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Venerdì mattina Münster, deKlerk e Rooth definirono le modalità del colloquio con Elizabeth Nolan. Forse si sarebbe potuto fare di meglio, giudicando a posteriori. Quasi subito Münster ebbe la sensazione che qualcosa sarebbe andato storto. Ma sarebbe passato del tempo prima che si rendesse conto in che misura.

 

Troppo tempo.

 

Il sovrintendente Münster era uno dei due poliziotti che verso le cinque e mezzo di venerdì pomeriggio si presentarono alla galleria Winderhuus e salutarono la signora Nolan.

 

Con lui c'era l'ispettore Moerk. Per qualche motivo non meglio precisato, si era ritenuto opportuno che uno dei due agenti fosse una donna. Dal canto suo, Beate Moerk pensava di essere adatta a quell'incarico per il fatto di essere un bravo poliziotto, e non perché era una donna. Ma neppure lei lo disse esplicitamente.

 

"Signora Nolan" esordì Münster. "Siamo della polizia e siamo qui per una questione molto delicata. Io sono il sovrintendente Münster e lei è l'ispettore Moerk."

 

Elizabeth Nolan alzò gli occhi dal voluminoso libro d'arte che stava leggendo.

 

"Scusi? Non credo di aver capito bene..."

 

Guardò Münster e poi Moerk con espressione titubante. Si scostò dal viso una ciocca di capelli scuri.

 

"Polizia" ripeté Beate Moerk. "Vorremmo parlare con lei."

 

"Non capisco... perché?"

 

Aveva un vago, quasi impercettibile accento anglosassone. A Beate Moerk pareva di ricordare che Bausen e Van Veeteren avessero detto di non aver notato niente del genere nel marito, ma non ne era sicura.

 

"Ispettore Moerk" disse, tendendo la mano. Elizabeth Nolan la strinse esitante. Mise un segnalibro nel volume che aveva davanti e lo chiuse.

 

"C'è un posto dove possiamo parlare in privato?" Beate Moerk si guardò intorno. Nella galleria non c'erano visitatori; lei e Münster erano rimasti in auto nel parcheggio per dieci minuti e non avevano visto entrare o uscire nessuno. L'interesse per le opere degli artisti locali doveva essere decisamente calato dopo il vernissage.

 

La signora Nolan si alzò dalla sedia.

 

"Temo di non capire. Cosa volete?"

 

Sembrava davvero sorpresa e Münster indicò l'ingresso.

 

"Magari per oggi potrebbe chiudere, così nessuno ci disturberà."

 

La donna esitò. Fece due passi verso la porta, poi si bloccò.

 

"Posso vedere i vostri tesserini?"

 

Münster e Moerk glieli consegnarono e lei li studiò per alcuni secondi.

 

"Io... noi siamo aperti fino alle sei."

 

"Lo sappiamo" disse Münster. "Ma credo che non sarà un grave danno se oggi chiuderà mezz'ora prima. Non mi sembra ci siano visitatori."

 

Elizabeth Nolan si strinse nelle spalle e con le mani fece un gesto incerto, come se volesse giustificarsi.

 

"Sì, il pubblico è diminuito. Ma non capisco perché volete parlare con me. È successo qualcosa?"

 

"Se chiude la porta, potremo spiegarle tutto con calma" promise Beate Moerk, sfiorando con la mano il braccio di Elizabeth Nolan. "Non deve preoccuparsi."

 

La donna esitò ancora un istante. Poi annuì e andò a chiudere l'ingresso. Münster e Moerk si accomodarono sulle due sedie dei visitatori in plastica rigida color senape davanti alla scrivania.

 

"Signora Nolan" disse Beate Moerk quando la donna si fu seduta di fronte a loro, "ci dispiace disturbarla, ma date le circostanze non abbiamo scelta."

 

"Vi prego, ditemi cos'è successo."

 

Forse la donna, intuì Münster, si aspettava che le comunicassero la morte di qualcuno o una notizia altrettanto grave, e forse non era poi così strano.

 

"Alright" disse l'ispettore. "Il motivo per cui vogliamo parlare con lei è un po' particolare, ma se risponderà sinceramente, non avrà nulla da temere."

 

"Temere?" esclamò Elizabeth Nolan. "Perché dovrei avere qualcosa da temere? A cosa vi riferite?"

 

"Lasci che le spieghi la situazione" proseguì Beate Moerk. "Abbiamo bisogno di alcune informazioni su suo marito. Purtroppo non possiamo rivelarle il motivo preciso. Stiamo dando la caccia a un uomo che diversi anni fa ha commesso due crimini molto gravi. Suo marito e altri sette uomini sono sospettati, e abbiamo la certezza che uno di loro sia il colpevole. Gli altri sono innocenti e non hanno nulla a che fare con questa storia..."

 

"Che cosa...?"

 

"... è successo? Questo non possiamo dirglielo, spero che capisca. È un fatto accaduto molto tempo fa. Dobbiamo raccogliere tutte le informazioni possibili su ognuno di questi otto uomini, nel modo più discreto, senza che intuiscano qualcosa. Ne scagioneremo sette, fra i quali mi auguro ci sarà suo marito, signora Nolan, ma purtroppo questo è l'unico metodo che abbiamo a disposizione. Se conoscesse i dettagli, capirebbe la nostra posizione, ma non possiamo rivelarle più di quello che le ho appena detto. A volte dobbiamo lavorare con grande discrezione e cautela... ora le è più chiara la situazione?"

 

Elizabeth Nolan li fissò incredula per qualche secondo. Poi scosse il capo e frugò nella borsetta appoggiata sulla scrivania e ne estrasse un pacchetto di sigarette.

 

"Ho bisogno di fumare."

 

"Naturalmente" annuì Münster.

 

"Mio marito? Si tratta di mio marito?"

 

"Sì."

 

"Voi volete... scagionarlo?"

 

"Sì."

 

"Tutto questo è assurdo. Lui non farebbe mai... no. Se rispondo alle vostre domande, dimostrerete che è innocente, giusto?"

 

"Certo" confermò Beate Moerk. "Le garantiamo che nulla di quanto verrà detto uscirà da questa stanza... a meno che suo marito non sia l'uomo che stiamo cercando, è ovvio."

 

"Vorremmo anche raccomandarle di non parlargli del nostro incontro" aggiunse Münster. "Ma torneremo su questo punto."

 

Elizabeth Nolan accese la sigaretta, tirò una boccata di fumo e si raddrizzò leggermente.

 

"Mi avete colto davvero alla sprovvista" spiegò, ora con voce più salda. "Dovete capire, è come... non so spiegare esattamente come mi sento. Devo fidarmi di voi?"

 

"Stia tranquilla" disse Münster.

 

"Quanto tempo ci vorrà? Ho appuntamento con mio marito in un ristorante alle sei e mezzo."

 

Beate Moerk guardò l'ora.

 

"Ce la faremo" disse. "Sono solo le sei meno venti."

 

"Cominciate pure" li sollecitò Elizabeth Nolan. "Così ci togliamo il pensiero."

 

Münster annuì e aprì il suo bloc-notes. Beate Moerk fece un respiro profondo e intrecciò le mani sotto la scrivania.

 

"Christopher Nolan" disse Münster. "Da quanto tempo è sposata con lui?"

 

"Tredici anni" rispose Elizabeth Nolan. "Dal 1989."

 

"Lei è nata in Inghilterra?"

 

"Sì."

 

"Dove, per la precisione?"

 

"A Thorpe. Un piccolo villaggio della Cornovaglia."

 

"Vi siete conosciuti a Bristol?"

 

"Sì."

 

"Avete figli?"

 

"No."

 

"Era già stata sposata in precedenza?"

 

"Sì... ma perché volete saperlo? Credevo che la cosa riguardasse Christopher, non me."

 

"Sia gentile e risponda alle nostre domande" la pregò Beate Moerk. "Sarà tutto più semplice. Non possiamo svelarle i dettagli, e per questo non può capire la rilevanza di certe domande."

 

"Non capisco la rilevanza di nessuna domanda" affermò Elizabeth Nolan e tirò un'altra boccata di fumo. "Però va bene... sì, sono già stata sposata una volta. È durata solo tre anni. Ero giovane, molto giovane."

 

"Da dove viene suo marito?" chiese Beate Moerk.

 

"È nato a Londra. Luton, per essere precisi."

 

"Di che cosa si occupa?"

 

"Gestiamo insieme questa galleria d'arte, come sapete."

 

"Fin da quando vi siete trasferiti a Kaalbringen?"

 

"Più o meno, sì."

 

"Di che cosa vi occupavate a Bristol?"

 

"Io insegnavo storia dell'arte in un college. Mio marito lavorava come sovrintendente in un museo."

 

"Qual era il suo cognome da nubile?" domandò Münster dopo una breve pausa.

 

"Prentice. Ma mantenni il cognome del mio primo marito dopo il divorzio. Bowden."

 

"Perciò si chiamava Elizabeth Bowden quando incontrò il suo attuale marito?"

 

"Sì."

 

"Come andò?"

 

"Che cosa?"

 

"Quando vi conosceste."

 

Elizabeth Nolan sospirò e passò con lo sguardo dall'uno all'altra prima di decidersi a rispondere. Beate Moerk si accorse che quella donna cominciava a farle pena.

 

"Successe a una festa... niente di particolare. Cominciammo a frequentarci, e... sì."

 

Beate Moerk annuì incoraggiante.

 

"E questo quando succedeva, di preciso?"

 

La donna ci pensò su.

 

"Dicembre 1988."

 

"E vivevate entrambi a Bristol, all'epoca?"

 

"Sì."

 

"Era da tanto che abitavate lì?"

 

"A chi di noi due si riferisce?"

 

"Soprattutto a suo marito."

 

"Credo che lui abitasse lì da almeno quattro o cinque anni... sì, dai primi anni Ottanta. Ma non ricordo con precisione. Era direttore di una delle sezioni del museo."

 

"Lo conosceva già prima di incontrarlo a quella festa?"

 

Elizabeth scosse il capo.

 

"No. Era la prima volta che lo vedevo... era una festa di Natale a casa di conoscenti comuni."

 

"Suo marito era già stato sposato prima?" volle sapere Münster.

 

La donna schiacciò il mozzicone della sigaretta e si spazzolò via un po' di cenere dal vestito.

 

"Sì. È così che vanno le cose oggi, o no? Abbiamo bisogno di due volte per imparare..."

 

Riuscì solo ad abbozzare un sorriso.

 

"... era divorziato da circa un anno, quando ci conoscemmo."

 

"Solo un anno?"

 

"Uno e mezzo, forse."

 

"Aveva avuto figli dal precedente matrimonio?"

 

"No."

 

"Le è mai capitato di incontrare la sua ex moglie?"

 

"Che importanza ha? Cosa state cercando di scoprire?"

 

"Può essere così gentile da rispondere alla domanda?" la pregò Beate Moerk.

 

Gli occhi di Elizabeth Nolan furono attraversati da un guizzo e lei strinse i denti.

 

"No, non l'ho mai incontrata di persona, solo vista in fotografia. Si è trasferita in Scozia, dopo il divorzio. Con un nuovo compagno. Davvero non capisco quale sia lo scopo delle vostre domande."

 

Münster si abbandonò contro lo schienale e scambiò un'occhiata con Beate Moerk. L'ispettore annuì invitandolo ad andare avanti.

 

"Quello che stiamo cercando di capire" spiegò Münster "è se suo marito è davvero chi dice di essere."

 

Elizabeth Nolan rimase a bocca aperta.

 

"... se è davvero chi dice di essere?"

 

"Sì" disse Beate Moerk. "Potrà sembrarle assurdo, ma purtroppo siamo costretti a insistere su questo punto. È assolutamente sicura che suo marito si chiami Christopher Nolan, che sia nato a Londra e che abbia lavorato in quel museo fin dai primi anni Ottanta?"

 

Elizabeth Nolan la fissò come se dubitasse del proprio udito. Oppure del buonsenso dell'ispettore Moerk. Aprì e chiuse la bocca alcune volte senza dire nulla. Alla fine sospirò platealmente e scosse con forza il capo.

 

"Che diamine andate dicendo? Che Christopher non sarebbe Christopher? Ne ho abbastanza di questa assurda conversazione."

 

"La prego, signora Nolan" disse Münster. "Non dimentichi che vogliamo solo poter cancellare suo marito dall'elenco, tutto qui."

 

La donna sbatté un paio di volte le ciglia stupita e si ricompose. Tirò fuori un'altra sigaretta dal pacchetto e l'accese con dita tremanti.

 

"Scusate. È solo che è tutto così incredibile..."

 

"Fino a che punto conosce il passato di suo marito?" continuò Beate Moerk. "Che cosa faceva prima che vi incontraste nel 1988?"

 

"Lo conosco fin troppo bene" spiegò Elizabeth Nolan. "Ci siamo raccontati a vicenda le nostre vite, naturalmente."

 

"Naturalmente" le fece eco Münster. "E ha anche conosciuto persone che, per così dire, potevano garantire per le sue informazioni? Parenti di lui, per esempio?"

 

Elizabeth Nolan frenò la propria irritazione e si fermò a riflettere.

 

"Ho conosciuto sua madre" rispose. "Il padre è morto verso la metà degli anni Settanta, ma siamo andati a trovare sua madre un paio di volte. In una casa di cura a Islington... la primavera successiva al nostro incontro, poi lei è morta in giugno. Christopher non ha fratelli o sorelle."

 

E invece sì che ne ha, pensò Münster rabbioso. Una sorella che ha violentato per cinque anni.

 

"Ha incontrato anche amici di suo marito che lo conoscevano da prima che vi metteste insieme?"

 

"Certamente."

 

"Qualcuno che frequentate ancora?"

 

"Ogni tanto, ma di rado. Come forse avrete notato, non abitiamo più a Bristol, ormai."

 

"Perché avete lasciato l'Inghilterra?" chiese Beate Moerk.

 

Elizabeth Nolan tirò una boccata di fumo e tutt'a un tratto assunse un'aria tranquilla.

 

"Perché si fanno certe cose nella vita, secondo lei?" replicò. "Eravamo stanchi del nostro lavoro, tutti e due. Io avevo ricevuto una piccola eredità. Decidemmo di cambiare, e basta. Nessuno dei due si trovava particolarmente bene a Bristol, o in Inghilterra, se è per questo, così tentammo la sorte. Ci interessavamo entrambi di arte, era a quello che volevamo dedicarci. Così siamo finiti a Kaalbringen."

 

"Perché proprio Kaalbringen?"

 

"Un mio buon amico era stato qui un'estate e me ne aveva parlato molto bene. Fu questo a farci decidere. Abitammo qui un paio di mesi e decidemmo che ci piaceva. Col tempo trovammo anche una bella casa... e questo posto."

 

Fece un gesto vago seguito da un fugace sorriso.

 

"Capisco" disse Münster. "Il nome Jaan G. Hennan le dice qualcosa?"

 

Aveva fatto un gesto con la mano verso l'ispettore Moerk prima di formulare la domanda, e sapeva che la collega era altrettanto concentrata sulla reazione della signora Nolan come lo era lui.

 

"Hennan?" disse la donna. "No, non credo... chi è?"

 

Münster deglutì. Niente, notò. Nessun segno che stesse mentendo o che fosse turbata dalla domanda. Gettò una rapida occhiata a Beate Moerk e pronunciò il nome successivo.

 

"E Verlangen? Maarten Verlangen?"

 

La donna scosse la testa.

 

"No. Conosco un Veramten, ma nessun Verlangen."

 

"È sicura?"

 

Lei ci pensò su.

 

"Sì. Posso chiedervi una cosa?"

 

"Prego" disse Münster.

 

"Che reato avrebbe commesso l'uomo che cercate? Potete dirmi almeno questo?"

 

"Perché vuole saperlo?" le domandò Münster.

 

Elizabeth Nolan apparve indecisa.

 

"Io... non lo so. Vorrei solo saperlo, tutto qui."

 

"Purtroppo" disse Münster "non possiamo rivelarglielo. Almeno per il momento."

 

"Capisco" disse Elizabeth Nolan.

 

"Suo marito aveva già vissuto in questo paese?" domandò Beate Moerk.

 

"Sì. Un paio d'anni dalle parti di Saaren, da bambino. Subito dopo la guerra. Ma mai così a est... Avete molte altre domande? Sono le sei passate e dovrei..."

 

"Forse può bastare" disse Münster.

 

"Solo un'ultima cosa" intervenne Beate Moerk. "Probabilmente dovremo disturbarla di nuovo per chiarire altri dettagli, ma questo lo vedremo più avanti. Però, come le abbiamo detto, le saremmo molto grati se non dicesse niente a suo marito di questa conversazione."

 

"Naturalmente non possiamo impedirglielo" aggiunse Münster, "non ne abbiamo alcun diritto. Riteniamo di poter chiudere questa indagine entro due settimane al massimo, dopo di che potrà raccontare tutto a suo marito. Ma le saremmo molto grati se per ora non gli dicesse nulla."

 

"Capisco" ripeté Elizabeth Nolan. "Questo incontro è stato davvero sgradevole, ma spero che sia servito a qualcosa. Non gli dirò niente."

 

"Grazie" disse Münster. "Non le rubiamo altro tempo."

 

Chiuse il bloc-notes, dove non aveva scritto più di qualche riga, e lo infilò nella tasca esterna della giacca. Si alzò e strinse la mano alla signora Nolan.

 

Beate Moerk fece lo stesso, e quando si voltò rapidamente prima di uscire, la vide ancora seduta alla scrivania, il mento poggiato sulle mani. Erano già le sei e venti, ma Elizabeth Nolan non sembrava avere una fretta eccessiva di raggiungere il marito.

 

Il caffè del porto era ancora aperto. Münster chiese all'ispettore Moerk se le andasse una birra, e lei disse di sì.

 

"Non domandarmi che cosa ne penso" la pregò lui quando tornò dal bancone e appoggiò i due bicchieri sul tavolo. "Qualsiasi cosa, ma non quello."

 

Beate Moerk lo guardò vagamente sorpresa e bevve un sorso.

 

"Posso dirti che cosa ne penso io, invece" disse.

 

"Volentieri" disse Münster.

 

La collega fece una piccola pausa.

 

"Sarei stupita se mentisse."

 

Münster non rispose.

 

"Per contro non sarei stupita se risultasse che Christopher Nolan è solo e semplicemente Christopher Nolan."

 

Münster si appoggiò allo schienale e alzò gli occhi verso il soffitto.

 

"Vorresti dire che il commissario potrebbe essersi sbagliato?"

 

Beate tacque per qualche secondo prima di rispondere.

 

"È solo una mia impressione. E tu, che ne pensi?"

 

"Era proprio quella la domanda che ti avevo pregato di non farmi" rispose Münster, portandosi il bicchiere alle labbra.

 

"Sì, certo" disse l'ispettore Moerk. "Be', salute. Sono contenta di rivederti."