito. Quel dossier era meglio non toccarlo, c’era qualcuno molto in alto che non lo voleva pubblicato, per quanto fosse innocuo sul piano investigativo». Angiolillo si interruppe per tossire. «Ma Argenti e Gandini continuarono. Ci provarono con Settimana Incom, con La Gazzetta del Popolo, e addirittura con La Stampa. In alcuni casi ebbero successo.»

«Insomma, cercarono fino all’ultimo di trarre un guadagno dal dossier.»

«Ma certo», assentì il direttore. «Dovevano trovare un’altra fonte di reddito: la FIAT l’avevano già spremuta fin troppo. Infatti Valletta li aveva messi alla porta.»

«Mi sta dicendo che il Professore nel frattempo aveva tolto loro le indagini?»

«Da alcuni colleghi seppi che Valletta, dopo l’omicidio di Codecà, aveva chiesto a un dirigente della OM di cercare qualcuno che indagasse sul caso. La OM era una fabbrica di Milano, ma faceva parte del gruppo FIAT. Questo dirigente incaricò Argenti e Gandini, che operavano proprio a Milano. Per un certo periodo indagarono a vuoto…»

«Poi arrivò la lettera anonima a Valletta, e da quella risalirono a Mercuri, che però non c’entrava nulla.»

«Infatti dopo circa un anno di indagini i risultati erano stati talmente inconcludenti che Valletta pensò di interrompere tutto. Tanto più che la FIAT per colpa loro aveva già buttato un’enormità di denaro.»

«Quanto?»

«Non ricordo esattamente, mi pare si parlasse di un onorario di sette milioni dell’epoca.»

«Una cifra consistente.»

«Molto più che consistente, avvocato. Senza la vacca da mungere, Argenti e Gandini cominciarono a vendere il dossier. La FIAT li minacciò di far saltare la loro licenza di investigatori, ma anche questo non servì.»

Un infermiere entrò per cambiare la sacca della flebo ad Angiolillo. Conclusa l’operazione, uscì dalla stanza sbattendo sciattamente gli zoccoli sul pavimento.

Dalmasso nel frattempo stava ragionando. Gandini e Argenti tentavano un gioco pericoloso. Si mettevano contro il grande mostro. Come Edgardo Sogno. E come Sogno rischiavano di essere divorati e poi sputati, ossicino dopo ossicino. Dovevano aver cercato qualche appoggio esterno, un supporto, pensò l’avvocato.

Pose la domanda ad Angiolillo.

Il vecchio ora pareva stanco, anche la saldezza dei suoi occhi stava scemando. Si accarezzò il viso con immensa fatica. Il semplice ragionare doveva essere per lui un’agonia. Rispose nascondendo i segni del malessere. «All’epoca avevo amici nella magistratura e nella polizia. Seppi che Argenti in effetti aveva consegnato il dossier anche a un magistrato.»

«Ricorda il nome?»

«Spa… Spagnuolo, Spagnuoli… qualcosa di simile, mi pare.»

Un’idea. «Forse Spagnolo?»

«Sì, Spagnolo.»

L’avvocato ricordò il documento del fascicolo Codecà in cui si diceva che il procuratore della Repubblica di Torino Cassina e il suo omologo di Milano Spagnolo avevano incontrato segretamente Argenti e gli avevano detto di diffondere il dossier e di attaccare i carabinieri che avevano incastrato Faletto.

«Argenti era la testa pensante del duo. Doveva aver capito che i rischi erano troppo grossi, così cercò alleati e provò a portare dalla sua parte la magistratura, per tutelarsi», ragionò Dalmasso. Angiolillo gli gettò addosso uno sguardo fiacco ma sereno che lo invogliava a continuare. «Direttore, lei deve sapere che io sono un grande appassionato di tango. E credo che Argenti e Gandini si fossero messi a ballare un tango molto pericoloso, in bilico tra una grande azienda e i suoi segreti, la polizia, e una guerra tra carabinieri e magistrati.»

«Tutto per soldi», mormorò Angiolillo con un sorriso strano sul viso. Poi, a Dalmasso: «Avvocato, vada a quel cassetto… ecco, esatto… lo apra… prenda una sigaretta e me la porti… Grazie, grazie davvero», fece il direttore mentre Dalmasso gli sistemava una Muratti tra le labbra.

L’accese e dopo il primo tiro si ritrovò a sputare sangue grumoso in un fazzoletto. Le boccate successive calmarono i polmoni.

«Avvocato, non sarò rincoglionito – con rispetto parlando – ma sono molto stanco. Se non c’è altro…»

Dalmasso si sentì colpevole. «Solo un’ultima cosa, direttore, poi le prometto che la lascio riposare.»

«Mi dica», sibilò Angiolillo.

«Nel febbraio del ’53 lei pubblicò uno strano articolo.»

«Quale?»

«Si parlava di due cecoslovacchi che avrebbero ucciso Codecà perché si voleva sfilare da alcuni traffici con l’Est.»

Angiolillo si irrigidì per un istante, poi il corpo tornò a essere uno straccio abbandonato sul letto. Aspirò a fondo il fumo, il petto fu scosso dalla tosse. «E con ciò?»

«Avvenne prima o dopo l’offerta che le fecero Gandini e Argenti?»

«Prima, senz’altro prima.»

«E perché decise di pubblicare quella notizia, e non il dossier?»

«Il dossier era una bufala. La notizia dei due cecoslovacchi invece mi parve credibile.»

«Come l’aveva avuta?»

«Venne in redazione un uomo.»

«Lo conosceva?»

«No, non l’avevo mai visto. Mi disse che lavorava per un certo maggiore, un ufficiale dei carabinieri in congedo, uno che era stato capo della sede del controspionaggio di Torino, uno un po’ torbido, per così dire. Aveva una dritta per me. La ritenni interessante e la pubblicai.»

Un carabiniere. Torino. Dalmasso pensava. «Ricorda il nome di quel maggiore dei carabinieri?»

Gli occhietti vispi di Angiolillo divennero due gemme luminose. Il vecchio stringeva le palpebre talmente forte che Dalmasso temette si sarebbe ricacciato i bulbi nel cranio.

«Maggiore… maggiore… quello dei fratelli Rosselli… il nome proprio non riesco a ricor…» Poi il vecchio eruppe: «Navale! Maggiore Roberto Navale!»

Dalmasso ebbe una scossa a quel nome, ora ricordava anche lui: «Proprio quel Roberto Navale?»

«Sì, l’uomo che fu accusato di aver organizzato l’omicidio dei fratelli Rosselli nel ’37.»

«Ma all’epoca dell’articolo era ancora nell’Arma e nel controspionaggio?»

«No, nel 1941 era stato ‘collocato nella riserva’, come si suol dire.»

«Per quale motivo?»

«Se non erro, un’inchiesta aveva accertato diverse malversazioni e l’apertura di una casa di tolleranza con il denaro dei Servizi. Fu allora che chiese e ottenne da Valletta di essere assunto come responsabile della sicurezza FIAT.»

La FIAT.

«La FIAT sapeva dei precedenti di Navale?»

«Mi par di ricordare un’intervista a Gianni Agnelli della metà degli anni Ottanta. Affermò che a suo tempo era stato un errore assumere Navale come direttore del servizio di sorveglianza della FIAT.»

«Perché?»

«Perché, dopo, si rivelò essere un uomo del Servizio Informazioni Militare.»

«Quindi Agnelli lasciò intendere che la FIAT nel 1941 ancora non lo sapeva», ragionò Dalmasso, più con se stesso.

Angiolillo proseguì, sempre più affaticato: «Poi fu la volta del processo Rosselli. Navale venne arrestato, condannato e poi assolto in appello nel ’49 per l’omicidio dei due fratelli antifascisti. Appena prosciolto, tornò a offrire i suoi servigi alla FIAT, che lo riaccolse, nonostante la sua appartenenza al SIM fosse ormai nota.»

«Direttore, mi lasci fare un’ipotesi», fece Dalmasso annuendo. «La FIAT seppe sempre che uomo fosse Navale, anche perché a proporlo per l’assunzione sarà stato lo stesso SIM, pur di liberarsene. L’azienda accettò perché interessata a mantenere buoni rapporti coi Servizi.»

«Potrebbe essere verosimile», concesse il vecchio. «Peraltro, ora ricordo che negli anni Cinquanta di Navale si parlava come di un uomo della rete americana in Italia.»

«Quando Agnelli diceva che era stato un errore assumerlo, si riferiva al caso Rosselli?»

Angiolillo non rispose, volse il capo esausto e si chiuse nel suo rantolo.

Dalmasso, nel frattempo, si perse tra i propri pensieri.

Filippo Argenti e il contrabbando. Ancora il contrabbando. Ancora l’Europa dell’Est.

Argenti e Gandini che ricattano la FIAT.

La FIAT che tenta di bruciare i loro approdi in anticipo.

Argenti che corre a cercare la protezione della magistratura, che nel frattempo è in guerra coi carabinieri per la vicenda di Faletto.

Argenti che muore, nell’ottobre del ’56, come gli aveva detto suo figlio Matteo quando si erano incontrati per la prima volta.

Roberto Navale, un uomo nero come la pece. Roberto Navale, fascista. Roberto Navale, maggiore dei carabinieri. I carabinieri, anche loro tornano. E Torino, ancora una volta di sfondo.

Tutte quelle facce si dissolsero e ricomparve il viso di Renato Angiolillo, scavato dalla malattia.

Nonostante tutto, sorrideva: «Avvocato, ora che ha saputo ciò che voleva, vorrà usarmi la cortesia di togliersi dalle palle. Con rispetto parlando».

Renato Angiolillo non lo sapeva, ma lo stava obbligando a mettersi in viaggio verso Roma.

L'insolita morte di Erio Codecà
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