7

Durante la mezz’ora successiva visitai un certo numero di nicchie nel muro. Adesso che ricordavo a cosa serviva la magica carta di debito nera, mi diedi da fare, e le mie dita componevano il PIN senza dover consultare il cervello. La carta non aveva limiti, ma i singoli sportelli sì.

Poi valutai quale rivenditore di auto usate scegliere. Il secondo dei tre che avevo selezionato si trovava a dieci chilometri dal centro città, e aveva un paio di pompe diesel sotto una tettoia di metallo che aveva conosciuto tempi migliori. Da un lato del piazzale c’era una fila di furgoni vecchiotti ma puliti di recente. Quello di cui avevo bisogno era il Peugeot Expert frigorifero con un bel po’ di chilometri sul tachimetro, il tagliando per l’autostrada valido e un cartello scritto a mano fissato sul parabrezza che chiedeva 7.999 franchi svizzeri.

La portiera laterale era spalancata in modo che il potenziale cliente di passaggio potesse condividere l’entusiasmo del venditore per la parte commerciale del veicolo. E io ottemperai. L’interno era completamente rivestito dal pianale al soffitto. La coibentazione faceva di quei furgoncini il veicolo ideale per i ladri di moto. Potevano infilarci una Ducati di alta gamma e allontanarsi senza che nessuno intorno sentisse lo squillo dell’antifurto. Anche dalla strada sembrava perfetto per quello che avevo in mente.

Proseguii oltre, cercando un parcheggio. Un posto piuttosto vicino, in modo da poter tornare indietro a piedi, ma abbastanza lontano da non creare un collegamento tra la Polo, Stefan e il furgone.

«Posso venire anch’io?»

«No, amico. In questo momento è meglio che tu stia al coperto.»

«Non nel bagagliaio, Nick. Ti prego. Non ne posso più di stare nel bagagliaio…»

Non si era mai lamentato prima, di niente. Pensai che forse era il caso di usare le maniere forti.

«Mi sforzo di concentrarmi sul regime duro, ma non riesco a smettere di pensare a quando ero intrappolato sotto mio padre.»

Le maniere forti volarono dal finestrino.

Trovai parcheggio davanti a un’edicola e diedi a Stefan due banconote da dieci franchi nel caso volesse comprarsi una bibita gasata e un gelato mentre andavo dal venditore di auto usate.

Un uomo biondo, che negli ultimi giorni si era tenuto alla larga dal rasoio anche più di me, spuntò dall’officina pulendosi il grasso dalle mani sui fianchi della tuta azzurro sbiadito. Aveva un sorriso da furbo e parlava inglese meglio di Stefan. Mi bastò un secondo per capire che potevamo fare affari insieme.

Gli chiesi di mettere in moto l’Expert e di portarmi a fare il giro dell’isolato. Lui mi disse che l’impianto di raffreddamento aveva bisogno di qualche attenzione, e che per questo il prezzo era così basso.

«Quante attenzioni?»

Fece un sorrisetto imbarazzato mentre girava il primo angolo.

«È completamente fottuto.»

Gli dissi che l’avrei sistemato.

Non ero un esperto di furgoni, ma il motore faceva il suo dovere quando giravi la chiave, e la scatola del cambio non sembrava sul punto di cadere a pezzi in mezzo all’asfalto. Quando tornammo alle pompe fece scivolare indietro la portiera laterale e mi invitò a guardare da vicino il vano di carico. Da vicino era ancora meglio. Il rivestimento era spesso almeno quattro centimetri sul pavimento e tre sulle fiancate. Il precedente proprietario aveva aggiunto dei ripiani e un cassone per gli attrezzi sul lato passeggero, e aveva anche ricoperto la separazione lasciando una finestrella verso la cabina. Mi domandai se per caso non ci avesse abitato dentro.

Il biondino accettò l’offerta di 7.750 franchi svizzeri in contanti, e sì, conosceva qualcuno che poteva prepararmi velocemente qualcosa di carino per le fiancate. «Se ne hai altre…» buttò un occhio al rotolo di banconote che gli avevo appena allungato.

Strappò un foglio da un blocco con spirale e scrisse un nome e un indirizzo. «Klaus ha talento. È davvero un artista. Non inserito nel sistema, però. Un po’ come il vostro Banksy. Un anarchico.»

Perfetto. Klaus sembrava uno che aveva ancora meno voglia del biondino che avevo davanti di rivolgersi alla polizia.

Sigillammo l’accordo con una stretta di mano e scribacchiammo entrambi qualcosa di illeggibile su una ricevuta, che, ne ero certo, sarebbe finita nel cestino appena uscivo. Non avrebbe sprecato il suo tempo prezioso con quelli delle tasse, e sapeva che neppure io l’avrei fatto.

Come se mi fosse venuto in mente in quel momento, gli chiesi se avesse uno sgrassatore o un solvente da darmi. Non l’avrei usato per pulire, ma non era necessario che lo sapesse. Mi portò nel paese dei balocchi dei meccanici in fondo all’officina e indicò una mensola piena di contenitori di plastica di ogni forma e misura. Esaminai le etichette e scelsi una bottiglia da 200 ml con il più elevato contenuto di etere. Mi costò altri cinquanta.

Klaus era a un chilometro di distanza, dall’altro lato della ferrovia, in un’officina in lamiera ondulata con grandi lucernari. Indossava una maglietta che mi diceva di nutrire il mondo e un paio di jeans che gli pendevano dal sedere ed erano logori in più punti. L’aspetto strafottente era completato da rasta che sembravano mangiati dalle tarme e barba, e da un atteggiamento insofferente verso l’igiene personale.

Posò una canna grande quanto una carota sull’angolo di un portacenere che sembrava la cacca di un cane. C’era da star certi che non sarebbe corso a chiamare la polizia. Scivolò dallo sgabello per ricevermi. Nel magazzino l’aria era dolciastra di cannabis, ma non riusciva a mascherare il fatto che Klaus avesse bisogno urgente di una doccia. I campioni del suo lavoro dimostravano che era pronto per qualsiasi cosa, dai graffiti con slogan anticapitalisti ai cartoni per adulti, ai loghi aziendali. Gli mostrai il disegno di Stefan e gli chiesi se poteva ingrandirlo in azzurro per i pannelli laterali.

«Hochfliegend… mi piace kvesto.»

E gli piaceva anche l’idea del contante. Per lui ovviamente era una questione politica. Perciò gli offrii un extra se mi avesse consegnato il furgone in un’ora.

Si morsicò il labbro, sollevò le braccia e scrollò le spalle.

Cercai di riportarlo alla realtà. «Quanto tempo ci vorrà?»

Le sopracciglia sparirono fra i capelli sporchi. «Kvesto non è ingegneria spaziale.» Puntò il dito macchiato di nicotina su un computer malconcio e su un macchinario in un angolo. Era coperto di post-it colorati e assomigliava a un robot con una cassetta della posta in mezzo al torace. Klaus aveva ragione. Non era ingegneria spaziale. «Lo disegno sullo schermo, poi lo stampo su vinile autoadesivo. Pvoi tornare fra un’ora per le stampe e le pvoi applicare da zolo. Una cazzata.»

Si allungò, prese una cartella malconcia da studente e tirò fuori una manciata di illustrazioni esplicite di una dominatrice in parte vestita di PVC.

«Forse al posto delle tre bolle preferisci una donna nuda? Funziona bene per gli affari…»

Mi massaggiai il mento con la mano per qualche secondo. «Carino… ma no. Non è quel genere di affari.»

«Ze lo dici tu, amico. A me non è mai capitato un commercio in cui qualcuno non viene fottuto.»

«Non hai tutti i torti.» Picchiettai sul quadrante del mio Suunto. «E adesso ti restano cinquantaquattro minuti prima di aggiungere il tuo nome alla lista.»

Mi lanciò uno sbuffo di scherno e si buttò sulla tastiera.

Lo lasciai al suo lavoro e tornai a piedi da Stefan.

Era immerso in un fumetto di Spiderman. Aveva fatto scorta di succo di mela gasato e di ovetti Kinder. Il pavimento dalla sua parte era pieno di cartacce. Aveva dato il benservito al cavolo riccio. Mi sporsi attraverso il finestrino. «Lo sai che questa roba non ha valore nutrizionale…»

Sollevò lo sguardo. «Ne vuoi uno?» chiese tendendo la mano. L’incarto era a posto, ma non aveva più la forma di un uovo.

«È l’ultimo?»

Annuì.

«No. Mangialo tu.» Presi posto dietro al volante. «Ma fai meglio a sbrigarti se non vuoi essere costretto a berlo. Andiamo alla spiaggia. Avevi detto che ti piace nuotare, no?»

Sapevo che in quel momento pensava che avessi perso completamente la testa. E forse era così. Ma avevo deciso che aveva ragione lui: non poteva trascorrere il resto della vita passando da un bagagliaio a un altro. Aveva avuto molto coraggio a parlarmi degli incubi su Frank, e non volevo che perdesse il controllo. E poi la giornata ormai era caldissima. Non volevo che avesse allucinazioni o morisse per un colpo di caldo.

Seguii i cartelli per Kreuzlingen fino a che arrivai a un prato coperto di ombrelloni e corpi mezzi nudi. Su un lato era delimitato da un semicerchio di alberi che lo proteggeva dalla strada, sull’altro dal lago. A pochi passi c’era un parcheggio costosissimo e un posteggio di taxi.

La giornata scolastica delle elementari era evidentemente terminata perché il posto era pieno di ragazzini dell’età di Stefan, accompagnati da mamme o tate, e anche da qualche papà. Non molti stavano leggendo Dostoevskij.

Nutrii il parcometro, poi gli porsi il suo zaino, cinquanta franchi e le chiavi della Polo. Dopo un momento ne aggiunsi altri cinquanta. «Questi non sono per gli ovetti Kinder. Sono per un taxi per andare in città, al nostro ERV, se non torno prima del tramonto.» Gli dissi di chiedere all’autista di portarlo alla cattedrale. Era il posto più sicuro che mi fosse venuto in mente. E se ancora non ero con lui per le dieci di sera, doveva entrare e chiedere aiuto a un prete, perché a quel punto ne avrei avuto bisogno anch’io.

Cercò di mantenere il sorriso, ma vidi che era nervoso.

«Nick…» Si morsicò il labbro inferiore come faceva spesso. «Tu, cosa farai?»

Cazzo, era una buona domanda, ma io non sapevo cosa rispondere. Stefan poteva anche avere il quoziente intellettivo di un professore universitario e l’armatura di uno nato per sopravvivere, ma era pur sempre un ragazzino. Non potevo dirgli che pensavo che la sua matrigna fosse coinvolta nell’omicidio di suo padre, e che probabilmente voleva morto anche lui. Non potevo dirgli che stavo andando a cercare di convincerla a dirmi il perché.

E non potevo neppure sostenere che stavo per agitare la mia bacchetta magica in modo che tutti potessimo vivere felici e contenti.

Gli afferrai la spalla. «Senti, è una bella giornata di sole. Divertiti. Non parlare con gente cattiva. E ricorda che ti sto dicendo queste cose soltanto perché è necessario un piano. E tu lo sai. ERV, ricordi?»

Lo accompagnai sul prato, presi una postazione con due sdraio e un ombrellone accanto a una donna dall’aria simpatica in prendisole, che aveva appena portato alle sue gemelle la versione svizzera del gelato espresso. Andai a comprarne uno anche per Stefan mentre lui stendeva l’asciugamano. Quando glielo portai si stava già sciogliendo.

La prima leccata lo rese felice.

«Amico…»

Annuì, e il gelato gli gocciolò sul mento.

«Sai che non ha…»

«Sì. Assolutamente nessun valore nutritivo.» Socchiuse gli occhi contro il sole. «Ma chi se ne frega?»

Cercai un accenno di sorriso sul suo volto, ma senza trovarlo.

Lo lasciai circondato da famiglie in splendida forma. Se non facevi caso all’ansia nei suoi occhi, si confondeva con gli altri. Forse stare lì gli avrebbe ricordato le cose che non aveva, ma su questo non potevo farci proprio nulla.

E non sarebbe stato l’unico bambino al mondo a sentirsi tagliato fuori, e a guardare gli altri.

Ci ero passato anch’io.

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