EPILOGO
Più tardi quella mattina, all’ospedale, mi ricucirono il naso e sistemarono il resto delle ferite. Anna e Nicholai erano stati portati due piani sotto, nel laboratorio di patologia.
Luca si dimostrò molto comprensivo per i danni alla sua automobile, e ansioso di aggiornarmi sulle mosse dei GIS. Avevano estratto la bara. Le barre di uranio 235 chiuse all’interno provenivano davvero da un sottomarino classe Oscar-11 dismesso. Il codice identificativo era stampato sul contenitore.
Tre barre erano sufficienti per costruire una bomba sporca molto potente, a prescindere da dove l’avrebbero fatta detonare, a Otranto o in piazza San Pietro. Ci credo che il GIGN, il TIGRIS e il GIS erano inferociti con Dijani e la sua gente.
Anna e Nicholai avevano tracce di avvelenamento da radiazioni ma non a un livello critico. Non era riuscito a guardarmi negli occhi mentre me lo diceva.
Gli ultimi tre membri della cellula di Dijani erano in carcere. Uno era disponibile a barattare il passaporto per il Paradiso in cambio di un posto nel loro programma di protezione. Non stava dicendo tutto ma aveva fornito un paio di dettagli.
Aveva confermato che nei loro piani c’era Roma.
Avevano avuto la tentazione di ricordare al mondo la grande vittoria di Gedik Ahmed a Otranto nel 1480, ma San Pietro era un bersaglio più emblematico. La culla del cristianesimo. E dato che il papa continuava a camminare fra gli infedeli ignorando i consigli sulla sicurezza, confidavano di riuscire nell’impresa.
Luca mi piaceva molto, e non solo perché mi aveva salvato la vita. Ma era dura averlo accanto. Il giornalista d’assalto dai tratti marcati che avevo incontrato nel negozio di materassi si era trasformato in un cane bastonato. Non riusciva a nascondere ciò che io cercavo di seppellire. Quindi non mi dispiacque vederlo andare via.
Recuperai lo zaino dove l’avevo nascosto, misi in moto la Seat e andai verso il cimitero. Luca mi aveva detto che avevano già scelto due tombe per Anna e Nicholai, con un profluvio di marmo lucido a volontà. Era il regalo della città a loro, e anche a me.
Mi fermai a metà del viale di cipressi e osservai il disegno piuttosto strano sui pannelli bianchissimi ai lati dell’ingresso: due ossa incrociate con la falce della Nera Mietitrice.
All’ospedale non ero sceso per vedere i loro corpi. E adesso non avrei visitato le loro tombe. Avevo la sua sciarpa e mi bastava.
Da sempre il mio mantra era: perché preoccuparsi di ciò che non si può cambiare? Forse, se l’avessi ripetuto all’infinito, avrei potuto iniziare a crederci.