16

Infilai in tasca il Pentax e riempii i polmoni mentre passavo di nuovo davanti al motoscafo ancora vuoto. Adesso anche le altre imbarcazioni erano chiuse per la notte. Il Nokia finì in mare in mezzo a loro quasi senza sollevare schizzi.

Questa volta non feci tutto il giro del porto, che era praticamente deserto. Andai a sinistra attraverso l’arco vicino alla fortezza e poi a destra sulla strada dove avevo cercato di intercettare Elvis.

Non aveva senso attirare l’attenzione su di me prima del necessario. Svoltai altre due volte a destra e poi a sinistra e mi trovai sulla strada giusta che conduceva oltre le ciminiere.

Da vicino, vidi che i condominii di fronte all’ingresso del molo mercantile erano ancora in costruzione. Proseguii a sinistra in modo da riuscire ad aggirare il cantiere da dietro per poi salire sulla diga dalla spiaggia senza avvicinarmi ai cancelli. E così avrei anche evitato quasi tutti i lampioni.

Quando mi trovai al riparo dello scheletro del terzo edificio, accesi la torcia, aprii la cianografia della Minerva e fissai nella mente l’interno e l’esterno.

Ci misi quasi un’ora a raggiungere l’obiettivo e a scalare l’ammasso di cubi disposti con angolazioni e distanze del tutto casuali. La luce naturale era sufficiente per distinguere le piattaforme di cemento dalle fessure che le separavano, ma comunque dovevo procedere lentamente.

Rimasi il più possibile sul lato mare del muro fino a che arrivai in fondo, poi mi avvicinai all’acqua. Così potevo sfruttare la parte alta dei cubi come copertura. Dopo aver aggirato la punta mi misi pancia a terra e mi infilai in uno spazio verticale che consentiva la vista del molo senza dover sollevare la testa sopra il parapetto.

Le luci in alto si erano spente. Adesso la gru mobile era parcheggiata a circa cinque metri di distanza e il camion era scomparso, quindi quello che Dijani aveva fatto arrivare con tanta fatica era stato evidentemente scaricato dalla Minerva e portato via.

La BMW non si era mossa, e al suo fianco era parcheggiata una Land Cruiser con qualche ammaccatura.

Calcolai che Dijani potesse contare su una squadra di almeno quattro uomini. Di più se qualche membro dell’equipaggio era ancora a bordo. Non vidi nessuno né sul molo, né sulla passerella, né di guardia sul ponte, perciò strisciai lungo il muro e presi posizione all’ombra della gru. Da lì avevo una visuale migliore sulle possibili zone di pericolo, che al momento erano libere. Forse erano troppo occupati a sistemare la barca per badare a me.

Tornando nel mondo reale, le probabilità erano tutte contro di me. Ma ero venuto per Dijani e quella era l’occasione migliore per catturarlo. Non potevo restare appostato tutta la notte con la speranza che a un certo punto scendesse dalla passerella per venire a presentarsi. Dovevo salire a bordo e darci dentro. E la gomena di poppa mi sembrava un buon punto di partenza. Era più lontana da me rispetto alla parte a punta, ma più bassa, e quasi tutte le finestre sul ponte guardavano avanti.

Non c’erano oblò sotto la ringhiera del ponte, così attraversai il molo e quasi abbracciai lo scafo mentre mi lanciavo per raggiungere la gomena. A meno che qualcuno non si affacciasse per guardare dritto in basso, o si sporgesse all’improvviso dalla passerella, non mi avrebbero beccato. Almeno, così mi raccontavo. Se i fari di un’auto si fossero avvicinati dal cancello, sarei stato fottuto.

La corda si adattava perfettamente alla mia presa. Mi allungai, la strinsi fra le dita e mi tirai su.

Ci si sente sempre allo scoperto quando si è sospesi sei metri sopra l’acqua. Il trucco è non pensarci. Mi concentrai sul punto che volevo raggiungere, tre metri sopra la mia testa. Serrai la corda fra le ginocchia e le caviglie e spinsi, mano dopo mano fino a che afferrai il bordo inferiore della cubia.

Sollevai la testa quanto bastava per poter dare un’occhiata alla parte posteriore del ponte prima di infilarci dentro le spalle. Un uomo in jeans era affacciato al parapetto. Neppure se fosse stato girato verso di me avrei saputo dire se fosse l’amico di Elvis che avevo visto sulla barca a remi.

Aveva aperto il bipiede della mitragliatrice SAW e lo aveva appoggiato vicino alle sue scarpe. Doveva aver ricevuto l’ordine di tenerla nascosta. Anche nel Sud Italia una SAW 5.56mm tende ad attirare le attenzioni sbagliate.

Picchiettò il pacchetto di sigarette fino a farne uscire una e l’accese. A meno che qualcuno non lo interrompesse, o fosse un fumatore incallito che faceva due tiri e poi buttava il resto nell’acqua, avevo tre minuti di tempo prima che tornasse pienamente operativo.

Non ero sicuro di riuscire a issarmi a bordo, attraversare il ponte ed eliminarlo prima che girasse l’arma verso di me o desse l’allarme. E una SAW era decisamente più efficace di uno stiletto o di una penna UZI. Ma c’era soltanto un modo per scoprirlo.

I miei principali nemici erano il rumore che producevo e la sua visuale periferica. Quando lo vidi guardare ansiosamente verso sinistra dopo aver acceso la sigaretta compresi che era più preoccupato di ricevere una strigliata dal suo capo che non di stare di guardia nel caso la loro manovra diversiva non avesse funzionato e il GIS avesse invaso la banchina.

Decisi di giocarmela.

Allungai la mano e afferrai la corda poco sotto il cappio che era stato infilato nel paletto. Il mio bersaglio guardò per la seconda volta verso sinistra e fece un secondo tiro, e poi un altro. Il linguaggio del corpo mi comunicava che era la tensione a farlo fumare come un ossesso.

Si era alzata la brezza che si dava da fare per sbatacchiare tutto ciò che non era stato legato. Da una stradina vicino alla fortezza risate e canti si diffondevano sul mare. Il mio bersaglio si sporse ancora sopra il parapetto e scrutò quella zona del porto, per cercare di capire da dove provenisse il rumore. O forse avrebbe voluto divertirsi quanto loro.

Infilai nel buco la parte superiore del corpo, sollevai le ginocchia e poi i piedi e, al riparo del parapetto, posai gli stivali sul ponte. Restando sotto la ringhiera, tirai fuori la lama di Elvis e gli girai attorno passando alle sue spalle. Più mi avvicinavo e più mi intossicavo di tabacco dell’Europa orientale.

Mentre percorrevo correndo gli ultimi metri che ci separavano, tenni gli occhi fissi sulla sua nuca. Non contava nient’altro. Non sentivo neppure i miei movimenti.

Strinsi il coltello nel pugno destro con il pollice sulla punta del manico per impedire che al momento di usarlo il palmo sudato scivolasse giù. Non avrei commesso errori come era accaduto con Elvis. Un affondo preciso, e via.

Un passo a sinistra.

Finalmente si accorse di avere qualcuno alle spalle. Troppo tardi. Non ebbe il tempo di voltarsi. Gli ero già sopra, le gambe come lame di un paio di forbici, la mano sinistra a tappargli con violenza la bocca. Lo tirai verso di me con il braccio, avevo le ginocchia e i polpacci avviluppati ai suoi fianchi. Lottò per restare in piedi, senza successo. Lo trascinai indietro con me, tenendo il suo corpo sopra il mio mentre preparavo la schiena al duro impatto. A testa alta, gli strinsi ancora più forte la bocca per farlo tacere.

Poi colpii il ponte.

Una frazione di secondo dopo lui atterrò su di me.

Senza fiato, inarcai la schiena per spingere in alto ed esporre il suo torace mentre affondavo a ripetizione la lama dentro di lui, ovunque riuscissi.

Sotto il palmo, sentii che cercava di urlare.

Si dimenò e ruotò, cercando disperatamente di anticipare il colpo successivo per evitarlo. Ma io li mantenevo imprevedibili di proposito.

La punta dello stiletto si infranse su una costola e sobbalzò finché trovò altra carne cedevole. Calai di nuovo la lama, con forza, verso il lato del torace, poi tornai alla parte alta, cercando di raggiungere il cuore.

Non m’importava dove colpivo. Lo volevo morto.

Si dimenò ancora, con meno forza. Continuai, chissà quante volte, fino a che smise.

Non sprecai tempo per riprendere fiato. Lo sollevai subito. Volevo toglierlo di mezzo prima che cominciasse a sanguinare troppo.

Lo trascinai dove l’avevo visto la prima volta e controllai se aveva altre munizioni per la SAW. Non ne aveva, e allora lo scaraventai oltre la ringhiera. Se ci fu un tonfo, io non lo sentii.

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