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Il capo della polizia di Kaalbringen, deKlerk, si tirò pensieroso il lobo dell'orecchio destro e guardò in cagnesco l'ispettore Moerk.
"Ah, dunque è così che starebbero le cose?" disse. "Devo dire che sono scettico."
Beate Moerk si strinse nelle spalle. Era abituata allo scetticismo del suo capo. Volendo esagerare un po', forse era quello il lato più evidente del suo carattere.
Il dubbio. Ormai lavorava con lui da sei anni e sapeva che non comprava mai niente a scatola chiusa. Che non dava mai nulla per scontato. Se qualcuno si fosse presentato alla polizia dicendo a deKlerk che c'era un'automobile rossa parcheggiata in divieto di sosta fuori sulla piazza, il commissario capo sarebbe stato capace di chiedergli se era sicuro che non fosse blu. Oppure se non si trattasse di un trattore.
All'inizio la cosa la irritava, poi in qualche modo deKlerk si era guadagnato il suo rispetto. Come poliziotto, e forse come persona, lei aveva imparato a chiudere un occhio. In alcune occasioni avevano anche discusso dell'eventuale valore del "sano dubbio come metodo", come gli piaceva chiamarlo, e a volte si era vista costretta a dargli ragione.
Ma non sempre. E lui normalmente non si spingeva mai all'assurdo, grazie al cielo. Nonostante tutto, deKlerk era un uomo ragionevole, con una moglie e tre figli.
"È solo un'ipotesi" spiegò Beate, e cominciò a radunare le sue carte. "Nient'altro."
"Non sappiamo neppure se sia Verlangen."
"Esatto."
"Sono passati quindici anni dall'omicidio di Linden. Sempre che si tratti di omicidio."
"Lo so."
"Quel vecchio commissario è ossessionato da questa storia, non è così?"
"Ossessionato?" disse Beate Moerk. "No, non credo. Ma il suo fiuto farebbe invidia a qualunque segugio."
"Fiuto?" ripeté deKlerk. "Sì, sì."
Beate Moerk sospirò e guardò l'ora. Erano le undici e venti.
"Va bene" disse deKlerk cominciando a tirarsi l'altro lobo. "Se trovassimo Jaan G. Hennan qui in città, allora la faccenda assumerebbe contorni diversi. Ma dobbiamo aspettare l'identificazione della vittima."
"Sono piuttosto convinta che sia Verlangen" affermò Beate Moerk e infilò con noncuranza le carte non ancora del tutto riordinate nella valigetta. "Me lo dice il mio intuito femminile."
"Ti dice anche qualcos'altro?"
"Sì, certo. Mi dice per esempio che sarà determinante riuscire a trovare dei testimoni. Testimoni che l'abbiano visto in città ad aprile. Pubblicheremo la foto sul giornale, incoraggeremo la gente a farsi viva, forse anche..."
"Basta" la interruppe deKlerk. "Non essere così frettolosa. Ne riparleremo quando sapremo con certezza che è lui. Dovrebbero chiarirlo domani, no?"
"Se è Verlangen, lo sapremo domani. Se è qualcun altro, temo che dovremo aspettare."
"Su questo hai ragione" disse deKlerk. "Ma adesso chiudiamo, su, ormai è quasi mezzanotte."
"Ci stiamo occupando di un omicidio" fece osservare Beate Moerk.
Il capo inarcò un sopracciglio, e lei gli lesse in faccia che si era smascherata. Che aveva capito che la cosa quasi le piaceva.
Sono perversa, pensò. Ma sono passati nove anni dall'ultima volta, perciò non è poi così strano.
Lungo il tragitto verso casa ricordò che era successo proprio nove anni prima, e al pensiero le venne la pelle d'oca.
Il sovrintendente Münster aveva dedicato gran parte della domenica ai figli.
La mattina aveva accompagnato Marieke con due amiche a una fattoria fuori Loewingen, dove c'erano quattro cavalli. Un'ora dopo aveva lasciato Bart fuori del Richterstadion, da dove avrebbe proseguito in autobus per una partita di calcio a Linzhuisen.
Nel pomeriggio si era messo comodo nel lettone e aveva cominciato a fare la lotta con Edwina, la piccola di un anno e tre mesi.
Synn, sua moglie, aveva la giornata libera ed era da qualche parte al mare, in compagnia di una o più amiche; era una bella giornata, il cielo era limpido e il vento piacevole, e quando si erano incrociati velocemente dopo aver accompagnato i figli da una parte e dall'altra Münster aveva intravisto i teli da spiaggia e il cestino da picnic. Ma gli accordi prevedevano che non avrebbe fatto domande.
Edwina si addormentò verso le tre e il sovrintendente un quarto d'ora più tardi.
Edwina non si svegliò allo squillare del telefono, al contrario di Münster.
Van Veeteren.
Il commissario.
Di domenica pomeriggio? Münster si sentì di colpo più vigile e sveglio di quanto non fosse stato negli ultimi sei mesi.
"Naturalmente" disse. "Certo che ho un momento."
"Ottimo" disse Van Veeteren. "Mi dispiace veramente di disturbare l'idillio domestico e la quiete domenicale..."
"Lascia perdere le manfrine" disse Münster. "Di cosa si tratta?"
Sono diventato più coraggioso con gli anni, pensò. Molto più coraggioso.
"Verlangen" disse Van Veeteren. "Maarten Verlangen. Ti ricordi di lui, vero?"
"Certo che mi ricordo" confermò Münster, e si spostò in anticamera per non disturbare il sonno di Edwina.
"È morto" disse Van Veeteren. "Finalmente l'hanno trovato. A Kaalbringen. Non era solo fumo, quella faccenda in primavera, c'era anche l'arrosto."
In pochi istanti Münster ripassò mentalmente le circostanze relative alla scomparsa dell'uomo.
"Capisco" disse. "È stato..."
"Assassinato, sì. Gli hanno sparato alla testa da distanza ravvicinata. Il corpo è stato scoperto ieri in un bosco, l'identificazione è stata confermata oggi. Ho parlato sia con la figlia sia con la polizia di Kaalbringen... Beate Moerk, ti ricordi di lei?"
"Come no" disse Münster, e si accorse di avvampare sentendo pronunciare quel nome. "Dunque c'è un collegamento?"
"Penso di sì" disse Van Veeteren. "In ogni caso, avranno bisogno d'aiuto, e visto il nesso con questi vecchi casi... tanto varrebbe che ce ne occupassimo noi."
Noi? pensò Münster, cercando di analizzare il contenuto di quel piccolo pronome.
"L'anticrimine di Maardam, intendo" precisò Van Veeteren.
Davvero? pensò Münster.
"Ma certo, posso parlarne senz'altro a Hiller, se vuoi" dichiarò bendisposto. "Ma non si sa mai come..."
"Gliene ho già parlato io" lo interruppe Van Veeteren. "Non c'è nessun problema."
"Hai già parlato con...?"
"Già. Forse non sarebbe una cattiva idea se la faccenda venisse affidata alle persone giuste, no?"
"Eh? Le persone giuste? Che cosa intendi, comm... che cosa intendi dire?"
"Qualcuno che conosca sia G sia Kaalbringen, capisci?"
Münster capì, ma si trattenne dal rispondere per qualche secondo.
"Ah, ecco" disse poi. "Sì, forse hai ragione. Devo sentire cosa ne pensa Hiller, però. Ho già parecchie altre cose di cui occuparmi, in effetti, ma se lui è d'accordo..."
Il commissario si schiarì la voce e Münster s'interruppe.
"Be', in realtà non ce n'è bisogno. Già che ero al telefono con lui... Domani mattina andrai a Kaalbringen, e Rooth verrà con te... sei stato molto gentile a dare la tua disponibilità."
Poi mise giù. Münster rimase a lungo impalato a fissare il telefono. Com'è che è successo? pensò. Non aveva mica iniziato scusandosi per il disturbo? Strano.
O tipico, piuttosto.
Controllò che Edwina stesse ancora dormendo come un sasso, dopo di che andò in cucina e si fece un caffè nero.
Beate Moerk stava congelando.
Ne aveva tutti i motivi. Era seduta su uno sgabello alto e scomodo, completamente nuda, e avrebbe gradito che nella stanza ci fosse stato qualche grado in più.
"Adesso basta" disse. "Mi fanno male tutti i muscoli, compreso un paio che neanche esistono."
"Tranquilla, tesoro" rispose Franek. "Solo un minutino ancora, pensa che rimarrai alla posterità. No, non ti muovere!"
"Non me ne importa un fico secco della posterità. Avevamo detto mezz'ora, e saranno passati almeno quarantacinque minuti."
Lui la guardò da sopra il bordo della tela. Chiuse un occhio e strizzò l'altro.
"Un vantaggio con i modelli nudi è che non possono portare l'orologio" constatò. "Ma d'accordo, smettiamo pure. Vieni a guardare che meraviglia. Cavolo, la linea dei tuoi fianchi attirerebbe un dio greco giù dall'Olimpo!"
"Macché" disse Beate Moerk, infilandosi l'accappatoio. "Un povero cieco che pasticcia con i pennelli e che dice sciocchezze."
Girò intorno al cavalletto, passò sotto il braccio di Franek e guardò il dipinto in lavorazione. Si rese conto che cominciava ad avere un bell'aspetto e che le piaceva che lui avesse fatto quel commento sui suoi fianchi.
"È maledettamente scomodo, sai. Non avevo mai capito quella faccenda del ruolo della sofferenza nell'arte, prima di prestarmi come modella."
"Esatto" disse lui. "Deve essere faticoso, è proprio questo il senso. Tendini e muscoli devono essere sotto sforzo, ed è necessario che si veda. Di ninfe rilassate ce ne sono già in giro anche troppe."
"C'è anche chi dice che ci sono troppi nudi femminili nell'arte..."
"Non è così" disse lui. "È un po' come dire che non si dovrebbero più usare metafore in letteratura... non sarebbe una cattiva idea, fra l'altro."
Franek assunse un'aria pensierosa, come sempre quando rifletteva su qualcosa. Succhiava il legno di un pennello e corrugava la fronte. È per questo che lo amo, pensò lei all'improvviso... perché è capace di prendere qualsiasi cosa tremendamente sul serio.
Perché è così genuinamente interessato a tutto tranne che a se stesso.
Si annodò la cintura dell'accappatoio. Lo sopravvaluto, pensò. Ma chi se ne importa. Meglio tenersi un po' di margine, quando arriverà la noia.
Ma, si augurava lei, quel momento era ancora molto lontano. Beate Moerk aveva incontrato Franek Lapter a una festa due mesi dopo il famoso caso del Tagliateste di nove anni prima ed era rimasta incinta la seconda volta che avevano fatto l'amore. Tanto meglio, aveva pensato Franek quando lei gliel'aveva detto. Poteva capitare di molto peggio.
Si erano sposati, avevano comprato una vecchia casa in Limmingerweg verso Groonfelt, avevano avuto il loro primo figlio e concepito il secondo nell'arco di un anno e mezzo. In quel periodo Beate era stata quasi sempre in maternità, ma anche se avesse deciso di tornare subito al lavoro, non sarebbe stato un problema, poiché Franek aveva il suo atelier al piano di sopra e non aveva alcuna intenzione di stare senza Leon o Myra. In ogni caso, non troppe ore di seguito.
E adesso c'era un altro omicidio su cui lavorare.
Amo mio marito e i miei figli, pensò lei. Ma li amo ancora di più se posso esprimere le mie inclinazioni perverse.
"Sei un tantino fissata con quel cadavere, o sbaglio?" domandò Franek, mentre cominciava a pulire i pennelli nel lavello d'acciaio. "Era davvero quel detective privato di Maardam?"
Beate Moerk si infilò un paio di calzettoni di lana, raddrizzò la schiena e annuì.
"Verlangen" rispose. "Sì, era lui."
"E l'idea è che tu e deKlerk risolviate il caso?"
"Dubiti delle nostre capacità?"
Lui si fermò a pensare un istante.
"Non delle tue. Ed è sufficiente un genio per risolvere un'equazione. Gli altri devono solo tenersi a disposizione per preparare il caffè senza essere d'impiccio."
"Equazione?" disse Beate Moerk, e rise. "Non ho mai preso più di tre in matematica. Non è di equazioni che si tratta, ma di un lavoro da muli. Fra parentesi, ci daranno una mano anche da fuori."
"Da fuori? È un caso così serio?"
Beate si rese conto che, se da una parte Franek riusciva a dare importanza a una mosca ferita, dall'altra sottovalutava situazioni ben più gravi. Forse faceva parte della sua natura di artista.
Fesserie, pensò. Sopravvaluto anche il suo universo interiore. Ma è così che si deve fare, no, quando si ama qualcuno?
"Che cosa vorresti dire? Che un omicidio non è una faccenda seria?"
Franek aveva finito di pulire i pennelli. Si asciugò le mani sulla camicia di flanella a quadretti e le andò incontro a braccia aperte. Quando la strinse, lei sentì scricchiolare le costole.
"Naturalmente" rispose lui. "Non potrei dare ancora un'occhiatina alla zona del tuo bacino? C'è una linea che non sono ancora riuscito a cogliere perfettamente."
"Grrr" fece lei, e lo morse sulla spalla. "Sono contenta che non ti porti più a casa le modelle."
Fecero l'amore a lungo e fu bello come al solito. Quando lui rotolò controvoglia nella sua metà del letto e si addormentò, lei rimase sveglia almeno un'altra ora.
La cosa non la sorprese più di tanto. Tutti quei nomi sconosciuti e al tempo stesso ben noti le fluttuavano in testa come un mantra: Barbara Hennan, Jaan G. Hennan, Maarten Verlangen, commissario Van Veeteren...
E Münster! Non lo vedevo da nove anni. Non si erano nemmeno mai parlati al telefono, come per un tacito accordo. Eppure ricordava - come se fosse successo il giorno prima - che per poco non avevano avuto una storia e non erano finiti a letto insieme.
Proprio nel bel mezzo del caso del Tagliateste! Forse c'entrava la perversione.
E il giorno dopo Münster sarebbe tornato a Kaalbringen.
Meno male che ormai mi sono sistemata. Grazie al cielo.