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"Eh?" fece l'ispettore Krause. "Non la seguo."
"Alright, te lo spiegherò di nuovo" disse Van Veeteren. "Ricordi di aver premuto un tasto sul tuo supercomputer, ottenendo una sfilza di nomi di località inserendo un certo orario... le 14.42? Era mercoledì o giovedì scorso, mi pare..."
"Naturalmente" disse Krause indignato. "Quello l'avevo capito. Se il commissario..."
"Basta!" lo interruppe Van Veeteren. "È da cinque anni che non ho più niente a che spartire con quel termine, ormai dovresti saperlo, ispettore."
"Mi scusi" disse Krause. "Non intendevo offenderla. Ma che c'entra il telefono?"
"Sai che Verlangen ha parlato al telefono con suo nipote circa tre settimane fa?"
"Me l'hanno detto, sì..."
"Devo scoprire da dove chiamava."
"E come...?"
"Non dovrebbe essere difficile, oggi."
"Se telefonava dal cellulare, non è possibile."
"Cellulare?"
"Sì."
"Non tutti ce l'hanno, il cellulare, contrariamente a quello che credono in tanti. Maarten Verlangen non ce l'aveva, per esempio."
"Davvero? Be', non pensavo..."
"Quindi deve aver chiamato da un telefono fisso. Magari da un apparecchio pubblico a scheda o a gettoni, e in tal caso non dovrebbe essere difficile per un brillante ispettore dell'anticrimine rintracciare la chiamata."
"Grazie" disse Krause. "Capisco."
"Bene. Una chiamata all'abitazione della famiglia Vargas in Palitzerstraat. Il numero è 2133235. Fra il 12 e il 18 aprile. Poi potremo fare un confronto..."
"... con l'elenco degli orari dei treni" proseguì Krause. "Adesso la seguo... mi spiace, non ci avevamo pensato. Mi metto subito al lavoro. Dove posso raggiungerla, comm... dove devo telefonare, quando avrò finito?"
"Alla libreria antiquaria Krantze" rispose Van Veeteren. "Aspetterò qui. Il numero ce l'hai, vero?"
"Sì, ce l'ho" disse Krause. "C'è altro?"
"Nient'altro, almeno per il momento" assicurò Van Veeteren, e mise giù. Si abbandonò contro lo schienale della poltrona e riprese Nooteboom.
Bastava fare due più due.
Non potevano arrivarci da soli? si domandò mentre aspettava. Perché non avevano pensato a un semplice controllo incrociato come quello?
Una telefonata da una località ignota e una destinazione ignota.
Erano gli unici elementi di cui disponevano, eppure non erano stati in grado di collegarli fra loro. Piuttosto sconfortante, no?
Ma forse non era così strano. La scomparsa di Verlangen non era certo fra le priorità della polizia di Maardam. Una denuncia come tantissime altre. Forse andava riconosciuto a Münster il merito di aver notato il collegamento con il caso G.
L'eventuale collegamento. D'un tratto avvertì un profondo scetticismo, e si pentì di aver usato un tono così presuntuoso con Krause. Quante probabilità c'erano che fra i due elementi ci fosse un nesso? Era davvero possibile scoprire da dove aveva chiamato Verlangen? Magari fra il 12 e il 18 aprile sarebbero risultate decine di chiamate da località che comparivano nell'elenco! Saaren, Malbork, tanto per citarne un paio. Forse gli anziani genitori di Verlangen vivevano da quelle parti e telefonavano tutti i giorni alla nipote...
Sono un idiota, si disse. Andò nel cucinotto a mettere su l'acqua per il caffè. Dovrebbero ringraziarmi per aver dato le dimissioni in tempo.
"Due" disse Krause. "Ci sono due possibilità."
"Bene" disse Van Veeteren. "Ti sono grato per esserti preso il disturbo."
"Eh?" fece Krause.
"Ho detto che ti sono... lasciamo perdere. Sentiamo."
"Ecco" iniziò Krause schiarendosi la voce. "In base ai tabulati telefonici ho controllato tutte le chiamate in entrata fra il 12 e il 18 aprile insieme alla signora Vargas... Secondo lei due sono più probabili, anzi, le uniche possibili. Potremo escluderne una dopo aver parlato con il marito, ma non siamo ancora riusciti a chiamarlo."
"Capisco" disse Van Veeteren. "Di quali località si tratta?"
"Karpatz e Kaalbringen" rispose Krause. "Rispettivamente il 14 e il 16 aprile. E sono... Kaalbringen compare nella lista delle 14.42."
"Ma non Karpatz."
"No" disse Krause. "Quindi..."
"Quindi l'alternativa è una sola, giusto?"
"Mmm" fece Krause. "Se c'è un collegamento, sì."
Lo sapevo, pensò Van Veeteren. Maledizione! Lo sapevo... nonostante il mio povero cervello rinsecchito.
"Pronto?"
"Sì?"
"È ancora lì, commissario? Mi scusi, io..."
"Ci mancherebbe. Certo, sono ancora qui. Kaalbringen, dunque... non dobbiamo contare troppo su questa cosa, ma se pensiamo che valga veramente la pena di cercare Maarten Verlangen, abbiamo almeno un indizio da cui partire. Che ne pensi?"
"Ha ragione" disse Krause.
"Naturalmente capisco che avrete le vostre priorità. Grazie per quello che hai fatto, magari ci risentiamo."
Krause balbettò qualcosa d'incomprensibile. Van Veeteren ringraziò ancora una volta e mise giù.
È troppo giovane, pensò. Non c'era ai tempi di Hennan e non c'era a Kaalbringen.
Ma il sovrintendente Münster sì!
Si lasciò cadere sulla sedia.
Linden e Kaalbringen? Van Veeteren scosse la testa. Che collegamento potrebbe esserci?
Naturalmente Jaan G. Hennan non poteva avere nulla a che fare con l'assassino di Kaalbringen. Solo nella sua storia privata i due fatti comparivano lungo lo stesso percorso.
Kaalbringen e il caso G.
Eppure era strano. Si rollò una sigaretta e l'accese, mentre valutava se chiamare subito Münster oppure concedersi un po' di tempo in più per riflettere e pensare in termini pratici. Decise quasi subito per la seconda soluzione - a qualunque conclusione fosse giunto, non aveva nessuna fretta. Verlangen era scomparso da tre settimane e, anche se quanto gli era accaduto da quando aveva lasciato Maardam rimaneva un mistero, non poteva che dare ragione a Belle Vargas.
Le possibilità che fosse ancora in vita erano molto poche.
Van Veeteren sospirò. Si chiese sulla base di che cosa si potesse trarre una simile conclusione, ma non trovò una risposta. Uscì dal cucinino e andò a prendere la bottiglia di porto.
Il capo della polizia Hiller stava per trapiantare due acacie nane quando Münster entrò nel suo ufficio al quinto piano.
Münster non avrebbe saputo dire che fossero davvero acacie (tutt'al più che si trattava di una varietà nana, viste le dimensioni alquanto ridotte), ma Hiller gli spiegò tutto prima ancora che potesse sedersi.
È come se avesse fatto le presentazioni, pensò Münster. Acacia nana, Münster, sovrintendente dell'anticrimine. Molto piacere. Il capo della polizia aveva aperto un giornale sulla scrivania e lavorava in maniche di camicia, la cravatta gettata indietro sulla schiena. Stava riempiendo dei vasi di terracotta con del terriccio preso da un grosso sacco di plastica, premendolo delicatamente con i pollici per stabilizzare le piantine.
"Quella faccenda di Verlangen" disse senza interrompersi né alzare lo sguardo.
"Sì?" disse Münster.
"Ne ho sentito parlare per puro caso. Non dobbiamo lasciarci prendere da strane fantasie."
"Che cosa intende dire, capo?" chiese Münster.
"Solo quello che ho detto" rispose Hiller. "Verlangen è un vecchio imbroglione che è sparito, tutto qui. Tanti anni fa lavorava per noi, ma ormai è acqua passata. Acqua passata, Münster!"
"Acqua passata" gli fece eco Münster.
"Al novantanove per cento sarà caduto in un canale mentre era ubriaco. Lo sanno tutti che aveva problemi con l'alcol. Salterà fuori quando salterà fuori, non è certo una faccenda su cui possiamo permetterci di sprecare risorse... ne abbiamo già fin sopra i capelli così. Quella storia giù a Bossingen, e i fratelli Holt e..."
"So a cosa stiamo lavorando" intervenne Münster. "No, non credo che Reinhart abbia intenzione di incaricare qualcuno di cercare Verlangen. Ma gli riferirò il suo punto di vista appena lo vedrò, promesso."
"Ottimo" disse Hiller. "Dov'è, fra parentesi?"
"Chi? Reinhart?"
"Sì. Non era di lui che stavamo parlando?"
"Certo. È giù che interroga quei neonazisti alla ventidue, credo. Sa, i tizi che hanno dato fuoco a quella scuola."
"Neonazisti? Uh, sì. Capisco. Bene, era solo questo, che ti volevo dire. Puoi tornare al tuo lavoro."
"Grazie" disse Münster.
Quanti anni avrà davvero? pensò dopo essere uscito dall'ufficio di Hiller e lo sentì parlare dolcemente con le sue piantine. Non sarebbe ora che andasse in pensione?
Mahler aveva disposto i pezzi sulla scacchiera e stava scarabocchiando qualcosa sul suo taccuino nero, quando Van Veeteren raggiunse il loro solito tavolo al Circolo quella sera.
"Una nuova poesia?" chiese.
"'Nuova' è forse un po' troppo" disse Mahler. "Anche 'poesia' è un po' troppo. Moderne astrazioni intorno al buco nero, piuttosto. Senza rima."
"Sembra allegro" commentò Van Veeteren.
"Lo so. E credo che lo intitolerò proprio così. Tu che ne dici?"
"Moderne astrazioni intorno al buco nero?"
"Sì."
"Sembra più il contenuto che il titolo di un libro."
Mahler si grattò pensieroso la barba.
"Sì, forse. Be', dobbiamo comunque trovare un contenuto, prima di dargli un titolo. Sarà il mio dodicesimo, in ogni caso, poi credo che possa bastare."
"Dodicesimo? Congratulazioni. Dodici... in quanti anni?"
"Quaranta dal debutto. Ho calcolato che fanno circa due parole al giorno."
"Due parole al giorno?" chiese Van Veeteren. "Non mi sembra una gran fatica."
"Stupidaggini" disse Mahler. "È il lavoro più pesante del mondo. Dimentichi che quelle maledette parole si nascondono in mezzo a venticinquemila altre. E che ogni volta bisogna ricominciare dall'inizio."
Van Veeteren fece cenno che portassero loro due birre.
"Scusami" disse. "Hai ragione, sono stato un po' presuntuoso. Partita?"
"È il tuo turno con i bianchi" disse Mahler, e accese il sigaro.
"Eri poco concentrato. Avresti dovuto capire le intenzioni del pedone in g6. Ti stai forse arrovellando su qualcosa?"
Van Veeteren cominciò a rimettere i pezzi in posizione di partenza.
"In un certo senso" disse. "Una vecchia storia che sembra essere tornata a galla."
Mahler vuotò il suo bicchiere di birra e si asciugò la barba.
"Non c'è niente di meglio delle vecchie storie. È qualcosa che conosco?"
Van Veeteren sollevò uno dei cavalli neri e lo soppesò un attimo nella mano prima di rispondere.
"Penso di sì" disse. "Il caso G."
"Il caso G!" esclamò Mahler. "L'unica macchia nella tua carriera, altroché se me lo ricordo. Cos'è successo di nuovo?"
Dal tono del vecchio poeta trasparivano entusiasmo e curiosità, notò Van Veeteren, ma forse non era il caso di irritarsi. Né di preoccuparsi. Se c'era qualcuno - a parte Ulrike - cui potesse confidare i propri dubbi, quel qualcuno era Mahler. In quanto a riservatezza, l'amico era una vera e propria tomba.
Che talvolta sapeva regalare una o due parole, scelte con estrema cura.
Accese una sigaretta e cominciò a raccontare.
"Una zuppa con ingredienti ignoti" riassunse Mahler venti minuti dopo. "E quindi la polizia non è intenzionata a intervenire?"
"Non oltre il normale livello di routine. Hanno già abbastanza da fare... quella dannata faccenda dei neonazisti, per esempio. Be', in fondo li capisco. Sulla scomparsa di Verlangen non è emerso nulla."
Mahler rimase in silenzio un momento.
"Su questo non sono d'accordo" disse. "Per quanto ne so, dev'esserci sotto qualcosa. Non chiedermi cosa e come, ma ammetterai che sarebbe ancora più strano se la scomparsa di Verlangen non avesse niente a che fare con G. O no? Dopo quel foglio e la telefonata."
"Lo so" borbottò Van Veeteren. "Non sono ancora rimbambito. Non del tutto, almeno."
"Lo stesso vale per me" riconobbe Mahler con aria cupa. "Lucido come un ruscello alpino e candido come un tredicenne. Anzi, se non fossi così sarebbe più facile vivere. Cosa pensi di fare?"
Van Veeteren prese una pensierosa boccata di fumo, riflettendo.
"Non lo so."
"Non lo sai?"
Mahler lo guardò con aria critica attraverso il fumo. Van Veeteren non rispose.
"Non è vero. Certo che lo sai."
Van Veeteren girò la scacchiera in modo che Mahler giocasse coi bianchi.
"Alright, non è vero. Ho intenzione di andare a Kaalbringen. Un giorno o l'altro. Prego, tocca a lei, signor poeta."
"Era proprio come pensavo" disse Mahler, sistemandosi gli occhiali. "Adesso chiudi il becco, altrimenti non riesco a concentrarmi."