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"Allora?" disse Van Veeteren. "Che cosa dicono?"

 

Bausen tenne la mano sul telefono. Lo sguardo puntato fuori della finestra, in modo che Van Veeteren non potesse leggere la sua espressione.

 

"Sono incerti."

 

"Incerti?"

 

"Sì. O, per essere più precisi, pare che la signora Nolan non sappia nulla di interessante. Secondo Moerk e Münster è stata molto convincente. Ha anche fornito un certo numero di informazioni... hanno già inviato una richiesta in Inghilterra."

 

Van Veeteren annuì e fissò la scacchiera. Avevano iniziato la partita all'aperto, ma si erano trasferiti in soggiorno verso le otto e mezzo, quando da nord-ovest era arrivata la pioggia. Bausen aveva preparato una semplice ratatouille con riso basmati, e avevano svuotato fino all'ultima goccia l'ultima bottiglia di Saint-Émilion del 1982.

 

Formaggio Gruyère con fette di pera come dessert.

 

"Non è certo una posizione invidiabile" constatò il commissario quando Bausen tornò a sedersi a tavola. "Quella della signora Nolan, intendo. È piuttosto paradossale."

 

"Cosa vorresti dire?" chiese Bausen.

 

Van Veeteren fece una smorfia.

 

"Anche se non lo incastriamo, possiamo almeno fare in modo di mandare all'aria il suo matrimonio. Lui in fondo la sta imbrogliando da quattordici anni... non sono molte le donne che accettano un comportamento del genere. In ogni caso, non secondo la mia esperienza."

 

Bausen non rispose. Si limitò a stare lì seduto in silenzio a tamburellare con l'indice sul bracciolo della poltroncina. Van Veeteren si arrotolò una sigaretta e lo guardò con espressione vagamente interrogativa.

 

"Che cosa ti succede?" disse alla fine. "Sembri preoccupato."

 

Bausen si piegò sopra il tavolo come se pensasse di fare una mossa.

 

"Il capo della polizia mi ha pregato di domandarti una cosa" disse.

 

"Ah, sì?"

 

"Su Nolan."

 

"Allora?"

 

"Sulla sua identità. Sei davvero sicuro che sia Hennan?"

 

Van Veeteren s'irrigidì. In un modo stranamente lento, che lui stesso percepì.

 

Come quando si forma il ghiaccio su un lago a dicembre, pensò. O quando il sangue coagula. Che diavolo sta succedendo? si domandò, e rimase seduto con la sigaretta spenta fra le labbra, mentre guardava Bausen attraverso la scacchiera. Non capiva chi dei due si sentisse più in imbarazzo. Bausen sistemò meglio un paio di pezzi ma senza fare nessuna mossa. Evitava il suo sguardo.

 

"Perciò era a questo, che si riferiva l'incertezza?" disse Van Veeteren.

 

Bausen fece un gesto vago con le mani ma non disse nulla.

 

"Al fatto che dubitano che abbia ragione?"

 

"Sì."

 

"Dubitano del mio giudizio?"

 

Bausen tentò di abbozzare un sorriso.

 

"Non è necessario che..."

 

S'interruppe.

 

"Al diavolo" disse Van Veeteren, vuotando il bicchiere.

 

Non è così che si finiscono le ultime gocce di un Saint-Émilion dell'82, pensò. È un sacrilegio.

 

"In ogni caso, mi ha pregato di domandartelo" disse Bausen. "Ed è chiaro che vogliono essere sicuri su questo punto. Assolutamente sicuri... Non prenderlo come un fatto personale... ah, ah."

 

"Ah, ah" gli fece eco Van Veeteren.

 

Anche Bausen finì il suo vino.

 

"La signora Nolan ha fornito parecchie informazioni. Sul suo passato e su quello del marito in Inghilterra. Avrebbe potuto non farlo, se davvero..."

 

"Sì, certo" lo interruppe Van Veeteren. "Non serve che me lo spieghi. Quando arriverà una risposta dall'Inghilterra?"

 

"Fra ventiquattr'ore almeno. Ci vuole un po' di tempo... Se si fosse trattato di Londra avrebbero fatto più in fretta, ma qui stiamo parlando di Bristol."

 

"Bristol?"

 

"Sì."

 

"È vero, adesso ricordo."

 

Bausen annuì.

 

"Almeno ventiquattr'ore, hai detto?"

 

"Sì. Domani sera, mi auguro."

 

Van Veeteren accese la sigaretta e tirò due lunghe boccate di fumo.

 

"Perciò credono che mi sia sbagliato?" disse. "Credono che non sia più capace di riconoscerlo?"

 

"Io non lo so che cosa credono" disse Bausen con aria cupa.

 

Van Veeteren raccolse un cavallo nero dalla scacchiera e lo fissò a lungo.

 

"Che cosa dice Münster? Lui dovrebbe ricordarsi che aspetto ha G. Perché non mandano Münster a dare un'occhiata?"

 

Bausen non rispose, l'espressione preoccupata.

 

"Ho pensato una cosa" disse infine. "Come potrebbe stare in piedi questa storia, se Nolan non fosse Hennan? Non lo capisco proprio."

 

Van Veeteren rimise il cavallo in c6.

 

"Non starebbe in piedi" disse. "Forse credono che io abbia voluto riconoscerlo a tutti i costi."

 

"Può darsi" disse Bausen. "Va bene, allora aspettiamo. Meno male che non siamo più così giovani e irruenti."

 

Van Veeteren sospirò.

 

"A chi tocca muovere?" chiese. "Mi sembra di ricordare che toccasse a te."

 

"Esatto" disse Bausen, e spostò avanti un pedone.

 

Si svegliò alle sei meno un quarto. Cercò di riaddormentarsi, ma non ci riuscì.

 

Si alzò e andò in cucina senza fare rumore. Un'alba grigia aleggiava fuori della finestra; aveva smesso di piovere e i vetri erano umidi, ma era sicuro che avrebbe ripreso più tardi.

 

Trovò il caffè macinato e mise su il bollitore. Mentre aspettava, bevve un bicchiere di succo di frutta. Pensò di uscire a ritirare il giornale, ma non era sicuro se l'avessero già consegnato e cambiò idea.

 

Quattro ore, pensò mentre versava l'acqua del caffè. Quattro ore di sonno. È davvero troppo poco, alla mia età sarebbe già sufficiente essere svegli quattro ore al giorno.

 

Quando uscì si accorse che stava schiarendo. Decise di non prendere la macchina. La sonnacchiosa cittadina costiera non sembrava essere ancora scesa dal letto, quel sabato mattina. Ma, pensò, in fondo sono solo le sette e venti.

 

Imboccò Hoistraat e poi la scala che scendeva in Fisketorget e al porto, senza sapere bene dove fosse diretto, ma quando scorse il frangiflutti e il porticciolo turistico capì.

 

In Hamnesplanaden controllò gli orari d'apertura della galleria Winderhuus. Sabato-Domenica 10-15, era scritto sulla porta. Annuì e proseguì in direzione del parco.

 

La tortuosa pista ciclopedonale che conduceva a Rikken era come se la ricordava; unì le mani a coppa e accese la prima sigaretta della giornata. Aveva forse a che fare con la sua età? Il fatto che a volte il passato potesse sembrare più nitido del presente?

 

Sciocchezze, si disse. So perfettamente cosa sta succedendo. Qui e in questo preciso momento. Ma un po' di rievocazione storica non guasta.

 

Venti minuti dopo era in Wackerstraat. Passò davanti alla casa dei Nolan e notò che c'era una piccola automobile color argento parcheggiata nel vialetto. Una marca asiatica, Hyundai, o chissà cos'altro.

 

Suppose che fosse la macchina della signora; ovviamente ne possedevano due e, altrettanto ovviamente, Christopher Nolan usava la ben più potente Rover.

 

Van Veeteren rallentò il passo fin quasi a fermarsi. Non si scorgevano segni di vita dall'interno, e suppose che i due coniugi con la passione per l'arte non si fossero ancora alzati. Non erano nemmeno le otto, e la galleria apriva alle dieci.

 

Perché lo chiamo Nolan quando so benissimo che è Hennan? pensò irritato, e si fermò all'incrocio successivo.

 

E perché non si fidano del mio giudizio?

 

Tutt'a un tratto sentì montare dentro la collera.

 

Una risposta dall'Inghilterra non prima di stasera!

 

Probabilmente, non prima di domani.

 

E che genere di risposta sarebbe arrivata? Non era così difficile prevederlo. Se Hennan aveva cambiato nome, lo aveva fatto con grande cautela. Perfino un vecchio libraio come lui sarebbe arrivato a capirlo. Magari a Bristol c'era un Nolan che corrispondeva alle informazioni raccolte da Münster e Moerk. Non era mica così scemo. All'inferno.

 

E cosa pensavano di fare oggi, i responsabili delle indagini? Restarsene a letto tutto il giorno a lambiccarsi il cervello?

 

Rimase fermo all'angolo a rollarsi altre due sigarette. All'improvviso nella sua mente cominciarono a delinearsi i contorni di un piano d'azione. Proprio mentre due tizi vestiti di rosso che facevano jogging lo superarono diretti verso il bosco, seppe cosa doveva fare.

 

In fondo non era poi così complicato. Guardò l'ora e si incamminò rapidamente verso la tana di Bausen.

 

Il suo ospite si era alzato e si stava dedicando ai primi esercizi di yoga della giornata. Van Veeteren spiegò che doveva fare una commissione in mattinata ma che sarebbe tornato per pranzo. Dopo di che ignorò le domande di Bausen, tirò fuori ciò che gli serviva, bevve un'altra tazza di caffè, prese la macchina e se ne andò.

 

Alle nove e venti era di nuovo a Rikken. Parcheggiò in Wackerstraat, quasi di fronte al 14. L'utilitaria coreana era ancora lì, in cucina era accesa una luce; per il resto non era cambiato nulla. Van Veeteren si calò in testa un berretto a visiera e inforcò un paio di occhiali da sole. Prese il Journaal, abbassò lo schienale del sedile in modo da stare comodo in posizione semidistesa e si preparò ad aspettare.

 

Ci volle circa mezz'ora, durante la quale alcune persone passarono davanti alla sua Opel un po' malandata, ma senza farci caso. Van Veeteren aveva appena finito di ascoltare il secondo movimento della Sinfonia n. 2 di Mahler, quando Elizabeth Nolan uscì dal portoncino d'ingresso e si avviò rapidamente verso la sua macchina.

 

Accese il motore, uscì in retromarcia e in meno di un minuto era già scomparsa.

 

Per forza, pensò Van Veeteren. La galleria doveva aprire cinque minuti dopo, e anche se fuori non ci sarebbe certo stata una folla ad aspettare, magari qualcuno libero il sabato e interessato all'arte si sarebbe presentato.

 

Aspettò un momento. Poi sistemò meglio berretto e occhiali e scese dalla macchina.

 

Christopher Nolan aprì solo dopo la terza scampanellata. In ciabatte e avvolto in un asciugamano di spugna giallo. Gocciolava ancora.

 

"Stavo facendo la doccia" disse. "Che cosa vuole?"

 

"Mi scusi" disse Van Veeteren, porgendogli il biglietto. "Sto cercando questo indirizzo, ma non riesco a trovarlo. Non è che potrebbe...?"

 

Nolan si asciugò le mani, prese il biglietto e cercò di leggere. Trovò un paio di occhiali su un cassettone e riprovò.

 

"Singerstraat? E dovrebbe essere qui a Rikken?"

 

"Così mi hanno detto."

 

Nolan si tolse gli occhiali e corrugò la fronte.

 

"Mai sentita. Purtroppo credo che dovrà chiedere a qualcun altro. Ma dubito che si trovi in questa zona."

 

Van Veeteren annuì preoccupato e riprese il biglietto.

 

"Mi spiace di averla disturbata."

 

"Nessun problema" assicurò Nolan.

 

Guardò Van Veeteren, poi chiuse la porta.

 

DeKlerk e Stiller erano alla stazione di polizia quando Van Veeteren entrò a grandi passi.

 

"Ho sentito dei vostri dubbi" esordì.

 

"Dubbi?" disse deKlerk. "Be', non li chiamerei..."

 

"Chiamateli come volete. A quanto pare dubitate delle mie capacità mentali. Io no."

 

"Non credo che..." disse Stiller.

 

"Aspettiamo le risposte dall'Inghilterra" disse deKlerk. "Dobbiamo essere sicuri, prima di procedere."

 

Abbozzò un gesto intendendo probabilmente che Van Veeteren poteva sedersi, se ne aveva voglia.

 

Non ne aveva.

 

"Lo so" disse invece. "Tuttavia credo che la questione dovrebbe essere decisa un po' più velocemente. Prego, ecco le sue impronte digitali."

 

Estrasse la piccola busta di plastica con il biglietto dalla tasca interna.

 

"Impronte dig... veramente?" disse deKlerk.

 

"Quelle di Hennan si trovano nel database a Maardam" continuò Van Veeteren. "Pensavo di lasciare a voi l'incarico di verificare. Non ci vorranno più di un paio d'ore, con le tecniche di oggi. Avrete pur un computer, no?"

 

DeKlerk arrossì.

 

E ne ha tutti i motivi, pensò.

 

"Naturalmente" disse l'aspirante Stiller. "Provvediamo subito. Come ha fatto a...?"

 

"Non ha importanza" tagliò corto Van Veeteren. "Ma vedete di non perdere quel biglietto, non ne ho una copia. Chiamatemi da Bausen, quando avrete avuto la conferma."

 

"Sì... certamente" balbettò deKlerk. "Non vuole prendere un...?"

 

"No, grazie."

 

Sulla porta si ricordò di un'altra cosa. Si girò e puntò uno sguardo penetrante sul capo della polizia.

 

"Se le impronte di Nolan e di Hennan coincidono" disse, "tenetelo sotto sorveglianza. Sarebbe irritante se l'uccellino scappasse dalla gabbia proprio adesso, con tutti questi poliziotti in giro."

 

DeKlerk annuì. Stiller annuì.

 

Van Veeteren girò i tacchi e lasciò la stazione di polizia.

 

È ora di fare un pisolino, pensò mentre attraversava la piazza.

 

Se ho preso un granchio, pensò poi, farò meglio a non mettere mai più piede in questo buco.

 

Ma quando fu di nuovo seduto dietro il volante e si diresse verso la tana di Bausen, non era quella la cosa che più lo preoccupava.

 

Quell'ultimo scambio di sguardi con Christopher Nolan.

 

Quell'attimo in cui si erano fissati.

 

E che era durato troppo a lungo.