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Una vecchia regola di Borkmann affiorò alla mente di Van Veeteren qualche secondo prima di trovarsi faccia a faccia con Jaan G. Hennan.

 

Non era la prima volta. Il commissario Borkmann era stato il suo mentore durante i primi anni a Frigge, e all'epoca non immaginava quante delle pacate osservazioni del vecchio segugio lo avrebbero accompagnato per tutta la sua carriera.

 

Eppure era così. In ogni indagine c'era sempre un consiglio di Borkmann da ripescare dal pozzo della memoria. Bastava darsi il tempo di farlo. Certe volte - come in quel momento - non occorreva nemmeno pescare; riusciva a sentire con estrema chiarezza la voce tranquilla del maestro arrivare fino a lui attraversando vent'anni di caos in polizia.

 

Questa volta - proprio mentre lui e Münster si avvicinavano lentamente alla robusta figura sulla terrazza di Villa Zefyr - si trattava della capacità di rimanere in silenzio.

 

Impara a tacere! gli aveva ripetuto Borkmann. Non c'è niente di più sgradevole del silenzio, per chi ha qualcosa sulla coscienza.

 

Poi aveva proseguito: Se riesci a tenere il becco chiuso, con un'occhiata e un sopracciglio sollevato puoi indurre qualsiasi assassino o rapinatore a confondersi e a contraddirsi. Semplicemente innervosendolo. Fa' del silenzio il tuo alleato, e vedrai che parleranno!

 

Quando Hennan non poteva ancora sentirli, diede una gomitata a Münster.

 

"Non parlare troppo" lo istruì. "Lascia fare a me."

 

"Oh, oh" disse Münster. "Intesi."

 

Hennan indossava un paio di comodi pantaloni bianchi e una maglia blu da velista. O forse da golfista, Münster non avrebbe saputo dirlo. Aveva un'aria sostenuta e vagamente irritata. Capelli scuri, tagliati corti. Un po' brizzolati sulle tempie. Viso energico. Strinse loro la mano con forza, come se cercasse di marcare il territorio.

 

"VV" disse. "Ne è passato di tempo."

 

"G" disse Van Veeteren. "Qualche annetto, sì."

 

"Münster" si presentò il collega. "Sovrintendente dell'anticrimine."

 

Si accomodarono a un tavolo massiccio di legno pregiato. Teak, probabilmente. Al centro c'era un secchiello del ghiaccio con alcune bottiglie di birra.

 

"Una birra?" propose Hennan. "Fa caldo."

 

"Forse pioverà" disse Van Veeteren. "Però sì, grazie."

 

Hennan riempì tre boccali. Tutti e tre sorseggiarono la birra in silenzio per una decina di secondi.

 

"Allora?" disse poi Hennan.

 

Van Veeteren tirò fuori un pacchetto di West e si accese con calma una sigaretta. Münster intrecciò le braccia sul petto e restò in attesa. Tutt'a un tratto si rese conto che fumare rendeva molto più semplice condurre con efficacia un interrogatorio.

 

"Brutta storia" disse Van Veeteren, soffiando fuori una nuvola di fumo.

 

"Direi proprio di sì" convenne Hennan.

 

Passarono altri cinque secondi.

 

"Mi chiedo come diavolo sia andata" riprese Van Veeteren.

 

"Cosa vorresti dire?"

 

Van Veeteren si strinse nelle spalle e fissò Hennan per un istante. L'uomo non fece una piega.

 

"Tu no?"

 

"Io no che cosa?"

 

"Non ti sei chiesto come potrebbe essere andata?"

 

Hennan bevve un sorso di birra e prese un sottile sigaro nero da un astuccio di legno che c'era sul tavolo. Teak anche quello, pensò Münster. O noce, la sfumatura di colore non era esattamente la stessa.

 

Hennan accese il sigaro e rimosse un frammento di tabacco che gli era rimasto incollato alla punta della lingua.

 

"Non capisco cosa ci facciate qui" disse. "Mia moglie è morta per una spaventosa disgrazia. Ho passato quasi tutta la notte a parlare con quegli idioti dei vostri colleghi, e adesso dovremmo ricominciare da capo?"

 

Van Veeteren tirò una boccata di fumo e annuì molto lentamente con aria meditabonda.

 

"Quanto tempo sei rimasto in galera?" domandò.

 

I lineamenti di Jaan G. Hennan s'indurirono in maniera palese, notò Münster. Come se qualcuno gli avesse tirato le orecchie all'indietro, tendendogli e in qualche modo assottigliandogli la pelle del viso. Una specie di lifting. L'immagine di un lupo passò rapida nella mente di Münster.

 

"Va' all'inferno" ribatté Hennan.

 

Van Veeteren sbadigliò e si soffiò il naso. Tirò fuori un piccolo bloc-notes giallo e una penna dalla tasca interna della giacca e scrisse qualcosa. Hennan lo osservava con crescente irritazione.

 

"Che diavolo vuoi?" sbottò alla fine. "Se avete qualcosa da dire, ditelo subito! Se invece avete intenzione di starvene lì a fare la parte degli sbirri che non mollano, io me ne vado. Ho un sacco di cose da fare."

 

"Davvero?" disse Van Veeteren. "Che cosa, per esempio?"

 

"Eh?"

 

"Cos'hai da fare?"

 

"Questo..." cominciò Hennan con una certa esitazione "questo a voi non deve interessare."

 

Tirò su le maniche della maglia da velista o golfista che fosse e mostrò due avambracci robusti e abbronzati. Van Veeteren si sporse verso di lui attraverso il tavolo.

 

"Perché sei così nervoso?" gli domandò in tono gentile. "Ti sei scordato di raccontare qualcosa alla polizia stanotte?"

 

Hennan girò la testa e sputò un altro frammento di tabacco nell'erba. Accavallò le gambe e cominciò a tamburellare con le dita sul bracciolo. Passò qualche altro secondo.

 

"Il tuo scagnozzo qui" disse, indicando Münster. "È muto, o cosa?"

 

"Ho solo un po' di mal di gola" spiegò il sovrintendente. "Continuate pure a parlare, nel caso interverrò."

 

Van Veeteren annuì comprensivo verso Münster prima di rivolgersi nuovamente a Hennan.

 

"G" disse. "Non mi è mai piaciuta, quella lettera."

 

Hennan non ebbe nessuna reazione.

 

"Sei veramente convinto che tua moglie sia morta come hai cercato di far credere alla polizia?"

 

Hennan rimase impassibile, ma continuò a tamburellare con le dita. Van Veeteren aspettava. Münster aspettava.

 

"Saresti così gentile da spiegarmi che diavolo vorresti dire?"

 

Il commissario accennò un sorriso.

 

"Che cosa vorrei dire? Non penso fosse cieca, o stupida..."

 

"No, questo è davvero...." cominciò a protestare Hennan.

 

"Non pensi anche tu che l'abbia spinta qualcuno?"

 

"Perché dovrei crederlo?"

 

"Nessuna persona con un minimo di buonsenso si butterebbe in una piscina vuota."

 

"Barbara l'ha fatto per errore."

 

"Questo è quello che vuoi farci credere tu."

 

Hennan parve discutere con se stesso per qualche secondo. Poi si alzò e spinse la sedia all'indietro con tanta violenza da rovesciarla sul prato.

 

"Ora basta. Non ho intenzione di rimanere qui ancora a farmi tartassare. Non dirò una parola di più se non in presenza di un avvocato."

 

Van Veeteren spense il mozzicone di sigaretta. Bevve un sorso di birra, quindi fissò il suo vecchio compagno di scuola con un'espressione di stupore.

 

"Un avvocato? Perché diamine dovresti aver bisogno di un avvocato? Ci stai forse nascondendo qualcosa?"

 

"Non ho intenzione di..."

 

Van Veeteren sollevò l'indice e guardò Münster.

 

"Sovrintendente, credi che il signor Hennan stia nascondendo qualcosa?"

 

Münster rifletté un istante.

 

"Non capisco di cosa potrebbe trattarsi" rispose.

 

"Sparite!" disse Hennan. "Lasciatemi in pace! Questa è la cosa più ridicola che..."

 

"Dammi solo il tempo di finire la birra" lo interruppe Van Veeteren, sollevando il bicchiere. "Non è granché, ma comunque va giù. Salute, e arrivederci."

 

"Non male" commentò Van Veeteren quando furono nuovamente in macchina. "Primo round a noi, e a punteggio pieno."

 

"Concordo" disse Münster. "Ma non capisco esattamente lo scopo."

 

"Davvero?" domandò Van Veeteren, sorpreso. "Che cosa intendi dire?"

 

Münster avviò il motore.

 

"Dovrebbe esserci Hennan dietro questa faccenda... o cosa? Ci siamo forse dimenticati che sembra avere un alibi?"

 

"Bah!" esclamò Van Veeteren. "Alibi? Non abbiamo ancora avuto nessuna conferma. Può benissimo essere sgattaiolato fuori da quel ristorante per una mezz'ora... aspetta a parlare di alibi finché non avremo in mano la versione del personale."

 

"Alright" disse Münster. "Aspetterò."

 

"Oppure può aver avuto un complice" continuò Van Veeteren. "Potrebbe aver assoldato un sicario che è andato là e l'ha buttata di sotto."

 

Münster sospirò.

 

"Sta parlando seriamente, commissario?"

 

Di nuovo ricevette un'occhiata vagamente stupita dal suo superiore.

 

"Münster, lo so che la morte di Barbara Hennan ha tutta l'aria di essere un incidente, e c'è un ottimo motivo per cui dovrebbe sembrarlo."

 

"Davvero?" disse Münster. "E quale sarebbe?"

 

"G vuole che sembri così."

 

Münster tacque.

 

"Non starai pensando che mi sbagli?" continuò Van Veeteren, abbassando il finestrino di un paio di centimetri. "Ecco, sta iniziando a piovere... cosa stavo dicendo?"

 

"Non mi passerebbe mai per l'anticamera del cervello di mettere in dubbio il giudizio del commissario" spiegò Münster diplomaticamente. "E poi non abbiamo ancora dei fatti su cui lavorare, per cui diamo spazio alle ipotesi."

 

"Ipotesi?"

 

"Sì."

 

Van Veeteren rimase in silenzio un momento.

 

"Anche se sembra proprio un osso duro, quell'Hennan" riprese Münster. "Su questo sono pienamente d'accordo."

 

"Anche gli ossi duri si possono spezzare" sentenziò il commissario, studiando uno stuzzicadenti rotto. "Aspetta e vedrai."

 

"Sarà interessante" disse Münster. "E quelle vecchie idee sulla sua psicologia di cui abbiamo parlato... cosa aveva detto? La persona più infida...?"

 

Van Veeteren fece un gesto con la mano come a volerlo dissuadere dal continuare.

 

"Settimana prossima" disse. "Concediamoci un weekend di relax, prima. Come stanno Synn e il piccolo Bart?"

 

Certe volte proprio non lo sopporto, pensò Münster.

 

Sabato Maarten Verlangen non toccò alcolici per tutto il giorno. Cambiò le lenzuola, fece tre macchinate di bucato e portò fuori la spazzatura. Nel pomeriggio andò a correre al Megsje Bois e telefonò a Carla Besbarwny.

 

Proprio come aveva sperato e pensato, Carla gli disse che poteva andare da lei, se voleva. Ma dopo le otto, prima doveva uscire con i cani. Lui ringraziò e mise giù. Tirò un respiro di sollievo. Meno male che c'è Carla, pensò.

 

La conosceva da poco più di tre anni; si erano incontrati in diverse occasioni e ogni volta erano rimasti tutto il tempo nel suo generoso letto con materasso ad acqua. Verlangen sapeva che Carla aveva altri uomini, i quali andavano a trovarla più o meno con le stesse modalità, ma a lui non importava. Carla era una donna indipendente. Abitava in un grande quadrilocale in fondo ad Alexanderlaan con tre cani, un paio di gatti e un numero indefinito di uccellini, porcellini d'India e topolini delle risaie giapponesi. Come si mantenesse non era dato saperlo, e dal punto di vista puramente clinico era matta come un cavallo.

 

Ma neanche questo aveva grande importanza. Non era certo per chissà quali affinità elettive che si sarebbero incontrati quella sera.

 

Verlangen suonò alla porta di Carla alle otto e un quarto, ed esattamente sedici ore dopo la lasciò in uno stato di tranquillità e al tempo stesso di senso di colpa. La sensazione che provava sempre.

 

Perché non ti sposi, Carla? le aveva chiesto. Una donna come te?

 

Mi stai facendo una proposta? aveva ribattuto lei.

 

No, aveva risposto lui. Io... io non sono ancora maturo per un passo simile.

 

Eccoti la risposta.

 

Ritornò alla solitudine e alle lenzuola pulite di Heerbanerstraat. Valutò se telefonare alla figlia, poi rimandò. Non voleva farsi vivo troppo spesso. Non voleva che lei si sentisse in dovere di incontrarlo o di parlare con lui. Verlangen puntava alla qualità, e non alla quantità. Con una punta di amarezza si rese conto però che per raggiungere una certa qualità era necessario un minimo di quantità.

 

Forse Carla Besbarwny era un'eccezione.

 

Scacciò questi pensieri e provò a richiamare Villa Zefyr. Non sarebbe stata un'idea malvagia sapere come proseguire, e in più doveva ancora fare rapporto sulla giornata di venerdì.

 

Se avesse risposto G, avrebbe messo giù.

 

Fu proprio G a rispondere.

 

Sembrava cupo. Verlangen pensò di alterare la voce e dire che aveva sbagliato numero, ma perfino una mossa del genere gli sembrava troppo rischiosa.

 

Deglutì e mise giù la cornetta.

 

D'altronde oggi è domenica, si disse. Ricordati di santificare le feste. E che ogni giorno ha la sua croce.

 

Andò a prendere una birra dal frigo e accese il televisore.

 

Domenica sera, mentre ascoltava lo Stabat Mater di Pergolesi, Van Veeteren si rese conto di un desiderio che aveva covato per tutto il weekend.

 

Aveva avuto parecchio da fare. Sabato sera a cena con il fratello e la cognata di Renate. Domenica, colazione e pranzo con la stessa discutibile coppia. Abitavano a Chadow e si erano fermati per la notte. Nel pomeriggio, una discussione seria con Renate sulla situazione scolastica - ma non solo - di Erich, il quale d'altra parte era fuori con gli amici. La sera, due ore sprecate nel vano tentativo di riparare quella maledetta lavastoviglie. Alla fine era ancora più malconcia di prima.

 

Cosa aveva detto a Münster a proposito del fatto di rilassarsi?

 

Non aveva nemmeno avuto il tempo di dare un'occhiata al problema di scacchi sull'Allgemejne.

 

Alle undici e mezzo sprofondò in poltrona con Pergolesi nelle orecchie. La stanza buia. Renate già a letto. Erich pure. Il cd, che conteneva la Cantata di Orfeo, durava cinquantotto minuti. Aveva controllato mentre lo inseriva nel lettore.

 

Bene, pensò. Finalmente un'ora di vita di qualità.

 

E finalmente un'occasione per riflettere sul suo rapporto con G.

 

Quale accompagnamento migliore del duetto "Stabat Mater dolorosa" cantato da Anna Gonda e Julia Faulkner? Prese tre respiri profondi e sprofondò trentacinque anni indietro nel tempo. Era lì, che stava. Il ricordo più forte di G.

 

Più nero del nero.

 

Semestre autunnale alla Mannering di Poostlenergraacht, per la precisione. Età: prima adolescenza. Personaggi principali: G, VV e un gracile ragazzino ebreo di nome Adam Bronstein.

 

G: il ragazzo grande e grosso, temuto da tutti. Adam Bronstein: intelligente, occhialuto, perspicace, anemico. VV: l'irresoluto, che non osa opporsi a G e alla sua aggressività nei confronti dei più deboli. Adam Bronstein non è la sua sola vittima: VV è il bersaglio principale.

 

L'episodio chiave avviene dopo una lezione di educazione fisica. L'insegnante, l'estremamente impopolare professor Schwaager, se n'è già andato. Quasi tutti i ragazzi si sono lavati e cambiati e hanno lasciato lo spogliatoio puzzolente di sudore, in un vecchio edificio di legno fra la scuola e il canale. G costringe Adam Bronstein a stendersi sul grande tappeto grigio per le capriole e altri esercizi ginnici. Il ragazzo mingherlino obbedisce e G lo avvolge nel tappeto, ottenendo un grande cilindro compatto, lungo poco più di un metro e più o meno della stessa larghezza. Una cinghia di cuoio fa sì che non si srotoli. Grazie alla sua forza e all'aiuto di un altro (Claus Fendermann, che in futuro sarebbe diventato un pianista abbastanza famoso), G mette il cilindro in posizione verticale, con Adam Bronstein a testa in giù. Le braccia incollate al corpo, i piedi nelle calze blu e grigie con gli elastici allentati dai troppi lavaggi che spuntano di un paio di centimetri. Come in una morsa scura e impietosa, il ragazzo è bloccato, mentre la sua testa lentamente si riempie di sangue e il respiro si fa sempre più faticoso. G, Claus Fendermann, VV e qualche altro lo lasciano in quella posizione. Radunano le loro cose e si avviano frettolosi verso l'aula. G esce per ultimo e chiude la porta.

 

Nell'ora successiva non sono previste lezioni in palestra, e Adam Bronstein resta nel cilindro per quasi sessanta minuti. È un'addetta delle pulizie a trovarlo. Il ragazzo è ancora vivo, ma le sue condizioni sono critiche. Rimane in ospedale due mesi. Non tornerà mai più in classe.

 

In gennaio corre voce che si sia impiccato.

 

È insolito che un tredicenne decida d'impiccarsi. Almeno all'epoca.

 

Tanto valeva che morisse subito dentro quel cavolo di tappeto, commenta G. Quel piccolo lurido ebreo.

 

Stabat Mater.

 

Cominciò il "Quis est homo" e Van Veeteren si accorse che stava sudando. Un sudore freddo. Adam Bronstein era solo uno dei ricordi di G. Ce n'erano altri. Ma per il momento poteva bastare.

 

Cercò invece di riflettere sul confronto di venerdì.

 

Che cosa era successo davvero?

 

Perché aveva scelto quell'assurda linea da duro? Silenzi e sguardi d'acciaio, e basta. Perché? Non c'erano dubbi, aveva portato all'estremo la regola del silenzio di Borkmann.

 

E perché era tanto convinto della colpevolezza di Hennan, quando più tardi aveva parlato con Münster in macchina?

 

Il sovrintendente era parso scettico, e ne aveva tutti i motivi.

 

Credeva veramente che G si fosse liberato della moglie? Che l'avesse uccisa?

 

Non era piuttosto un bisogno improvviso - e un'altrettanta improvvisa possibilità - di dare a G ciò che si meritava? Di rimettere a posto le cose e punirlo con trentacinque anni di ritardo? Una volta per tutte.

 

Davvero era così semplice?

 

Difficile ignorare la vendetta privata, d'altra parte. Ma non era meglio che ci pensasse fin dall'inizio?

 

Era più difficile gestire le motivazioni che non si volevano ammettere. Lo diceva perfino Borkmann, anche se forse si riferiva più alle motivazioni del criminale che a quelle del poliziotto.

 

Ma pur mettendo da parte - almeno in teoria - il profondo disgusto che provava per Jaan G. Hennan, come poteva giudicare le circostanze della morte della moglie?

 

C'era qualche motivo concreto di sospettare un crimine?

 

E in tal caso, c'era una ragione oggettiva per sospettare di G?

 

Van Veeteren chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi. Erano domande senza senso. Ed era ancora troppo presto. Movente, metodo, occasione: dei tre tasselli, solo il secondo era abbastanza chiaro. Se qualcuno aveva davvero assassinato Barbara Hennan, non c'erano dubbi sul metodo. Una spinta, per farle perdere l'equilibrio in modo che cadesse dal trampolino.

 

Altra cosa era riuscire a farla salire lassù. In quel caso, difficilmente sarebbe bastata la forza. Piuttosto, c'era bisogno di astuzia... un trucco ben congegnato.

 

O forse era stata tramortita con una botta in testa? Complicato trascinarla su per la scaletta, ma non impossibile. Si fece un appunto mentale di chiedere a Meusse se fosse stata rilevata una lesione precedente e di altra natura rispetto a quelle provocate dalla caduta.

 

Sul metodo non c'è molto altro da dire, concluse Van Veeteren. Pensò di andare in cucina a prendere una birra, poi lasciò perdere.

 

E l'occasione? Be', anche quello era un punto abbastanza chiaro.

 

Chiunque si fosse trovato nei pressi di Villa Zefyr verso le dieci di giovedì sera avrebbe avuto la possibilità - in via del tutto ipotetica - di commettere l'omicidio. Il problema era che la figura più interessante della vicenda, Jaan G. Hennan, sembrava avere un alibi.

 

Sembrava. Rimaneva da vedere quanto solido fosse il suo alibi. Ormai Sachs e i suoi uomini avevano già chiarito la faccenda.

 

E poi il movente. Perché uccidere Barbara Hennan? E soprattutto: quale movente avrebbe potuto avere G?

 

Van Veeteren decise che quello era l'interrogativo che avrebbe dovuto esaminare più attentamente nei giorni successivi.

 

Se esiste anche la minima possibilità che dietro questa faccenda ci sia lui, pensò il commissario stringendo le mascelle, che G abbia qualcosa a che fare con la morte della moglie, allora lo arresterò per questo. In nome di Adam Bronstein e di tutti gli altri poveracci che ha tormentato nella sua vita.

 

Non era nient'altro che un dovere. Un dovere molto invitante.

 

Ma cosa sto facendo? pensò con orrore. Sto desiderando che una disgrazia si trasformi in un omicidio. Solo per... solo per una vendetta privata. Alla faccia dell'oggettività delle indagini! E delle motivazioni!

 

Il cd di Pergolesi finì. Era l'una meno un quarto quando s'infilò nel letto accanto a Renate. In silenzio, per non svegliarla.

 

Non l'amo più, pensò all'improvviso. Non l'amo più da molto tempo, perché continuiamo a tenere in piedi questa farsa?

 

Per chi?

 

Era una domanda idiota da porsi proprio prima di addormentarsi. Infatti un'ora dopo non c'era ancora riuscito.