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SULLE carte della Questura di Torino era tracciata la biografia della moglie di Codecà. Secondo la relazione della polizia, Codecà era molto innamorato di sua moglie Elena. Per lei aveva una vera e propria venerazione, cercava sempre di evitarle ogni dispiacere.
Donna Leonora annuì malinconica al vuoto. Ripensava al suo amore con Saverio, ma si sforzò di continuare a leggere. E fu come se una scarica elettrica le avesse percorso il corpo.
«Che c’è?» Caterina si sporse sui documenti.
Anche Elena Piaseski era una donna tutta particolare.
«Allora… Nata a Galaz-Galaţi, in Romania, nel 1905», cominciò a riassumere la nobildonna ad alta voce. «All’inizio degli anni Trenta aveva conosciuto Codecà, se n’era innamorata, aveva lasciato il primo marito, e si era risposata con lui. Codecà lavorava alla FIAT romena e aveva amicizie nel mondo dell’imprenditoria e della politica. Pare addirittura che i due frequentassero la corte di Bucarest.» Una pausa. «Ma la cosa più interessante sono le origini di Elena…»
«Cioè?» chiese Caterina.
«Piaseski. Ci avevi fatto caso? Piaseski è un cognome polacco, non romeno. Elena era un’oriunda polacca. Ma cosa ci faceva una polacca in Romania? Anzi, la domanda vera è un’altra: come ci era finito il padre di Elena, in Romania?»
Caterina rigirava tra le dita il piercing al labbro. «Non capisco, Leonora.»
«Leggi qua.»
Primo punto oscuro: chi era esattamente il padre di Elena? Cosa faceva a Galaz? Era emigrato in Romania o vi era stato inviato dall’allora Governo Polacco con mansioni particolari?
Stando al rapporto, il padre di Elena era un fiduciario del ministero della Guerra polacco e in Romania doveva svolgere compiti delicati per conto del suo governo. Sembrava che facesse avanti e indietro tra Bucarest e Varsavia, come la navetta di un telaio. Proprio a Varsavia, quando nel ’39 le truppe naziste erano entrate in città, alcuni agenti sovietici l’avevano prelevato e fatto scomparire. E probabilmente lo avevano messo a riposare sotto un paio di metri di terra. Perché?
Donna Leonora si decise: avevano bisogno d’aiuto.
«Fammi telefonare alla mia amica Sara. Prima di andare in pensione insegnava Storia dei Paesi dell’Europa orientale, sono sicura che ci chiarirà le idee…» Mise il vivavoce: «Pronto, Sara, sono Leonora. Come stai?»
«Chi non muore si risente!»
«Sì, hai ragione, è una vita che non ti chiamo, mea culpa. Ascolta, ho bisogno della tua scienza per capire meglio una certa faccenda.» Leonora sunteggiò le notizie tratte dai documenti. «Questo Piaseski potrebbe essere emigrato in Romania su indicazione del governo polacco? E per fare cosa?»
«No, Leonora, sei fuori strada. Se Elena è nata a Galaz-Galaţi nel 1905, il padre doveva essere arrivato in Romania prima, quando la Polonia era divisa fra gli imperi di Russia, Germania e Austria. Sai dov’era nato questo personaggio? Te lo chiedo per capire se era cittadino russo, tedesco o austriaco.»
«No, non lo sappiamo, per cui non sappiamo se era arrivato in Romania di sua iniziativa, o perché inviato da qualcuno, e da chi. La cosa più probabile è che fosse un cittadino austriaco, perché una buona parte della Romania era Impero austro-ungarico.»
«No, neanche questo regge: l’area di Romania che era sotto Vienna era la Transilvania e Galaz-Galaţi è molto più a oriente, non lontano dal Mar Nero.»
«Lasciamo da parte la questione delle origini di questo Piaseski.» Leonora accarezzò l’impalcatura di capelli quasi fosse un animale da compagnia. «Come ti dicevo, sospettiamo che lavorasse per il ministero della Guerra polacco, e che fosse in Romania proprio per adempiere a incarichi della massima segretezza. Quali non sappiamo.»
Sara fece una pausa per raccogliere le idee. «Potrebbe essere andata così. 1918: nasce la Polonia come entità nazionale. Il neostato polacco – all’epoca confinante con la Romania – decide di utilizzare un suo connazionale, che ha preso la cittadinanza romena, per scopi di interesse militare in quel Paese. Questo mi fa pensare che il nostro Piaseski dovesse occuparsi di quel genere di affari già da prima, visto che era stato scelto come fiduciario. Insomma, possiamo sospettare che, nell’ambiente, non fosse un novizio.»
«Ma il governo polacco come faceva a sapere di quel suo connazionale emigrato in Romania, chissà per quale ragione, quasi quindici anni prima?»
«Be’, la Polonia non spuntò fuori dal nulla: già dai primi del secolo si erano costituite associazioni indipendentiste, più o meno segrete. C’era il partito di Józef Piłsudski, la Lega Nazionale, la cui destra mise insieme truppe di volontari polacchi, sul fronte francese, per combattere i tedeschi. Il tuo Piaseski potrebbe essere appartenuto a una di queste associazioni, che lo avrebbe inviato in Romania con compiti di appoggio alla propria azione.»
«E a quale di queste potrebbe essere appartenuto?»
«Se mi dici che era un uomo del governo negli anni Venti, è logico pensare che fosse in rapporti proprio con Piłsudski che, in quegli anni, aveva costituito l’‘Intermarium’.»
«Intermarium?!» pronunciarono all’unisono Leonora e Caterina.
«Era un’organizzazione di indirizzo cattolico che cercava di dar vita a una vasta federazione danubiano-balcanica. L’egemonia politica doveva essere polacca, ma il territorio geografico avrebbe dovuto includere anche Lituania, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Galizia e gran parte della Romania. Insomma, dal Baltico al Mar Nero, perciò il nome di ‘Intermarium’, ‘fra i mari’.»
«Tutti Paesi a maggioranza cattolica.»
«Già. Capisci bene che il disegno era graditissimo al Vaticano: ricostituire una grande potenza cattolica centro-orientale, al posto del disciolto Impero austro-ungarico.»
Il silenzio di Leonora sembrava dire: «E Piaseski?»
Sara capì. «La spiegazione più probabile è che Piaseski lavorasse per il suo governo a questo progetto. Viste le circostanze, è del tutto ragionevole supporre che fosse un uomo di intelligence.»
Salutata alquanto sbrigativamente l’amica, Leonora si mise a pensare. Se Piaseski padre fosse stato un semplice diplomatico, la fonte del rapporto l’avrebbe menzionato. Forse aveva ragione Sara, forse davvero era un uomo di spionaggio. E se Elena fosse stata una… figlia d’arte? Se la figurò, bella ed elegante, capace di ammaliare un giovane ingegnere italiano. Di trascinarlo nelle spire d’amore. Di legarlo a sé. Di fargli o non fargli fare. Di controllarlo.
I pensieri si affastellavano nella mente, un tornado imbizzarrito che proiettava dubbi, ipotesi e supposizioni a destra e a manca. Riprese in mano le carte e continuò a leggere. Si concentrò sul passo dell’informativa in cui era citata…
«Julieta Piaseski, la sorella di Elena…»
«Come dici, Leonora?»
La signora rispose infastidita alla voce di Caterina che era venuta a frapporsi tra lei e le vicende che stavano prendendo forma sotto i suoi occhi. «Julieta Piaseski! La sorella di Elena!» sbottò. Poi raddolcì la voce: «A quanto scrissero sulla relazione, Elena era molto preoccupata per sua sorella, che viveva ancora in Romania. Avrebbe voluto farla espatriare in Italia insieme alla madre per averle entrambe vicine, ma attraverso i canali ufficiali era molto difficile. Sembra che Codecà per farla contenta…»
Volle rileggere la pagina prima di comunicare a Caterina quella novità.
29.8.1952
Da fonte attendibile si apprendono alcune notizie che potrebbero portare nuova luce circa l’uccisione dell’ing. Codecà, della FIAT di Torino.
La moglie del suddetto, di origine polacca, ma nata in Romania, a nome Piaseski Elena, ha tuttora in patria una sorella e, sembra, la madre. Ella desiderava ardentemente che le due persone, a lei care, potessero ottenere il passaporto per l’Italia ed il marito, per compiacerla, avrebbe avvicinato due agenti sovietici che gli avrebbero promesso il desiderato lasciapassare. Il Codecà sarebbe stato messo in contatto con gli agenti (sovietici o romeni) da elementi comunisti di Torino, e si sarebbe con essi incontrato in Svizzera, a Ginevra od a Zurigo. Sembra infatti assodato che, nei mesi precedenti alla sua morte, il Codecà si recò più volte nella vicina Repubblica Elvetica…
«Fiuuuu…» soffiò Caterina tamponando col dorso della mano un sudore immaginario. «Quindi Codecà per far contenta la moglie si mise nelle mani dei sovietici.»
Leonora le rispose senza distogliere gli occhi dalle carte. «Usiamo il condizionale. In Svizzera Codecà avrebbe allacciato rapporti con una delegazione di diplomatici romeni, i quali si sarebbero impegnati a sbloccare la situazione della sorella e della madre di Elena…»
Caterina aveva colto un’esitazione nella voce di donna Leonora. «Ma?»
«Sembra che questa delegazione fosse più che altro un covo di spie, e molti dei dipendenti in realtà erano agenti segreti.»
La ragazza lasciò cadere il corpo straripante su una sedia. «E tutto questo cosa significa?»
«Cosa significherebbe. Ricordati che siamo sempre nel campo della possibilità, non della certezza.»
«Uffa, Leonora! Cosa significherebbe?»
La vista di Leonora era ferma a una spanna dalle ciglia. I suoi occhi parevano lontanissimi, in un altro tempo. Cominciò a viaggiare.
Vide Angela Negri.
Angela Negri guarda oltre la condensa sul vetro. Losanna è gelida, coperta da una coltre di neve così dura da sembrare ferro bianco. Ha sessantasette anni, adesso. Le membra, i capelli, il seno, le mani: tutto appassito. Tranne gli occhi. Sono rimasti quelli freddi e opalescenti che aveva da giovane. Nell’umor acqueo si celano migliaia di situazioni che ha visto e che non rivedrà mai più. Niente che si possa raccontare. Migliaia di volti. Facce di gente che non esiste, non esiste più. Persone che non sono mai esistite, che non devono esistere.
Come me, pensa Angela Negri.
«Voulez vous un peu de thé, madame Negrì?» le chiede dalla stanza a fianco Jeanine, la paralitica, con la sua vocetta petulante.
Muori, maledetta.
Cambio di campo. La mente di Leonora continua ad andare, vaga nella storia e nella Storia.
«Leonora!»
Adesso vedeva il padre di Elena.
Un uomo corpulento, due baffoni impomatati, il naso color porpora, coi capillari rotti dalla vodka.
A Varsavia, 1939. Anche i suoi occhi sono freddi, come quelli di Angela Negri. Lo sguardo fisso, vitreo. Nevica fitto. Due uomini lo trascinano per le ascelle. I talloni scavano il terriccio. Tentano di arpionarcisi, in un gesto di resistenza. Troppo tardi, la vita è già andata.
«Leonora!»
I due uomini lo lasciano cadere a terra in un tonfo. Plof. Riprendono fiato. Davanti a loro si apre la fossa. L’hanno scavata due ore fa.
«Leonora! Leonora!»
La foto di Codecà. La foto di Codecà sul giornale. Un mezzobusto risicato, il sorriso, l’attaccatura alta dei capelli, la cravatta tirata. L’inquadratura si allarga. Al suo fianco ci sono alcuni uomini, ma le fattezze non si vedono. Nelle pianure molate delle loro facce solo gli occhi emergono, fessure luminose.
«Si può fare?» chiede l’ingegnere.
Gli uomini si scambiano cenni. Rispondono a una sola voce, come un incubo.
Lontano: «Leonora!»
Leonora Lopez de’ Fonseca errava tra tutti quei personaggi, in anni e decenni diversi, diversi Paesi.
Polonia, Romania, Italia, Svizzera.
C’era un filo rosso che collegava quei luoghi. Ma quale?
Elena Piaseski, la Polonia.
Elena ed Erio Codecà, la Romania.
Ancora Elena ed Erio, l’Italia.
Elena, Erio e Angela Negri, la Svizzera.
Cosa facevano i coniugi Codecà in tutti questi Paesi? Chi era Angela Negri? Perché quella donna era così importante per i Codecà?
E poi i Servizi sovietici, i Servizi romeni, la FIAT, ministeri della Guerra e grandi aziende. Segreti di famiglia e segreti di Stato. Facce di gomma. La piccola storia di Elena Piaseski, e sua sorella Julieta, e sua madre. Macrostoria e microstoria.
Cosa stringeva tutte quelle maglie?
«Leonora!»
Serrò le palpebre facendo calare il sipario.
Quando le dischiuse scorse Caterina in preda all’apprensione.
«Leonora, stai bene?»
«Sì, certo.»
«Sembravi in trance.»
«Io? Ma figurati.»
Caterina la sogguardò ancora per qualche secondo per sincerarsi delle sue condizioni.
«Mi chiedevi qualcosa?»
«Ti stavo chiedendo dove ci porta tutta questa faccenda della moglie di Codecà, della sorella, della Svizzera… Pensi che Codecà fosse ricattato per la sua posizione alla FIAT? Che in cambio dell’estradizione della cognata e della suocera gli avessero chiesto di collaborare col blocco dell’Est, come si dice nel rapporto?»
Leonora rise talmente forte che Caterina indietreggiò col capo.
«Figlia mia bella, e che ti devo dire? Vedremo!»