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«Nick…»
Voci.
«Nick…»
Voci di donne. Una mi sembra… russa…
«Brutto scemo…»
No, non quella. Quella è della mamma di Gaz. La riconoscerei ovunque. Ci aveva beccati a gettare preservativi pieni di salsa di pomodoro dal tetto del condominio dove abitava…
Cazzo, mi fa male la testa.
Spari.
Sento degli spari.
E urla.
Non umane. L’urlo del metallo contorto e gemente.
Sono nascosto in un canale di scolo. È più buio di un pozzo nero, qua sotto. E più freddo di una tomba. Ho marciato per un’eternità nel deserto, sotto il fuoco. Se mi faccio piccolo piccolo, forse non mi trovano.
Le lamiere sopra di me cigolano e gemono.
«Aiutami, Nick…» Una voce maschile, adesso. «Ho bisogno del tuo aiuto…»
Sento rumore di vetri rotti.
Mi sto muovendo. Schegge di luce vivida. Accecante.
Vengo trascinato nel sole.
Aspetta un attimo…
Vetri rotti in un canale di scolo?
Dove cazzo sono?
Sbatto le palpebre.
Sulla luce del giorno, se non altro, ho ragione. Però non vedo niente.
Provo a sollevarle. La sinistra collabora. L’altra sembra sigillata con la colla. La strofino con il dorso della mano e mi imbratto le nocche di cremisi.
Lo stomaco si contrae. La bile invade il torace. La sento risalire infuocata fino alla gola. Ho un conato che non riesco a trattenere. Qualsiasi cosa abbia mangiato a colazione mi riempie la bocca. Cerco di resistere. Fallisco.
Colazione…?
Pranzo…?
Cena…?
Chissà… ormai è sparsa dappertutto.
Sbatto le palpebre. Due volte, credo. Forse di più.
Nell’annebbiamento una faccia mi guarda. La faccia di un uomo. Devastata. Un taglio in fronte da cui cola sangue. Capelli arruffati. Vomito appiccicato alla barba attorno alle labbra.
Apro la bocca per parlare.
Anche lui.
Un filo di muco verde giallastro unisce i denti di sopra e quelli di sotto come la sbarra di una gabbia.
Sto fissando uno specchio. Uno specchietto retrovisore.
Abbasso lo sguardo.
Davanti a me c’è un volante. Di un’auto. Al centro una placca argentata.
Lettere.
Una parola.
Nissan.
Non sono tipo da Nissan, io. Credo.
Altri cigolii e lamenti.
Barcollo in avanti. Una cinghia mi addenta la spalla sinistra.
Spalla sinistra…
Cosa cazzo ci faccio da questo lato dell’auto?
Afferro con forza il volante. A due mani. Provo a mettere a fuoco la strada davanti a me. Ma il parabrezza è una nebulosa, un mosaico di vetro, e non si vede niente.
Pianto il piede su un pedale. Quello al centro. Il freno. La situazione non migliora. Anzi peggiora.
A destra del cruscotto brilla uno schermo digitale. Una chiazza verde con una freccia in basso. In alto, una sottile linea arancione. Nient’altro. Niente che mi dica in quale cazzo di parte del mondo mi trovo. Cerco a tastoni il pulsante a destra dello schermo. Allargo il campo, forse così riuscirò a dare un senso a ciò che mi circonda.
Uno schiocco. Poi un altro. E un altro ancora.
Non sono spari. Legno che si spezza. Stridulo. Sotto di me, su entrambi i lati.
Mi paralizzo.
Raddrizzo la schiena, così lentamente che neppure io mi accorgo di muovermi.
Poi silenzio. Tranne il sussurro di una ventola.
Un millimetro alla volta raggiungo il tasto dell’aria condizionata e la spengo. Aria condizionata. Un posto caldo? Deserto? Forse è soltanto estate.
Mi volto verso il sedile del passeggero, da dove immagino fosse giunta la prima voce.
Il sedile inizia a girare.
No, non il sedile. La mia testa. È la mia testa che gira.
Chiudo gli occhi. Altro vomito mi invade la bocca. Questa volta riesco a ricacciarlo giù.
Quando riapro gli occhi vedo che non c’è nessuno.
E meno male, perché uno scintillante palo di metallo a strisce bianche e nere si è conficcato nel parabrezza e nello schienale del sedile.
Sotto, sul sedile del passeggero, c’è un pacchetto di sigarette. Lo prendo, lo esamino con attenzione. Marlboro. Immagine di polmoni anneriti e tristi e una specie di monito che non riesco a decifrare. Cirillico, forse. Comunque sia il messaggio è chiaro: è roba che non ti fa bene…
Passo la lingua all’interno della bocca e mi soffio nella mano. Puzzo di fogna. Ma non riesco a capire se sono un fumatore. Ispeziono l’indice e il medio della mano destra. Zero macchie di nicotina. Non credo che le sigarette siano mie. E allora di chi?
Infilo il pacchetto nella tasca sinistra del giubbotto. Dentro c’è qualcosa. Freddo. Solido. Un caricatore da pistola pieno. Bossoli in ottone. Dieci colpi. No. Tredici?
Che differenza fa?
Per me ne fa. O almeno dovrebbe. Non li puoi scaricare all’impazzata senza sapere quanti ne hai già sparati. Quanti te ne restano.
Come faccio a saperlo?
Qual era la marca?
Cazzo, non riesco a ricordarmelo.
La mano ripete il gesto di infilarsi in tasca. A quanto pare ne sa più di me. Si chiude attorno a una scatola di cartone, la tira fuori.
Ah già, Marlboro.
Immagine di polmoni anneriti e tristi e una specie di monito che non riesco a decifrare. Cirillico, forse. Comunque sia il messaggio è chiaro: è roba che non ti fa bene…
L’ho già pensato. Sono in un circolo vizioso.
Immagini… parole.
Le stesse immagini, le stesse parole, girano nella mia mente… e poi scivolano via. Non riesco ad afferrarle.
Per terra davanti al sedile del passeggero c’è uno zaino. Al rallentatore, come avevo fatto prima, sgancio la cintura di sicurezza e mi protendo in avanti, afferro la maniglia e lo trascino sul sedile.
Vedo un’aquila con le ali e gli artigli spiegati.
Il logo di un’azienda, parzialmente oscurato da uno sbaffo di sangue, è impresso sul missile di acciaio a strisce a un palmo di distanza dal punto in cui si è conficcato nel rivestimento in pelle grigia della vettura. Il mio sangue, immagino. Pulisco. Scopro una riga di lettere e numeri.
Adler…
Adler Gesellschaft.
Ripeto le parole ad alta voce. Non so se mi serviranno, ma provo a memorizzarle nella banca dati del cervello. Ho bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi. Qualcosa di solido.
Non funziona.
Rami, sopra e dietro il missile. Rami, coperti di aghi verde scuro. Schiacciati contro il finestrino. Giro la testa e le spalle a sinistra. Stessa cosa dalla mia parte.
Sono rinchiuso in uno scalcinato autolavaggio verde scuro. Devo tirarmi fuori da qui.
Appoggio la schiena. Piego il ginocchio. Sollevo il piede sopra il cruscotto. La station wagon ondeggia insieme a me mentre spingo il parabrezza con lo stivale. La pellicola di protezione si gonfia verso l’esterno e poi esplode. Qualche scheggia di vetro si stacca e piove sul cofano. Il resto rimane attaccato, ma adesso ho un buco per guardare fuori.
Entra aria fredda, pregna di aroma di pino.
Altri rami, a sinistra e a destra.
Al centro, il cielo.
Tanto cielo. Di un azzurro incredibile. Un tetto di azzurro, che sorge dal contorno innevato di una montagna grigia e frastagliata.
Ancora quel suono stridulo. Il muso della station wagon si abbassa abbastanza da consentirmi di vedere ciò che ho davanti.
Niente.
Un varco fra gli alberi.
Uno strapiombo.
Roccia.
Roccia.
E ancora roccia.
Un pascolo.
E un fiume che serpeggia in una valle.
Quattrocento metri sotto, forse più. Non riesco a mettere bene a fuoco.
Qualcuno – chissà chi – mi ha detto una volta che a un corpo in caduta occorrono circa cinque secondi per raggiungere la velocità limite. Allora, quanto ci vuole prima che io colpisca la terra? Ho la sensazione che un tempo avrei saputo come calcolarlo.
Adesso so soltanto che è la distanza tra continuare a vivere ed essere completamente fottuto una volta per tutte.
Provo ad aprire la portiera.
Nessun risultato. Il palmo scivola dalla maniglia. Completamente bloccata. Lamiera piegata.
E il finestrino non si apre.
Respiro a fondo. Seduto immobile. Per la miseria, devo darmi una mossa.
Asciugo il sudore sui jeans e sento qualcosa di solido sotto la coscia destra. La forma mi è familiare. La tiro fuori. Una pistola.
So come funziona, anche se non so perché.
Tolgo il caricatore, estraggo il colpo dalla camera; capisco che potrei compiere questi gesti a occhi bendati.
Chiudo la mano sul carrello superiore, in modo che la canna sporga dalla parte bassa del pugno e colpisco l’angolo del finestrino, appena sopra il numero di serie. Non serve ripetere il gesto. Si spacca ed esplode, e io vengo inondato da luccicanti frammenti e da altra aria fresca.
Apro la cerniera dello zaino e ci infilo dentro il caricatore e la pistola. Avvolgo la cinghia sul braccio destro e rimuovo gli ultimi pezzi di vetro rimasti sul bordo con la manica sinistra, mi sollevo dal sedile e inizio a sporgermi.
La parte anteriore della vettura si abbassa ancora di più e la coda sale con un rumore che ricorda gli pneumatici sulla ghiaia. I rami ai lati cercano di resistere, ma stanno perdendo la loro battaglia. Afferro il più vicino, piego le ginocchia e con una forte spinta mi lancio fuori dall’abitacolo che ondeggia un’ultima volta e poi scompare oltre il ciglio.
Riesco a restare appeso. Le mani bruciano, scivolano lungo il ramo tirate dal peso del mio corpo, e aghi e pezzi di corteccia mi lacerano la pelle. Cerco un appiglio con i piedi ma la situazione peggiora. Dalla vita in giù sono sospeso nell’aria.
Serro la presa e una mano dopo l’altra avanzo verso il tronco. Anche i muscoli delle spalle sono in fiamme, non soltanto le mani. Non so come, riesco oscillando a posare un ginocchio sulla terraferma e a tirare su anche l’altro.
Il suono sordo di un’esplosione rimbomba nella valle. I colpi contro le rocce devono aver spaccato il serbatoio. E la prima scintilla ha innescato l’incendio.
Non guardo giù, non posso.
Fuochi d’artificio di proporzioni mondiali si accendono nella mia testa. Dal fondo dello stomaco un’ondata di lava fusa sale con violenza ustionandomi il torace.
Un micidiale fiotto di vomito erutta dalla mia bocca.
Non riesco a ricordare quando è stata l’ultima volta che ho vomitato.
Mi rendo conto di avere un’espressione sconvolta mentre osservo il rivolo colorato e appiccicoso che sembra collegare il mio viso con il letto di aghi marroni per terra.
Poi la pozza di vomito si solleva, mi colpisce in mezzo agli occhi e io sprofondo di nuovo nel buio.