15
La terza chiave che provai aprì il cancello del cantiere. Non andai direttamente al molo mercantile. La Minerva era ancora a una certa distanza, e prima di entrare in scena volevo avere la certezza che tutto e tutti fossero al loro posto.
Quando fui abbastanza lontano da Elvis, accesi il suo cellulare. Ovviamente quel dannato aggeggio era bloccato. Non aveva importanza. Adesso ero sicuro di sapere dove avrei trovato quello stronzo di Dijani. Sarebbe vissuto soltanto il tempo necessario a dirmi dove erano Anna e il bambino.
Aggirai lo scalo di alaggio vicino al tratto di mare dove erano parcheggiati i pescherecci, oltre il pontone dove avevo visto Elvis prima che il sole tramontasse. L’unica luce era quella che filtrava dalle finestre degli appartamenti e delle case che costeggiavano quel punto del porto rendendolo il posto ideale per le coppie che volevano passeggiare mano nella mano e per gli adolescenti che se ne stavano seduti a gambe incrociate sulle pietre a rollarsi sigarette e passarsi lattine di birra.
Mentre superavo le barche a remi e lanciavo il cellulare di Elvis nelle acque del porto, le luci della Minerva scintillarono sul mare.
Più in su lungo il molo era legato un motoscafo bianco lucidissimo. A meno che non avessero deciso di chiudere ogni portello e di soffocare per il caldo, a bordo non c’era nessuno. La scritta sul retro mi disse che apparteneva a una società di noleggio, quindi forse chi l’aveva affittato era a cena da qualche parte in città prima di tornarci per dormire. Sulle barche vicine c’erano persone sedute a mangiare, bere e divertirsi.
Il piccolo faro era spento. Forse non era più necessario. Forse non aveva più voglia di scomodarsi. Aggirai il bunker subito dietro, una struttura larga quattro metri, sormontata da una cupola, e mura spesse antiesplosione e quattro feritoie orizzontali che fornivano una visuale a centottanta gradi sul mare, sulla Minerva e sulla banchina mercantile.
Nel punto più lontano, su uno dei giganteschi cubi di cemento, una coppia stava iniziando a conoscersi meglio. ’Fanculo, potevano continuare a fare quel che volevano. Io non mi sarei mosso di lì.
La donna vide per prima il guardone nell’ombra. Spinse via il compagno ed entrambi si sistemarono i vestiti prima di tornare da dove ero appena arrivato. Nei paraggi non c’era nessun altro.
Tirai fuori il binocolo. Non aveva gradito l’impatto con il cemento del cantiere, ma continuò a fare il suo dovere.
Il Suunto mi disse che era passata la mezzanotte. Secondo i miei calcoli la Minerva sarebbe arrivata nel giro di quarantacinque minuti, massimo un’ora. Dopo aver regolato la messa a fuoco vidi sullo scafo una grande «N» illuminata dalle luci.
Digitai il numero di Luca sul Nokia e attesi che la chiamata fosse trasferita.
Tenni un tono asciutto. «Sta arrivando.»
Rispose con lo stesso tono. «Anch’io.»
Ma nessuno dei due riattaccò. Sapevamo entrambi quale domanda dovevo fare, anche se il suo silenzio mi aveva già dato la risposta.
«Anna?»
Il tono era meno da vittima sul punto di soffocare ma percepii comunque il suo dolore. «Non ancora. Ma Pasha è a Vinnycja. Mi chiamerà appena…»
Posai il telefono sulla panchina di cemento accanto a me e mi rimisi a osservare la Minerva, controllando che continuasse a diventare sempre più grande e nitida.
Non è che l’avvicinarsi della barca avesse risvegliato l’intero porto, ma una fila di luci sospese si accese e mi consentì di vedere qualche segno di attività. La gru mobile si mise in posizione all’estremità del molo lato mare. Un minibus vuoto si fermò esattamente al suo fianco. Immaginai che fosse lì per prelevare i membri dell’equipaggio.
Un’altra coppia di fari illuminò l’ingresso e i cancelli si aprirono. Un camioncino con la copertura in tela sul pianale di carico si unì alla festa. Non riuscii a distinguere subito la marca e il colore. Immaginai Fiat e azzurro.
L’autista parcheggiò di muso, saltò giù dalla cabina e aprì la sponda posteriore. Poi trovò un paletto, si sedette e iniziò un pacchetto di sigarette nuovo. Doveva aver lasciato il compare al granaio. Non mostrò alcun interesse per il minibus.
Dal cantiere emerse un rimorchiatore che virò fra le onde. L’unica nave mercantile rimasta era ormeggiata con la prua verso l’uscita, e anche quella che se n’era andata prima era messa così, quindi mi aspettavo che la Minerva venisse trainata dentro e ruotata di centottanta gradi prima di parcheggiare. Soprattutto se il piano prevedeva una fuga veloce.
Un’ora dopo era in posizione, con la scritta NETTUNO sulla fiancata e Minerva sulla coda. Sul ponte non si vedeva alcun container. Lo scafo copriva completamente il camion, ma notai una decina di membri dell’equipaggio che venivano portati via dal minibus, e un SUV BMW che prendeva il suo posto. Aveva i finestrini oscurati, ma era impossibile non riconoscere il sosia di George Michael che aprì la portiera del passeggero.
E, a giudicare dalla barba e dalla bruciatura sul collo, al volante c’era Rexho Uran.