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"Molto stupida" ripeté Elizabeth Nolan. Van Veeteren si accorse di nuovo degli spasmi impercettibili all'angolo della bocca della donna. Movimenti lievissimi, come increspature sollevate dal vento sulla superficie dell'acqua.

 

Per il resto non notò molto altro. La sensazione che lei avesse perfettamente ragione - si sentiva davvero uno stupido - e qualcosa che aveva a che fare con la sua percezione. E che ricordava la galleria. L'ambiente circostante: i mobili, le pareti coperte di quadri, l'ampia finestra che dava sul giardino e il parco, tutto perdeva lentamente d'importanza e significato. L'unico elemento davvero presente e reale, l'unico che pretendeva di essere in qualche modo al centro della sua attenzione, era il fatto di essere seduto su una poltrona bordeaux di fronte a una donna vestita di nero che gli stava puntando contro un'arma.

 

Una Pinchmann, se non andava errato. 7,6 millimetri. Niente contraddiceva la supposizione che anche Maarten Verlangen ne avesse fatto la conoscenza.

 

"Capisco" disse Van Veeteren.

 

Il che evidentemente era falso. La donna inarcò un sopracciglio e Van Veeteren vide che anche lei ne dubitava.

 

"Mi lasci mettere bene in chiaro una cosa" disse la donna. "Sono capace di maneggiare quest'arma e non esiterò a farne uso. Se vuole posso spararle alle gambe anche subito, così non avrà più alcun dubbio."

 

"Non occorre" assicurò Van Veeteren. "Le credo."

 

A un angolo della bocca della donna il tremore si fece più intenso, ma non ci fu alcun sorriso.

 

"Bene. Ha già vissuto la maggior parte della sua vita e sembra una persona ragionevole. Finora, vale a dire."

 

Van Veeteren non rispose. Lei parve fermarsi a riflettere, mentre con la massima disinvoltura tirava fuori una sigaretta e l'accendeva servendosi di una mano sola.

 

Devo farla parlare, pensò Van Veeteren. Devo. Il silenzio non è mio alleato, questa volta.

 

"Verlangen?" disse.

 

"Sì?"

 

"L'investigatore privato. Com'è andata realmente?"

 

La donna parve esitare, poi si inumidì le labbra con la punta della lingua.

 

"Ci ha visto" rispose.

 

"A Maardam?"

 

"Sì. Una pura combinazione, ma forse doveva succedere, prima o poi."

 

"Quando è successo?"

 

"A metà marzo. Eravamo a Maardam per dare un'occhiata a una collezione di quadri."

 

"Ma voi non potete averlo riconosciuto... Era piuttosto..."

 

"Naturalmente no" lo interruppe lei, in tono vagamente irritato. "Ma ce lo ha detto in seguito. Senta, non è che ha in tasca un cellulare?"

 

Van Veeteren lo prese e lo mise sul tavolino.

 

"A ogni modo non funziona."

 

Lei lo prese e lo studiò per qualche secondo. Premette il pulsante per spegnerlo.

 

"Per ogni eventualità" disse. "Verlangen era fatto della sua stessa pasta, evidentemente. Non era capace di dimenticare le cose morte e sepolte."

 

"Siamo in diversi ad avere questa debolezza" riconobbe Van Veeteren. "Ha qualcosa in contrario se anch'io mi faccio una sigaretta?"

 

"Niente affatto. Prego, prenda una delle mie, così può risparmiarsi di usare quella baracca di macchinetta."

 

Lui accettò. Mentre accendeva la sigaretta, si accorse che le mani gli tremavano leggermente. Sfido io, pensò.

 

"Poi vi ha seguito fin qui."

 

Lei annuì.

 

"Sì. Quell'idiota. In fondo non era così difficile trovarci, una volta scoperta una traccia. Nemmeno per lui. È comparso una sera d'aprile, diceva di occuparsi di indagini di mercato... Abbiamo impiegato pochi minuti a capire chi fosse realmente."

 

"Gli avete sparato?"

 

La donna tirò una boccata di fumo e indugiò prima di rispondere.

 

"Se n'è occupato mio marito. Peccato che non sia stato altrettanto attento nell'occultare il corpo."

 

Van Veeteren sussultò di fronte all'ultima frase. Il modo in cui la donna lo disse fugò ogni dubbio su quali fossero i rapporti di forza fra marito e moglie.

 

Chiarì anche, purtroppo, che genere di avversario fosse quella donna. Van Veeteren capì che lei non avrebbe ripetuto l'errore del marito con il cadavere.

 

Tutto, pensò. Ho sbagliato tutto. Per quindici anni.

 

E adesso verrò punito.

 

Lei spense la sigaretta e si alzò.

 

"Vorrebbe essere così gentile da alzarsi?" disse.

 

Lui si alzò dalla poltrona.

 

"Si tolga tutto tranne le mutande."

 

"Non porto un'arma da cinque anni."

 

"Faccia come le ho detto."

 

Mentre Van Veeteren obbediva alla richiesta della donna, lei rimase a osservarlo a un paio di metri di distanza. Impassibile. Lui gettò un indumento dopo l'altro sullo schienale della poltrona, ma Elizabeth Nolan non accennò un sorriso neppure quando rimase in mutande.

 

"Alright" disse. "Adesso può rivestirsi."

 

Lui si rivestì lentamente, poi tornò a sedersi in poltrona. Con la pistola puntata e senza distogliere lo sguardo da lui, dalla borsetta che teneva sul divano la donna estrasse una scatoletta e una penna. Da un basso tavolino di servizio prese una caraffa e un bicchiere. Versò due dita di un liquido - che a Van Veeteren parve whisky - e vi lasciò cadere dalla scatoletta quattro o cinque compresse, che cominciarono subito a sciogliersi nel liquido ambrato, e cominciò a mescolare con la penna. Il tutto con aria quasi distratta, gli parve. Come se fosse un gesto meccanico che aveva già eseguito migliaia di volte.

 

Il mio ultimo pasto, pensò Van Veeteren.

 

"Prego, beva" disse lei, spingendo il bicchiere dalla sua parte del tavolo.

 

Van Veeteren fissò la bocca della pistola. Ripensò a quando aveva visto il foro di uscita sulla nuca di un uomo a cui avevano sparato con una Pinchmann. Era piuttosto ampio, se non ricordava male.

 

Se avessi avuto trent'anni, a questo punto probabilmente avrei reagito, pensò.

 

E non sarei invecchiato.

 

Fece un profondo respiro, chiuse gli occhi e vuotò il bicchiere. Notò che aveva indovinato. Era whisky.

 

E piuttosto buono. Le pasticche, apparentemente, non avevano nessun sapore.

 

"Non male" disse. "Forse con un retrogusto torbato un po' troppo forte."

 

Lei si strinse nelle spalle. Restarono seduti nelle rispettive posizioni per qualche minuto senza dire nulla, e l'ultima cosa che lui percepì fu il vicino che riavviava il tosaerba.

 

"Ho la netta sensazione che ci sia sfuggito qualcosa" disse Rooth.

 

"Hai bevuto tre birre e un cognac" gli fece notare Münster mentre faceva segno al cameriere di portargli il conto. "È per quello che hai strane sensazioni."

 

"Cazzate" ribatté Rooth. "È da ieri che mi frulla per la testa, è qualcosa a cui avrei dovuto pensare... Ho già avuto una sensazione simile in passato, e di solito non mi sbaglio."

 

"Potresti spiegarti un po' più chiaramente?" disse Münster.

 

"Più chiaramente? Ti sto dicendo che non so cos'è di preciso... A te non capita mai di intuire qualcosa ma di non riuscire a metterlo a fuoco?"

 

"Tutto il santo giorno" rispose Münster. "E di solito non ci capisco nulla."

 

"Esatto" disse Rooth. "È proprio questo il problema. Ma in questo caso non voglio che accada. Ho pensato: 'Ma che strano...', o qualcosa del genere... ma poi mi è sfuggito."

 

"Non dirmi che non c'è stato il tempo" disse Münster. "Il tempo è probabilmente l'unica cosa che abbiamo avuto, in questa dannata vicenda."

 

Rooth annuì e cercò di leccare via con la lingua il cognac rimasto all'interno del bicchiere.

 

"Lo so" disse. "In ogni caso, non sarebbe male se riuscissi a farmi tornare in mente quel dettaglio. Ci sono ancora dei punti interrogativi in questa storia."

 

Münster tacque. Si guardò intorno distrattamente nella sobria sala da pranzo dell'hotel. Erano gli ultimi clienti rimasti. Erano quasi le undici e mezzo, e desiderava solo prendere l'ascensore fino al quarto piano e andare a letto.

 

L'ultima notte in un letto d'albergo. Bene. Nei giorni precedenti aveva provato un'acuta nostalgia di Synn e dei ragazzi; una settimana intera lontano da loro era davvero troppo.

 

Al massimo avrebbe potuto sopportare la loro assenza per qualche ora.

 

Anche se c'era del vero in quello che diceva Rooth, non poteva negarlo. Si erano lasciati sfuggire qualcosa. O erano stati privati di qualcosa? pensò. Forse quella era un'espressione più corretta. In qualche modo il caso G era rimasto congelato per quindici anni - almeno per il commissario - e adesso che erano tornati sulle sue tracce e lui si era suicidato, avevano l'impressione di... già, di che cosa?

 

Di essere stati presi in giro? pensò Münster. Sì, e privati di qualcosa.

 

Ovvero della soddisfazione di poterlo incastrare, di chiamarlo a rispondere dei suoi crimini e di fare in modo che subisse una giusta punizione.

 

Questo disagio era una reazione comprensibile e legittima.

 

Tuttavia era innegabile che non avevano risolto il mistero dell'omicidio di Barbara Hennan. Quello era un segreto che G si era portato nella tomba. Ovviamente era lui l'assassino del povero Maarten Verlangen, ma l'omicidio di Linden era tuttora irrisolto. E così sarebbe rimasto. Per sempre.

 

Di per sé non era neppure un mistero, meditava Münster fra sé, mentre Rooth sembrava essersi chiuso in se stesso. Hennan aveva ingaggiato un sicario che la polizia non aveva mai identificato, e con l'uscita di scena di Hennan il complice misterioso sapeva che non sarebbe mai stato scoperto.

 

Certo, era uno dei rischi del mestiere, si disse Münster. Certi delinquenti non vengono mai catturati e certe domande non trovano mai risposta. Era irritante, ma era qualcosa che dovevano accettare.

 

"Forse è solo quel farabutto di G a irritarmi così tanto" disse Rooth. "Sai cosa mi piacerebbe fare?"

 

"No" disse Münster.

 

"Come con Gesù."

 

"Gesù?"

 

"Sì. Farlo risorgere per qualche giorno. Interrogarlo fino allo sfinimento e poi ammazzarlo di nuovo. Solo per poterlo torturare, qual bastardo. Se lo meriterebbe."

 

Una rilettura interessante della Bibbia, pensò Münster, e non poté fare a meno di sorridere.

 

"Buona idea" disse. "Tu almeno riconosci le tue basse motivazioni."

 

"Io sono un tipo meschino" sospirò Rooth. "So che il mio comportamento educato può ingannare la gente, ma in fondo..."

 

Il cameriere arrivò con il conto, e Rooth interruppe la propria confessione. Pagarono e lasciarono il ristorante.

 

"Tornando a quel dettaglio che non ricordo" disse. "Sto ripensando a quando l'abbiamo trovato... quando siamo entrati a casa dei Nolan."

 

"Secondo te ha a che fare con quel momento?" volle sapere Münster.

 

"In effetti è stata l'unica volta in tutta la settimana in cui abbiamo agito di fretta."

 

Münster rifletté, ma non commentò.

 

Invece sbadigliò, aprì la porta della sua camera e augurò all'ispettore Rooth sogni d'oro.