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Quando Verlangen lasciò la stazione di polizia di Linden, provava tre sentimenti molto diversi fra loro.
Innanzitutto il sollievo di essersi liberato di quella dannata storia di Hennan. Era passata quasi una settimana da quando la bella americana era comparsa nel suo ufficio; adesso era morta ed era compito della polizia appurare cosa fosse successo. Non di Maarten Baudewijn Verlangen.
Secondo, si sentiva vuoto dentro. Come se avesse abbandonato qualcosa. Che cosa non era chiaro, ma non riusciva a scacciare la sensazione di avere in qualche modo tradito il proprio compito. Se un detective privato aveva una funzione sociale, era senz'altro quella di intervenire quando le forze dell'ordine non erano in grado di sistemare le cose. Solo così Verlangen riusciva a dare un senso alla propria esistenza.
La vita era quello che era, e Maarten Verlangen sapeva come sopportarne lo squallore. Su quel punto non era né migliore né peggiore dei cosiddetti comuni onesti cittadini.
Ma nel caso di Barbara Hennan aveva fallito, difficile negarlo. La donna si era rivolta a lui in cerca di aiuto; lui non aveva fatto un bel niente, adesso lei era morta e lui aveva lasciato tutto nelle mani della polizia. Non era certo un'uscita di scena onorevole.
All'inferno, pensò. Sono un bastardo della peggior specie.
La terza sensazione era decisamente più prosaica. Aveva sete. Desiderava con tutte le sue forze una bella birra. Prima di tornare a Maardam fece un salto all'Henry's e rimediò almeno a questo squilibrio.
È già qualcosa, pensò. Un passo alla volta.
Il signor Kooperdijk, direttore della compagnia d'assicurazioni F/B Trustor, ricordava un piccolo toro.
Ricordava moltissimo anche l'ex suocero di Verlangen. Reggere l'intensità di quello sguardo color acciaio lo metteva sempre a disagio. Il direttore emanava un'energia intensa, incontenibile, che di tanto in tanto esplodeva in modo aggressivo. Una valvola di sfogo, pensava Verlangen. Proprio come il padre di Martha. Se c'era qualcosa che non aveva mai rimpianto dopo il divorzio, erano i confronti - e le allusioni nient'affatto sottili alla sua inadeguatezza - durante i pranzi domenicali cui era costretto a partecipare nella grande villa a Loewingen.
Anche in quel caso, era pur sempre qualcosa.
Ma lo sguardo del direttore Kooperdijk attraverso la scrivania nel lussuoso ufficio di Keymer Plejn ridestava sempre un ricordo, dunque.
Come in quel momento. Erano le due e mezzo del pomeriggio; Verlangen era arrivato con un quarto d'ora di ritardo e aveva dato la colpa alla difficoltà di trovare parcheggio in centro. Non sarebbe stato molto intelligente ammettere che il vero motivo era stata la sosta da Henry's.
"Siediti" disse Kooperdijk. "Abbiamo un problema."
Verlangen si accomodò nella bassa sedia di fronte alla scrivania. La poltrona del direttore era almeno quindici centimetri più alta, e non era certo un caso.
"Un problema?" domandò Verlangen, infilandosi di nascosto un paio di mentine in bocca. "Che genere di problema?"
"A essere più precisi, due problemi" disse Kooperdijk.
"Addirittura?" ribatté Verlangen.
"Il primo riguarda i tuoi servizi."
"I miei servizi?"
"I cosiddetti servizi che ci fornisci. Abbiamo cominciato a valutare le tue attività, che lasciano alquanto a desiderare."
"Credevo foste soddisfatti" disse Verlangen.
"Non è così."
"Non la seguo" disse Verlangen. Vieni al dunque, bestione, pensò.
"Forse tu eri soddisfatto" precisò Kooperdijk, intrecciando le mani sulla scrivania. "Ma non noi."
"Per esempio?" domandò Verlangen.
"L'affare Westergaade" rispose Kooperdijk. "La storia con quell'ufficio legale. È andata malissimo."
Verlangen rifletté.
"Non si può pretendere di trovare magagne dove non ce ne sono" disse.
"Davvero pensi che non sia possibile?" replicò Kooperdijk impassibile. "Può darsi. Poi c'è la tua condotta."
"Eh?" fece Verlangen, e cercò di stirarsi sulla sedia in modo da arrivare con gli occhi almeno al livello della scrivania. "La mia condotta...?"
Kooperdijk si piegò in avanti puntando i gomiti sulla scrivania.
"La signora Donck, uno dei nostri analisti, ti ha visto all'Oldner Maas due settimane fa. Non stavi facendo una gran bella figura."
Verlangen rimase in silenzio.
"Ubriaco fradicio" aggiunse. "Pare che tu abbia anche molestato la sua amica al bar."
Non è forse per quello che le donne vanno a sedersi al bancone dei bar? pensò Verlangen sprofondando di nuovo nella sedia. Per essere molestate?
"Dev'esserci un malinteso" disse.
"Certo" disse Kooperdijk. "Dipende da parte di chi."
Verlangen chiuse gli occhi un istante e valutò se alzarsi e andarsene. Tutt'a un tratto desiderò di essere su un'isola greca. Non Creta, però, di minotauri ne aveva già avuto abbastanza.
"Capisco" disse invece. "Non succederà più."
"Probabilmente no" disse Kooperdijk. "Stiamo valutando se affidarci ancora a te. Hai qualcosa da dire?"
"Nulla" rispose Verlangen.
"Se la situazione non dovesse migliorare, ci rivolgeremo a qualcun altro."
"Spero di no" disse Verlangen.
"Ma c'è un altro piccolo problema."
"Sì, direttore, me ne ha accennato."
"Anzi, un grosso problema."
"Aha?"
"Se mostrassi un certo spirito d'iniziativa, la tua posizione cambierebbe."
Verlangen si schiarì la voce. Nell'ufficio del direttore non era permesso fumare, così si mise in bocca altre due mentine.
"Sentiamo" lo incoraggiò in tono ottimista. "Un grosso problema?"
Il direttore Kooperdijk aprì una cartelletta rossa e ne estrasse un foglio. Con gesto studiato si infilò un paio di occhiali da lettura, che attenuarono leggermente la sua fisionomia taurina.
"Mmm" fece. "Si tratta di un'assicurazione sulla vita. Piuttosto onerosa, se non giochiamo bene le nostre carte."
Verlangen attese.
"Un milione e duecentomila corone, per essere esatti."
"Un milione..."
"... e duecentomila, sì. Un sacco di soldi. Davvero troppi. Qui gatta ci cova. Una gatta dannatamente grossa, a quanto pare."
"Ah sì?" replicò Verlangen. "Ecco, se le cose stanno così, sono pronto a fare quello che posso."
Kooperdijk si tolse gli occhiali.
"La situazione è difficile" spiegò. "Molto difficile. Un mese fa abbiamo sottoscritto un'assicurazione sulla vita. Il primo premio è stato versato regolarmente, ma ora l'assicurato è deceduto."
"Morto?" chiese Verlangen.
"Morto" confermò Kooperdijk, e si soffiò rumorosamente il naso in un fazzoletto che si era tolto dalla tasca dei pantaloni. "Dipartito. Trapassato. O come diamine preferisci."
"D'accordo, la seguo" assicurò Verlangen.
"La Trustor ha sempre lavorato ad altissimi livelli" disse Kooperdijk alzando lo sguardo sulla profusione di diplomi che tappezzavano la parete opposta. "Ha sempre sottoscritto assicurazioni laddove altre società si erano tirate indietro. Fattore di rischio alto, premi adeguati. Sono almeno trent'anni che la nostra reputazione è sempre ai massimi livelli..."
Se riattacca con la storia del cane della cantante d'opera, mi accendo una sigaretta e me ne vado, pensò Verlangen.
"... non c'è bisogno che te lo ripeta. Ma ci sono dei limiti, e alcuni clienti non si meritano le nostre generose offerte. Come in questo caso. Il nome dell'assicurato è Barbara Hennan, forse lo avrai letto sui giornali."
Il cuore di Verlangen si fermò.
"Barb...?" balbettò.
"Barbara Hennan, sì. È morta la scorsa settimana. L'assicurazione - se non riusciremo a impedirlo - andrà al marito, Jaan G. Hennan. Un milione e duecentomila corone."
Verlangen ingoiò le mentine e il cuore ripartì.
"Ti senti bene?" chiese Kooperdijk.
"Eh?" fece Verlangen. "Niente, niente... ho solo avuto un piccolo capogiro."
"Un capogiro mentre sei seduto?" si stupì Kooperdijk. "Quanti anni hai?"
Verlangen cercò di raddrizzarsi sulla sedia.
"Ho avuto una brutta influenza" spiegò. "Ma niente di grave. He... Hennan, ha detto, direttore?"
Sto sognando, pensò, ma non osò pizzicarsi il braccio di fronte agli occhi vigili di Kooperdijk.
"Hennan, sì. Sento puzza d'imbroglio, è evidente, ci arriverebbe anche un asino. A proposito di asini, è coinvolta anche la polizia, ma loro propendono per l'incidente."
"Ah, sì?" disse Verlangen. "E quali erano le clausole della polizza?"
"Morte naturale. E gli incidenti purtroppo rientrano in questa categoria. Se qualcuno le ha dato una mano ad andare all'altro mondo, o se ha fatto tutto da sola, ce la caveremo senza danni. Omicidio colposo o volontario, suicidio... non ha importanza. È in quella direzione che dobbiamo spingere con forza l'armadio."
Spingere l'armadio? si chiese Verlangen. Quest'uomo è pazzo.
"Ti sono chiare le condizioni?" domandò Kooperdijk, guardandolo in cagnesco.
Verlangen non rispose. Conosco già le condizioni, molto più di quanto tu possa immaginare, caro mio, pensò. Ma non le capisco.
Non le capisco proprio.
"Vai da Krotowsky, ti spiegherà i dettagli" disse Kooperdijk. "Cerca di risolvere la faccenda, e dimenticheremo il passato. Inutile dire che non intendo badare a spese..."
Verlangen si sollevò dalla sedia ed ebbe davvero un capogiro.
"Devo andare da Krotowsky subito o...?"
"Subito" confermò Kooperdijk.
Münster vinse tutti e quattro i set della partita di badminton contro Van Veeteren. Come al solito. Dopo l'equilibrio iniziale, da 5-5 era passato a 9-6, poi a 12-8 e infine a un tranquillizzante 15-11. Gli altri set erano stati una passeggiata: 15-6, 15-8 e 15-4.
"È colpa di questo dannato strappo muscolare" commentò il commissario andando verso le docce. "Sono troppo lento, settimana prossima vedrai."
"Chi vivrà, vedrà" sentenziò Münster.
"E poi continuo a pensare agli Hennan" proseguì Van Veeteren. "Non riesco a venirne a capo. Se fossi un po' più intraprendente, probabilmente ne approfitterei per far vedere di che cosa sono capace."
"Capisco" disse Münster.
Mentre si dirigevano in auto al centro sportivo, Van Veeteren aveva parlato a Münster dell'investigatore privato. Conosceva Maarten Verlangen, che aveva lasciato la polizia con la coda fra le gambe per andare incontro a un destino incerto. Cinque o sei anni prima.
Münster non poteva che essere d'accordo: era veramente una storia strana. Continuò a pensarci dopo aver lasciato Van Veeteren a Randers Park, in coda nel traffico mentre tornava a casa.
Se Barbara Hennan aveva ingaggiato un detective privato per sorvegliare il marito, doveva esserci sotto qualcosa. Ma cosa? si domandava Münster. Forse aveva intuito che qualcosa bolliva in pentola. Forse aveva paura del marito. Comunque fosse, Verlangen doveva sapere qualcosa.
E il commissario si stava lambiccando il cervello. Münster aveva imparato che le improvvise intuizioni di Van Veeteren non erano da sottovalutare. Quando tre anni prima era entrato all'anticrimine, non era stato facile sopportare i modi e le idee bizzarre del commissario. Ma col tempo aveva cominciato a rispettarlo.
A rispettarlo e ad ammirarlo, anche se con una certa riluttanza.
Perché non sbagliava quasi mai. Inchiesta dopo inchiesta, era come se Van Veeteren riuscisse sempre - con precisione infallibile - a trovare il bandolo della matassa. A interrogare la persona giusta, o a ricostruire in modo più preciso cosa avessero fatto le persone coinvolte.
In mezzo alla massa di informazioni e lacune che si accumulava a ogni nuovo caso.
Intuizione. Bisognava ammetterlo, Van Veeteren possedeva questa controversa ma preziosa qualità.
E tanto valeva riconoscere, andò avanti a ragionare Münster mentre usciva dalla rotatoria e rimaneva bloccato fra un autobus e un furgone del pesce, che probabilmente avrebbe visto giusto anche in questo caso.
Se Van Veeteren era convinto che dietro la morte di Barbara Hennan ci fosse il marito, doveva essere così.
Ma come? Come aveva fatto? Ottima domanda. Aveva lasciato di nascosto il ristorante per il tempo necessario? Oppure aveva un complice?
La seconda ipotesi sembrava più plausibile. Un sicario? Strano, molto strano, se non sei un criminale, e non sembrava il caso degli Hennan. O era così?
E cosa avrebbero dovuto fare per incastrarlo?
I punti interrogativi erano molti, si rese conto Münster quando parcheggiò di fronte a casa.
E probabilmente era ancora presto per trovare delle risposte. Avrebbero dovuto prima interrogare Verlangen e valutare le informazioni su Hennan che il commissario aveva richiesto dagli Stati Uniti.
Inutile fare ipotesi troppo presto. Meglio dedicarsi alla famiglia.
Soprattutto con una moglie come Synn, la donna più bella del pianeta. E un figlio, Bart, che fra meno di un minuto si sarebbe gettato fra le sue braccia per farsi sollevare in aria strillando di gioia.
Gesù santo, pensò Münster. Sono lo sbirro più felice di tutta la città, perché certe volte me lo dimentico?
Quella notte, dopo aver fatto l'amore, Münster raccontò la storia alla moglie e le chiese un parere. Synn rimase un momento sdraiata con la testa appoggiata al suo braccio, respirandogli nell'orecchio, prima di rispondere.
"Io non mi getterei mai al buio da un trampolino" sussurrò alla fine. "Per niente al mondo."
"È quello che ho pensato anch'io" disse Münster. "Ora dormiamo."