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Rimontai la Sphinx e poi passai da un canale all’altro della tv fino a che trovai il notiziario h24. I servizi erano tutti dedicati a pessime news provenienti da Siria, Iraq o Crimea. Putin era occupato a recuperare il più possibile del vecchio impero e non si sarebbe fermato all’Ucraina. E stava anche eliminando a uno a uno gli oligarchi e i rivali meno graditi.

Il servizio sulla Crimea fu interrotto da un’ultim’ora. La Range Rover riempì lo schermo, circondata dal nastro a strisce e dalle luci lampeggianti azzurre e rosse. Probabilmente avrei dovuto risparmiarlo a Stefan, ma ormai era troppo tardi. Smise di masticare quando vide spostare un sacco per cadaveri da una barella a un’ambulanza.

Era troppo presto, la vittima non era stata ancora identificata, ma questo non impediva ai giornalisti di lanciarsi in congetture sul possibile legame con l’omicidio irrisolto di Saad al-Hilli, di sua moglie e della suocera in una piazzola vicino al lago di Annecy nel 2012.

Questa volta non c’era un motociclista misterioso; il primo sospettato, secondo la loro ipotesi, era un uomo a bordo di una Nissan X-Trail, che aveva avuto un incidente letale sulla montagna poco più in là. Altri filmati di luci lampeggianti e dei rottami carbonizzati che venivano issati su un camion.

Dato che il passaporto era nel mio zaino, la polizia non sarebbe stata in grado di identificare velocemente Frank. Però non ci avrebbe messo molto. Nei rapporti con il mondo esterno, aveva sempre tenuto un profilo basso, ma non si può fare ciò che faceva Frank senza lasciare qualche traccia. E non sarebbe passato molto tempo prima che la Scientifica esaminando i resti della Nissan scoprisse che dentro non c’era nessun corpo.

Mi chinai e frugai nei cassetti della scrivania. Nessuno era chiuso a chiave, ma per me non fu una sorpresa. Se voleva che qualcosa restasse segreto, Frank lo avrebbe custodito nella cassaforte scavata nella parete di roccia, o da qualche parte all’esterno, oppure protetto da una sfilza di codici nel portatile extrapiatto che portava sempre con sé. Sempre.

Smisi di frugare e mi concentrai.

Anche la sera precedente l’avevo visto alla tastiera.

Aveva voltato lo schermo verso di me e mi aveva mostrato qualcosa.

Qualcosa di importante. Cosa?

Non l’avevo visto nella Range Rover.

E non era qui.

«Stefan…»

Mi guardò.

«Il portatile di papà. Ce l’aveva in macchina?»

Annuì lentamente. Dov’era finito?

Sfogliai delle carte nel terzo cassetto: una lista delle partite del Brindisi, un invito scaduto all’inaugurazione di un deposito di materiale edile a Albertville, l’opuscolo patinato di un agente immobiliare che proponeva un castello sulle sponde del lago di Costanza – il genere di posto che non ti potevi permettere se prima dovevi chiedere il prezzo – e due o tre stampate di enigmi e rompicapo capaci di farti a pezzi il cervello, nel caso non avesse già provveduto un giavellotto a righe. Secondo me Frank li usava per far addormentare Stefan quando non aveva tempo di leggergli Dostoevskij.

Qualcosa mi impedì di chiudere il cassetto.

Enigmi…

Rompicapo…

Precisione…

Tutti noi teniamo roba scaduta senza un buon motivo. Frank no.

Dovevo guardare di nuovo quell’invito.

Il proprietario del deposito di materiale edile era una società, la Adler Gesellschaft. Il logo era stampato in rilievo in alto al centro del biglietto. Arrotolai la manica, anche se non ne avevo bisogno. Quell’aquila con le ali e gli artigli dispiegati stava diventando una presenza fissa nella mia vita. Piegai a metà l’invito e lo infilai in tasca.

Lasciai scorrere il notiziario. Adesso che era sceso il buio, i monitor erano in modalità infrarossi. Chiesi a Stefan di continuare a guardare mentre davo un’altra occhiata in giro. Qualsiasi cosa contribuisse a riempire i vuoti nella mia mente poteva risultare preziosa. Iniziai dalle fotografie. Dovevo fissare nella banca dati della mia memoria le immagini dei personaggi chiave.

Bastò uno sguardo per convincermi che se avessi rivisto Mr Loverman e il suo compare Gengis li avrei riconosciuti. Avevo passato del tempo con loro a Mosca e a Mogadiscio, e in qualche altro postaccio del terzo mondo.

Mi sforzai di ricordare se avessi mai incontrato la moglie di Frank. Ero convinto di no. Esaminai gli scatti in cui compariva. Lunghi capelli neri. Pelle perfetta. Postura da modella. Zigomi definiti al punto da essere taglienti, con la simmetria che soltanto un bisturi può creare. Da lontano di una bellezza straordinaria, da vicino un po’ meno.

Come sempre la verità era negli occhi, e a questi non sfuggiva niente. Ci lessi ambizione, ma non affetto. E, a giudicare dai carati di brillanti e rubini che aveva addosso, l’ambizione aveva dato splendidi risultati.

La tv non diceva niente che io non sapessi già, perciò la spensi. Mostrai a Stefan il telecomando del monitor e iniziai a spiegargli le opzioni base. «Guarda, con questo passi da una camera all’altra. Questo serve a ingrandire…»

Roteò gli occhi e me lo strappò di mano. Se per caso non avessi colto il messaggio, proseguì mostrandomi un sacco di funzioni di cui ignoravo l’esistenza. Lo lasciai fare, ma giunto alla porta mi voltai. «Sono qui nel corridoio: vieni da me se succede qualcosa, davanti o dietro la casa.» Sorrisi. «E finisci la cioccolata, se no la mangio io!»

Il contenuto degli armadi e dei cassetti mi disse che una stanza era del cuoco e la seconda della governante. Le altre due erano vuote. Letti spogli, e sulla mensola di vetro del lavandino neppure un tubetto di dentifricio iniziato.

Ma questa volta notai un altro pacchetto vuoto di Marlboro nel cestino dell’immondizia.

Chiunque avesse lasciato quelle stanze non prevedeva di tornare presto. La seconda visita non era stata uno spreco di tempo. Ora sapevo senza ombra di dubbio chi c’era stato.

Mr Loverman e io.

Tornai nello studio. Stefan aveva sempre l’aspetto di qualcuno che ha visto la guardia del corpo uccidergli il padre, ma era molto concentrato sull’incarico di sorveglianza. Teneva gli occhi incollati ai sei schermi chiave dove non stava succedendo assolutamente niente, e si destreggiava tra l’uno e l’altro come se giocasse a un videogioco. Lo informai che andavo di sopra.

Giunto nella stanza del padrone di casa, chiusi le tapparelle con il telecomando prima di accendere la lampada accanto al letto a baldacchino. Dal ritratto appeso alla parete il signor e la signora Timis mi osservavano mentre frugavo nei loro cassettoni e negli armadi fatti a mano. Qualcosa nell’espressione di lei comunicava palesemente che disapprovava. L’abbondanza di oggetti lussuosi non mi disse nulla che già non sapessi su Frank, e soltanto una cosa su ciò che succedeva in altre zone della sua vita. Ogni singolo pezzo apparteneva a lui. Non trovai assolutamente niente che appartenesse a lei.

Trovai ulteriori conferme nel bagno. Tanti prodotti maschili, ma nessuna traccia di tutte le cose inutili che una donna porta sempre con sé. E non perché ieri sera non era venuta a cena. Se n’era andata.

Per questo Stefan si era intristito quando avevo chiesto dove fosse sua mamma?

Mi vidi riflesso nello specchio sopra al lavandino. Avevo una crosta sulla fronte che iniziava due centimetri sotto l’attaccatura dei capelli. C’era sangue secco su entrambi i lati ed era così schifosa da farmi aprire l’armadietto dei medicinali. Trovai ripiani pieni di Factor 60, Deep Heat, e tutti i prodotti necessari in caso di incidenti sulle piste.

Inumidii una lussuosa salvietta di Frank, mi ripulii alla bell’e meglio e applicai tre cerotti a farfalla e una garza sulla crosta. Avrebbe impedito un’infezione e mi dava un aspetto più ordinato. Sciacquai la salvietta, la strizzai e la infilai nella tasca del giubbotto con qualche garza di scorta e dei cerotti, e un blister di ibuprofene, una fascia e una benda elastica per Stefan. Apparve sulla porta nell’attimo stesso in cui sentii il lamento delle sirene in avvicinamento dal centro città.

Spensi le luci e presi il trionfo di design italiano e meccanica tedesca di Frank per scendere a velocità doppia nel suo studio. Non era il caso di affacciarmi alla finestra per controllare se eravamo nei guai. Sapevo già che era così.

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