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Riprese conoscenza.
Non si svegliò; solo un lembo sottile del mondo esterno penetrò nel suo cervello. Niente di più.
O forse non era neppure il mondo esterno. Forse erano solo i riflessi del suo corpo; deboli segnali nel buio. Gli faceva male la testa. La lingua era incollata al palato. La stanchezza nelle gambe e nelle braccia lo stordiva.
Era steso su una superficie durissima, in una posizione terribilmente scomoda.
Sul fianco sinistro. Le mani legate dietro la schiena. I piedi anch'essi legati, le caviglie premute l'una contro l'altra. Il tessuto grezzo sapeva di polvere; fu colto da un attacco di nausea.
Buio. Per una frazione di secondo socchiuse gli occhi e vide che intorno era buio come dentro di lui.
Ricadde nel torpore.
Più tardi si svegliò veramente. La stanchezza era ancora pesante come piombo, ma la donna era in piedi davanti a lui e gli stava parlando.
Gli diceva qualcosa, gli dava istruzioni.
Si avvicinò e mise qualcosa su un tavolo accanto al suo viso.
"Caffè."
Fu la prima parola che riuscì a capire.
"Mettiti a sedere. Bevi un po' di caffè."
Lui apriva gli occhi, poi li richiudeva. Faceva male. Inalò il profumo del caffè.
"Siediti."
Sembrava impossibile, ma il dolore che provò alla schiena quando cercò di sollevarsi lo svegliò del tutto.
"Non posso..."
La voce si spezzò e riprese da capo.
"Non posso bere con le mani legate dietro la schiena."
"C'è una cannuccia nella tazza."
Lui si piegò in avanti e bevve.
Sono ancora vivo, pensò.
Per quel che può servire.
Tirò le braccia verso sinistra e riuscì a guardare l'orologio.
Le cinque e un quarto. Del mattino, probabilmente. Doveva essere passato molto tempo. La stanza dove aveva trascorso le ultime sedici ore doveva essere un ripostiglio. Un deposito di mobili vecchi che collegava l'abitazione e il garage.
Registrò questi dati in modo automatico, con indifferenza.
Dopo aver finito il caffè, la donna gli ordinò di andare nel garage. Fu costretto a saltellare goffamente, rischiando in continuazione di perdere l'equilibrio. Dovette appoggiarsi a mobili e muri. Provava dolore in tutto il corpo. Spero almeno che mi lasci morire in modo dignitoso, pensò. Un sipario scuro minacciava di calare davanti ai suoi occhi. Una nausea persistente lo teneva in piedi.
Intravide la sua Opel blu. Deve aver spostato le macchine, pensò. Ha portato fuori la Rover e la Hyundai, e spostato la mia Opel in garage.
Doveva avergli sfilato le chiavi di tasca mentre dormiva.
Cercò di frugarsi nelle tasche, ma con le mani legate non ci riuscì. Capì che la donna non intendeva lasciare nulla al caso.
Non era nelle sue abitudini. Adesso se n'era reso conto.
All'ultimo minuto, si potrebbe pensare.
La testa gli faceva sempre più male. Respirò a fondo con la bocca aperta e osservò la propria auto. Il bagagliaio era aperto.
"Prego."
Lui la fissò. Fissò la pistola.
"Lì dentro?"
Lei annuì.
"Non andremo molto lontano."
"E se mi rifiutassi?"
"Allora ti ammazzo subito."
Lui rifletté qualche secondo.
Poi si piegò sotto lo sportello e strisciò dentro.
Il divano era molto più comodo.
Tutto è relativo, pensò.
Anche la morte poteva essere relativa? Forse.
Per qualche istante si tenne occupato pensando a come uscire da quella situazione. Poi si rese conto di quanto fosse inutile. Starsene rinchiuso in quel bagagliaio lo faceva sentire come se fosse già morto e sepolto. L'odore di sporcizia. Di olio e di antigelo... si ricordò di averne rovesciato mezzo litro l'inverno precedente, e si sentiva ancora.
Buio pesto, difficoltà a respirare e a muoversi, il torace schiacciato, le mani legate dietro la schiena. Era impossibile liberarle. E se anche ci fosse riuscito, non avrebbe potuto aprire lo sportello dall'interno.
La donna uscì in retromarcia e si fermò. Lasciò il motore acceso. La sentì aprire la portiera dal lato del guidatore e scendere. Valutò se urlare, ma decise di non farlo. A quell'ora non c'era nessuno in giro; c'erano pochissime probabilità che qualcuno passasse proprio di lì e sentisse la sua voce spezzata. Non aveva nessuna intenzione di recitare la parte di quello che grida aiuto come ultima cosa che fa nella vita.
Sentì avviare il motore di un'altra auto. Elizabeth Nolan stava rimettendo la Rover nel garage e la Hyundai nel vialetto.
No, non lasciava nulla al caso.
Cercò di cambiare posizione e di trovarne una più sopportabile, ma fu inutile. Riuscì solo a graffiarsi la guancia contro qualcosa di ruvido e sporgente. Si arrese e cominciò a pensare a Erich.
Era strano. Per qualche motivo si mise in testa che il figlio lo stesse guardando.
Non Ulrike, non Jess.
Solo Erich.
Era difficile stabilire quanto tempo avessero viaggiato. Il buio - all'esterno e dentro di lui - lo intontiva. Il dolore alla schiena era sempre più forte. Le spalle e le braccia avevano perso la sensibilità e la testa gli scoppiava.
Un quarto d'ora, forse? Non di più, era sicuro. Un breve tratto fuori città, dunque. Dieci o quindici chilometri; l'ultima parte sterrata, piena di buche, una strada più stretta attraverso un bosco o un campo, forse.
Si fermarono. Lui sentì aprire e richiudere la portiera anteriore. Un minuto dopo la donna aprì il bagagliaio.
Lui girò la testa e strizzò gli occhi verso la luce. Si graffiò di nuovo la guancia, quasi nello stesso punto. Vagò più volte con lo sguardo fra la pistola e il volto della donna.
Parla, pensò. Più a lungo riesco a farla parlare, più tempo mi resta da vivere.
"Scendi."
Fece un cenno con la pistola. Lui ci mise un po' a uscire e a mettersi in piedi, lo stesso per raddrizzare la schiena. Si guardò intorno nella luce incerta dell'alba. Erano circondati dal bosco, proprio come aveva immaginato. La strada da cui erano arrivati era poco più di due solchi paralleli divisi da una striscia d'erba alta.
Soprattutto faggi, ma anche altri alberi. Pioppi e abeti. Il terreno era piuttosto accidentato. Lui indovinò che doveva essersi diretta verso est; quando annusò cauto l'aria gli parve di cogliere un sentore di mare.
Ma forse se lo stava solo immaginando. Forse voleva solo sentire il profumo del mare in un momento come quello.
"Non la passerà liscia" disse.
"Dammi pure del tu."
"Alright. Non riuscirai a cavartela."
"Sciocchezze. Sei tu che non riuscirai a cavartela."
Van Veeteren sentiva che la donna era convinta di ciò che diceva. Gli passò per la testa che ormai era solo questione di secondi, poi vide Elizabeth Nolan stringere una vanga e capì che aveva altri piani.
"Stenditi a faccia in giù."
Lentamente lui si mise in ginocchio e si lasciò cadere in avanti.
"Faccia a terra."
Obbedì. La schiena urlava di dolore. Con due rapidi colpi di coltello la donna tagliò la corda che gli stringeva le mani e i piedi.
Adesso. Adesso avrei potuto fare qualcosa. Se avessi trent'anni.
Ma impiegò parecchio per sbrogliare le corde e liberarsi, e quando si rimise in piedi lei era a un paio di metri di distanza e aveva il pieno controllo della situazione.
Gli indicò la direzione con un cenno del capo e un movimento della pistola. Lui raddrizzò cautamente la schiena e si incamminò lungo la lieve salita.
La vegetazione era un po' più fitta. Cominciò a intuire che cosa aveva in mente la donna.
Cominciò a capire chi era.
"Qui può andare bene."
Lui si fermò nella piccola depressione e si guardò intorno. Al massimo una decina di metri di visibilità in ogni direzione. Non era ancora l'alba. Ogni tanto si sentiva un uccello, ma solo in forma di isolati squarci sonori nel silenzio. Niente vento. La frescura notturna che indugiava nell'aria e sottili veli di nebbia che si sollevavano lentamente; suppose che non fossero ancora le sei - ma non si curò di controllare. Sentiva che la stanchezza lo stava di nuovo invadendo.
Sono ancora drogato, si ricordò. Sobbalzò quando lei gli gettò la vanga davanti ai piedi.
"Scava."
La guardò.
"E se mi rifiutassi?"
Questo l'ho già detto, pensò. Non ho domande migliori?
"In questo caso ti sparerei e scaverei io."
"Non riuscirai a farla franca."
"Non ci riuscirò se ti lascio vivere."
Lui rifletté. Non era difficile capire il suo ragionamento. Ovviamente doveva toglierlo di mezzo.
"Linden?" disse. "Mi devi almeno una spiegazione."
Lei lo guardò con gli occhi socchiusi e sollevò l'arma in modo che puntasse in mezzo agli occhi di Van Veeteren. Rimase perfettamente immobile alcuni secondi, poi l'abbassò di un paio di decimetri.
"Scava."
Lui lo considerò una specie di accordo e afferrò la vanga. Si guardò intorno alla ricerca di un punto adatto.
Adatto? pensò. Dove preferisco essere sepolto?
"Dov'è l'est?" chiese.
"Perché vuoi saperlo?"
"Voglio essere sepolto con la testa in quella direzione."
Lei scoppiò a ridere.
"Di là."
Lui annuì. Scelse un punto dove il terreno gli pareva più soffice. Se devo scavare la mia stessa tomba, pensò, non voglio faticare lottando con sassi e radici. Sarebbe... indegno.
"Linden" le ricordò, e affondò la vanga nella terra.
Lei andò a sedersi su un tronco caduto a un paio di metri da lui e accese una sigaretta, come la volta precedente, con una mano sola e senza mai perderlo di vista né abbassando l'arma.
"Che cosa vuoi sapere?"