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"Se volessimo seguire la procedura" esordì Van Veeteren, "dovremmo partire dai risultati della scientifica. Ma al momento non ne abbiamo. Ho appena parlato con le Houde, che ha promesso un rapporto per lunedì o martedì. Hanno frugato in ogni angolo di Villa Zefyr per un giorno e mezzo, ma poiché non sanno cosa stanno cercando, mi è difficile credere che faremo progressi grazie ai loro risultati."

 

"Un'impronta digitale insanguinata sul trampolino non sarebbe poi così male" suggerì Rooth. "Magari di qualcuno che compare nei nostri archivi."

 

"Le Houde me l'avrebbe già detto" disse Van Veeteren. "Chi vuole cominciare? Heinemann?"

 

Il sovrintendente Heinemann cambiò occhiali e consultò i suoi appunti, che per inveterata abitudine prendeva su certi quadernetti molli color blu copiativo. Secondo una teoria di Reinhart, doveva averne ricevuta una partita all'ingrosso da bambino, come premio per la diligenza e i bei voti a scuola, e non c'era nulla che confutasse tale ipotesi.

 

"Ecco, dunque..." esordì Heinemann. "Il viaggio ad Aarlach, innanzitutto."

 

"D'accordo" disse il commissario.

 

"Mmm... è stato stabilito con certezza che la signora Hennan è uscita di casa in auto alle otto di giovedì mattina. Su questo abbiamo la testimonianza della vicina. Ha fatto il pieno al distributore Exxon all'ingresso dell'autostrada - si ricordano di lei -, ha preso anche un caffè e un tramezzino al formaggio e..."

 

"Va' avanti" disse il commissario.

 

"Sappiamo che è stata da Hendermaag's in Keyserstraat, ad Aarlach, fra mezzogiorno e l'una meno un quarto, grosso modo. Ha esaminato un certo numero di porcellane e alla fine ha ordinato due servizi di piatti che non c'erano in magazzino... di una serie che si chiama Obsobowsky, color verde menta reale. Sei fondi e sei piani. Ha lasciato un anticipo di cento corone, il resto da pagare alla consegna... che ovviamente lei non potrà più..."

 

"Poi?" lo esortò Reinhart.

 

"Poi ha lasciato il negozio."

 

"Aha?" disse Reinhart.

 

"Però non so per andare dove."

 

"Quanto tempo ci vuole per andare ad Aarlach in macchina?" volle sapere Münster. "Tre ore?"

 

"Al massimo" disse Reinhart. "Può essere tornata alle quattro."

 

"Non siamo riusciti a stabilire a che ora sia tornata, o sbaglio?" chiese Münster. "Può aver avuto il tempo di fare altro."

 

"Certamente" disse il commissario. "Comprare qualche bottiglia di sherry, per esempio. C'è altro, Heinemann?"

 

"Non è che per caso si è fermata alla Exxon anche tornando a casa?" intervenne Rooth.

 

"Purtroppo no" rispose Heinemann.

 

"C'è altro?" ripeté Van Veeteren.

 

"Sì" borbottò Heinemann sfogliando il quadernetto. "Ho dato anche un'occhiata alla ditta di Hennan, la G. Enterprises. Ha usato lo stesso nome che aveva negli Stati Uniti, nulla impedisce di farlo. Però non sembra aver avuto chissà quale attività... è stata registrata all'inizio di maggio e Hennan ha preso in affitto un piccolo ufficio in Landemaarstraat a Linden. Per il resto, nessuna attività."

 

"Eh?" disse Rooth.

 

"Che cosa vorresti dire?" gli fece eco Reinhart. "Una ditta che non fa nulla?"

 

"Non è mica proibito" spiegò Heinemann.

 

"Non si è tenuti a dichiarare obiettivi o cose del genere?" chiese Münster. "Al fisco, quantomeno?"

 

"Certo, infatti Hennan ha indicato genericamente 'affari' come categoria commerciale. Ma non è che dica granché. Continuerò a indagare su questo punto."

 

"Bene" concordò il commissario con un sospiro profondo. "È tutto, per ora?"

 

Heinemann si tolse gli occhiali e si mise a pulirli con la cravatta.

 

"Sì" dichiarò. "Per ora sì."

 

"Fantastico" disse Reinhart.

 

"Senza dubbio" borbottò il commissario. "Okay, andiamo avanti. Rooth e Jung?"

 

Rooth riferì della sua visita a Elizabeth Hennan. Se mai era esistito un bastardo che meritava di marcire dietro le sbarre, aggiunse, quello era Jaan G. Hennan.

 

"Se stupri la tua sorellina per cinque anni, hai la strada segnata" commentò Reinhart con disgusto. "Dannazione, se non riusciamo a incastrare quell'animale, sono disposto a sistemarlo io di persona."

 

"Andiamoci piano" esortò Van Veeteren. "Io ho motivazioni più forti di quelle dell'ispettore, fra parentesi, ma dobbiamo attenerci al regolamento anche in questo caso."

 

Reinhart alzò stupefatto lo sguardo sul commissario.

 

"Ora non credo di riuscire esattamente a seguirti" disse. "Che motivazioni avresti, migliori delle mie?"

 

"Ne parliamo un'altra volta" rispose Van Veeteren. "A ogni modo, dobbiamo incastrarlo con i mezzi di cui disponiamo, e basta. Siamo d'accordo su questo?"

 

"Alright" disse Reinhart. "Intendevo in senso metaforico, è chiaro."

 

"Continua, Rooth" disse il commissario. "La sorella è l'unica parente, quindi?"

 

"Esatto" disse Rooth. "Il padre è morto quindici anni fa in un istituto per malati mentali. La madre ancora prima. Poi siamo passati all'elenco delle persone che frequentava quando è finito dentro nel 1975. Abbiamo trovato alcuni dei suoi vecchi conoscenti, ma nessuno di loro sapeva che Hennan fosse tornato... o questo è ciò che sostengono, in ogni caso. In realtà finora abbiamo parlato solo con due persone, ma né Jung né io abbiamo alcun motivo di dubitare delle loro affermazioni, sembra proprio che..."

 

"Okay" lo interruppe Reinhart. "È all'interno di questa cerchia che può aver trovato un complice. Un vecchio conoscente del periodo in cui spacciava. Dobbiamo procedere con molta attenzione, mi pare sia chiaro."

 

"Chiarissimo" disse Rooth con una punta d'irritazione. "I due tizi si chiamano Siegler e deWylde. Siegler è al fresco a Kaarhuijs per una rapina in banca. Giovedì scorso non era in permesso. DeWylde era a Karpatz, abbiamo controllato anche questo."

 

"Bene" disse Reinhart.

 

"Quanti nomi avete su cui lavorare?" volle sapere Münster.

 

"Sei o sette, per il momento" disse Jung. "Più questi due. Ma ne verranno fuori altri."

 

"Si spera" disse il commissario. "Ma avrete notato che gli Hennan non avevano chissà quale vita sociale."

 

"Precisamente" disse Rooth. "Non abbiamo ancora trovato nessuno che abbia mai detto più di un buongiorno al signor Hennan. Non negli ultimi quindici anni, in ogni caso."

 

"Non dobbiamo dimenticare i vicini" fece osservare Heinemann serafico. "La famiglia Trotta. Non si erano scambiati degli inviti a cena? Dovranno pur aver parlato di qualcosa... magari potrebbero fornire qualche spunto."

 

"Giusto" concordò il commissario. "Dovremo sentirli di nuovo."

 

"Li ho già avvertiti" spiegò Münster. "Ho parlato solo con la signora. E per quanto riguarda l'ufficio? Dovrà pur esserci qualcuno nei paraggi?"

 

Jung si schiarì la voce.

 

"Hennan l'ha preso in locazione attraverso un annuncio. L'immobile è di proprietà di quello delle pompe funebri al piano di sotto. Si chiama Mordenbeck, un tipo non certo gioviale. Sembra che lui e Hennan si siano scambiati al massimo una ventina di parole."

 

"E la casa?" domandò Reinhart. "In Kammerweg... come l'hanno trovata?"

 

"Un agente immobiliare" disse Münster. "I proprietari, i Tieleberg, vivono ad Almeira, in Spagna, e non hanno nemmeno dovuto scomodarsi a tornare per sottoscrivere il contratto. Gli Hennan l'hanno presa in affitto per sei mesi... ecco, a me sembra tutta una messinscena."

 

"Una messinscena, sì" concordò il commissario amareggiato. "Una messinscena per intascare un milione e duecentomila corone. Non credo ci sia bisogno di aggiungere che entrambe le loro auto erano a noleggio... tanto la Saab quanto la Mazda."

 

"Dannazione" disse Reinhart. "Non ci posso credere."

 

"È così" confermò il commissario con rabbia. "E Barbara Hennan è stata uccisa. E noi siamo poliziotti dell'anticrimine che indaghiamo sul caso. Volete sentire altre verità?"

 

"Sì, grazie" azzardò Rooth. "Ravviverebbe sicuramente un po' l'atmosfera."

 

Van Veeteren gli lanciò un'occhiata penetrante e spense la sigaretta, che stava cominciando a bruciargli la punta delle dita.

 

"Alright" disse. "Münster, riferisci del Colombine!"

 

Münster si stiracchiò.

 

"Sì, certamente" disse. "Molto volentieri. Non è ancora sicuro al cento per cento, ma purtroppo sembra che il personale fornisca a Hennan l'alibi per l'orario in questione. Come sappiamo, Barbara Hennan è morta fra le nove e le undici, e un cameriere è sicuro che Hennan ha pagato il conto alle dieci meno un quarto... cinque minuti più, cinque minuti meno. Il barista è altrettanto sicuro di avergli servito un whisky poco prima delle dieci e mezzo. L'ora in cui ha finito il suo turno. C'è un vuoto di quarantacinque minuti al massimo, ma ci sono altre testimonianze che probabilmente lo vanno a coprire. Quella del nostro amico Verlangen, ad esempio."

 

Ci fu un attimo di silenzio. Poi il commissario si alzò e andò alla finestra.

 

"Vi rendete conto di cosa significa tutto questo, signori?" domandò con voce stanca.

 

"Che non è stato lui" disse Reinhart. "Jaan G. Hennan non può aver ucciso sua moglie."

 

"Esatto" disse il commissario. "Almeno a una conclusione siamo arrivati. Commenti?"

 

"Un caffè?" disse Rooth con circospezione.

 

La seconda parte del briefing fu segnata anch'essa dal vento a sfavore.

 

Van Veeteren parlò del rapporto ricevuto da Horniman, e i colleghi che ancora non ne erano stati messi al corrente (Rooth, Jung e Heinemann) reagirono grosso modo come gli altri (Van Veeteren, Reinhart e Münster). Il commissario li informò di ciò che aveva scoperto il medico legale Meusse.

 

"Deve averlo avuto mentre faceva parte di quella dannata setta, è ovvio" dichiarò Rooth. "Sarà nato morto, probabilmente, quelli si cibano di radici e cavallette, non mangiano abbastanza."

 

L'ipotesi di Rooth non fu accolta dalle acclamazioni dei colleghi, ma neanche da decise obiezioni.

 

Münster riferì che un nuovo contatto con la compagnia di assicurazioni F/B Trustor attestava che la signora Hennan non era stata presente all'atto della sottoscrizione della polizza, cosa che peraltro non era necessaria. Infine il commissario lesse ad alta voce un rapporto di due pagine redatto dall'agente Kowalski - contenente quarantadue errori di ortografia, che tuttavia dalla lettura non si notarono - sui movimenti di Jaan G. Hennan dal mattino precedente fino all'ora di pranzo di quel giorno. Nonostante la sorveglianza meticolosa e continua, non era stato osservato nessun comportamento criminale - o comunque degno di nota - se non il fatto che Hennan, giovedì sera al jazz club Vox, aveva offerto al suo pedinatore un whisky doppio al bar. Il pedinatore, onde evitare inutili sospetti, aveva accettato il drink e chiacchierato per circa un'ora e mezzo su argomenti generici e neutrali con Hennan.

 

Quando ebbe finito di leggere, Van Veeteren dichiarò concluso il briefing.

 

"Non ci siamo proprio" disse Münster mezz'ora dopo, quando lui e il commissario si furono seduti all'Adenaar's davanti alle loro birre del venerdì.

 

"No" disse Van Veeteren. "Proprio per niente."

 

Nella sua voce come nell'espressione del viso c'era un'ombra di rassegnazione a cui Münster non era abituato. Una sorta di chiusura, perfino, che non somigliava alla consueta, velata concentrazione che Münster aveva imparato a riconoscere nel corso degli anni. Rifletté velocemente su cosa potesse celare. C'era senz'altro un legame personale fra G e Van Veeteren, ma lui non ne conosceva l'origine, a parte il fatto di essere stati compagni di scuola più di trent'anni prima. Dopo qualche esitazione, Münster gli domandò senza mezzi termini come stessero effettivamente le cose, e il commissario riconobbe che non si sentiva proprio del tutto in forma.

 

"Ne parlava anche Mort" aggiunse dopo aver assaggiato la birra. "Hai mai incontrato Mort?"

 

"Un paio di volte, di sfuggita" spiegò Münster. "Ma non ci ho mai parlato."

 

"Era sempre più stanco, negli ultimi anni. È successo in fretta, come se d'un tratto fosse andato in crisi. Ne aveva accennato... anche se in modo oscuro, non so se gli andasse di parlarne, ma fu il lavoro a sfiancarlo."

 

"Di cosa si trattò?" volle sapere Münster.

 

Van Veeteren accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra prima di rispondere.

 

"Di indagini come questa, probabilmente. Indagini in cui tutto era chiaro ma senza poter ottenere alcun risultato. Casi in cui fu costretto a lasciare il colpevole in libertà."

 

"Capita a tutti" disse Münster. "Bisogna solo trovare un modo di gestirle, tutto qui."

 

"Naturalmente" disse il commissario. "Ma a volte non è possibile. Credo che anche nel caso di Mort ci fosse un aspetto puramente personale. Un parente stretto coinvolto, mi pare, ma lui non ne parlò mai."

 

Münster rifletté un momento.

 

"Negli Stati Uniti usano l'espressione 'Blue Cops', la conosce, commissario?"

 

Van Veeteren annuì vagamente, ma senza rispondere.

 

"Poliziotti che si esauriscono" disse Münster. "Le statistiche sui suicidi sono spaventose... ho letto qualcosa in proposito un po' di tempo fa."

 

Van Veeteren bevve un sorso di birra.

 

"Sì, conosco il fenomeno. Forse ci vorrebbe un'anima corazzata, ma purtroppo non si arriva molto lontano neppure con quella. Non puoi vedere, se dentro di te non c'è un lato altrettanto oscuro... credo ne abbia scritto Churchill. Diceva di capire Hitler, in qualche modo. Serve uno sguardo empatico per penetrare anche nella psiche più contorta. Non dimenticarlo, Münster."

 

Münster rimase in silenzio a riflettere.

 

"E G è una di queste anime nere?"

 

Van Veeteren sollevò le sopracciglia e parve sorpreso della domanda.

 

"Senza dubbio. Sempre che ce l'abbia, un'anima."

 

"Mi sta dicendo che...?"

 

Münster s'interruppe e scoppiò a ridere, mentre il commissario manteneva il suo contegno severo.

 

"Quindi...?" domandò Münster con circospezione. "C'è un aspetto puramente personale anche in questo caso? Come per Mort. Il commissario ha già avuto a che fare con Jaan G. Hennan, vero?"

 

Van Veeteren non sembrava voler rivelare altro, e Münster capì di essersi spinto troppo oltre. Bevve un sorso e si abbandonò contro lo schienale. Gettò un'occhiata discreta all'orologio e si rese conto che fra poco sarebbe dovuto tornare a casa.

 

Anzi, sarebbe già dovuto partire. Aveva promesso a Synn di essere a casa prima delle sei, quella sera avevano ospiti... la cognata con il marito. Fra l'altro, non doveva fermarsi a comprare qualcosa lungo il tragitto?

 

"Certamente" disse il commissario, interrompendo i suoi pensieri. "Una faccenda personale c'è. Vecchissima, certo, c'entrava una donna... o una ragazza, piuttosto."

 

"Una ragazza?" disse Münster.

 

"Una ragazza, sì. Diciannove o vent'anni..."

 

"E...?" fece Münster con una curiosità così forte da non riuscire a nasconderla.

 

"Ma ne parliamo un'altra volta" concluse il commissario.

 

Non credo proprio, pensò Münster vincendo la propria curiosità. Non vale la pena insistere, chiaramente. Finì la sua birra e si preparò a lasciare l'Adenaar's.

 

"E quando pensa di procedere all'interrogatorio di Hennan, commissario?" volle sapere.

 

Van Veeteren schiacciò il mozzicone di sigaretta e vuotò il suo bicchiere.

 

"Stasera" disse. "Ho intenzione di andare a prelevarlo stasera sul tardi."

 

"Stasera?"

 

"Sì. Se sei interessato, vieni a goderti lo spettacolo attraverso il falso specchio. Alle undici. Ci sarà anche Reinhart, ma un paio di orecchie e di occhi in più non guastano."

 

Münster rifletté velocemente e prese la sua decisione.

 

"Vengo" disse. "Alle undici, diceva?"

 

"Forse non prima delle undici e mezzo" precisò Van Veeteren, alzandosi. "Ho pensato che la notte potrebbe essere uno scenario adatto per questo genere di cose. Ma solo se hai tempo."

 

"Me lo prenderò" promise il sovrintendente Münster, e seguì il commissario verso l'uscita.