20

«Nick…»

Voci.

«Nick…»

Voci di donne. Una mi sembra… russa…

«Brutto scemo…»

No, non quella. Quella è della mamma di Gaz. La riconoscerei ovunque. Ci aveva beccati a gettare preservativi pieni di salsa di pomodoro dal tetto del condominio dove abitava…

Cazzo, mi fa male la testa. Avrei voluto provare a fermare l’emorragia capillare tiepida che mi colava sul collo, ma sarebbe stato inutile.

In uno spazio ristretto, anche se non puoi vedere, lo sai se non sei solo.

Io non ero solo.

«Anna? Nicholai?»

Accesi la torcia e passai il fascio di luce sulla parete laterale, sul soffitto a dieci centimetri da me, sul pavimento. Lo spazio era lungo quattro metri e largo tre. Lo esaminai lentamente, perché non avevo fretta di scoprire ciò che già sapevo avrei trovato.

Lei era seduta lì, mi guardava. Incastrata nell’angolo più lontano, con la schiena contro il muro e le gambe allungate davanti a sé. Teneva un fagotto stretto al seno.

Indossava una tuta nera e un’ampia sciarpa ricamata attorno alla vita. Era sempre stata la mia preferita. Forse non glielo avevo mai detto. Sopra aveva una felpa grigia con la cerniera aperta. E ai piedi scarpe da ginnastica.

Nicholai aveva la camicia a scacchi e i jeans che gli avevo comprato da GUM quando ancora non gattonava. Anna mi aveva preso in giro senza sosta per aver comprato un completo di circa cinquantatré taglie più grande. Probabilmente avevo pensato a quando saremmo andati in gita io e lui da soli per fare cose da uomini.

I vestiti del nostro bambino erano striati di sangue, uscito da dove un tempo erano state le unghie di Anna.

Lei aveva il viso coperto di lividi ed escoriazioni. Ma assomigliava ancora alla bionda degli Abba. Era sempre bellissima.

Secondo me non era morta in quella posizione. Gli stronzi l’avevano tirata su come il pupazzo di un ventriloquo.

Mentre mi inginocchiavo accanto a lei sentii un fiotto di bile bruciarmi in fondo alla gola. Riuscii a respingerlo mentre le carezzavo la guancia con la punta delle dita. Mi sporsi e le baciai la fronte. Era fredda e sapeva di sale e del mio sangue.

Dijani aveva detto che l’avevano minacciata di far del male a Nicholai.

All’inizio non riuscivo a impormi di voltarlo. Poi trovai il coraggio. Il suo visino era… in pace.

Lo presi tra le braccia, infilai la sua testa fra la spalla e la guancia. Ci misi un po’ a rendermi conto che stavo oscillando avanti e indietro.

Non ne aveva bisogno.

Era già addormentato.

Lo restituii alla sua mamma.

Quanto tempo erano rimasti lì?

Al buio.

Tanto buio.

Magari lui era spaventato.

Lei stava male.

Aveva capito che a un certo punto sarebbe finito l’ossigeno.

Un adulto respira quasi due metri cubi di ossigeno puro al giorno.

L’aria che inaliamo ha il venti per cento di ossigeno.

Quella che espiriamo il quindici per cento…

Di nuovo stavo cercando conforto nei numeri.

Non funzionava.

Doveva averlo tenuto fra le braccia dicendogli di non avere paura. Che con lui c’era la sua mamma che lo amava tanto e che il suo papà sarebbe arrivato presto.

Aveva cantato per lui. Lo faceva sempre quando si svegliava nel cuore della notte.

Mi chiesi se avesse aiutato Nicholai ad andarsene perché non soffrisse troppo.

Sperai di sì.

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