10

Raggiunsi l’arco della porta della camera da letto e sentii uno schianto che veniva dal basso. Dall’atrio, forse. Una porta che sbatteva? No. Avevo una brutta sensazione.

Poi ci fu un rumore alle mie spalle. La caraffa di vetro che si abbatteva sulle piastrelle.

Mi voltai e vidi Lyubova che a fatica cercava di alzarsi. Ansimava e la gonna le era salita sulle cosce nude. Una mano premeva sulle costole, come se non si fosse resa conto che l’altra aveva delle schegge di vetro conficcate nel palmo e stava sanguinando.

«Signo-re…»

Scosse la testa, per liberarla dall’annebbiamento.

«Stefan…»

Ora percepii una traccia di fumo. Guardai in direzione della scala. Non ne vidi nel corridoio, ma di sicuro era nell’atmosfera.

«Ce… l’hanno… loro…»

Mentre tornavo da lei, la mano a cui si appoggiava scivolò, lasciando una striscia di rosso sulle piastrelle. Crollò, atterrando con la spalla sull’asciugamano che le avevo infilato sotto la testa, ed emise un gemito spezzato dal dolore.

La afferrai per il braccio disteso e la girai sulla schiena. Era messa parecchio male, ma gli occhi erano aperti. Se la stava godendo un mondo.

Aggirai i frammenti della caraffa e spinsi la testa vicino alla sua. «Cosa hai detto?»

Era una domanda stupida. Sapevamo entrambi cosa aveva detto. E in questo modo le offrivo il piacere di ripeterlo.

«Quei… rotti in culo. Hanno… preso… il… bambino…»

«È una cazzata.»

La lingua scivolò fuori, inumidì le labbra, e poi scivolò di nuovo dentro.

«Allora… torna… alla… spiaggia… e controlla…»

Nella mia mente ripensai a tutta velocità ai miei movimenti delle ultime due ore. Non ero stato seguito. Ne ero sicuro al novantanove punto nove per cento.

«Dove l’hanno portato?»

Lei non disse niente. Non sbatté neppure le palpebre. La sua espressione mi disse tutto ciò che voleva che sapessi. Può darsi che tu abbia salvato il figlio di Frank sulle montagne. Ma adesso siete tutti e due nella merda…

Lasciai che osservasse da vicino la canna della Sphinx, e poi la piazzai con forza contro la sua fronte proprio in mezzo agli occhi.

«Ho detto, dove

Se ne sbatteva della pistola. Era stata a pochi millimetri dalla morte e poi, con l’aiuto di una manciata di sale da lavastoviglie e di una volontà di ferro, aveva lottato per riprendere conoscenza. Tutto nella sua vita stava andando a puttane, questa era la sua ricompensa.

«Dove?» le afferrai il braccio e le diedi una scrollata come si deve.

«Dove l’hanno portato?»

Non avrebbe permesso alle sue costole spappolate di rubarle il momento di gloria. «Anche se lo sapessi… non te lo direi…»

Un sorriso iniziò a delinearsi sui suoi tratti non più così perfetti, ma non arrivò fino in fondo.

Sentì il crepitio delle fiamme quando lo sentii anch’io.

Balzai in piedi e mi precipitai in corridoio attraversando la camera da letto. Dal piano terra il fumo grigio fluttuava su per le scale.

Infilai la Sphinx nella cintura e tornai nel bagno di Lyubova. Non si era mossa.

Inzuppai sotto la doccia un asciugamano. Lo piegai a triangolo. Coprii la bocca e il naso e lo legai dietro al collo. Poi ripetei l’operazione con un altro e lo avvolsi attorno alla testa come uno shemagh.

Avevo la vaga sensazione che mi stesse osservando, ma ormai aveva avuto il suo momento. Mi aveva già fatto perdere tempo e non volevo sprecarne altro.

Due gradini alla volta mi precipitai in mezzo al fumo. A metà della seconda rampa un getto di propano surriscaldato esplose da una bombola attraverso il telo di polietilene sul lato opposto rispetto alla cucina e avvolse lo spazio sotto di me. L’onda d’urto mi spinse fuori tutta l’aria dai polmoni, mi sollevò da terra e mi sbatté contro la parete.

Rimasi a lungo steso sui gradini di pietra e mi resi conto che il punto della schiena che Claude aveva colpito con il palo da recinzione mi faceva un male cane. E anche che dovevo muovermi prima che l’acqua ragia facesse da accelerante per far scoppiare anche tutte le altre bombole sopra di me. Qualcuno aveva organizzato tutto in modo che sembrasse un incidente, ma non lo era. Mi chiesi se l’innesco fosse stato comandato da un timer o da un telecomando. Il furgone fermo nella piazzola, forse?

Mentre il fumo s’infittiva mi alzai in piedi. Il punto più lontano dell’atrio era un inferno di fiamme. Tirai un asciugamano ancora più in giù sulla fronte e l’altro più in su sugli zigomi. Il calore mi abbrustolì la striscia di pelle rimasta esposta.

Il fuoco iniziava ad aggredire la scala. Se le bombole fossero esplose al piano di sopra, sarei stato completamente fottuto. E lassù erano molto più numerose. Non appena fossero state raggiunte dalle fiamme mi sarei trovato in mezzo a una esplosione di dimensioni pazzesche.

Anche se avessi voluto, non sarei potuto tornare da Lyubova.

Che andasse a farsi fottere.

Chiunque stesse tirando i fili voleva fare terra bruciata dietro di sé. Prima la guardia del corpo di Frank. Poi la sua ex. Non era un caso che i cani, i guardiani, le cameriere e tutti gli altri avessero portato via le palle. E adesso dovevo farlo anch’io, prima che arrivassero i soccorsi.

Mi precipitai sul pianerottolo e mi lanciai attraverso il polietilene che avevo tagliato quando ero entrato. Con gesti rapidi mi tolsi lo shemagh e lo avvolsi attorno alla bombola più vicina. Sfrigolò come la pancetta ma mi salvò le mani da un’ustione mentre la lanciavo contro la finestra più vicina.

I vetri e le persiane si disintegrarono. Mi arrampicai sul davanzale e da lì sul tavolato. Il grosso buco che avevo fatto avrebbe alimentato le fiamme, ma non potevo farci un cazzo di niente.

Anche lassù il calore diventò all’improvviso insopportabile.

La bocca dello scivolo telescopico era a due metri sulla sinistra. La finestra dall’altro lato a un metro di distanza esplose verso l’esterno in un vortice di vetro e schegge di legno, detriti e polvere. Ma sapevo che il peggio doveva ancora venire. Scavalcai il palo di sicurezza dell’impalcatura appena in tempo e con le braccia alzate entrai con i piedi in avanti nello scivolo.

Era come quelli d’acqua che devi assolutamente evitare se sei in Portogallo per un addio al celibato, però senza gli spruzzi e la possibilità di raddrizzarti prima di finire in piscina. Con gli scarponcini, il sedere e i gomiti riuscii a rallentare un po’ la caduta e sperai di atterrare su una catasta di cartongesso e materiale isolante e non su metallo, lastre d’ardesia e mattoni o pezzi di legno disseminati di chiodi.

E invece mi capitarono proprio metallo, lastre d’ardesia e mattoni e pezzi di legno. Niente chiodi, però. Il ginocchio destro subì gran parte dell’impatto, e anche il sedere non apprezzò molto l’esperienza. Rimasi accartocciato per un po’, contando i secondi in attesa che esplodesse la facciata dell’ala e tutto ciò che le stava davanti.

Feci un paio di respiri e controllai i pezzi del mio corpo che mi sarebbero stati più utili in quel momento. Poi mi sollevai dal cassone e zoppicai verso il furgone.

Mentre andavo, altre tre o quattro finestre dei piani alti del corpo centrale esplosero verso l’esterno inondando il suolo di schegge affilate come rasoi, che scintillavano come brillanti nella luce della sera. A Lyubova sarebbe piaciuto moltissimo. Io non guardai in su. Dovevo allontanarmi il più in fretta possibile.

Ne partirono altre due, risucchiando aria che avrebbe alimentato il fuoco e surriscaldato il propano.

Estrassi la Sphinx. Aprii con forza la portiera. Infilai la pistola sotto la coscia. Spinsi la chiave nel quadro. Il motore tossì, si spense, poi partì. Misi la leva del cambio in prima, schiacciai il pedale dell’acceleratore e partii spruzzando di ghiaia la cerata.

Ancora nessuna luce lampeggiante. E neppure l’improvvisa ricomparsa dei dobermann o dei loro guardiani. In prossimità del cancello rallentai e mi fermai tra i sensori che lo facevano aprire per i veicoli in uscita. Mi rimisi in testa il berretto da baseball. Adesso sentivo le sirene. Attesi che la cancellata davanti a me vibrasse e si aprisse.

Non si mosse di un millimetro. Sentii i muscoli delle spalle e del viso irrigidirsi mentre cercavo con tutte le mie energie mentali di indurla a lasciarmi andare. Forse il sistema di apertura era stato messo fuori uso da un guasto a un circuito elettrico, o da qualunque altra cosa avesse innescato l’incendio. Sarei stato costretto a scendere e aprire la cancellata con la forza.

Il tono delle sirene cambiò. Sapevo cosa significava: voleva dire che erano quasi arrivati a destinazione. Impugnai la pistola e stavo per afferrare la maniglia della portiera dell’Expert quando il cancello sussultò. E si aprì un varco.

Lo superai lentamente e, mentre l’onda d’urto esplodeva dietro di me, mi ritrovai fuori.

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