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Erano le sei e mezzo del pomeriggio quando Bausen e Van Veeteren si infilarono nella vecchia Citroën e partirono alla ricerca della casa. C'era appena stato un acquazzone, ma il cielo si stava di nuovo aprendo. Se altri perfidi banchi di nubi non fossero arrivati da sud-ovest avrebbero avuto a disposizione ancora un paio d'ore di luce.

 

O di lucore crepuscolare, almeno. Secondo Bausen non aveva molto senso lavorare col buio.

 

"Cosa ti avevo detto?" si era lasciato scappare dopo aver parlato al telefono con deKlerk. "Non siamo arrivati nemmeno alla tredicesima mossa!"

 

Van Veeteren non aveva fatto nessun commento. Per contro si era interrogato sulle motivazioni di Bausen quando questi aveva dichiarato alla polizia di essere piuttosto sicuro di riconoscere la casa nelle foto, ma che prima voleva controllare un paio di alternative - per poi confessare a Van Veeteren di non aver mai visto quell'abitazione.

 

"Perché hai mentito?" aveva domandato Van Veeteren.

 

"Be', mentito..." aveva risposto Bausen. "Pensavo che avessimo bisogno di un po' di movimento, tu e io. E poi sono sicuro che troveremo la casa, prima o poi."

 

"Sempre che sia davvero qui" aveva detto Van Veeteren.

 

"Non essere così pedante" aveva replicato Bausen.

 

Fissò i due ingrandimenti al cruscotto e avviò l'automobile. Van Veeteren teneva in mano un altro ingrandimento: uno dei molti scatti del retro della casa, quello dove il volto dell'uomo si distingueva con maggiore chiarezza. Aveva studiato quei lineamenti sgranati fin da quando aveva ricevuto la fotografia un'ora prima, ma non era ancora riuscito a stabilire se si trattasse o meno di Jaan G. Hennan.

 

Ma se lo vedessi di persona, pensava, lo riconoscerei in meno di mezzo secondo.

 

"Direi che abbiamo due zone fra cui scegliere" spiegò Bausen, "Rikken e Wassingen. Si vede dal genere di casa, che non è esattamente un'umile baracca da proletari."

 

"Chiaramente no" concordò Van Veeteren. "Hai riflettuto sulla posizione del fotografo? Credo che dovrebbe dirci qualcosa."

 

Bausen annuì.

 

"Altroché. Sul retro ha avuto modo di fotografare indisturbato. Potrebbe esserci un bosco o qualcosa di simile. Anche le foto scattate sul davanti sembrano indicare la stessa cosa. Vedremo. Tieni gli occhi bene aperti, cominciamo con Wassingen."

 

La zona residenziale di Wassingen era situata alla periferia sud-orientale di Kaalbringen: abitazioni sparse, con solide ville degli anni Quaranta e Cinquanta. In totale un centinaio di case circondate da ampi giardini, molti dei quali confinanti con il bosco che circondava due terzi del quartiere.

 

Oost Honingerweg attraversava l'intero abitato da est a ovest, con vie laterali vagamente ricurve a nord e a sud. Van Veeteren e Bausen impiegarono circa mezz'ora a percorrere l'intero labirinto. Si fermarono qua e là a confrontare le case con le foto di Verlangen, ricevendo un paio di volte le attenzioni di un boxer libero e con una necessità impellente di fare pipì (ruota posteriore destra, ruota anteriore sinistra; o almeno ebbero l'impressione che si trattasse dello stesso cane, ma in due vie diverse). Una volta completato il giro, potevano dire quasi con certezza che Verlangen non si era appostato nel quartiere di Wassingen cinque mesi prima.

 

"Sono solo le sette e un quarto" disse Bausen, guardando l'orologio. "Facciamo in tempo a controllare anche Rikken prima che faccia buio."

 

"E se non la troviamo neppure lì?" si chiese Van Veeteren, mentre abbassava il finestrino e accendeva una sigaretta. "Che facciamo?"

 

"Vedrai che a Rikken la troveremo" disse Bausen. "Me lo sento."

 

Venti minuti dopo, Van Veeteren dovette dare ragione a Bausen.

 

Si rese conto che non era troppo vecchio per sentirsi emozionato. Bausen spense il motore e si schiarì la voce.

 

"Eccola lì. Non ci sono dubbi, ti pare?"

 

No, nessun dubbio. La facciata della solida casa di mattoni rossi era identica a quella delle foto. Il muretto di pietra che dava sulla strada. Il garage accanto all'abitazione, che nelle foto s'intravedeva appena, e la tettoia sporgente sopra l'ingresso.

 

I due alberi da frutto che si intravedevano sul retro ora erano fronzuti, mentre in aprile le foglie avevano appena cominciato a spuntare, ma non c'erano dubbi che fossero gli stessi.

 

La casa giusta. Van Veeteren si accorse che all'emozione era seguita una certa secchezza delle fauci. Avrebbe voluto avere con sé gli occhiali da sole e un cappello a tesa larga da calarsi sulla fronte. Per ogni eventualità.

 

"Qual è l'indirizzo?" chiese.

 

Bausen scosse la testa.

 

"Dobbiamo controllare come si chiama la strada, non mi ricordo. Il numero civico è il 14, in ogni caso. In casa non sembra esserci nessuno, ma non si può mai sapere."

 

"Tira dritto" disse Van Veeteren. "Non possiamo starcene qui."

 

"Alright. C'è il nome della via all'angolo."

 

Avviò il motore e ripartirono.

 

"Wackerstraat" lesse Van Veeteren all'incrocio. "Wackerstraat 14."

 

Bausen fece segno con la mano.

 

"Il parco naturale inizia subito dietro le case. Verlangen dev'essersi appostato lì. Proprio come me ai tempi... Che facciamo adesso?"

 

Van Veeteren rifletté un attimo.

 

"Telefoniamo alla polizia" rispose. "Scopriranno loro chi ci abita. Magari vorranno poter decidere come procedere, cosa dici?"

 

"Tu credi?" disse Bausen. "Sì, potremmo avvisarli."

 

"Potremmo?" disse Van Veeteren. "Che diavolo vorresti dire, con ciò?"

 

Ma Bausen non rispose.

 

"Prego, Stiller" disse deKlerk. "Sei stato tu a scovare le informazioni, perciò tanto vale che le esponga. Scusate l'affollamento, ma di solito non siamo così numerosi, e questa è la stanza più grande che abbiamo."

 

L'osservazione del capo della polizia era motivata. Benché fossero le dieci di sera passate, tutte le persone coinvolte avevano risposto alla chiamata. I due agenti locali: Moerk e Stiller. I colleghi dell'anticrimine da Maardam: Münster e Rooth. I due ex commissari: Bausen e Van Veeteren.

 

Oltre a deKlerk. Sette poliziotti, dunque. Era come qualcuno aveva fatto osservare due giorni prima: non si poteva certo dire che mancasse il personale, per questo caso.

 

Al capo della polizia venne anche da pensare che se quello sfortunato investigatore avesse guardato giù dal cielo - o da qualunque altro posto si trovasse - di sicuro avrebbe inarcato le sopracciglia vedendo il trambusto provocato dalla sua morte.

 

Andò a sedersi di malavoglia al proprio posto e fece un cenno d'incoraggiamento a Stiller.

 

"Allora, sì..." esordì l'aspirante. "Non c'è niente di particolarmente strano, in effetti. Quei due vivono qui da dieci anni e presso l'autorità fiscale c'erano tutti i dati. Christopher ed Elizabeth Nolan. Proprietari della galleria d'arte Winderhuus in Hamnesplanaden. Sono arrivati in città nel 1992 e hanno avviato questa attività l'anno successivo. Ormai sono ben integrati. Vengono da Bristol, Inghilterra, lui ha sessantatré anni e lei cinquantuno. È soprattutto la signora Nolan a occuparsi della galleria, a quanto pare; sono sbarcati qui con un bel po' di denaro e possiedono ancora un notevole patrimonio, anche se la galleria è stata in perdita negli ultimi anni..."

 

"Questo in ogni caso è ciò che credono gli uffici finanziari" s'intromise Beate Moerk.

 

"Sì, è sui loro dati che mi sono basato soprattutto" confermò Stiller. "I coniugi Nolan non hanno figli, la casa di Wackerstraat è stata acquistata nel 1995, i primi anni abitavano in un appartamento vicino al Romner Park. Non ci sono annotazioni su irregolarità economiche di nessun genere. Al contrario, tutti e due hanno dichiarato un certo patrimonio ogni anno fin da quando sono arrivati qui... Questo è quanto sono riuscito a trovare."

 

"Commercio d'arte?" borbottò Rooth. "Dev'essere un buon settore dove occultare denaro."

 

"Può darsi" disse Münster. "Ma Christopher Nolan? Non so proprio cosa credere..."

 

"Ehm" fece Bausen e passò lo sguardo sui presenti. "Scusatemi se ve lo faccio notare, ma per ora non ha molto senso credere o non credere qualcosa. O questo tizio è Jaan G. Hennan, oppure è solo Christopher Nolan. Prima di aver verificato come stiano le cose, possiamo evitare di formulare qualunque teoria. In questa fase non c'è alcuna necessità di fare ipotesi."

 

"Può darsi" disse il capo della polizia assentendo e fece un sorriso un po' forzato. "E come dovremmo comportarci per chiarire questo piccolo dettaglio, allora? Ditemi cosa ne pensate."

 

Seguì qualche secondo di silenzio. Poi il sovrintendente Münster si schiarì la voce.

 

"Un'alternativa è andare a interrogarlo. O quantomeno parlargli. Ma non so se sia proprio il metodo giusto, in questo caso."

 

"Io credo che sia un metodo tremendamente stupido" disse Rooth. "Non possiamo essere così ingenui da giocare a carte scoperte con un individuo come Hennan."

 

"Ma non sappiamo se è veramente lui" fece notare Stiller.

 

"Motivo in più per non giocare a carte scoperte. Almeno per ora. Dobbiamo iniziare con un bluff. Un bluff in grande stile."

 

"Sì, sono anch'io dello stesso parere" affermò l'ispettore Moerk. "Non possiamo cominciare un discorso serio con quell'uomo prima di sapere se è con G o meno che abbiamo a che fare. Sarebbe un errore madornale svelare i nostri sospetti."

 

"Sono d'accordo anch'io" disse Münster. "L'altra volta non si è dimostrato un ingenuo. Dobbiamo andarci coi piedi di piombo."

 

"Qualcuno ha un'opinione diversa su questo punto?" domandò deKlerk, guardandosi intorno.

 

Nessuno aveva nulla da dire. Van Veeteren scambiò un'occhiata con Münster come se stesse per dire qualcosa, ma poi cambiò idea ed estrasse la macchinetta per rollare le sigarette.

 

"Rimane dunque da decidere come procedere" continuò deKlerk. "Chi di noi è il più indicato per identificare Hennan?"

 

La domanda era talmente retorica che per poco Van Veeteren non fece cadere la macchinetta sul pavimento. Bausen scoppiò in una breve risata.

 

"Accidenti" disse. "Sembra che abbiate deciso di lasciar fare il lavoro a dei dilettanti. È naturale che la prima mossa tocchi a Van Veeteren... tu lo riconosceresti, vero?"

 

Van Veeteren rimise la macchinetta delle sigarette nella tasca della giacca e intrecciò le mani davanti a sé sul tavolo.

 

"Forse" disse. "O almeno credo. Ma immagino anche che Hennan possa riconoscere me. Dobbiamo capire se questo sarebbe un vantaggio o meno."

 

"Secondo te è necessario che vi troviate faccia a faccia?" volle sapere Beate Moerk.

 

Van Veeteren corrugò la fronte.

 

"Forse non è così indispensabile" ammise lui. "Ma sono preparato a una situazione del genere, prima o poi. Se è veramente lui."

 

Beate Moerk fece un veloce sorriso.

 

"Mi pare di averlo capito" disse. "A man's gotta do what a man's gotta do?"

 

"Mmm, sì" borbottò il commissario. "Qualcosa del genere. Ma come potrei fare? Non mi va tanto di stare dietro a quel bastardo aspettando che si volti."

 

Bausen si era grattato la testa per un po'.

 

"Non è necessario che sia così teatrale" affermò. "Potremmo fare così: potrei darti qualche vecchio quadro, tu vai alla galleria Winderhuus quando Nolan è lì e cerchi di venderglieli. Con o senza la barba finta."

 

"Tutto qui?" domandò Van Veeteren.

 

"Tutto qui" confermò Bausen.

 

Forse era per l'ora tarda, forse per qualcos'altro, ma quarantacinque minuti dopo nessuno aveva ancora avanzato una proposta migliore.

 

Verso l'una e mezzo, subito prima di riuscire a prendere sonno, un nuovo pensiero balenò nella mente di Van Veeteren. Non gli piacque.

 

Se, si rese conto, se Christopher Nolan fosse stato veramente Jaan G. Hennan, significava - in base alle informazioni che l'aspirante Stiller aveva raccolto e presentato in maniera così esemplare - che si trovava a Kaalbringen all'epoca del caso del Tagliateste, nove anni prima.

 

Era una constatazione molto sgradevole.

 

Mi chiedo come avrei reagito se l'avessi saputo allora, pensò Van Veeteren. Avrebbe potuto influenzare l'inchiesta?

 

E quando più tardi cedette al sonno, sognò di aggirarsi in un grande museo, mascherato dietro una gigantesca barba bianca da Babbo Natale e intenzionato a staccare dalle cornici le tele con alcuni dei quadri più preziosi e famosi del mondo. Riconobbe Guernica, la Gioconda, i Girasoli di Van Gogh.

 

Era tutto molto sgradevole, ma la situazione non fece che peggiorare. Sia i quadri sia la barba posticcia erano scomparsi, e Van Veeteren stava camminando su una spiaggia lunga e deserta. Verso la propria morte, era evidente: una serie di cartelli gialli e neri arrugginiti erano conficcati nella sabbia a intervalli regolari; l'indicazione della distanza diminuiva rapidamente e, per quanto si guardasse intorno, non riusciva a scorgere nessuno che potesse aiutarlo a tornare indietro.

 

Quando si svegliò la mattina dopo, non gli parve vero di aver dormito sette ore.

 

Piuttosto, gli erano sembrati sette minuti.