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La passione del signor T per il metallo, la pelle scamosciata e le scintillanti macchine per il caffè si manifestava anche qui come nel resto della casa, ma tre pareti erano dipinte di quel verde che di solito arreda i club inglesi per gentiluomini. La quarta era in granito con una mano di vernice protettiva. Mancava soltanto una vasca con i piranha.
«Una vasca piena di piranha…?» Frank era rimasto perplesso quando me ne ero uscito con quella battuta.
Rividi la sua espressione. Occhi socchiusi mentre sedeva alla sua scrivania grande quanto un tavolo da biliardo. Questa scrivania. In questa stanza.
Non aveva capito il riferimento a Blofeld. Ma aveva continuato con una battuta ancora peggiore. «Di piranha là fuori nel mondo ce ne sono già abbastanza, Nick, non è il caso di tenerne anche qui.»
Frank non aveva un gran senso dell’umorismo.
La parete sulla sinistra era coperta di mensole, quasi interamente piene di ritratti e fotografie del morto e della sua famiglia. Ne indicai una. «Tuo padre…»
Stefan annuì.
«Il mio amico Frank…»
Annuì ancora.
Avevo ricevuto un colpo alla testa, ma non l’avevo persa del tutto. Ero al soldo di Frank. Mi aveva sistemato qualche questione finanziaria. Noi due non eravamo mai stati amici. Ma a suo figlio l’idea piaceva, così mi adeguai.
Mi fermai davanti a una foto di padre e figlio con ai lati due bestioni. Sulla sinistra un asiatico tarchiato che assomigliava a Gengis Khan. Hesco? Non ne ero convinto. Sulla destra, con una sigaretta nella sinistra e l’altra mano posata sulla spalla del bambino in un gesto protettivo, un nigeriano imponente con chioma rasta che gli sfiorava le spalle.
Mi avvicinai. Non riuscii a vedere quali sigarette fumasse, ma era impossibile non notare il braccialetto in oro massiccio che aveva al polso. Indossava scarpe da ginnastica di un bianco accecante con una banda rossa, e le sue treccine parevano godere di vita propria.
Avevo già visto quell’uomo. Era la guardia del corpo di cui Frank si fidava di più. Avevo passato del tempo con lui e Gengis in Somalia. E poche ore prima, avevo visto la sua schiena mentre lui e Hesco contemplavano i rottami della mia auto.
Non avevo mai saputo il suo nome. L’avevo sempre chiamato Mr Loverman. Anche se ignoravo il perché. Sapevo che avrebbe sacrificato la vita per salvare Stefan. Una volta mi aveva avvertito che mi avrebbe ucciso se avessi osato torcere un capello al piccolo.
Stefan si piegò in avanti e posò i polpastrelli sul vetro, quasi volesse toccare la sua guardia del corpo. Per la prima volta da quando l’avevo estratto dalla Evoque, iniziò a piangere.
Lo lasciai fare, il coinvolgimento emotivo non faceva per me. Era un ostacolo, e in quel momento non ne avevo bisogno. Avevo bisogno di risposte.
M’inginocchiai accanto a lui. «Sono già stato qui, vero? Ieri notte?»
Un altro cenno di assenso.
«E questa mattina?»
D’improvviso non ebbi più bisogno della sua conferma. Ricordai che Frank mi aveva condotto in quella stanza. Che mi aveva detto di aver bisogno del mio aiuto, perché la sua vita e quella del figlio erano in pericolo.
Avevo pensato immediatamente agli stronzi che avevano rapito Stefan in Somalia. «Per colpa di chi? Di quei georgiani di merda?»
Frank non ne aveva idea. Una scalata interna, forse. In un paio di sue società stavano succedendo cose strane che gli provocavano parecchia ansia. Noi quattro dovevamo partire per un viaggio. Perché non sapeva più di chi altro si poteva fidare.
I miei occhi tornarono alla fotografia di Mr Loverman e Stefan. Di chi fidarsi? Sapevo che ero stato chiamato sulla scena per questo. E sapevo che mi aveva fornito altri ragguagli. Ma più mi sforzavo di scavare nella memoria e meno ricordavo.
Indicai la splendida donna dai capelli neri nelle fotografie. «Dov’è tua mamma?»
Stefan s’incupì di nuovo. Domanda sbagliata. La luce svanì dai suoi occhi. Si richiuse in se stesso. Perché?
Posai le mani sulle sue braccia e lo scossi. ’Fanculo, non avevo tempo da perdere. E lui era il figlio di suo padre. «Stefan, ho bisogno del tuo aiuto. Devo sapere chi ha ucciso tuo padre…»
Il suo dolore era palpabile. Il volto si irrigidì, poi sembrò sul punto di sciogliersi. Aprì la bocca e la richiuse, ma non produsse nemmeno un suono.
Indicò di nuovo la fotografia.
Indicò Mr Loverman.
«L’uomo di colore? Sei sicuro?»
Era un’altra domanda sciocca, ma andava fatta. Forse la sua memoria era bruciata, un po’ come la mia. Forse gli giocava degli scherzi. Più osservavo la stretta forte e protettiva sulla spalla di Stefan e più nitidamente ricordavo il nigeriano sempre pronto a correre rischi per salvare il figlio di Frank.
Ma i colpi che avevano ucciso Frank erano venuti dall’interno dell’automobile.
Da qualcuno seduto al posto di guida. Mr Loverman teneva la sigaretta nella sinistra, era mancino. Quindi gli sarebbe bastato voltarsi e fare fuoco.
Stefan aprì di nuovo la bocca. E questa volta ne uscì una parola. «Sì.»
Lo sollevai e lo feci sedere su una poltrona di design, di quelle con il poggiapiedi che sbuca fuori quando ti appoggi allo schienale. Nel primo cassetto di Frank trovai un’altra tavoletta di cioccolato e gliela lanciai. Era quanto di più simile a una pillola della felicità potessi recuperare. «Mangiala, capito? Io devo dare un’altra occhiata in giro.»
Sulla scrivania c’erano due telecomandi. Controllavano i video sulla parete di fronte, una gigantesca tv a schermo piatto e un monitor. Li accesi entrambi. Il monitor si suddivise in una dozzina di immagini che cambiavano in continuazione, inquadrando gli accessi allo chalet e tutte le stanze all’interno. Cazzeggiai per un po’ con il telecomando. Era un congegno sofisticato. Premendo un pulsante potevo scegliere quale camera guardare, potevo allargare e restringere l’immagine, potevo tornare indietro e poi di nuovo avanti a diverse velocità.
Avrei desiderato poter fare lo stesso con lo schermo nella mia testa. Il passato non era più un rompicapo, ma proprio non riuscivo a ricostruire gli eventi delle ultime quarantotto ore.
Il viaggio per arrivare allo chalet la notte precedente era una nebulosa, e anche quanto accaduto nella mattinata.
Come faceva l’autocarro a sapere che eravamo per strada? L’autista, o chiunque mi avesse lanciato addosso il palo a righe, doveva essere stato informato in anticipo del nostro itinerario, oppure era in comunicazione con qualcuno all’interno della casa. E se Stefan non era andato via di testa, adesso sapevo anche di chi si trattava.
Rividi Mr Loverman guardare oltre il margine del precipizio dopo che la mia automobile era precipitata di testa.
E poi lui e Hesco che si scambiavano un cinque.
Il corpo di Frank.
La bollicina di sangue all’angolo della bocca di Stefan.
La marcia in discesa.
La lotta nel fienile.
Il mangia-carote numero due che sollevava la canna della mia pistola.
Il clic dell’uomo morto…
Quando punti la pistola contro uno stronzo che viene verso di te con un AK 47, è il suono peggiore del mondo. Ma quando un francese grosso e incazzato non riesce a farti saltare il cervello con la tua stessa arma, è il migliore. Non sapevo se avesse tirato il grilletto di proposito o per errore. Sapevo che non aveva sparato.
Estrassi la Sphinx dalla cintura, la posai sul sottomano di Frank e mi strofinai le tempie.
Alla luce tremolante dei monitor il metallo brillò appena. Lo aveva fatto anche quella mattina, quando Mr Loverman me l’aveva consegnata. Mr Loverman, non il suo capo. Sorrideva mentre me la dava.
Presi la pistola e sganciai il caricatore. Poi feci uscire il proiettile dalla camera e lo tenni con la base verso l’alto sotto la luce. Da qualunque angolazione lo guardassi, il coperchio in rame mi parve intatto. La pallottola non era difettosa. Si trattava di altro.
Tolsi il carrello superiore, lo girai e rimossi la molla e la canna. Con il piccolo aiuto di una penna a sfera Montblanc in platino di Frank, spinsi fuori il moncone che bloccava il percussore e lo feci saltare dal suo alloggio.
Merda.
Anche se avessi eseguito un milione di volte le normali procedure di sicurezza, avrei visto soltanto la base del percussore, dove entrava in contatto con il cane. E il gigante con le treccine lo sapeva benissimo. Soltanto smontando le parti mobili potevo notare che era cinque millimetri troppo corto per colpire il proiettile. Quei cosi sono fatti di acciaio, le punte non cadono da sole, e neppure questa. Era un lavoro da smerigliatrice. E avrei scommesso una manciata di soldi di Frank su dove si trovava.
Pensai a cosa sarebbe potuto succedere se fossero rimasti ad aspettarmi in cima alla salita. Probabilmente Mr Loverman mi aveva salvato la vita quando le cose si erano messe male nel fienile. Ma non era quello il suo obiettivo. Nei suoi piani dovevo essere io a premere il grilletto e a non sentire la detonazione. E a quel punto sarei stato fottuto per sempre.
Mr Loverman.
Il paladino di Stefan.
L’aiutante più fidato di suo padre.
Qualcuno era riuscito a trovare il modo di arrivare fino a lui. Qualcuno più in alto di Frank Timis nella catena alimentare. E non erano in molti.